Cosa intendiamo quindi per teoria della traduzione?
Una scienza? Una disciplina, un ambito di studi che studia i fenomeni traduttivi, che sono svariati, oppure una teoria specifica che ci aiuti a risolvere i problemi, le difficoltà che incontriamo nel momento in cui ci accingiamo a tradurre?
Roman Jakobson, “Aspetti linguistici della traduzione”
Questo testo fu pubblicato nel 1959, in un momento storico in cui la disciplina che studia i fenomeni traduttivi ancora non esisteva. Di fatto questo lavoro appartiene all’ambito vasto della semiotica, scienza che si occupa dello studio dei sistemi dei segni. Jakobson afferma che il senso di una parola, o segno linguistico, è la trasposizione in un altro segno che può essere sostituito a quella parola. Es.: atleta = professionista di una disciplina sportiva.
I tre modi per interpretare un segno linguistico
Ci sono 3 modi per interpretare un segno linguistico:
- Traduzione endolinguistica o intralinguistica, rewording, o riformulazione: l’interpretazione avviene mediante altri segni della stessa lingua, si ricorre ad un sinonimo, anche se dobbiamo ricordare che non esiste la perfetta sinonimia;
- Traduzione interlinguistica o propria, translation proper: l’interpretazione avviene mediante segni linguistici appartenenti ad un’altra lingua;
- Intersemiotica o transmutazione, transmutation: interpretazione di segni linguistici mediante altri sistemi di segni, non linguistici.
In modo simile, non esiste una perfetta equivalenza nel secondo caso, traduzione interlinguistica, quando i segni di una lingua vengono interpretati mediante i segni di un’altra lingua. Di solito, sostiene Jakobson, si procede a tradurre interi messaggi appartenenti a 2 codici diversi, translation involves two equivalent messages in two different codes.
Jakobson sostiene che qualsiasi idea possa essere espressa mediante qualsiasi lingua esistente.
Quando un meccanismo di tipo traspositivo, come l’uso di sinonimi, si riveli insufficiente si ricorrerà al metalinguaggio, cioè al linguaggio che si adopera per parlare del linguaggio stesso. Inoltre, sappiamo che la terminologia è in costante movimento attraverso fenomeni linguistici quali prestiti, calchi, neologismi.
Jakobson sostiene che le lingue differiscono per ciò che devono esprimere, cioè che sono solite esprimere, anziché per ciò che possono potenzialmente esprimere.
Tuttavia, in alcuni codici particolari, per es. nel linguaggio poetico, anche determinate categorie che solitamente possono essere tradotte facendo ricorso ad altre categorie del linguaggio comune, acquistano una valenza particolare. Ad esempio, la somiglianza fonetica è sentita come affinità semantica, cioè somiglianza che riguarda il senso stesso dei termini.
J. conclude dicendo che la poesia è intraducibile per antonomasia, è possibile solo la trasposizione creativa, cioè la creazione ex novo in un’altra lingua.
Questo testo è tuttora attuale proprio perché lascia poco spazio alla prescrizione di comportamenti traduttivi, non ci dice come dobbiamo tradurre, limitando il discorso a casi e situazioni specifiche, quanto piuttosto allarga il campo delle possibilità e cerca di descrivere ciò che i fenomeni traduttivi hanno effettivamente in comune.
La nascita degli studi sulla traduzione
Le riflessioni sulla traduzione sono antiche tanto quanto la civiltà umana, e tuttavia è solo verso gli anni ’50 e ’60 che si fanno delle riflessioni al fine di creare una nuova disciplina preposta allo studio dei fenomeni traduttivi:
- Molti studiosi dalla formazione letteraria, linguistica, antropologica o psicologica stanno già facendo ricerca sulla traduzione, anche se senza basi solide o coerenti, ma hanno bisogno di una base comune e autorevole: la disciplina che studia i fenomeni relativi alla traduzione ancora non esiste;
- Colonne portanti degli studi umanistici tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60: la letteratura, che era molto avanzata perché i primi studi a Cambridge erano stati avviati a metà dell’880, e gli studi di Noam Chomsky, Syntactic Structures 1957, Aspects of the Theory of Syntax 1965, che propone un approccio linguistico generativista.
