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La modernità compressa 1975-2000: una storia da riscrivere

"Dovrà arrivare il sequestro Moro per fare incollare tutti agli schermi aspettando le notizie, eppure il 16 marzo 1978 tutti i quotidiani escono in edizione straordinaria il pomeriggio."

1975 La media delle vendite quotidiane arrivava a stento sopra i 4.500.000 di copie.

1978 Il giornale costava 200 lire. Le perdite erano superiori al 35% del valore di copertina e i costi di produzione erano del 40% più elevati dei ricavi netti.

1976 In Italia c’erano 76 aziende editrici ma solo 4 chiudevano il bilancio in attivo.

25 Anni fa i media erano un settore economicamente irrilevante, poi quasi all’improvviso tutto cambia: '75 5.450.000 copie vendute, '82 6.000.000 e '88-'90 6.800.000.

1989 Esce su Repubblica un’inchiesta preziosa di Maurizio Ricci che rielabora i dati di Media. Nell’Italia di 25 anni fa i media erano un settore artigianale, marginale. 15 anni più tardi i numeri dicono la realtà di un sistema ormai industriale, culturalmente decisivo e incisivo economicamente.

1997 La gestione editoriale aveva ancora un saldo in negativo con -58 miliardi, nel 1998 arriva il primo utile +27 miliardi, nel '99 +280 miliardi. Il triennio 1997-1999 sembra una buona linea di ripresa a testimonianza del buon esito degli sforzi effettuati da tutte le imprese in termini di ristrutturazione organizzativa, economica e finanziaria delle proprie strutture produttive. Pochi grandi giornali, piuttosto che gruppi, sono gli artefici della svolta: Corriere della Sera, Repubblica, Il Sole 24 Ore.

Se un gruppo editoriale è quotato in borsa le sue strategie saranno dettate da strategie industriali. All’inizio del nuovo decennio pochi gruppi dettano le regole, e queste regole sono legate in buona misura all’andamento della borsa, agli obiettivi della borsa, alle aspettative di rendita finanziaria.

Il primo passaggio (o nodo importante) avviene con la differenziazione e l’espansione multimediale delle aziende editoriali. Nel biennio '99-2000 si scatenano tutti verso i servizi multimediali e on-line. Alla fine del '99 la situazione è chiara: quasi tutti i grandi gruppi sono quotati in borsa (L’Espresso, Mondadori, Mediaset, Seat, Caltagirone).

Altri due nodi da aggiungere:

  • Complice l’innamoramento per qualsiasi cosa digitale, nel campo dell’editoria entrano nuovi soggetti.
  • Telecom affronta il campo televisivo e digitale con Seat. Viene presto assorbita da Pirelli che ingloba anche Seat e per un attimo si pensa al terzo polo. La tv non è più l’unico orizzonte cui si possa guardare. Bigelli crea borse.it nel 2000 a Bologna; quando tutti i siti economici perdono utenti sul web, questo sito tiene e perde solo il 3% a discapito di alcuni che perdono il 30-40%.

Effetto bolla: è l’effetto della bolla speculativa di internet sulle strategie dei gruppi editoriali.

Un settore con valenze non industriali

1989 Esce un documento che non ha conosciuto la diffusione che avrebbe meritato. Quell’anno la Commissione Cultura del Parlamento realizza un’indagine conoscitiva ‘sul sistema dell’informazione in Italia’. Non conteneva solo indicazioni precise sull’articolazione che avrebbero potuto prendere tanto la legge sul sistema radiotelevisivo quanto una più generale normativa antitrust.

Fino agli anni ’80 il monopolio tv e la realtà di un sistema editoriale finanziariamente passivo e vivo grazie ai contributi dello stato, hanno dato al settore i contorni e la definizione di un settore con valenze non industriali e con investimenti finalizzati a ritorni non tanto di natura economica ma politica o culturale.

In alcune righe dell’indagine menzionata sopra (della Commissione cultura) affiorano due elementi di crisi: quelli sui quali si agirà per uscirne cioè il monopolio tv e le condizioni economiche dell’editoria (cioè le condizioni di un settore che doveva ancora diventare sistema all’inizio degli anni ’80.) Questi sono i due elementi sui quali s’innescano i fattori decisivi del rinnovamento:

  • Esplosione del mercato pubblicitario: legata a Berlusconi, con l’invenzione di Publitalia da parte di Fininvest che ha goduto del decreto Berlusconi fino al ’94.
  • Introduzione delle tecnologie elettroniche nei quotidiani.
  • Incredibile espansione.

1980 La RAI raccoglie 148 miliardi di pubblicità e nello stesso anno le emittenti commerciali in totale ne raccolgono 77 miliardi.

