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Studiare il giornalismo

Capitolo 1 – Angelo Agostini Giornalismo

Il primo giornale periodico era nato ad Anversa nel 1605 e si intitolava “Le ultime notizie” dando il via alle prime Gazzette. Il giornalismo quotidiano ha una storia lunga, il primo: “Daily Currant” era uscito in Gran Bretagna nel 1702 e solo dieci anni dopo a Londra si vendevano circa 44.000 copie.

Anche la libertà di stampa e dell’informazione entra forte nel XX secolo sancita dalla Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America il 4 Luglio del 1776, ribadita dal primo emendamento della Costituzione nel 1791; si afferma in Francia il 26 agosto 1789 con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e infine in Gran Bretagna con il Libel Act del 1792.

Nell’Ottocento nascono due tratti caratteristici:

  • L’affermazione degli USA come il luogo della sperimentazione;
  • Questione su quale fosse il compito del giornalismo: riportare i fatti nel modo più sereno e imparziale possibile, oppure se poteva o doveva interpretare quegli stessi fatti in modo più consoni, raccontando non una notizia, ma una storia (per renderla più avvincente).

Due novità radicali a metà 800 negli USA:

  • 1830 → si afferma la “Penny Press”, giornali quotidiani del costo di un solo penny. Siamo di fronte a una rivoluzione commerciale che fa del giornalismo quotidiano una vera e propria industria. Destinato al pubblico di piccola e media borghesia.
  • 1848 → con la diffusione del telegrafo nasce la prima grande agenzia di stampa: “L’Associated Press (AP)”. Lo strumento di trasmissione, ovvero il telegrafo, costringe a regole nuove. Le famose 5W: chi, che cosa, quando, dove e perché → erano lo standard per iniziare qualunque resoconto giornalistico. Garanzia che almeno l’essenziale arrivasse al destinatario.

Il Novecento viene definito: “secolo breve”, che si apre e si chiude con due rovesciamenti radicali che sono state le Guerre Mondiali. La storia accelera, come il cambiamento alla moltiplicazione e poi all’integrazione delle tecnologie della comunicazione.

Il giornalismo conserva le sue sedi canoniche e le sue cadenze tradizionali (quotidiane o periodiche) nella stampa, alla radio, in televisione. Il giornalismo è riuscito a declinare nuovi formati nei nuovi media, dai canali televisivi all news (24/24) ai siti web, dai blog agli sms. L’informazione giornalistica ha saputo trovare altri spazi. Ad esempio con Beppe Grillo o Marco Paolini o attraverso i libri.

Nel Novecento è l’unico contenuto comune a ogni mezzo o tecnologia delle comunicazioni di massa:

  • L’informazione giornalistica è divenuta contenuto veicolabile da qualunque medium, cioè la centralità che la comunicazione ha assunto nell’affermazione della presenza e dell’identità sociale di qualunque soggetto: istituzionale, culturale, economico, politico…
  • Ha la capacità del sistema dei media di sovrapporre, mescolare, integrare, confondere, sfumare i confini tra i suoi generi, contenuti o formati.

Nel Novecento accadono 3 cose che hanno portato a 3 passaggi importanti del giornalismo:

  • Orson Welles durante il suo programma radiofonico, aveva fatto credere a moltissime persone che la Terra era sotto attacco alieno;
  • Dei militari tedeschi camuffati in uniformi dell’esercito polacco, assaltano una stazione radio tedesca e fanno un proclama. Nessuno lo sente, ma è sufficiente che Goebbles lo riprenda a Berlino denunciando l’attacco polacco.
  • Scandalo Watergate.

Tutto ciò ha portato a 3 nodi salienti:

  • La questione dell’attendibilità, o dell’obiettività delle notizie che attraversa tutto quanto il secolo.
  • Le tecnologie della comunicazione, con la loro presa sul pubblico, che è tanto maggiore, quanto più veloce, è stata la loro diffusione come abitudine acquisita negli stili di vita delle persone;
  • La dimensione della comunicazione, che è una dimensione più ampia di quella dell’informazione giornalistica in senso stretto, perché implica non solo la gestione delle notizie, ma anche la previsione e il controllo degli effetti che queste potrebbero avere sul pubblico.

