Giornalismi – media e giornalisti in Italia
Prefazione
Il giornalismo italiano vive due importanti cesure nella sua storia:
- Quando il fascismo interrompe sul nascere la via dell’industrializzazione dei media, per farne strumenti di propaganda totalitaria;
- Negli anni Ottanta, quando dopo trent’anni di stallo arrivano Eugenio Scalfari e Silvio Berlusconi. Essi hanno drasticamente cambiato il sistema dei media in Italia, dando vita a due aziende tutt’oggi in auge.
Anni Settanta: profondo processo di differenziazione del giornalismo italiano → più giornalismi.
L’Italia si è divisa in faglie e stratificazioni non più riconducibili a quelle del dopoguerra e in questa divisione editoria e giornalismo hanno giocato un ruolo importante.
Parole e potere
Che cos’è il giornalismo? Che cosa fa un giornalista? Come sono cambiati i giornali, i media e i giornalisti italiani negli ultimi trent’anni? Basta davvero avere il potere sull’informazione televisiva per governare i processi di formazione e orientamento dell’opinione pubblica?
Tre nodi fondamentali
- Il mestiere del giornalista è ancora quello che la mitologia professionale ha consegnato alla storia? È ancora uscire dalla redazione per cercare la notizia, verificarla, controllarla e poi scriverla perché sia consegnata al lettore entro il giornale, il tg, la radio?
- Il giornalismo italiano è ancora subordinato ad altri poteri?
- Che rapporto c’è tra l’attività professionale del giornalismo e i meccanismi o i processi attraverso i quali si struttura l’opinione pubblica?
La professione del giornalista è cambiata radicalmente, così come è cambiata la gavetta con cui ci si inserisce nel mondo giornalistico. Oggi il mestiere di giornalista non è più assimilabile al giornale, così come il giornale non è più solamente assimilabile al giornalismo.
Mauro Wolf diversi anni fa aveva iniziato a offrire la più originale e coerente sistemazione ai due filoni che hanno costantemente attraversato gli studi sui media, in Italia e nel mondo → concetto di discrete influenze = sono discrete, non pervasive, non univoche, non onnipotenti, non dirette, le influenze dei media sui modi in cui si strutturano le opinioni pubbliche. E a maggior ragione sono discrete le influenze esercitate dal giornalismo. Le notizie sono negoziate costantemente all’interno di un contesto culturale condiviso, nel quale i giornalisti non sono né gli unici portavoce, né i soli detentori.
- È sbagliata l’idea secondo cui i valori-notizia rimangano immutabili e che questi siano applicati indiscriminatamente per selezionare cosa le persone sapranno del mondo.
- Importanza del contesto, cioè dell’universo mediatico nel quale deve vivere ogni fatto e ogni storia.
- Nessun medium può confrontarsi da solo con il fatto o con la notizia che ne può conseguire: il flusso informativo in cui tutto è immerso non può essere non preso in considerazione.
La modernità compressa
1975-2000. Una storia da riscrivere
Seconda metà degli anni Settanta: monopolio RAI dell’informazione radiotelevisiva. Ma il giornalismo stava ancora sui giornali, non sfondava in radio e in tv, nemmeno con grandi eventi come lo sbarco sulla luna o i mondiali del Messico. Nonostante ciò i giornali stavano molto: pochissime vendite, perdite e costi alte; poco personale.
Alla metà degli anni Settanta troviamo un precipitato di tutto quanto è stato il settore dei media nel primo trentennio di storia repubblicana:
- Monopolio di Stato, e di governo, radiotelevisivo;
- Editoria quotidiana asfittica e sull’orlo del tracollo;
- Editoria periodica fiorente soprattutto però nei suoi prodotti di evasione.
In pochi anni cambia tutto → quotidiani aumentano le loro vendite dagli anni Ottanta. Da media artigianali e culturalmente poco influenti soprattutto economicamente, a un sistema dei media industriale, culturalmente e politicamente deciso e incisivo nelle strutture economiche del Paese. A non tenere nel debito conto questa osservazione si rischiano di sfuggire altri importanti elementi di analisi. È il caso di due consuete contro argomentazioni:
- La crisi dell’editoria giornalistica all’inizio degli anni Novanta;
- Blocco che il duopolio pubblico-privato ha esercitato sulla possibilità di altri investimenti o di diverse strategie industriali nel campo televisivo fino alla fine dello scorso decennio.
