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Teoria e tecniche del counselling famigliare

Caratteristiche della famiglia

La famiglia è un sistema definito “piccolo gruppo con storia”, e ha caratteristiche di struttura e di processo. Tre caratteristiche di struttura che sono cambiate nel corso del tempo sono: confini, numero di figli e legami. I confini si sono ristretti. Il numero di figli si è ridotto drasticamente. Oggi avere figli è una scelta, e ciò ha delle risonanze psicologiche molto forti. Le aspettative nei confronti del proprio figlio sono maggiori rispetto al passato. La famiglia occidentale va verso un’acutizzazione delle relazioni. Le relazioni sono più intense. I legami, con limitati gradi di libertà, sono definiti secondo un asse gerarchico.

Il primo aspetto di processo è che la famiglia è una struttura in transizione: c’è un ciclo di vita familiare. Si parte da una fase di fidanzamento, in cui ogni soggetto della coppia vive ancora con le famiglie d’origine, ad una fase di convivenza/matrimonio, in cui ciascun soggetto deve trovare la giusta distanza dalla propria famiglia d’origine, ad una fase in cui la coppia ha dei bambini, che diventeranno adolescenti e a loro volta avranno un partner e il ciclo di vita familiare si ripete. Altro aspetto di processo è la regolazione delle distanze, fra la nuova famiglia e la famiglia d’origine. Un altro aspetto di processo è che la famiglia funziona per superamento di crisi. L’immagine di famiglia è un’immagine mossa. L’idea di famiglia che vive la sua vita superando più crisi, più momenti di scelta, è quella proposta dall’approccio simbolico-relazionale. Non si tratta quindi di una tragedia essere alle prese con modalità che non funzionano più. È la normalità della vita. La famiglia che non ha problemi è una famiglia idealizzata.

Distinzione tra relazione d'aiuto, psicoterapia e counselling

(Counselling e relazione d’aiuto di Anna Maria Di Fabio, pag. 11-50)

Le professioni rivolte alla persona (medico, infermiere, insegnante...) hanno un obiettivo specifico della loro disciplina, e che quindi non ha a che fare con la psicologia, ma utilizzano anche strumenti psicologici perché hanno a che fare con la persona (es. capacità di ascolto, empatia...).

Counselling e psicoterapia hanno un obiettivo di tipo psicologico, che potremmo definire come miglioramento del benessere della persona. Il counselling è un intervento in genere medio/breve, finalizzato più a supportare gli aspetti positivi della persona e di potenziare le risorse, piuttosto che a sviscerare aspetti strutturali più profondi. In particolare è adeguato quando ci sono delle crisi di transizione, perché essa non è patologica. La psicoterapia ha come obiettivo di alleviare malesseri più strutturati. In genere, ha un respiro più largo a livello teorico, mentre a livello pratico nei consultori, secondo la Regione Lombardia è possibile fare al massimo 10 colloqui. Opera per ristabilire la salute in caso di disagio più profondo, dove si deve ristrutturare il campo intrapsichico o il campo relazionale. Il counselling e la psicoterapia hanno teorie diverse di riferimento. Ad esempio la prospettiva comportamentistica, cognitivistica, sistemico-relazionale, psicoanalitica...

Chi convocare quando qualcuno chiede aiuto?

Se un soggetto chiama per se stesso, si convoca il soggetto stesso. Qualora un genitore chiamasse il consultorio per il figlio minorenne, è necessario che vengano convocati entrambi i genitori, sia perché è necessario il consenso di entrambi i genitori per convocare successivamente il figlio, sia per capire i bisogni sia del padre che della madre, dato che le visioni in parte si sovrappongono, ma in parte divergono. Se i genitori fossero separati, bisogna comunque chiamare entrambi i genitori, con la possibilità che il consultorio si occupi di informare l’altro coniuge del contatto dell’ex moglie. In caso di rapporto conflittuale si possono fare incontri individuali, solo inizialmente.

Se il figlio è maggiorenne, ma dipende ancora economicamente dai genitori e vive ancora in famiglia, si può convocare la famiglia intera. Se il figlio è indipendente è necessario avvisare il genitore che telefona che deve essere il figlio a chiamare. Se chiama un nonno o un fratello maggiorenne, si chiede che chiamino i genitori perché la responsabilità genitoriale è loro. Se chiama un ragazzo minorenne, è necessario il consenso esplicito da parte dei genitori. Se chiama una ragazza minorenne per chiedere un aborto, e non vuole informare i genitori, oppure se la patria potestà è decaduta, è il tribunale che decide.