Chomsky, primo pensiero, fine anni ’50, presuppone l’esistenza di regole strutturali che generano una sorta di “potenziale” univoco, coerente che sta alla base di qualsiasi manifestazione/fenomeno linguistica/o concreto, fatto di elementi sintattici, grammaticali, ecc. che determinano l’esistenza di una frase attualizzata/reale/concreta, ovvero, il potenziale chiamato Deep structure, struttura nascosta, che non si vede in superficie, ma solo sul fondo. Attraverso una serie di principi trasformativi, questa struttura profonda sale in superficie e viene trasformata in una struttura superficiale diventando un prodotto linguistico reale, manifesto, dopo aver subito delle trasformazioni attraverso dei principi.
L’aspetto che interessa maggiormente questi studiosi della traduzione è per l’appunto il primo pensiero di Chomsky e la conseguente presupposizione di proprietà linguistiche universali: aspetti/fenomeni universali comuni a tutte le lingue, perché se questo fosse vero allora la traduzione verrebbe legittimata, sarebbe sempre possibile:
- Le grammatiche generative miravano di fatto a dimostrare l’esistenza di queste proprietà nascoste, queste analogie strutturali profonde, ma Chomsky sottolinea che queste analogie interessano il codice linguistico nascosto, non utilizzabile, ma i teorici tagliano questo passaggio dalla teoria e la deep structure viene trasformata in un prodotto linguistico usufruibile di superficie;
- Saltando i principi trasformativi, i teorici della traduzione vanno a mutuare in modo sfalsato le teorie di Chomsky.
Questi studiosi vogliono di fatto cominciare uno studio di tipo sistematico sulla traduzione, ma non esiste uno studio sistematico sui fenomeni traduttivi. Finora c’erano già diversi studiosi che stavano facendo ricerca sulla traduzione, ma erano ricerche poco coese e coerenti, sporadiche, che si focalizzavano su aspetti disgiunti. Non esisteva uno studio sistematico dei fenomeni traduttivi, che è ciò a cui stanno mirando. Tuttavia, Chomsky stesso aveva espresso un forte scetticismo nei confronti dell’applicazione del suo approccio alla traduzione. Ma l’esistenza di proprietà linguistiche universali si prestava a legittimare uno studio di tipo sistematico della traduzione. Un altro problema, ostacolo, nell’ambito filosofico dell’800 era rappresentato da Benedetto Croce, filosofo, che affermava che la traduzione è impossibile, un fenomeno che non esiste, forte scetticismo nei confronti della traduzione.
C’era bisogno, dunque, di una base legittimante molto solida. Non esisteva ancora un ambito disciplinare, una scuola di pensiero all’interno di cui si potesse lavorare.
Catford e A Linguistic Theory of Translation
Catford pubblica un volume interamente dedicato alla traduzione in una rosa di lingue e non solo fra due lingue, approccio contrastivo, nel 1965, ovvero A Linguistic Theory of Translation. La teoria della traduzione diventa parte della linguistica comparata. C. mutua quello che può della linguistica, giovane, di Chomsky e sostiene che ogni significato è relativo: deve essere inteso e contestualizzato all’interno della lingua in cui viene prodotto. Ad un testo nella lingua di P, partenza, verrà attribuito un significato nella lingua di P, così come un testo nella lingua di A, arrivo, avrà un significato strettamente dipendente dalla lingua di A.
La traduzione è vista come un processo di trasferimento, in cui il testo di arrivo, TA, deve integrare elementi appartenenti al sistema della lingua di partenza, processo di importazione di elementi, simboli, significati che appartengono un codice linguistico diverso.
Catford definisce la traduzione come trasposizione di un testo scritto in una lingua mediante un altro testo, equivalente, scritto in un’altra lingua, introduzione del concetto di equivalenza. La prima definizione di traduzione di Catford dipende dal concetto di equivalenza, dato che per traduzione intende “the replacement of textual material in one language (SL) by equivalent textual material in another language”.
Catford non spiega in che cosa consista ciò che viene definito “textual material”, la linguistica testuale ancora non esisteva, la nozione di contesto non era ancora stata definita, siamo negli anni degli approcci linguistici sistematici in cui la nozione di contesto non era ancora stata approfondita e i fenomeni linguistici venivano analizzati ancora come unità a sé stante, ovvero parola per parola, frase per frase, ecc. e questo rende la sua teoria un po’ approssimativa.
