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impressione che il significato dei testi normativi sia interamente precostituito all’interpretazione,

sicché gli interpreti non avrebbero che da prenderne conoscenza.

2. Interpretare fatti => si usa dire che gli organi della giurisdizione interpretato non solo norme

ma anche fatti.

Osservazioni: questo modo di esprimersi è infelice poiché interpretare assume due significati

diversi a secondo che oggetto dell’interpretazione siano:

a. testi => interpretazione testuale => interpretazione giuridica => attribuzione di significato;

b. fatti => interpretazione di fatti => o interpretare atti e comportamenti (v. pag. 1) o

interpretare testi (v. pag. 1).

Distinzione tra interpretazione e applicazione

INTERPRETAZIONE APPLICAZIONE

1. Ammette qualsiasi soggetto, giacché 1. Ammette solo quei soggetti facenti

chiunque può interpretare; parte degli organi applicativi (giudici

2. ha ad oggetto testi normativi; ecc.);

3. precede l’applicazione; 2. ha ad oggetto norma in senso stretto,

intese come il contenuto di

significato dei testi normativi);

3. presuppone l’interpretazione;

4. non si esaurisce nell’attività

interpretativa ma include anche:

a. l’accertamento dei fatti causali;

b. la qualificazione della fattispecie

giuridica di cui si tratta;

c. la decisione della controversia.

Distinzioni tra tesi interpretative e tesi dogmatiche.

1. tesi interpretativa => stante un enunciato del tipo: la disposizione D esprime la norma N,

una tesi interpretativa risponde alla domanda: qual è il significato della disposizione D?

Quale norma esprime la disposizione D? 5

2. tesi dogmatiche => esse sono le dottrine elaborate dai giuristi. Es.: la dottrina del governo

parlamentare.

Osservazioni: 3 peculiarità delle tesi dogmatiche:

I) le tesi dogmatiche sono dottrine che i giuristi costruiscono in modo indipendente

e logicamente antecedente all’interpretazione di qualunque disposizione

normativa;

II) le tesi dogmatiche condizionano l’interpretazione, orientandola in un senso

rispetto ad un altro o escludendo certe opzioni interpretative altrimenti possibili;

III) tali tesi costituiscono premesse di ragionamenti, la cui conclusione è la

costruzione di una norma inespressa che si pretenda tuttavia implicita

nell’ordinamento. Es.: “…un atto del potere legislativo non conforme alla

costituzione è nullo”. CONCLUSIONI

L’intero discorso si riferisce e ha come base questo assunto:

interpretazione giuridica è un’interpretazione testuale concernerete dunque l’interpretazione

delle fonti atto ovvero del c.d. documenti normativi.

Per tanto conviene sottolineare che l’interpretazione intesa nelle conclusioni non si estende alla

consuetudine.

L’espressione interpretazione della consuetudine va intesa in 2 modi:

1° => per intendere l’interpretazione non propriamente della consuetudine, ma delle raccolte di usi e

consuetudini. Queste, benché siano fonti di cognizione e non di produzione e per tanto non

dovrebbero essere oggetto d’interpretazione, presentandosi, contrariamente, come altrettanti

documenti normativi sotto forma di raccolte, non differiscono in linea di principio

dall’interpretazione delle fonti – atto ovvero dei documenti normativi.

2° => propriamente intesa, l’interpretazione della consuetudine ha ad oggetto la fonte di produzione

detta “consuetudine” e non le fonti di cognizione, quali le raccolte di usi e consuetudini nelle quali

vengono raccolte e formulate.

Osservazione: così intesa l’interpretazione della consuetudine e cosa diversa dall’interpretazione

testuale. Infatti, la consuetudine, distinta dalle norme che da essa scaturiscono, non è un testo, ma è

un comportamento sociale. L’interpretazione della consuetudine, così intesa, consiste non

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nell’ascrivere significato a formulazioni normative, ma nell’attribuire senso ad una parassi sociale e

precisamente nell’inferire (produrre/causare) da una prassi sociale, l’esistenza di norme.

II Capitolo

L’interpretazione è un’attività mentale; è una congettura psicologica di natura empirica, poiché ha

ad oggetto fatti (eventi psichici) non suscettibili di controllo empirico proprio perché risiedono nella

psiche/mente.

I) congettura psicologica sul processo interpretativo è quella che va sotto il nome di: teoria

ermeneutica dell’interpretazione. Essa ritiene che il processo interpretativo abbia un andamento

triplicemente circolare.

1° circolo => esso si instaura tra le aspettative dell’interprete e il testo.

- le aspettative => costituiscono l’ipotesi interpretativa con cui l’interprete si

accosta al testo, interpretando.