1982 La RAI raccoglie 285 miliardi e le private 300, il sorpasso!

1987 Fininvest arriva a 1.780 miliardi contro i 160 delle altre emittenti private. Fininvest copre il 38% degli introiti pubblicitari contro il 29% della RAI.

1976 La RAI offre programmi per 5.900 ore che due anni dopo diventano 6.800 e altri due anni dopo 9.200.

1986 La RAI trasmette 14.500 ore e Finivest 19.000.

1981 Il Parlamento approva la legge 416 (Disciplina delle imprese editrici e provvidenze per l’editoria), legge che arriva dopo 10 anni di battaglie per avere legislazioni antitrust (questa legge fisserà dei limiti nell’editoria). Con i soldi dello Stato l’editoria italiana rinsana i bilanci.

1981 la Federazione della Stampa aveva siglato un accordo con gli editori. Per la prima volta venivano stabilite le condizioni per introdurre le tecnologie elettroniche in redazione. Il resto del mondo si era adeguato da 10 anni ormai.

Il pezzo scritto dal cronista passava al linotipista e da questi al proto, una volta composto l’articolo questo veniva mandato al correttore di bozze, poi di nuovo al cronista al caporedattore per i controlli.

1981 Turning point! Nasce un vero e proprio sistema televisivo misto. Si espandono le possibilità concrete di sviluppo commerciale per tutti i media. Diviso tra sinergie buone (Gruppo L’Espresso che fa nascere nuove testate e si migliora) e cattive (i Poligrafici Editoriali che omologano anche quotidiani rivali come Il Resto del Carlino e La Nazione) il giornalismo italiano si ritrova con potenzialità tecniche e giuridiche adatte.

Grazie alle tecnologie i giornali locali si producono in catene, fare un quotidiano locale costa meno e ora per pareggiare i conti bastano 10.000 copie venute a discapito delle 40.000 precedenti.

Anni di piombo: quando sferragliavano le linotypes e i giornali erano in crisi

Giovanni Giovannini ha presieduto la Federazione degli editori giornali FIEG. La FIEG nel 1990 presenta la prima edizione dell’indagine sui bilanci delle imprese editrici.

La crisi degli anni ’70 secondo Giovannini era originata dagli ostacoli in ingresso per le nuove tecnologie, scarsa produttività data da un mercato con bassa domanda. L’elenco delle cause della crisi di Giovannini è lungo ma ci sono tra queste: il costo amministrato, inferiore alle spese di produzione, la rete di vendita in monopolio (solo le edicole) e un sistema di distribuzione postale che ha di fatto stroncato il sistema di abbonamenti, la resistenza giornalista all’ingresso di nuove tecnologie. I giornalisti difendevano le loro Olivetti 22 o 36 e le loro Remingotn.

Il giornalismo italiano è stato a lungo tempo a diffusione limitata e a grande soggezione politica. Due fattori:

  • Prevalere una presenza dominante di modelli giornalistici tradizionali e spesso antiquati negli stili, nella selezione dei temi e delle notizie. Modello di giornalismo fatto per una cerchia ristretta di lettori.
  • Stravincere per lunghi decenni una grandissima dipendenza dalle aziende editoriali e delle stesse relazioni dal monopolio politico, motivata per un verso dal garantisti favori dal mondo politico dall’altro per una storica subalternità culturale e professionale dei giornalisti al sistema politico.

Il genere principe per quasi 20 anni è stato il pastone. Lo inventa Mattei quando il quotidiano torna a uscire nell’Italia del Sud liberata dagli alleati. Sono i primi giornali non sottoposti alla censura fascista ma formati da un solo foglio. L’informazione politica era la grande attrazione di quei mesi ma doveva fare i conti con quel limitato spazio. Nasce così il pastone, condensato sintetico della giornata politica. È un genere giornalistico che presume grande conoscenza da parte del lettore. Riportare le notizie così sinteticamente richiede un background informativo di notevole spessore. Quel formato giornalistico sopravvive anche quando calano gli interessi e le passioni alla vita politica. Resiste tutti gli anni '50-'60-'70. Questo genere spopolò grazie alle cronache culturali e al formato che l’ha fatto da signore: l’elzeviro. Spalla sinistra della terza pagina (pagina della cultura inventata nel 1911) ha vissuto sempre una doppia contraddizione. Se ne stava in terza, assieme a recensioni e reportage, collocazione incongrua per la pagina culturale tra la seconda dove giravano articoli della prima e la quarta dove riprendevano le cronache.

La breve stagione del sogno

Tra l’81 e l’89 muta tutto, accanto alla tv pubblica nasce la privata, le risorse pubblicitarie diventano motore principale per i media. Il panorama mediatico è finalmente diversificato: radio, tv, quotidiani e settimanali. È il sistema che nasce dal piccolo campo d’un settore artigianale per arrivare ad essere potente e grande conglomerato industriale.

