Teorie e metodi delle relazioni internazionali
Relazioni internazionali: il nome e la cosa
Un nome un destino?
La disciplina delle relazioni internazionali, per poter affermarsi come tale, ha dovuto subire un processo bilaterale: da una parte, l’affrancamento da discipline preesistenti, diritto internazionale e storia diplomatica, entro le quali era compresa; dall’altra, la secessione e la rivendicazione della propria identità nei confronti di scienza politica che le negava dignità scientifica e di economia internazionale.
Le relazioni internazionali, ideate da David Davies, nascono in Gran Bretagna nel 1919, (l’anno dell’istituzione della prima cattedra in International Politics, affidata ad Alfred Zimmern presso l’University College of Wales) con lo scopo di evitare il ripetersi di tragedie quali quella della prima guerra mondiale. In sostanza, è la pura presenza della guerra nel mondo a legittimare la pretesa di dar vita ad una nuova disciplina che la ponga al centro del suo interesse. Sin dal suo nascere, tale disciplina è connotata dal binomio “idealismo-realismo”. Infatti al suo interno, gli idealisti combattono per proporre il superamento della guerra, i realisti perché venga accettata.
L’espressione “relazioni internazionali” si dimostra soltanto l’etichetta di un ampio contenitore, che ingloba da sempre al suo interno discipline quali storia diplomatica, diritto internazionale, economia internazionale, studio delle guerre ecc. A loro volta, queste evocano altri ambiti del sapere. L’economia evoca le leggi dell’amministrazione domestica; la sociologia il discorso sulla società; il diritto la ricerca di ciò che è giusto.
Un dibattito a tre dimensioni
Il fatto che nel corso della storia delle relazioni internazionali si abbia sempre cercato di inquadrare le scuole di pensiero e i dibattiti all’interno di una ben precisa successione cronologica di fasi caratterizzate dal predominio di una corrente piuttosto che un’altra, ha contribuito a creare l’illusione che ci sia sempre un solo vincitore e che lo sconfitto debba abbandonare il campo. Le dimensioni del dibattito teoricamente ammissibili e concretamente praticate sono tre: l’ontologia, l’epistemologia e la metodologia. Nell’affrontare lo studio della politica internazionale si è costretti a compiere delle scelte ad ognuno di questi livelli.
L’ontologia
La dimensione ontologica è relativa al giudizio sulla natura della politica internazionale. In questa prospettiva è possibile immaginare che il dibattito esprima “n” posizioni ontologiche (di giudizi) lungo un “continuum” che ha come estremi l’anarchia e l’ordine. Che si tratti semplicemente di posizioni ontologiche lo dimostra il fatto che tutte le posizioni sono “legittime” e “argomentabili”, tutte possono trovare conferma nella storia, ma nessuna è “vera” in assoluto.
L’epistemologia
L’epistemologia deve sforzarsi di tracciare i criteri generali di validità (i fondamenti, la natura, i limiti) del sapere scientifico. In questa prospettiva, il modo più comprensivo di riassumere la pluralità di posizioni presenti nella disciplina consiste nel tracciare un “continuum” che abbia come estremi la teoria “esplicativa” e la teoria “costitutiva”, ovvero le teorie che cercano di fornire resoconti esplicativi delle relazioni internazionali, e quelle che vedono la teoria come un elemento costitutivo di quella realtà.
La metodologia
Per quanto riguarda questa dimensione, si può immaginare un terzo “continuum” che abbia come estremi l’induzione e la deduzione. Ciò significa contrapporre la logica di chi parte dall’analisi di casi particolari per arrivare alla formulazione di generalizzazioni empiriche a quella di chi, al contrario, procede dall’universale al particolare, formulando delle ipotesi di cui verificherà semmai successivamente la congruenza con la realtà.
Il disegno della ricerca
Parlare di metodo vuol dire affrontare il tema delle dimensioni con le quali è costretto a confrontarsi ogni ricercatore e che concorrono, come delle coordinate, a definire il disegno della sua ricerca. Tali dimensioni sono quattro:
- Grado di astrazione: indica il livello alto o basso di astrazione che si intende adottare, posizionandosi lungo il continuum induzione-deduzione.
- Livello di analisi: la ricerca può assumere livelli di analisi diversi a seconda dell’ampiezza con cui si intende trattare gli argomenti.