Equivalenza testuale e corrispondenza formale
Catford crea una distinzione fondamentale tra due concetti di equivalenza, cercando di arrivare ad una sintesi partendo dai due poli opposti e crea una distinzione fra equivalenza testuale e corrispondenza formale, i due elementi sono una sorta di poli opposti, che dipendono l’un l’altro per la loro definizione:
- L’equivalenza testuale viene definita nel modo seguente: “un equivalente a livello testuale è rappresentato da una porzione di testo di A, arrivo, che in occasioni particolari dimostra di essere equivalente a una data porzione di testo di P, partenza”.
- La corrispondenza formale invece è rappresentata da “una qualsiasi categoria appartenete alla lingua di A, per categoria intende elementi o funzioni grammaticali, ma anche elementi semantici, che riesce ad occupare all’interno dell’economia della lingua di A una posizione il più possibile simile rispetto a quella occupata da una categoria della lingua di P all’interno dell’economia della lingua di partenza”.
Un’affermazione di questo tipo presuppone un aspetto già esistente, c’è la volontà di presentare questa teoria come scientifica: la traduzione esiste già e prevede anche un codice semiotico e non solo un testo. Inoltre, “in occasioni particolari”, introduce un’idea di contesto. L’equivalenza testuale è molto flessibile.
Se ho una categoria sintattica nella lingua A deve essere equivalente ad una categoria sintattica della lingua di P. La corrispondenza formale è molto rigida.
La corrispondenza formale si dimostra dunque più rigida di quella testuale, e sembra aver luogo a livello di langue, non di parole, e sembra avere luogo a livello di struttura, eredità di Chomsky: equivalenza della categoria sintattica, deve occupare la stessa posizione.
Catford ci offre anche delle definizioni molto precise, ma limitate, che lui chiama teorie parziali della traduzione, del concetto di equivalenza in traduzione, cioè afferma che l’equivalenza può verificarsi/ritrovarsi a vari livelli linguistici: grammaticale, lessicale, fonetico, ecc.
Per trovare una soluzione a questo relativismo e a queste definizioni approssimative del concetto di equivalenza, C. arriva ad affermare che:
- TP e TA sono equivalenti quando sono interscambiabili in una data situazione, marcata attenzione per la realtà contestuale, il contesto di utilizzo della traduzione;
- Le regole della traduzione deriveranno dallo studio delle varie situazioni concrete e poi dalla catalogazione delle probabilità di riscontro delle equivalenze a vari livelli, questo era il principio alla base dello studio della traduzione meccanica, ipotesi molto seguita negli anni ’60, che poi si è dimostrata di applicazione piuttosto riduttiva.
Periodo storico dei primi esperimenti della traduzione meccanica che inizia ad essere sviluppata negli anni ’60 nell’URSS: i finanziamenti che furono allora devoluti a questo progetto erano quantitativamente paragonabili a quelli dedicati agli armamenti nella guerra fredda.
L’approccio di Catford viene discusso quando la nozione di equivalenza vista sempre e solo in funzione del testo di partenza diventa una simmetria irreale tra lingue e culture diverse, ostacolo per lo sviluppo di una teoria esaustiva della traduzione.
Sappiamo quanto sia difficile tenere separati i vari livelli nella realtà della traduzione; inoltre, anche quest’ultima definizione di equivalenza di Catford è vaga: quando dichiara che i due testi devono essere rapportabili agli “stessi elementi principali di una data situazione” ci lascia un po’ perplessi: siamo tutti d’accordo nel definire questi elementi principali? Possono avere un significato diverso in un’altra lingua?
Invece, la sua definizione di significato come relativo, dipendente in un certo senso dalla lingua stessa, è molto interessante e avrà un seguito importante.
Eugene Nida e Towards a Science of Translating
Nel corso degli anni ’60, il generativismo di Chomsky aveva portato all’ipotesi dell’esistenza di proprietà linguistiche universali, cioè comuni a tutte le lingue. Abbiamo già detto che Chomsky non sosteneva che le “strutture profonde” fossero realmente universali, ma vi fu un teorico della traduzione che partì proprio da questo presupposto:
Eugene Nida e il suo testo pubblicato nel 1964, Towards a Science of Translating.