- l’ipotesi interpretativa => può trarre origine:

a. dalla competenza linguistica dell’interprete;

b. dalla sua padronanza dei metodi d’interpretazione;

c. dalle sue supposizioni intorno alla ratio legis;

d. dal suo sentimento di giustizia.

Osservazioni: l’ipotesi normativa può essere confermata dal testo cui si riferisce, ma può esser

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anche invalidata (infirmata) => sostituzione con una diversa ipotesi normativa che dovrà essere

posta nuovamente a confronto con il testo per controllare la fondatezza della nuova ipotesi e così

finché ipotesi normativa e testo non si accordino. 3

2° circolo => esso si instaura tra il testo e il suo co – testo , nonché tra la norma ed il sistema

normativo cui appartiene.

Osservazione: in questo secondo circolo si assume l’idea che la singola disposizione non sia

comprensibile se non entro il sistema normativo di cui è parte. Pertanto occorre controllare la

coerenza (assenza di contraddizioni) e la congruenza valoriale (assiologica) dell’ipotesi

2 Di conseguenza.

3 Parti rimanenti del medesimo testo normativo 7

interpretativa con le altre norme ricavabili dal medesimo testo normativo, nonché con le rimanenti

norme del sistema.

3° circolo => esso si instaura tra il fatto e le norme.

L’interprete muove da una ipotesi di qualificazione giuridica del fatto => confronto della stessa

con il testo normativo (opportunamente interpretato) => se la norma dovesse smentire l’ipotesi

qualificatoria, occorrerà:

a. re - interpretare il medesimo testo;

b. rivolgersi ad altri testi;

c. formulare una diversa ipotesi qualificatoria la quale a sua volta dovrà esser sottoposta a

controllo.

II) congettura psicologica sul processo interpretativo è quella che si inscrive nella teoria dei

giochi normativi.

Secondo tale teoria si possono distinguere:

1. i giochi senza reinterpretazione => il processo di interpretazione si esaurisce in un unico

atto interpretativo irriflessa, il cui risultato è accettato e non ulteriormente problematizzato;

2. i giochi a reinterpretazione => in essi il processo interpretativo si volge in almeno tre fasi:

I) interpretazione irriflessa => c.d. significato prima facie frutto di comprensione irriflessa

e tendenzialmente coincidente con il significato letterale;

II) il risultato dell’interpretazione irriflessa, provvisorio, è messo in discussione, ponderato

ed eventualmente sostituito mediate la terza fase => c.d. significato post

interpretationem frutto di ponderazione e riflessione;

III) eventuale re – interpretazione conseguenza della prima fase => c.d. significato “tutto

considerato” frutto di decisone consapevole e ragionata (mediante, se resa necessaria,

un’eventuale re – interpretazione).

Partendo dall’assunto che l’interpretazione sia un’attività mentale (non suscettibile di analisi)

conviene considerare l’interpretazione stessa come il: discorso degli interpreti (interpretazione in

quanto prodotto). A tal riguardo distinguiamo: una teoria cognitiva, scettica e una teoria eclettica.

Osservazioni:

a. le teorie in esame hanno (tutte) ad oggetto una risposta alla domanda: l’interpretazione è un

atto di conoscenza o è un atto di volontà? ;

b. tali teorie si riferiscono implicitamente alla sola interpretazione giudiziale. 8

1° La teoria cognitiva => l’interpretazione è atto di conoscenza.

Osservazioni:

I) oggetto di conoscenza è il significato dei testi normativi intesi alternativamente:

a. o come contenuto concettuale di un testo (significato oggettivo);

b. o come intenzione dell’autorità da cui promana la norma (normativa) ( significato

soggettivo);

II) il significato deve ritenersi incorporato ai testi normativi e precostituito all’interpretazione,

che consiste nel portarlo alla luce;

III) Da questo punto di vista ogni testo normativo è suscettibile di una sola interpretazione

vera (corretta).

Analisi:

In quanto teoria del significato, la teoria in esame sostiene 3 tesi:

1. la tesi che il significato sia cosa precostituita all’interpretazione;

2. la tesi che ogni testo normativo incorpori un solo significato univoco e preciso;

3. la tesi che tale significato sia suscettibile di conoscenza (riconoscendo, tale teoria,

l’interpretazione come atto di conoscenza).

In quanto analisi del discorso degli interpreti, la teoria in esame sostiene che tale discorso

appartenga al linguaggio fungendo come mezzo conoscitivo o descrittivo. In sostanza gli enunciati

normativi sono enunciati apofantici e in quanto tali veri o falsi

Sulla teoria cognitiva => conclusioni:

la tesi che il significato sia cosa precostituita all’interpretazione è sostenibile ma ciò che non lo è, è

che ogni testo normativo esprima un solo significato univoco e preciso, suscettibile di conoscenza,

in quanto ciò contrasta con due fenomeni quali: i contrasti interpretativi e i mutamenti di

interpretazione. 9

2° La teoria scettica => l’interpretazione è un atto di volontà.