- Il tempo: anche la durata della variabile temporale concorre ad influenzare enormemente la profondità di campo dell’argomento in esame.
- Livello di comprensione: analizzare un argomento attraverso diversi livelli di comprensione significa far uso di più variabili che consentano di spiegare l’argomento da diversi punti di vista.
Un futuro senza nome?
Lo sviluppo del dibattito sul metodo, più che sulle altre due dimensioni, può rivelarsi utile per riuscire a dare un nome ad una disciplina finora intenzionalmente “anonima”. Una possibilità è che si raggiunga un’intesa almeno sul fatto che le relazioni internazionali non debbano più essere considerate un mero “contenitore”, quanto piuttosto una disciplina “globale” che si caratterizza per la capacità di offrire una visione comprensiva dei problemi che sono di interesse comune per l’intera umanità. Insomma, che si qualifichi infine come “scienza cosmo-polita”.
Realismo e neorealismo
Introduzione
A partire dalla pubblicazione nel 1948 dell’opera di Morgenthau “Politica tra le nazioni”, l’approccio realista (e neorealista) ha rappresentato il cuore dello studio della politica internazionale negli Stati Uniti. Il realismo ha costituito, per alcuni, un’utile cornice al cui interno studiare la politica mondiale. Ciò è avvenuto poiché tale approccio teorico affronta le questioni chiave delle relazioni internazionali: quali sono le cause del conflitto e della guerra tra le nazioni e quali sono le condizioni perché tra queste ultime vi siano cooperazione e pace? Per altri, il realismo è stato semplicemente il modello a cui contrapporre approcci analitici alternativi. Proprio per questo motivo, se si vuole comprendere lo sviluppo e lo stato attuale del dibattito accademico americano sulle relazioni internazionali, bisogna partire da questa scuola di pensiero.
Elementi centrali della teoria realista internazionale
Gli assunti
- Gli attori della politica internazionale: la centralità dello Stato.
Per i realisti lo Stato-nazione costituisce l’unica unità di riferimento dell’organizzazione politica, nonostante altri attori operino nel sistema internazionale. “Gli stati creano la scena in cui rappresentano i loro drammi e i loro affari quotidiani insieme agli attori non-stati. Benché possano decidere di interferire poco negli affari degli attori non-stati sono sempre gli stati a stabilire i termini delle relazioni,... quando giunge il momento critico, gli stati cambiano le regole che consentono agli attori di operare” (Waltz) - Il contesto d’azione: l’assunto anarchico.
Gli stati coesistono in un contesto di anarchia internazionale, vale a dire in totale assenza di una autorità centrale e sovraordinata. Situazione in cui – secondo Waltz – tra Stati formalmente uguali tra loro “nessuno ha diritto di comandare e nessuno ha il dovere di obbedire”. L’assunto dell’anarchia ha due implicazioni di stampo realista:- Alla luce dell’assenza di una autorità sovraordinata su cui fare affidamento, gli Stati riconoscono di coesistere in un ambiente pericoloso.
- L’assenza di tale autorità centralizzata implica il fatto che gli Stati siano per definizione agenti che provvedono autonomamente all’autodifesa. “Per raggiungere i propri obiettivi e conservare la propria sicurezza, le unità che si trovano in una situazione di anarchia, devono fare affidamento solo sui mezzi da essi prodotti e sugli accordi in proprio favore. L’auto-difesa è il principio necessario all’azione in un ordine anarchico” (Waltz)
- Gli attori: gli Stati come attori razionali, autonomi e unitari.
- Gli stati sono attori razionali. Ciò significa che hanno degli obiettivi che ordinano in modo logico e coerente, e che escogitano strategie razionali per raggiungerli. Come corollario a questo primo assunto, i realisti suppongono che gli Stati siano “sensibili ai costi” e possano modificare le proprie strategie in base a tale fattore.
- Gli Stati sono sufficientemente autonomi dalle loro società nazionali per riconoscere e perseguire gli interessi della nazione nel suo complesso e non solo di gruppi particolarmente potenti all’interno della comunità.
- Gli Stati possiedono la capacità di agire in modo coerente rispetto agli altri paesi.
Proposizioni
- L’interesse dello Stato in materia di sicurezza: gli Stati come attori difensivi.