È in questo decennio che il giornalismo cambia pelle. Quel tetto dei 7.000.000 di copie vendute non sarà mai più visto. Il quotidiano che scopre il gusto di raccontare il paese e per questo si fa comprare, ma solo dai lettori. Il giornale che prende posizione e proprio perciò trova pubblico e mercato.

5 Agosto 1981 - 1 Dicembre 1989 sono le date della breve stagione del sogno. Il culmine arriva quando il giornale di Scalfari diventa mainstream e inizia a fare scuola. La data dell’inizio della nostra storia è il 14 Gennaio 1976 quando esce il primo numero della redazione di Piazza indipendenza. Con la Legge 416 arrivano i finanziamenti che permettono di risanare il bilancio e arriva la prima legge antitrust. È insufficiente perché esclude i settimanali dal calcolo del 20% della tiratura nazionale concesso ad un singolo editore. La legge che arriva dopo 10 anni di battaglie detti gli anni di piombo c’è il referendum sul divorzio c’è la direzione di Ottona al Corriere che sconvolge schemi e abitudini consolidate, c’è la nascita de Il Giornale di Montanelli molto schierato a destra, c’è la riforma RAI del ’75, c’è il rapimento e uccisione di Moro nel ’78, ci sono le dimissioni di Leone e alla fine nel ’79 nasce la terza rete RAI.

La battaglia per la legge sull’editoria è condotta in prima persona dalla federazione della Stampa a cui sono vicini i gruppi e le forze della sinistra politica. Il giornale è diventato una macchina produttiva complessa, il cui compito è raccontare e interpretare quotidianamente il mondo. Repubblica aggiunge due elementi fondamentali:

  • Straordinarie capacità giornalistiche di Eugenio Scalfari.
  • Attenzione alla dimensione d’impresa.

In 10 anni la formula di Repubblica diventa quella vincente su tutta la scena giornalistica. Montanelli (in parte) e Scalfari (completamente) dimostrano che per fare un buon giornale non è indispensabile il solito industriale che voglia scambiare favori con il potere politico. Montanelli va all’accordo con Berlusconi molto prima, Scalfari ci si scontra duramente e con lui Caracciolo e De Benedetti. Lo scontro avviene nell’89 quando esce la notizia di un rovesciamento di fronte dentro la grande Mondadori. La Fininvest s’accorda con Formenton e Leonardo Forneron Mondadori. I due cugini rompono il patto di sindacato che li legava a De Benedetti, portando Berlusconi alla presidenza di Mondadori. Mondadori era da sempre socio importante del gruppo L’Espresso-Repubblica. Caracciolo e Scalfari vendono le quote di Espresso-Repubblica a De Benedetti. Caracciolo diventa presidente di Mondadori e Scalfari entra nel cda. Arriva il ribaltone, è la ‘Guerra di Segrate’. Con il controllo di Silvio alla Mondadori nasce un Moloch multimediale. Fininvest possiede tre network, Il Giornale, e Tv Sorrisi e Canzoni e Publitalia. Il gruppo Mondadori possiede l’omonima casa libraria, L’espresso, Panorama e Epoca e Repubblica e la concessionaria pubblicitaria Manzoni. Furono un anno e mezzo di battaglie e nel 1990 arriva la legge Mammì che copre un pò il tutto.

Nel 1991 la politica esce dalla porta dei giornali ma rientrerà dalla finestra, la breve stagione dei giornali che scrivono di politica senza rendere favori alla politica, quella stagione è finita. Anche gli editori più autonomi (Scalfari, Caracciolo, De Benedetti) devono ricorrere a una mediazione politica.

Processo e prodotto: il giornalismo nell'industria editoriale

1991-1997 La vendita di giornali torna a calare, la botta è pesante, subito si perde il 4,5%, nel ’93 una leggera crescita non illude nessuno. La vendita media era di 6.500.000 ma ‘grazie’ a ‘Mani pulite’. Nel ’97 ci sarà il minimo storico di 5.800.000, una lenta risalita porterà a superare i 6.000.000 nel 2000.

I media italiani sono riusciti a rispondere bene alla domanda d’informazione, cresciuta negli anni ’80. Un decennio dopo però la crescita si arresta, i media non sanno più rispondere alle esigenze. Era facile creare supplementi o periodici specializzati quando la scoperta del tempo libero creava quasi automaticamente domanda d’informazione. Molto più difficile è creare prodotti nuovi d’informazione quando le disponibilità si contraggono.

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher killer_style di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie e tecniche del linguaggio giornalistico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof Berni Ivan.
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