Nonostante i cali delle vendite i giornali guadagnano bene. Sarebbe riduttivo interpretare svolte così profonde, come il passaggio dell’editoria all’industrializzazione, come la versione italiana, magari ritardata, del commercial deluge, del diluvio commerciale che a partire dalla televisione ha investito tutto il campo dei media mondiali dagli anni Ottanta in poi. Le alluvioni lasciano solo macerie e distruzione, qua invece c’è stato un mutamento strutturale che ha portato il costruirsi faticosamente di un sistema industriale dai contorni inesistenti in precedenza.
Bisognerebbe piuttosto ragionare a fondo sulla forza e la pervasività che un mutamento tanto radicale ha portato e continua a portare dentro le aziende editoriali. Ad esempio bisognerebbe riflettere sull’equilibrio dei poteri dentro queste imprese. L’azienda editoriale si regge sul confronto fra due poteri:
- Quello creativo e professionale dei giornalisti, della direzione e della redazione.
- Quello finanziario e manageriale dell’editore.
Quando il giornale smette di essere bottega artigiana non può che esserci uno spostamento di potere. Se la bottega diventa impresa, se la creazione artigianale diventa industria, il primato di potere si sposta.
Oggigiorno pochi grandi settori e pochi grandi gruppi detengono il potere editoriale italiano. Situazione molto diversa rispetto alle mille testate degli anni Settanta. Si tratta di una situazione non ancora digerita. Questi pochi gruppi dettano le regole e tali regole sono legate a motivi economico-finanziari. Ma vendite e acquisti si realizzano ormai su basi totalmente diverse rispetto a quanto siamo stati abituati per anni.
Passaggio decisivo che deve essere schematizzato in fasi
Il primo passaggio avviene con la differenziazione e con l’espansione multimediale delle aziende editoriali. Si parla della carta perché i due colossi televisivi restano al palo nella seconda metà degli anni Novanta. La RAI ingessata dal controllo pubblico che nessuno ha mai voluto veramente scalfire. Mediaset impegnata allo spasimo nel controllo del territorio, quello rigorosamente televisivo.
È qui che, tra il 1999 e il 2000, scattano gli editori italiani → corsa ai servizi online e alla multimedialità. Il terreno era già stato preparato e si andava verso una nuova visione del giornale al di fuori del giornale. Prima scattano i grandi giornali poi si vanno avanti le iniziative pionieristiche dei piccoli gruppi. Con la differenziazione produttiva delle aziende editoriali si prepara il terreno alla Borsa. Alla fine del 1999 quasi tutti i grandi gruppi sono quotati.
Complice l’euforia finanziaria, complice l’innamoramento per il digitale, nel campo editoriale entrano finalmente nuovi soggetti. Situazioni di convergenza multimediale. La televisione non è l’unico orizzonte al quale si possa guardare. Stampa, editoria, radio, TV, multimedialità e servizi online: il vasto conglomerato lascia intravedere nuovi spazi di mercato, permette di intuire strategie imprenditoriali innovative. La novità è chiara, anche se viene subito temperata dalla volatilità che s’intuisce dietro i nuovi orientamenti finanziari. Ci sono alcune eccezioni come il caso di Borse.it ma sono rare. Passata l’euforia internettiana, spigolature, segni e novità hanno smesso di essere interpreti, almeno sui quotidiani.
Un settore con valenze non industriali
Nel 1989 esce un documento: la Commissione Cultura del Parlamento realizza un’indagine conoscitiva sul Sistema dell’informazione in Italia. Quel testo potrebbe essere preso a sintesi una stagione. Conteneva indicazioni precise sull’articolazione che avrebbe potuto prendere tanto la legge sul sistema radiotelevisivo e su una normativa antitrust. Riportava anche con rigore e lucidità insoliti, giudizi decisivi sull’informazione in Italia.
Da questa indagine emergeva che “fino agli anni Ottanta il monopolio TV e la realtà di un sistema editoriale finanziariamente passivo e vivo prevalentemente grazie ai contributi dello Stato, hanno dato al settore i contorni e la definizione di un settore con valenze non industriali e con investimenti finalizzati a ritorni non tanto di natura economica, ma piuttosto politica e culturale”.