Non è opportuno ascoltare un minore da solo non solo per motivi giuridici, ma anche ai fini del lavoro stesso dello psicologo, perché è importante aver presente tutte le sfaccettature della realtà e non solo la visione del ragazzo. “Le prestazioni professionali a persone minorenni o interdette sono, generalmente, subordinate al consenso di chi esercita sulle medesime la potestà genitoriale o la tutela. Lo psicologo che, in assenza del consenso di cui al precedente comma, giudichi necessario l’intervento professionale nonché l’assoluta riservatezza dello stesso, è tenuto ad informare l’Autorità Tutoria dell’instaurarsi della relazione professionale. Sono fatti salvi i casi in cui tali prestazioni avvengano su ordine dell’autorità legalmente competente o in strutture legislativamente preposte.” (Art.31 del Codice Deontologico degli Psicologi).

Se è un insegnante che chiama, si può convocare l’insegnante stessa, magari con il consiglio di classe, ma non il ragazzo in modo diretto. Spesso l’insegnante avvisa i genitori che sarebbe utile portare il figlio dallo psicologo. Se chiama il figlio per un genitore anziano, si può convocare il figlio con eventuali fratelli che condividono la responsabilità, per decidere come procedere in base al problema. Vale la stessa cosa se chiama un genitore per un figlio disabile, anche se maggiorenne.

Se chiama il coniuge, bisogna capire se chiama per la moglie o per la coppia. Se chiama per la moglie è necessario dire che è la moglie che deve contattare il consultorio. Se chiama per la coppia bisogna chiedere se la moglie è informata, dare un appuntamento e dire che sia l’altro coniuge a richiamare per confermare l’appuntamento. Se chiama qualcuno per un abuso o un maltrattamento scatta la segnalazione, ma anche in questo caso si avvisano i genitori della segnalazione.

Già dalla prima telefonata si ascolta la persona che chiama, si prendono i primi dati per capire la situazione familiare. Ciò è già un atto terapeutico. Dopo la telefonata e il primo incontro, in equipe si mettono insieme i contenuti, e al soggetto viene assegnato uno psicologo. Questo primo incontro è utile nel caso il paziente debba essere inviato ad un altro servizio. La Regione Lombardia prevede 3/4 incontri iniziali di consultazione o di orientamento, in cui si cerca di comprendere il contesto e si cerca di arrivare alla formulazione di un’ipotesi di lavoro. Dopo questi 4 incontri si tirano le fila, e il soggetto decide se proseguire il trattamento oppure no. Si potrebbe consigliare il soggetto di rivolgersi a un percorso di mediazione familiare, o a servizi diversi con cui si è in rete (CPS, ad esempio). In caso contrario sono previsti al massimo 10 incontri, che possono essere di psicoterapia o counselling individuali, di coppia, familiari, psicoterapia di gruppo, accompagnamento da parte di un assistente sociale. Dare degli step rassicura le persone.

Schema di Kernberg

Kernberg distingue fra:

  • Nevrosi, che possono essere sintomatiche o caratteriali
  • Condizioni al limite (borderline), che comprendono le personalità narcisistiche e le personalità antisociali
  • Psicosi funzionali, definite così perché non accompagnate da problemi organici
  • Sindromi cerebrali organiche, che si dividono in acute (da droghe o da alcool, e quindi passeggere), e croniche (il ritardo mentale e la demenza)

Le persone affette dalle prime due condizioni hanno mantenuto intatto l’esame di realtà, ossia la funzione dell’Io che ci permette di distinguere fantasie, sogni, dalla realtà. Il counselling è utile per le nevrosi e, in alcuni casi (ma molto limitati) per le condizioni al limite e per le sindromi cerebrali organiche. È quindi uno strumento limitato, più della psicoterapia. La prima considerazione da fare quando ci troviamo di fronte a un paziente, è collocarlo in una di queste quattro categorie, in modo da comprendere se è intatto l’esame di realtà oppure no. Le persone che non hanno mantenuto intatto l’esame di realtà vanno inviate ad un servizio più idoneo.

Storia familiare e culla culturale

La prima categoria per contestualizzare la domanda del paziente è quella di prendere nota di quale fase del ciclo di vita si trova la persona o le persone con cui si parla. È utile per comprendere quali compiti di sviluppo deve affrontare. La fase del ciclo di vita è definita sul figlio più grande.

La seconda categoria è quella di indagare le relazioni attuali, che possono essere intrafamiliari, interfamiliari o extrafamiliari. Queste relazioni, se funzionano, costituiscono delle risorse. Fare l’itinerario mentale di queste relazioni con il soggetto può aiutarlo a mettere in luce queste risorse partendo da un altro punto di vista. In particolare le relazioni extrafamiliari (adulti con lavoro e figli con la scuola) sono un macroindicatore per capire la gravità della situazione. Nelle relazioni attuali ci possono essere gli eventi prossimali, ossia gli eventi critici in quel determinato periodo. Il sintomo o il disagio non c’entrano solo con la persona che lo porta, ma con tutto il contesto. Interloquendo con le relazioni attuali si deve cercare di trovare una relazione fra il sintomo e l’evento scatenante, in modo da togliere la responsabilità dal bambino.