Varianti:

I) Teoria scettica estrema: i testi normativi non hanno altro significato che quello deciso

discrezionalmente dagli interpreti, liberi di attribuire qualunque significato.

Osservazioni: il significato non preesiste all’interpretazione, è piuttosto il risultato

dell’interpretazione.

La tesi dell’ interpretazione anything goes (“…per il diritto positivo un’interpretazione vale

l’altra”):

tale tesi appartiene alla variante estrema della teoria scettica, la quale sostiene che: gli interpreti

possono attribuire a qualunque testo normativo qualsiasi significato e che non vi è modo di

discriminare tra:

a. genuina interpretazione => scelta tra più significati possibili;

b. e creazione di significati nuovi.

A tal riguardo Kelsen, considerato il fondatore della teoria scettica dell’interpretazione, afferma le

seguenti tesi:

1. ogni testo normativo esprime potenzialmente non uno, ma più significati egualmente

possibili o ammissibili. Poniamo: S1, S2 e S3;

2. costituisce interpretazione cognitiva: l’accertamento di tali significati (es.: il testo T può

essere interpretato nel senso S1, o S2 o S3);

3. costituisce: interpretazione decisoria la scelta di uno di tali significati (es.: il testo T

significa S1). Essa può essere compiuta da:

a. giuristi => è una mera direttiva priva di effetti giuridici;

b. organi dell’applicazione => è interpretazione autentica nel senso che produce effetti

giuridici, almeno provvisori, almeno inter partes.

4. Talvolta gli interpreti (segnatamente gli organi dell’applicazione) attribuiscono al testo

normativo un significato nuovo che non rientra tra quelli accertati o accertabili in sede di

interpretazione scientifica (es.: il testo T significa S4 e non S1, S2 o S3 precedentemente

accertati in sede d’interpretazione scientifica);

5. Il diritto positivo connette conseguenze giuridiche a qualsivoglia decisione interpretativa

degli organi dell’applicazione, comprese le decisioni che cadono fuori dai significati

astrattamente possibili (fuori dalla “cornice”) se non che anche il significato S4 (non

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precedentemente accertati in sede d’interpretazione scientifica) costituisce interpretazione

autentica in quanto produce effetti giuridici.

La quinta tesi kelseniana è ciò che si può addurre a favore dello scetticismo estremo, ovvero:

giacché tutto è interpretabile e a tutto si può attribuire significato (anche a ciò che è fuori dalla

“cornice”) in questo senso: anything goes => “…per il diritto positivo un’interpretazione vale

l’altra”.

Tuttavia la tesi kelseniana sopraesposta, non è una tesi di teoria dell’interpretazione ma una

descrizione del diritto positivo vigente partendo dalla quale non tutte le interpretazioni si

equivalgono dal punto di vista della teoria dell’interpretazione ma si equivalgono solo dal punto di

vista del diritto positivo.

N.B. => teoria dell’interpretazione ≠ dal punto di vista del diritto positivo

I) la teoria dell’interpretazione ha ad oggetto: l’interpretazione in quanto tale, né

l’applicazione, né la norme giuridiche che ne disciplinano gli effetti;

II) per la teoria dell’interpretazione è rilevante distingue:

a. l’interpretazione dei testi normativi (l’identificazione delle norme) dall’applicazione

di norme previamente identificate;

b. la scelta di un significato (da preesistenti possibili significati) dalla creazione di nuovi

significati.

Lo scetticismo estremo, nell’ottica della tesi kelseniana, trascura, giustappunto, questa seconda

distinzione, sottolineando che per lo stesso non è necessario sostenere che:

a. né tutte le interpretazioni si equivalgono;

b. né che di fatto, talora, i giudici creano significati nuovi non inclusi nella cornice

ma soltanto che => i giudici hanno sempre discrezionalità, poiché hanno sempre possibilità di

scelta tra una pluralità di significati.

Analisi:

In quanto teoria del significato la prima variante in esame sostiene:

1. la tesi che i testi normativi non incorporino alcun significato determinato fino a che

l’interprete non lo attribuisca loro;

2. la tesi che, per conseguenza, il significato non sia cosa precostituita

all’interpretazione ma sia anzi il suo risultato;

3. la tesi che, pertanto, prima dell’interpretazione non vi sia alcun significato

suscettibile di conoscenza. 11

II) Teoria scettica moderata: ciascun testo normativo esprime, potenzialmente, non già un

solo univoco significato, ma una pluralità di significati in competizione; ciò dipende

dall’elasticità delle regole linguistiche e soprattutto dalla varietà dei metodi

interpretativi.