Negli anni Settanta, la critica statunitense, italiana ed europea hanno parlato dell’obiettività come un tema nuovo nel dibattito sul giornalismo. L’obiettività, la pretesa di riportare i fatti e le notizie nella loro nuda essenzialità lasciando a parte il commento e l’interpretazione, non nasce con il giornalismo. L’imprinting del giornalismo europeo viene dalla Rivoluzione francese, dove il giornale è strumento d’azione e lotta politica. Dalla Rivoluzione francese, i giornali sono il sostituto dell’agorà ateniese. I giornali sono la piazza, sono lo strumento nel quale si formano e s’affermano le pubbliche opinioni sui temi di rilevanza collettiva. Uno strumento diretto di interpretazione, d’azione e di scontro politico.

L’alternativa al foglio politico, era il giornale letterario: il giornale colto, strumento esclusivo di élites ristrette, che cercava ristoro nell’alta cultura. Mentre negli USA aveva preso piede nell’Ottocento il giornale come veicolo di propaganda. L’obiettività prende piede nella Penny press: con l’inizio del 900, il giornalismo muckraker, il giornalismo aggressivo, prende di mira negli USA i temi della speculazione edilizia, finanziarie e il potere delle lobby. Il tentativo è che solo i giornali che sanno cogliere gli interessi di fasce ampie della popolazione, avranno più possibilità di vendita, utilizzando un linguaggio più asciutto.

L’obiettività, nasce davvero solo dopo la prima Guerra Mondiale. Quando sono stati messi a confronto sia con la censura e la disinformazione sistematicamente praticata dagli eserciti in conflitto, sia con il nascente mondo del news management e delle new relations, che i giornalisti americani vanno alla ricerca di standard che possano garantire al loro lavoro l’attendibilità e la credibilità. L’obiettività serve al giornalismo degli anni 30/50 per dare più autorevolezza.

Eppure è lo stesso sviluppo del sistema dei media a liquidare l’obiettività. La notizia, solo notizia è una formula che non basta più a spiegare un mondo complesso. La notizia fuori dal suo contesto può difficilmente prendere senso e quindi pesare nel vero lavoro che il giornalismo è chiamato a fare dalla seconda metà del 900: raccontare quel che accade e stabilire le priorità.

Nel 1968 la CBS lancia 60 minutes, il primo programma di approfondimento → segnale che anche la televisione decide di affiancare l’analisi e l’indagine in profondità. L’analisi, la contestualizzazione, l’approfondimento possono rispondere a criteri di trasparenza, attendibilità e verificabilità. Ma si richiede altro: non solo la notizia ma l’interpretazione. Per essere comprese le notizie vanno analizzate, interpretate e spiegate, NON basta riferirle.

All’affacciarsi di una nuova tecnologia, costringe via via tutti i media a ridefinire in continuazione contenuti e formati, linguaggi e logiche. I quotidiani di sessant’anni fa, erano giornali ancora impaginati verticalmente, poveri di fotografie, molto scritti. I quotidiani attuali sono strumenti dove l’infografica, ha creato modalità cognitive di confezione e lettura delle pagine per le quali l’interconnessione degli elementi testuali, visivi, grafici e numerici presenta similitudini più con l’ipertestualità del web che con la televisione.

La radio ha per prima messo in connessione diretta i giornalisti con gli ascoltatori dagli anni 70. L’infotainment televisivo, quel modo di costruire programmi di informazione e di intrattenimento ha creato uno sconfinamento dell’informazione giornalistica negli spazi di evasione che non il contrario. Ciò accade perché stanno arrivando i canali televisivi tematici (all news). La novità è la profonda torsione alla quale è stata sottoposta la temporalità dei mezzi di informazione giornalistica. L’innovazione tecnologica ha trovato infatti non pochi ostacoli. Ad esempio il quotidiano su carta ha un ciclo produttivo che impone la cadenza delle 24 ore. Le abitudini di vita, danno ancora oggi il primato all’edizione serale del telegiornale e a quella del mattino del giornale radio. Eppure la temporalità dei mezzi di informazione è in realtà completamente cambiata.

  • Primo cambiamento → ripresa diretta televisiva. Intere categorie intellettuali, sono state costrette a innovazioni totali. Con la televisione si è presto modificata anche la radio. Abbinandosi al telefono e poi al cellulare, ha permesso di portare gli ascoltatori dentro i programmi e ha rivoluzionato i tempi dei collegamenti con inviati e corrispondenti: primo esempio di cronaca in tempo reale. Il flusso dei tempi è diventato continuo.