La storia familiare riguarda le vicende avvenute “prima di ora”. Per rappresentare la storia familiare si utilizzava l’albero genealogico, strumento utilizzato in storiografia. È stato utilizzato in medicina per l’andamento delle malattie genetiche e in psicologia sistemica dagli psicologi man mano che la storia veniva a galla. Bowen trasforma l’albero genealogico, dicendo che sia più utile dal punto di vista psicologico farlo costruire al soggetto stesso, in modo da poter vedere lo stato emotivo del soggetto, e la modalità di costruzione (genogramma). La storia familiare fa da modello o da contromodello. Si può vedere a volte una ripetizione di eventi da una generazione all’altra (es. separazione, adozione). Ciò che succede può essere considerato uno svantaggio o una risorsa in base alla modalità con cui i familiari prima hanno affrontato la situazione. Quello che è successo prima ha delle risonanze con quello che vediamo oggi. È importante far riflettere le persone su quello che è successo nelle generazioni precedenti. La cosa difficile è l’evento traumatico, spesso taciuto dalle generazioni precedenti perché spesso esse non riescono a parlarne. In termini psicoanalitici si parla di trasmissione transpsichica: anche se non se ne parla, un messaggio viene trasmesso. Tale messaggio arriva alle generazioni successive con lo svantaggio che non se ne può parlare. Spesso le persone nel dialogo anche spontaneo dicono qualcosa del rapporto con i genitori. Possiamo, con gentilezza, chiedere qualcosa in più qualora fosse d’aiuto. Qui possiamo trovare gli eventi distali, eventi critici particolari che possono essere successi nella storia familiare.

Per Andolfi bisogna accendere la capacità osservativa di vari aspetti: interazioni e messaggi non verbali attraverso cui vengono veicolate le emozioni. È importante accendere un faro anche su ciò che succede dentro di noi in termini di emozioni suscitate, di pensieri... Ciò influenza quello che avviene con gli utenti.

La culla culturale (definita così da Marie Rose Moro) è la dimensione simbolica, ossia l’orizzonte che produce significati (ci propone un significato per quello che capita), in cui si può comprendere ciò che accade, anticipare ciò che accadrà e reagire all’imprevisto. Altro caposaldo per Marie Rose Moro è che non esiste il bambino isolato, ma esiste un bambino e una relazione madre-bambino all’interno di una famiglia. E la famiglia con le sue rappresentazioni e le sue dinamiche si situa all’interno delle rappresentazioni collettive. Ci accorgiamo dello spessore dell’orizzonte culturale quando incontriamo un altro orizzonte culturale.

Marie Rose Moro ci dice che il bambino nasce in una nicchia di sviluppo, ossia in un ambiente fisico e sociale, con delle pratiche di puericultura e delle specifiche rappresentazioni (immagini) del bambino e della sua crescita. Queste rappresentazioni anche nella stessa cultura si modificano nel tempo. Insieme alle rappresentazioni, anche le pratiche di puericultura.

Marie Rose Moro, neuropsichiatra e psicoanalista che lavora da molti anni in Francia si è specializzata nell’accoglienza e nella cura di famiglie immigrate e ci ricorda che per lavorare con la famiglia dobbiamo tenere conto delle rappresentazioni ontologiche, ossia l’immagine del bambino e in modo complementare l’immagine dell’adulto e del suo ruolo, e dei doveri e dei diritti di ciascuno. Dobbiamo stare attenti alle teorie eziologiche rispetto alla natura delle difficoltà e dei sintomi del bambino, e ai rimedi tradizionali. Bisogna trattare gli altri come soggetti, e non come oggetto del nostro lavoro. Ascoltare la famiglia e i suoi punti di vista, evocandone la capacità di pensiero e non passivizzandola, questo ascolto veicola il rispetto per le persone e quindi provoca generalmente un atteggiamento di fiducia. L’applicazione di un rimedio estraneo alla loro cultura serve a poco, perché rischia di irrigidire le difese famigliari contro l’esterno. Il ruolo dello psicologo potrebbe essere letto come aiutare la famiglia a costruire un racconto che dia un senso alle difficoltà loro e dei bambini. Questo discorso vale sia per gli immigrati, che per le persone italiane ma di cultura diversa dalla nostra. Non possiamo dare per scontato che tutti la pensiamo allo stesso modo. Marie Rose Moro puntualizza

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/08 Psicologia clinica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giuliabroggi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teoria e tecniche del counselling familiare e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università Cattolica del "Sacro Cuore" o del prof Greco Ondina.
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