Definizione in contrapposizione tra il termine settore e il termine sistema: editoria e media erano settori, non sistemi. Pesavano poco o nulla sull’economia italiana, non avevano valenza industriale; se contavano qualcosa era perché qualcun altro faceva politica e cultura. Si parla quindi di un settore che doveva ancora diventare sistema negli anni Ottanta.
Tre sono i fattori che cambiano volto al sistema dei media, anzi lo creano per la prima volta in Italia
- L’esplosione del mercato pubblicitario;
- L’introduzione delle tecnologie elettroniche sui quotidiani;
- L’incredibile espansione diffusionale.
L’esplosione pubblicitaria è storicamente legata al genio imprenditoriale di Silvio Berlusconi che crea Publitalia. Nessuno si era mai sognato prima di allora di andare a cercare, uno per uno, i potenziali utenti pubblicitari; nessuno aveva costruito per loro spot e campagne; nessuno aveva mai messo loro a disposizione registi e attori, pianificatori media e venditori → invenzione e creazione praticamente dal nulla del mercato pubblicitario dei media.
Il flusso televisivo si avvia con la pubblicità. È una novità sul piano economico e strutturale. La pubblicità non è soltanto offerta commerciale. La promozione dei programmi non soltanto invito all’ascolto, è anche costruzione forte d’identità di rete, di canale, di testata.
Un’altra innovazione è la legge 5 agosto 1981, n.416 “Disciplina delle imprese editrice provvidenze per l’editoria”. È una legge che arriva dopo dieci anni di battaglie, guidate dal sindacato dei giornalisti. Un decennio di mobilitazione per avere una legislazione antitrust nel settore dell’editoria quotidiana e periodica. È una legge che fissa per la prima volta limiti antitrust nel comparto editoriale, anche se limiti insufficienti, ma che portano con loro la prima sistemazione la prima regolarizzazione dei contributi pubblici alle imprese editoriali.
Vengono investiti dei soldi nell’editoria grazie alla prima regolazione dei contributi pubblici alle imprese editoriali → risanamento e ristrutturazione tecnologica del settore. Venivano stabilite le condizioni per introdurre le tecnologie elettroniche in redazione. Il processo tecnologico cambia radicalmente il processo tipografico tradizionale. Nel 1981 cambia tutto. Un grappolo di fattori concomitanti innescano il mutamento:
- Nasce un vero e proprio sistema televisivo misto, sebbene destinato ad essere regolamentato dal duopolio.
- Nasce un sistema di raccolta pubblicitaria finalmente industriale.
- Si espandono possibilità concrete di sviluppo commerciale per tutti i media nel loro complesso. Il settore più arretrato, quello dell’editoria a stampa, trova i mezzi per finanziare l’innovazione tecnologica.
Pubblicità e tecnologie permettono di vedere prospettive industriali fino ad allora impossibili. Nascono per esempio le sinergie. Il settore arretrato dell’editoria si risolleva e anche i giornali locali hanno vita più facile. Si passa gradualmente da settore a sistema.
Anni di piombo. Quando sferragliavano le linotypes e i giornali erano in crisi
Cause della crisi del giornalismo degli anni Settanta:
- Conflittualità sul piano delle relazioni industriali;
- Ostacoli all’ingresso delle nuove tecnologie;
- Rigidità derivanti dal prezzo amministrato e impossibilità di trasferire tempestivamente in avanti gli aumenti intervenuti dei costi;
- Scarsa dinamica della produttività connessa alla non favorevole situazione del mercato sul piano della domanda;
- Assenza di un piano organico dotato di strumenti di intervento finanziari e sociali, in grado di assecondare gli sforzi di riorganizzazione e ristrutturazione delle imprese finalizzati al ripristino degli equilibri economici;
- Marcata contraddizione tra un’economia entrata nella fase post-industriale del terziario avanzato ed una struttura dei servizi incapace di adeguarvisi, con effetti particolarmente penalizzanti nel settore giornalistico.
Il giornalismo italiano è stato per lungo tempo un giornalismo a diffusione limitata e a grande soggezione politica. Rapporto di subalternità e scambio tra editori e potere politico con l’atteggiamento ambiguo del giornalismo. I giornalisti italiani non hanno saputo, voluto e potuto sviluppare una significativa autonomia professionale fino all’inizio degli anni Ottanta. Due fattori sono da analizzare:
- Il prevalere di modelli di un giornalismo fatto per una ristretta cerchia di lettori, incapace di proporre soluzioni appetibili per un pubblico di massa.