Il giornale si è settimanalizzato prima con supplementi, rubriche, fascicoli, poi ancora oltre con il prolungamento nel tempo (libri, cd), e con una versione costantemente aggiornata tramite siti web (che si sono estesi con la radio e la tv). Il tema del flusso è diventato essenziale per ciascun mezzo. Le notizie sono il risultato di:

  • Tecnologie di raccolta e diffusione;
  • Tempi e modi dell’uso che il pubblico può farne;
  • La collocazione, o la rilevanza, del giornalismo rispetto agli altri poteri.

Grande fattore di mutamento nel Novecento: la nascita, l’affermazione e il dominio della dimensione della comunicazione nella presenza pubblica di qualunque soggetto, attore o istituzione sociale.

La dimensione della comunicazione prende spazio sul terreno delle relazioni sociali, oppure che ne diventa uno degli elementi determinanti. All’informazione giornalistica si associa una componente fondamentale di valore d’uso dove il valore sta nel tentativo di aderire alla realtà, dandone un quadro interpretativo ancorato all’attualità. Mentre alla comunicazione si associa un valore di scambio che risiede nei contenuti simbolici nelle strategie di persuasione, passando per i contenuti del vissuto quotidiano.

Da un lato c’è la griglia delle notizie di interesse collettivo, dall’altro c’è il processo continuo che qualunque attore sociale compie. Nel Novecento è caduta la pretesa dell’obiettività. Ne soffre quell’idea di usare l’informazione giornalistica come strumento di razionalità del dibattito politico. Ne soffre l’idea che il giornalismo sia il campo principale attraverso il quale l’opinione pubblica seleziona i temi rilevanti. Il giornalismo ha saputo trovare modi e forme per accompagnare la modernità. Si è adattato. Il giornalismo, non esiste più. Oggi esistono i giornalismi → pratiche di informazione giornalistica, differenziate in funzione del pubblico dei mezzi della temporalità. I giornalismi sono il lavoro e il prodotto industriale di istituzioni sociali che rispondono a pubblici, audience, interessi e gruppi sociali che trovano ancora nel giornale lo strumento che permette di fare un punto nella giornata.

Capitolo 2 – La stampa quotidiana e periodica nel Secondo Dopoguerra

1960 → Non si usava certificare né le tirature né le copie vendute di quotidiani e periodici. Il primo accertamento artigianale è avvenuto tre anni più tardi. Si vendevano poco più di 5 milioni di copie al giorno e il 76% dei giornali era di proprietà della Chiesa. 2008 → vendite in Italia 5.291.000 di copie di quotidiani. La Chiesa ha solo un quotidiano: “L’avvenire”.

Negli anni ottanta arriva la free press che si stima diffonda circa due milioni di copie al giorno. Audipress, l’istituto che certifica la lettura effettiva dei quotidiani, valuta, stima che 67% degli italiani di oltre 14 anni legge quotidiani.

La rete continua però ad avere crescite esponenziali. La più grande cesura nel sistema dell’informazione in Italia avviene in pochi anni, tra il 1981 al 1989. Prima di allora in Italia, la stampa era bottega artigianale, per poi diventare sistema industriale.

Durante la Seconda Guerra Mondiale i giornali vanno via come il pane. Escono su un solo foglio e la carta è razionata. I numeri sono altissimi. Finita la guerra, era falsa l’idea dell’epurazione dei giornalisti fascisti. Uno tra tutti il direttore del Corriere della Sera, Ermanno Amicucci, condannato a morte nel 1945 per poi essere cambiata in ergastolo, per poi ricevere l’amnistia. E un’altra beffa la mancata restituzione dei giornali ai loro legittimi proprietari estromessi dal fascismo. Esempio la vicenda della famiglia Crespi, che rimane proprietaria del Corriere, nonostante sia acclarato l’imbroglio fascista ai danni dei fratelli Albertini.

L’Italia uscita dalla Resistenza, l’Italia repubblicana se ne infischia e il Corriere, rimane ai proprietari scelti da Mussolini. La proprietà e il corpo professionale del giornalismo italiano transitano sostanzialmente indenni dal fascismo e dalla Repubblica. All’Assemblea Costituente è significativo il dibattito tra Einaudi e Andreotti con il primo che vuole inserire nella Costituzione norme che rendano verificabili e certe le fonti di finanziamento dei giornali e il secondo che schiva l’ostacolo.