Una obiezione anti – scettica e una contro obiezione (v. IV cap. ; § 2 e ss.):

contro la tesi scettica si solleva il dubbio inerente alla affermazione che: tutti i testi normativi sono

soggetti a interpretazioni configgenti. Al contrario, al teoria anti – scettica, sostiene che non tutti

i testi normativi sono soggetti a interpretazioni contrastanti e che all'opposto vi sono

innumerevoli enunciati normativi il cui significato è pacifico e indiscusso (cuore della critica anti –

scettica). Del resto (sostiene tale critica) se così non fosse non si potrebbe dire esistente alla lettera

alcuna norma e, pertanto, non si potrebbe parlare di diritto.

Questa obiezione non convince laddove è più adeguato insistere sull’asserzione che ogni testo

normativo è soggetto a molteplici interpretazioni: quanto meno dal punto di vista diacronico

(storico/evolutivo).

La tesi anti – scettica, al contrario, sarebbe ben fondata se: (a) data una disposizione normativa D e

potendo alternativamente essere intesa una volta come esprimente la norma N1 o talaltra la norma

N2, tutte le controversie interpretative fossero di questo tipo. Inversamente, talora, accade che: (b)

la disposizione D esprima una norma N1, ma si controverte se sia o no defettibile ossia soggetta ad

eccezioni implicite non specificate (e dunque non vie è sempre quella alternatività che darebbe

fondamento alla teoria anti – scettica). E cosi via.

Dal canto suo lo scetticismo, non pretende che ogni disposizione sia soggetta o debba esse

necessariamente soggetta a due o più interpretazioni alternative (N1 o N2?), talché prima

dell’interpretazione non vi sarebbe alcuna norma, ma afferma soltanto che sebbene l’ipotesi (a) sia

rara l’ipotesi (b) ed altre sono frequenti a tal punto da sostenere che nessuna disposizione normativa

si sottragga a queste (ed altre) controversie.

Conclusione: l’esistenza di dissensi interpretativi non esclude l’esistenza di consensi interpretativi e

viceversa.

Tuttavia nella teoria contemporanea sembra dominare un modello anti – scettico basato sull’uso

della teoria dell’interpretazione eclettica, il cui nocciolo è costituito dalla distinzione tra casi

facili (chiari) e casi difficili (dubbi). Si afferma: i giudici non sempre hanno discrezionalità,

giacché non tutti i casi sono difficili ma vi sono altresì casi facili per i quali non vi è che una

soluzione corretta. Ciò posto, la teoria eclettica non è una forma moderata e perciò accettabile di

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scetticismo, né è una via di mezzo tra cognitivismo e scetticismo, ma è al contrario una teoria neo

– formalistica perché:

I) nega che gli interpreti abbiano sempre discrezionalità;

II) mostra di ritenere che i casi dubbi siano, dopo tutto, marginali.

L’idea che fa da sfondo alla teoria eclettica (la distinzione tra casi chiari e casi dubbi) è che i

problemi di interpretazione derivino dalla c.d. “open texture” ossia dalla vaghezza dei termini in

cui le norme giuridiche sono formulate. Importa però, sottolineare che la vaghezza (di cui parla la

teoria eclettica) è propria delle norme (i significati) non delle disposizioni (gli enunciati). Per tanto

la teoria dell’open texture ha (proseguendo per suddetto ragionamento) non l’individuazione delle

norme, ma l’applicazione di norme, previamente individuate, a casi concreti. Per essa, dunque,

l’interpretazione si risolve: nell’applicazione di norme a casi concreti. Se si traspone quanto è

stato affermato nell’attivita scientifica (la dottrina) e in quella pratica (i giudici) ci si renderà conto

che così non è, in quanto:

a. l’interpretazione dottrinale non si risolve affatto nell’applicazione di norme a casi

concreti; la dottrina si limita all’identificazione delle norme (interpretazione in astratto)

senza riferirsi ad alcuna fattispecie concreta;

b. l’interpretazione giudiziale benché si risolva nell’applicazione delle norme da applicare ai

casi concreti (interpretazione in concreto), presuppone l’identificazione delle norme da

applicare (interpretazione in astratto).

Proprio su quest’ultimo punto la teoria dell’open texture non dice nulla, ovvero non dice nulla

intorno all’identificazione delle norme, ai procedimenti intellettuali che dalla disposizione

conducono alla norma (interpretazione in astratto). In fine è possibile affermare che è proprio

nell’individuazione della norma (dalla disposizione alla norma => interpretazione in astratto) non

nella sua applicazione in concreto, che si esercita primariamente la discrezionalità interpretativa di

cui parla la teoria dell’open texture e non viceversa.