“Translating consists in reproducing in the receptor language the closest natural equivalent of the source language message, first in terms of meaning and secondly in terms of style” (Nida 1969: 12)
- For Nida, meaning is context-dependent, and receptors from disparate historical-cultural contexts may arrive at different meanings and will probably display non-equivalent responses;
- Nida’s assumption that translation is an act of communication;
- Nida stresses the priority of Dynamic Equivalence over Formal Correspondence;
- The focus of translation should shift from the form of the message to the response of the receptor.
The traditional focus of translation has been placed on the form of the message, an approach which Nida refers to as Formal Correspondence. Dynamic Equivalence allows the translator to alter idioms, vernaculars, slangs, colloquialism, and onomatopoeic expressions in accordance with the culture of the target language; it also requires the translator to pay attention to contemporary expressions because lexical expressions change as time passes.
Nida’s approach contributed to the translation practice and research in two respects. First, it triggered the focus shift from the form of the message to the response of the receptor by insisting upon the need to guarantee a substantial degree of equivalent responses between source and target text receptors. Second, it moved translation studies into the realm of science by formulating a linguistic theory of translation for researchers and offering a practical manual of translation for translators.
Nida si occupa della traduzione della Bibbia. Lui è il maggiore traduttore di testi biblici, in lingue differenti: offriva formazione e coordinava gruppi di traduttori che traducevano il testo biblico, tradotto in tutte le lingue del mondo. Questa attività presenta difficoltà particolari dato riguarda la trasmissione e la comprensione della parola di Dio. Inoltre, un testo come quello della Bibbia, che risale a tempi remoti, presenta comprensibili difficoltà per un traduttore, dovuta all’evoluzione diacronica del linguaggio.
Nida rifiuta l’approccio della trasposizione letterale del senso, perché egli mirava soprattutto a rendere chiaro il messaggio della Bibbia al lettore potenziale, che poteva appartenere ad una cultura profondamente diversa. L’approccio di Nida era quindi estremamente pragmatico, doveva fare i conti con la realtà non solo della traduzione, ma dell’evangelizzazione di popolazioni linguisticamente e culturalmente lontane dall’Occidente.
Nida introduce il concetto di contesto. Contestualizzando questo approccio nel momento del suo boom massimo, anni ’60, quando c’era una fortissima spinta da parte del movimento strutturalista che proponeva approcci e modelli universali, scientifici, applicabili a qualsiasi situazione. Questo ha delle ripercussioni enormi dal punto di vista teorico, è la prima vera presentazione del problema della differenza culturale dovuta a contestualizzazioni diverse nella lingua di partenza ed arrivo.
Il contesto culturale della ricezione della traduzione ha un’importanza fondamentale in questo approccio traduttivo. Il traduttore deve rendersi conto della distanza, linguistica e culturale, che intercorre tra polo di partenza e polo di arrivo, e utilizzare strumenti e strategie che gli permettano di colmare questa distanza, in modo da salvaguardare la comunicazione. Oggigiorno definiamo questo lavoro del traduttore come un processo di mediazione linguistico e culturale, che può essere più o meno delicato, più o meno visibile, ecc.
Nida fa riferimento a quella che viene comunemente definita come l’ipotesi di Sapir-Whorf che parla di relativismo linguistico o culturale. Secondo questi due studiosi la lingua avrebbe un’influenza determinante sul modo di percepire la realtà di coloro che la adoperano. Ciò significa che le strutture caratteristiche di una lingua determinano il modo in cui le persone vedono e comprendono il mondo.
Le lingue si sono sviluppate nel corso dei secoli proprio per andare incontro alle esperienze particolari e ai problemi dei loro parlanti. Vi sarebbe quindi una stretta correlazione tra lingua e habitat. Il modo di pensare dell’uomo quindi è visto dipendere da elementi culturali specifici, piuttosto che da elementi di ordine psicologico, universali.
Nida, infatti, sostiene che il significato sia inseparabile dall’esperienza personale del lettore: il senso deve essere modificato dal traduttore, deve essere calibrato per renderlo adatto alle esperienze di singoli gruppi, linguistici-culturali, di lettori.
Nida concilia il relativismo culturale con l’idea degli universali che sta alla base dei fenomeni linguis
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