Nel 1953 lavorano in Italia 1500 giornalisti, la maggior parte dei quali è cresciuta professionalmente sotto il fascismo. Le proprietà dei giornali sono divise tra industriali e la Chiesa.Verso gli anni 80, c’è stato un processo che alcuni hanno liquidato come collusione, complotto tra alcune direzioni di testata. Scordando oggi che quasi tutte le testate televisive erano consonanti nell’appoggio al pool di Mani Pulite. Le maggiori testate italiani (Repubblica, Corriere della sera, La stampa, l’Unità) avrebbero stretto un patto d’azione per appoggiare i magistrati milanesi. È assodato che tra le varie testate si passassero informazioni. Una nuova generazione giornalistica prende atto non soltanto del suo potere, ma delle sintonie diverse stabilite tra la stampa e l’opinione pubblica. Riuscivano a stabilire un contatto diretto con l’opinione pubblica nel quale gli uni e l’altra si facevano forte a vicenda.

Il rotocalco aveva già avuto qualche fortuna sotto il fascismo, ma la Liberazione scatena tutte quante le sue forze propulsive. Grande formato, grandi fotografie, didascalie che raccontano piuttosto che descrivere grandi racconti. “Oggi” di Rizzoli, nasce nel luglio del 1945, due mesi dopo esce “L’Europeo” di Benedetti. Nel 1949 uscirà “il Mondo” di Pannunzio. Nel 1955 esce l’Espresso e nel 1962 “Panorama”.

I rotocalchi hanno avuto successo perché:

  • Nel primo dopoguerra aveva le immagini. In un Paese che aveva subito oltre vent’anni di censura, vedere le cose era essenziale.
  • Godevano di una distribuzione nazionale, prerogativa preclusa ai quotidiani che non godevano di alcun sistema di teletrasmissione e quindi arrivavano in ritardo sulle piazze.
  • I periodici avevano editori non eccessivamente coinvolti nel sistema di scambio di favori con il governo o con i partiti di maggioranza.
  • L’estrema differenziazione dell’offerta di informazione tra periodici e rotocalchi: il settimanale d’opinione, come “Il Mondo”, “L’Espresso”, “Panorama”; il settimanale popolare “L’Europeo”; il rotocalco illustrato come “Life”, e i settimanali popolari tout court come “Oggi” o “Gente”.

I settimanali sono stati in grado molto prima dei quotidiani di differenziare i loro pubblici in virtù della diversificazione dell’offerta di contenuti, stili e formati. È tra i settimanali dal 45 a metà anni Settanta la vera scuola dove cresce una nuova leva di giornalisti. I periodici in quel periodo danno una proposta di giornalismo impegnato, attento alle notizie e alle opinioni.

Tra il 1966 al 1967 → acquisizione di cinque testate da parte del Gruppo Monti: Carlino, Nazione, Stadio, Il Telegrafo e il Giornale di Italia. Nino Rovelli realizza il monopolio in Sardegna.

I quotidiani sono stati a lungo merce di scambio tra l’economia e la politica. Economia che finanziava quotidiani per dare e ricevere favori dalla politica. La quale, non aveva alcun interesse a stabilire né una legge antitrust, né a garantire condizioni che potessero garantire lo sviluppo di un’industria editoriale anche nel settore dei quotidiani com’era invece accaduto con i periodici.

Tra il 1960 e il 1965 si registra un allargamento degli organici giornalistici, l’aumento della foliazione dei quotidiani, l’espansione delle redazioni dell’Ansa e della Rai. Aumentano gli stipendi. La recessione pesa sui bilanci delle aziende. Giornali in crisi, periodici che rendono fino alla metà degli anni 70 e poi tra televisione e aumento del costo della carta iniziano a calare. Nello stesso tempo però molto sta cambiando nella popolazione giornalistica italiana. Nel 1968 iniziano a nascere testate della controinformazione.

Sono gli anni dei giornali comprati e venduti, ma sono anche gli anni in cui i giornalisti prendono collettivamente coscienza di sé e del loro ruolo, arrivando a guidare il movimento per la prima legge antitrust nel mondo italiano dei media, la stessa legge che garantirà alle aziende editoriali il denaro pubblico indispensabile alla conversione tecnologica e alla ripresa industriale. “La Repubblica”, nasce il 14 Gennaio 1976. Il successo di...

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cratti1 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie e tecniche del linguaggio giornalistico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof Berni Ivan.
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