Analisi:

In quanto teoria del significato la seconda variante in esame sostiene:

1. la tesi che i testi normativi incorporino non un significato ma una molteplicità di significati

in competizione;

2. la tesi che tali significati siano suscettibili di conoscenza;

3. la tesi che il significato che risulta dall’interpretazione sia frutto di scelta (atto di volontà).

In quanto analisi del discorso degli interpreti, entrambe le varianti sostengono che: il discorso

degli interpreti appartenga al linguaggio in funzione ascrittiva (costitutiva). In definitiva gli

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enunciati sono enunciati interpretativi e in quanto tali né veri, né falsi proprio perché non

descrivono (come nella teoria cognitiva) ma ascrivono.

Sulla teoria scettica => conclusioni:

le due varianti della teoria scettica (estrema e moderata) presentano delle differenze:

- la teoria intesa in senso estremo: essa è accettabile nella parte in cui asserisce che il

significato sia il prodotto e non l’oggetto dell’interpretazione, ma non lo è quando

l’indeterminatezza radicale del significato (di cui si fa portatrice questa teoria)

impedisce di distinguere tra espressioni significanti e espressioni prive di qualsivoglia

significato.

- la teoria intesa in senso moderato: essa è accettabile in ciò che asserisce ed è confermata

sia dai contrasti interpretativi sia dai mutamenti d’interpretazione.

3° La teoria eclettica => essa cercando di conciliare le due precedenti (talvolta è atto di

conoscenza e talvolta è atto di volontà) è divisibile in 2 versioni.

Versioni:

I) essa sottolinea l’irriducibile trama aperta (open texture) ossia, la vaghezza,

l’imprecisione di qualunque disposizione giuridica e distingue una zona chiara

(familiare) ed una zona di penombra di significato di ogni disposizione normativa.

Pertanto, l’interpretazione è:

a. atto di conoscenza => quando si tratta di decidere la qualificazione giuridica di un caso

chiaro;

b. atto di volontà => quando si tratta di decidere la qualificazione giuridica di un caso

dubbio.

Analisi:

In quanto teoria del significato la prima versione in esame sostiene:

a. che il significato sia parzialmente precostituito all’interpretazione e suscettibile di

conoscenza;

b. che ogni testo normativo incorpori un solo significato, ma fatalmente vago, indeterminato,

impreciso.

I quanto analisi del discorso degli interpreti la prima versione in esame sostiene che il discorso

degli interpreti sia mutevole, poiché gli enunciati interpretativi (nei casi facili) sono talvolta

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enunciati del linguaggio descrittivo (come tali veri o falsi) talaltra (nei casi difficili) enunciati del

linguaggio ascrittivo o decisorio (come tali né veri né falsi).

II) essa distingue non tra casi facili e difficili ma tra testi chiari e oscuri.

Pertanto, l’interpretazione è:

a. mero atto di conoscenza del significato => quando un testo è chiaro ed in equivoco e non

vi sono dubbi circa il significato che esso incorpora;

b. atto di volontà => quando un testo giuridico è oscuro od equivoco e pertanto

l’interpretazione consiste nella scelta tra più significati in competizione.

Analisi:

In quanto teoria del significato la seconda versione in esame sostiene:

a. il significato sia talvolta precostituito all’interpretazione e suscettibile di conoscenza, talaltra

no;

b. alcuni testi normativi incorporino, in virtù della loro formulazione, un significato univoco e

preciso, mentre altri no.

I quanto analisi del discorso degli interpreti la seconda versione sostiene che il discorso degli

interpreti non abbia sempre lo stesso statuto metodologico, poiché gli enunciati interpretativi sono

talvolta (di fronte a testi chiari) enunciati del linguaggio descrittivo (come tali veri o falsi) talaltra

(di fronte a testi equivoci od oscuri) enunciati del linguaggio ascrittivo o decisorio (come tali né

veri né falsi).

Sulla teoria eclettica => conclusioni:

Prima variante:

1. essa tralascia interamente i problemi dell’interpretazione in astratto ovverosia i

problemi di identificazione delle norme in quanto tali o di risoluzione dell’equivocità

dei testi normativi.

2. Quanto alla tesi che gli enunciati interpretativi abbiano carattere ora descrittivo, ora

ascrittivo a secondo che il significato attribuito al testo sia pacifico o controverso, non si

vede come tali caratteri possano dipendere dal significato che esso attribuisce al testo

interpretato e non dall’identità professionale dell’interprete e dalle circostanze

pragmatiche dell’interpretazione.