- Una grandissima dipendenza dal mondo politico per motivi economici e per una storica subalternità culturale al mondo politico. Il teatrino politico: una lunga stagione nella quale il giornalismo vive su tre basi: tecnica, politica e culturale.
Un paio di esempi sostengono le interpretazioni storiche e sociologiche:
- Il pastone: nato appena dopo la Liberazione, è un articolo in cui sono concentrate tutte le notizie politiche di giornata. Nasce nei primi giorni non sottoposti alla dittatura fascista e in cui non ci sono molti mezzi a disposizioni: mancano carta, inchiostro, tipografie. Nasce quindi dall’esigenza di dire tutto in poco spazio. Questo genere è però sopravvissuto e vive ancora oggi.
- L’elzeviro: articolo culturale d’élite di terza. Si trova in mezzo alle cronache. Esempio di un giornalismo che ha avuto la pretesa di essere d’élite.
Il pastone presuppone attiva partecipazione e passione del lettore che per capirlo deve essere pratico di politica. Oggi, che l’interesse è molto scemato, a cosa serve?
Due vizi d’origine del giornalismo italiano che pretendeva di essere d’élite:
- Assoluto disinteresse degli editori ad allargare il mercato e fare del giornale uno prodotto in grado di essere venduto a un pubblico più vasto.
- Incapacità dei giornalisti di inventarsi la lingua, i temi, gli spazi, i formati per cercare un pubblico più vasto.
La breve stagione del sogno
Negli anni Ottanta cambia tutto per davvero. Accanto alla televisione pubblica nasce quella privata, che prende rapidamente le forme di un solo antagonista della RAI. Le risorse pubblicitarie diventano motore principale per i media. Il panorama mediatico è finalmente diversificato.
È in questo decennio breve, di rapida e generale effervescenza mediatica, che il giornalismo italiano cambia pelle, illudendosi per un attimo di poter essere da solo l’artefice del proprio rinnovamento. Nutre per poco il sogno d’essere, in piena autonomia, creatore del proprio destino. L’idea e l’illusione del quotidiano che scopre il gusto di raccontare il paese e per questo si fa comperare, ma solo dai lettori. Il giornale che sceglie e prende posizione e proprio perciò trova pubblico e mercato. Il giornale che nasce dall’idea di un giornalista e del gruppo di giornalisti raccolti attorno al fondatore, e da quell’idea riesce a cavare un progetto imprenditoriale, fondendo cultura e impresa. Repubblica trasforma un’operazione culturale in strategia industriale.
Due date simboliche, che includono la breve stagione del sogno
- Il 5 agosto 1981: quando esce la legge sull’editoria 416. Da una parte arrivano i finanziamenti pubblici che permettono il risanamento delle imprese editoriali, dall’altra giunge finalmente la prima normativa antitrust.
- Il 1° dicembre 1989: quando si conclude la breve stagione del sogno.
Il culmine arriva quando il giornale di Scalfari diventa davvero mainstream per il giornalismo italiano, quando inizia per davvero a fare scuola, a diventare modello e termine di riferimento per tutti gli altri. E il sogno non finisce quando cambia l’assetto azionario di Repubblica. Lì si interrompe piuttosto la prima fase di una vicenda imprenditoriale. Il sogno svanisce quando è chiaro che nell’editoria italiana ci sono condizioni che neppure lo strepitoso successo del quotidiano di Scalfari ha mutato.
Il sogno aveva preso corpo quando altri avevano potuto pensare di emulare quella vicenda e s’interrompe quando ritorna evidente come nessuno, neppure Repubblica, può sfuggire all’anomalia italiana. Gli anni delle battaglie prima della legge 416 sono stati gli anni di piombo, un’etichetta che rende bene la cupa atmosfera che il terrorismo aveva imposto al paese, ma lascia in ombra l’altro volto degli anni Settanta: un vero e proprio crogiuolo dove accadde di tutto. In quegli anni, per la prima e unica volta in maniera così vasta, il giornalismo italiano vive una fase di protagonismo collettivo. La battaglia per la legge sull’editoria e la stampa accomuna tutti. Il conflitto è sui temi, più che sulle posizioni: l’informazione giornalistica come strumento essenziale di partecipazione democratica, la richiesta di una legislatura antitrust negli anni dei giornali “comprati e venduti”.
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