Per la teoria realista, il fatto che gli Stati riconoscano che la forza potrebbe essere usata contro di loro li rende particolarmente sensibili alla questione della sicurezza, che rappresenta dunque il loro interesse principale. In sostanza, nella misura in cui rispondono e sono forgiati dall’ambiente esterno, gli Stati sono attori profondamente difensivi. “Nell’anarchia la sicurezza è il fine più alto. Solo se la sopravvivenza è assicurata, gli stati possono cercare in modo sicuro di raggiungere altri obiettivi come la tranquillità, il profitto e il potere” (Waltz) - La relatività del potere: gli Stati come posizionalisti difensivi.
Gli Stati, oltre ad essere consapevoli che la propria sicurezza dipende esclusivamente dai propri sforzi, tendono a preoccuparsi della propria forza relativa, perché è proprio quest’ultima a determinare la capacità di potenza e di autodifesa. Tale fattore li induce ad essere “posizionalisti difensivi”. - L’interesse dello Stato per l’indipendenza e l’autonomia.
In quanto posizionalisti difensivi sensibili al potere relativo, gli Stati cercano di essere liberi di scegliere le strategie che più probabilmente promuovono la loro sicurezza e di intraprendere quelle azioni, sia all’interno che all’esterno, che più verosimilmente saranno in grado di garantire il mantenimento della loro posizione di potere relativo e di contribuire dunque ad assicurare la loro sicurezza.
Un giudizio sull’assunto dello Stato come attore unitario
Molti hanno indagato direttamente la praticabilità e l’utilità di quello che è forse l’assunto più controverso del realismo, vale a dire l’idea che gli Stati agiscono come attori unitari, relativamente indipendenti dal carattere delle istituzioni nazionali o dalle preferenze di segmenti particolari della società. Krasner ha rilevato che una sostanziale autonomia governativa può essere osservata anche nel caso apparentemente difficile degli USA, dove uno Stato generalmente debole interagisce con una società statunitense forte. Tale scoperta è stata anche supportata dallo studio di Ikenberry sulla politica americana di liberalizzazione del prezzo del petrolio perseguita durante gli anni Settanta.
Le proposizioni realiste empiriche: verifiche empiriche ed estensioni
- L’equilibrio. Gli studiosi di impostazione realista hanno formulato tre gruppi principali di previsioni riguardanti il comportamento effettivo dello Stato e gli effetti internazionali di questo. La prima e più importante previsione è quella del “balancing”. Stati sfidati dall’aumento di potenza di un altro Stato, risponderanno a tale sfida unendosi contro la potenza in ascesa; per contrastarlo, non adotteranno un atteggiamento di “bandwagoning”, non si schiereranno dalla parte del più forte nella speranza di ricavarne i migliori accordi possibili e di sfruttare gli Stati che costituiscono l’obiettivo immediato della parte in crescita. Negli ultimi anni Stephen Walt ha modificato l’ipotesi realista suggerendo che gli Stati realizzano l’equilibrio contro uno sfidante nascente, identificato non solo in base alla sua forza materiale, ma anche in base alla minaccia politica che quello Stato può rappresentare.
- Polarità e stabilità del sistema. Per i realisti, la stabilità dell’ambiente internazionale può essere condizionata da fattori sistemici e in particolare dalla polarità del sistema, cioè dal numero degli Stati di maggior peso al suo interno. Waltz sostiene che i sistemi multipolari tendano ad essere più soggetti all’instabilità e al conflitto, e che siano quindi meno equilibrati, meno prevedibili e caratterizzati da maggior interdipendenza economica rispetto ai sistemi bipolari.
- Il realismo e il problema della cooperazione internazionale. La cooperazione è una caratteristica rilevante della politica internazionale. Tuttavia essa è molto difficile da raggiungere e da mantenere. I realisti hanno identificato tre impedimenti di natura sistemica che condizionano la volontà degli Stati di cooperare anche quando condividono interessi comuni. Il primo vincolo è rappresentato dall’alta possibilità di essere ingannati. In secondo luogo, gli Stati, costretti ad auto-garantirsi la propria sicurezza, preferiscono svolgere in piena autonomia le proprie funzioni. Il terzo ostacolo è costituito dalla questione dei guadagni relativi: gli Stati tendono ad evitare la cooperazione quando hanno la consapevolezza che i loro partner otterranno guadagni sproporzionatamente maggiori.
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Storia e teorie delle relazioni economiche internazionali
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Teorie e tecniche del lobbying
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Le principali teorie sociologiche
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