Seconda variante: 15

1. anche se ammette l’equivocità dei testi normativi, mostra di crederete che tale equivocità sia

una proprietà oggettiva dei testi stessi e sia pertanto necessaria. Ciò asserito non è corretto in

quanto l’equivocità dei testi normativi è il prodotto non solo della loro formulazione ma

anche e soprattutto di 2 altri fattori:

I) la circostanza che il gioco dell’interpretazione giuridica è un gioco non cooperativo ma

conflittivo (es. gli avvocati o il p.m.);

II) la circostanza che sull’interpretazione dei testi giuridici si proiettano inevitabilmente le

dottrine (dogmatiche) dei giuristi e queste sono capaci di rendere equivoco anche il più

chiaro dei documenti legislativi.

III Capitolo

Definire e interpretare sembrano che siano due specie di un medesimo genere:

- il genere => è la determinazione del significato di espressioni in lingua;

- la specie => è il tipo di espressioni in lingua cui ci si riferisce.

Si parla infatti, di:

a. definizione in riferimento alla determinazione del significato di singoli vocaboli e di

b. interpretazione in riferimento alla determinazione del significato sia di singoli

vocaboli, sia di enunciati completi.

Analisi del termine: definizione: esso è comunemente usato per riferirsi:

1. ad un atto di linguaggio => (c.d. definizione – processo/attività) => denotato

dall’esecuzione dell’atto linguistico consistente nel determinare il significato di un termine

o di un sintagma;

2. al prodotto dell’atto di linguaggio => (c.d. definizione prodotto) => è il risultato/prodotto

dell’esecuzione dell’atto di linguaggio, ossia un enunciato. Il risultato e un: enunciato

definitorio

Distinzioni rilevanti:

I) definizioni lessicali => si definiscono tali le definizioni che descrivono il modo in cui un

dato vocabolo o sintagma è effettivamente usato da qualcuno (es.: nei dizionari).

Caratteristiche:

Le definizioni lessicali, in quanto descrivono gli usi linguistici di qualcuno sono: enunciati fattuali

=> enunciati del discorso descrittivo => come tali veri o falsi. 16

II) Definizioni stipulative => si definiscono tali le definizioni che propongono un certo

vocabolo o sintagma in un modo determinato a preferenza di altri, risultando necessarie ogni

qual volta si introduce nel discorso o un vocabolo nuovo o un nuovo sintagma.

Caratteristiche:

le definizioni stipulative, non descrivendo alcunché, sono enunciati né veri né falsi.

Le definizioni stipulative si possono ulteriormente distinguere in:

II. 1.) stipulazioni pure => è tale l’attribuzione ad un vocabolo o un sintagma di un significato

nuovo, che non trova alcun riscontro negli usi linguistici preesistenti;

II. 2.) ridefinizioni => stante il presupposto per il quale tutti o quasi tutti i vocaboli o sintagmi di

uso comune hanno un significato impreciso, costituisce ridefinizioni l’attribuzione ad un vocabolo

o sintagma in uso di un significato non ambiguo e/o meno vago.

Analisi del termine interpretazione: esso è comunemente usato per riferirsi:

a. Da un lato la c.d. interpretazione attività/processo, consistente nel determinare il

significato di singoli vocaboli, sintagmi, o enunciati completi;

b. Dall’altro l’interpretazione prodotto, riguardante il risultato o prodotto di questa attività.

È possibile distinguere ulteriormente:

1. l’interpretazione cognitiva => consistente, in generale, nell’accertare il significato/i di

una data espressione. Essa, in quanto tale è atto di conoscenza (es.: giurista). In

particolare può consistere a seconda dei casi:

a. nel constatare le diverse interpretazioni che un certo enunciato ha ricevuto (i

diversi significati che gli sono stati attribuiti;

b. nel congetturare i diversi significati possibili di un enunciato tendo conto:

- delle regole della lingua;

- delle tecniche interpretative;

- delle tesi dogmatiche, ecc.

Osservazioni: in entrambi i casi (a) e (b) l’interpretazione cognitiva si esprime mediante

enunciati del linguaggio descrittivo e come tali veri o falsi.

2. l’interpretazione decisoria => consistente nell’attribuire ad una data espressione un

significato determinato a preferenza di altri. Essa, in quanto tale è atto di volontà (es.:

giudici). L’interpretazione decisoria si esprime mediante enunciati non descritti ma

ascrittivi, come tali né veri né falsi. 17

L’interpretazione decisoria si può ulteriormente distinguere in:

interpretazione decisoria del primo tipo => consistente nello scegliere un significato univoco

a preferenza di altri nell’ambito di quelli ammissibili;

interpretazione decisoria del primo tipo => consistente nell’attribuire ad un testo normativo

un significato nuovo, che non trova alcun riscontro negli usi linguistici esistenti e/o nelle decisioni

interpretative precedenti.

Osservazioni:

I) l’interpretazione decisoria presuppone l’interpretazione cognitiva;

II) l’interpretazione cognitiva mette in luce l’indeterminatezza dell’ordinamento

(l’equivocità dei testi normativi), l’interpretazione decisoria la risolve;

III) l’interpretazione giudiziale non è mai mera interpretazione cognitiva, è sempre

interpretazione decisoria;

IV) qualunque interpretazione giudiziale consiste necessariamente nell’attribuire un

significato determinato agli enunciati proferiti dal legislatore;

V) un enunciato interpretativo, prodotto di una interpretazione decisoria, non appartiene al

discorso descrittivo e per tanto non può dirsi né vero né falso.

V Capitolo

Schema verticale: Le FONTI DEL DIRITTO sono

TESTI NORMATIVI i quali sono

SEQUENZA DI ENUNCITI i quali ( ) sono

enunciati

SEQUENZE DI PAROLE DI SENSO COMPITUO

Premessa questa schematizzazione, un enunciato contenuto in una fonte esprime una norme ma

non è una norma, in quanto la norma non è l’enunciato stesso ma il suo significato estrapolato

dall’interpretazione dell’enunciato normativo medesimo (disposizione).

Pertanto: l’interpretazione è l’attività che consiste nel determinare il significato degli enunciati

delle fonti (disposizioni) ed è dunque un’attività che si esercita:

a. su testi normativi;

b. da essi (testi normativi) si ricava norme.

In questo senso, le norme non sono l’oggetto, ma piuttosto il prodotto dell’interpretazione. 18

Osservazioni:

I) mai o quasi, un enunciato normativo si presenta con un significato univoco e ben

definito;

II) ciascuna norma è fatalmente vaga ed i suoi contorni indefiniti.

A proposito dell’equivocità normativa

I testi normativi sono equivoci e l’equivocità è fonte di dubbi e controversie interpretative. A loro

volta le controversie interpretative dipendono non dalla formulazione linguistica delle disposizioni

bensì da 3 fattori:

I fattore => è rappresentato dal contesto in cui ciascun enunciato si colloca, in quanto se da un lato

il contesto getta luce sul significato dall’altro può anche renderlo equivoco e con esso

l’ordinamento; difatti, il contesto stesso oltre ad esser rappresentato dagli enunciati circostanti è

costituito anche dall’intero ordinamento giuridico.

II fattore => esso è rappresentato dalla dogmatica. Difatti gli interpreti in generale e i giudici si

accostano all’interpretazione dei testi normativi assistiti da costruzioni dogmatiche (elaborate

prima e indipendentemente dall’interpretazione di qualsivoglia enunciato normativo) destinate

inevitabilmente a condizionare e ad orientare le decisione interpretative. Es.: la dottrina dei

principi costituzionali supremi.

III fattore => costituito dalla pluralità di tecniche interpretative. Difatti, nella maggioranza dei

casi un medesimo enunciato esprime significati diversi a seconda che sia sottoposto all’una o

all’altra tecnica interpretativa.

A proposito della vaghezza normativa

Risolta l’equivocità di un testo i problemi di interpretazione non sono ancora terminati, giacché

all’interprete si presentano ormai della norme, ma ogni norma ha una trama aperta (teoria dell’open

texture), ossia contorni indefiniti, sicché possono darsi casi rispetto ai quali l’applicabilità della

norma è dubbia e controvertibile.

A ciò si deve aggiungere che la vaghezza delle espressioni usate nel linguaggio delle fonti, fa si

che l’interprete di fronte ad un caso marginale, possa decidere discrezionalmente se la fattispecie in

esame debba o non debba essere inclusa nel campo di applicazione della norma in questione. 19

VI Capitolo

Riprendendo una distinzione fatta nel cap. III pag. 16 – 17 è possibile distinguere:

1. l’interpretazione cognitiva => accertamento di un significato (giurista);

2. l’interpretazione decisoria => decisione di un significato (giudice);

e aggiungere :

3. l’interpretazione creativa => essa consiste nell’attribuire ad un enunciato un

significato del tutto nuovo, non incluso nel novero dei significati accertati o accertabili

in sede di interpretazione cognitiva, come tale quindi => creazione di un significato

(legislatore). L’interpretazione creativa si esprime in enunciati non descrittivi, bensì

ascrittivi e pertanto né veri né falsi.

Osservazioni:

a. l’interpretazione consiste nel: attribuire significato ad un testo normativo;

b. l’integrazione del diritto consiste nel: formulare norme inespresse, ossia che non

costituiscono il significato di alcuna disposizione.

Proseguendo, è opportuno distinguere tra:

I) interpretazione in astratto (orientata ai testi) => consiste nel determinare quali norme

un testo normativo esprima, senza riferimento ad alcun caso concreto.

L’ interpretazione in astratto può essere un’:

a. interpretazione cognitiva;

b. interpretazione decisoria;

c. interpretazione creativa.

Osservazioni:

l’interpretazione in astratto decisoria consiste nel riformulare l’enunciato interpretato. Il risultato

è un nuovo enunciato che l’interprete assume come sinonimo dell’enunciato interpretato.

II) interpretazione in concreto (orientata ai fatti) => consiste nell’applicare o no ad una

singola fattispecie la norma previamente individuata in sede di interpretazione in

astratto.

Osservazioni:

1. l’applicazione di una norma ad una fattispecie concreta e ciò che si dice

4

sussunzione .

4 Sussumere: filos., ricondurre un concetto particolare a un concetto più generale; dir., riferire un caso specifico alla norma di legge

che lo contempla 20

2. se l’interpretazione in astratto mette in luce o risolve l’equivocità dei testi

normativi, l’interpretazione in concreto riduce o risolve la vaghezza delle norme;

3. ogni interpretazione in concreto presuppone logicamente un interpretazione in

astratto;

4. l’interpretazione in concreto quando è compita da un giudice è ciò che si usa

chiamare applicazione (di una norma ad un caso concreto).

La distinzione sopraesposta ci introduce alla comprensione di un’ulteriore distinzione riferita a

specifici soggetti interpretanti:

I) interpretazione dottrinale => è quella compita dai giuristi accademici nei loro studi.

Essa può essere:

a. essenzialmente interpretazione in astratto;

b. indifferentemente:

- attività cognitiva => di accertamento contribuendo alla conoscenza del diritto;

- attività decisoria => c.d. politica del diritto tesa a proporre (e influenzare) gli organi

dell’applicazione.

II) interpretazione giudiziale => è quella compiuta dai giudici nell’esercizio della funzione

giurisdizionale.

Essa è:

a. sempre interpretazione in concreto;

b. sempre interpretazione decisoria.

c. l’interpretazione giudiziale ha effetti giuridici per le parti, i loro eredi o aventi causa;

d. efficace solo inter partes => ciò significa che:

- nessuna decisione giurisdizionale può produrre effetti in capo a terzi estranei al

processo;

- nessun giudice, in linea di principio, ha l’obbligo di conformarsi alle scelte

interpretative di alcun altro giudice (anche della Suprema Corte).

III) interpretazione autentica => è l’interpretazione della legge compiuta dallo stesso legislatore

mediante una legge successiva, il cui contenuto sia appunto la determinazione del significato di una

legge precedente.

Essa è:

a. un’interpretazione in astratto;

b. un interpretazione decisoria, 21

c. contenuta in una legge (per tanto) è (v. d);

d. efficace erga omnes;

Osservazioni:

le leggi di interpretazione autentica non innovano il diritto ma si limitano a determinare il

significato di una legge preesistente non statuendo, pertanto, norme nuove ma semplicemente

ricognitive di norme preesistenti. Per questa ragione esse sono comunemente ritenuto retroattive e

cioè perché si suppone che la legge avesse già il significato che ora il legislatore le attribuisce.

Quesiti:

I) come identificare una legge interpretativa da una innovativa?

a. Le leggi interpretative si identificano sulla base di indizi puramente testuali quali il titolo

della legge (es.: Legge di interpretazione autentica);

b. le leggi interpretative sarebbero identificabili precisamente per la circostanza che esse

dettano non propriamente norme ma meta – norme (o norme di II grado) che hanno ad

oggetto solo il significato delle disposizioni interpretate.

Osservazione:

una legge interpretativa è tale a condizione che non sia per sé idonea a risolvere controversie, se

non in combinazione con la disposizione interpretata, con la quale si salda così da formare un unico

testo normativo.

II) In che senso diciamo autentica l’interpretazione della legge compita mediante legge successiva?

Ciò viene espresso per indicare il fatto che la legge interpretativa sia, in quanto legge, non

diversamente dalla legge interpretata, vincolante per gli organi dell’applicazione. Da ciò risulta

chiaro che l’interpretazione autentica legislativa non ha proprio nulla di autentico e la sua pretesa

retroattività non ha alcuna plausibile giustificazione.

III) la legge interpretativa costituisce genuino atto di interpretazione?

a. Chi ritiene di no adduce, come motivazione, che una legge consta di disposizioni e non

di norme. È di tutta evidenza che, operando su norme mediante disposizione, il

legislatore non fa opera d’interpretazione, bensì di posizione di nuovo diritto scritto;

b. chi ritiene di si sostiene che. È vera la premessa che il legislatore non può fare altro che

disposizioni e le leggi interpretative constano appunto di disposizioni, ma la conclusione

non può essere condivisa perché se è vera la premessa è ugualmente vero che anche

l’interpretazione si esprime attraverso enunciati in lingua (disposizioni).


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Menzo

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Menzo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria dell'interpretazione e dell'argomentazione giuridica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Omaggio Vincenzo.

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