Teoria e prassi della traduzione
Tradurre deriva dalla parola latina “Transducere”, ovvero portare un concetto da una parte all’altra. Noi stessi siamo esseri tradotti e traducenti. La traduzione è intesa come la trasposizione da una lingua all’altra di un determinato messaggio e il trasferimento culturale da una cultura all’altra essendo che comprende la cultura della lingua in cui germina l’opera. Una traduzione può essere fedele all’originale e alla lettera, libera oppure una via media tra i precedenti. Inoltre, è importante distinguere tra traduzione assistita e traduzione automatica.
Traduzione assistita e automatica
Traduzione assistita: si tratta di una traduzione in cui il traduttore lavora con l’ausilio di software di CAT (Computer Assistant Translator), dei programmi che si arricchiscono attraverso l’utilizzo.
Traduzione automatica: si tratta di una traduzione che viene fatta automaticamente da un software.
Antichità
Per secoli la parola tradurre e interpretare erano fondamentalmente molto simili, non c'era una vera e propria distinzione. Verso il 1400, alla fine della latinità, si inserisce il termine della traduzione, come azione della lingua scritta -> etimologia della lingua latina "Transducere", trasportare oltre, trasferire e il termine dell'interpretazione come operazione orale.
Origine della traduzione
La differenziazione delle lingue: la polverizzazione linguistica è ancora un enigma e ha spinto alla nascita di spiegazioni mitiche:
- Mito della torre di Babele: Dio condanna gli uomini alla confusione, rendendo impossibile la comunicazione tra gli umani (e implicitamente anche la traducibilità), come punizione divina per l'orgoglio degli uomini. Infatti, gli uomini del paese di Scinar volevano costruire una torre che giungesse fino al cielo, ma L'Eterno decise di disperdere questa gente con lingua diversa per tutta la terra affinché non potessero più accordarsi per raggiungere il cielo;
La dispersione dell'umanità e la differenziazione delle lingue furono a lungo interpretate come punizione divina (anche la traduzione potrebbe essere avvicinata alla blasfemia). La confusione babelica fu, in seguito, oggetto di alcune riletture in chiave più ottimista:
- Paul Ricoeur cerca una spiegazione più ottimistica, partendo dal fatto che la traduzione è possibile, ogni lingua porta la traccia di una lingua originaria che bisogna ritrovare (lingua pura/pre-babelica).
- Antoine Berman aggiunge che il mito di Babele non è una sciagura, ma una fortuna, in quanto presenta un'esaltazione della differenza e di ospitalità linguistica (vede una risorsa nella diversità, come arricchimento personale e accogliere l'altro, il diverso).
La storia della traduzione
La storia della traduzione viene suddivisa in due periodi principali:
- Periodo prescientifico: periodo di 2000 anni in cui non troviamo ancora una vera e propria teoria di traduzione. Si concentrano su traduzioni letterarie o testi sacri, senza una vera teoria articolata, con riflessioni nate dalla pratica di tradurre.
- Va dall'età di Cicerone all'inizio del XX secolo
- Da inizio '900 agli anni '40 del '900
Sara Barcella - IULM
- Periodo scientifico: dal 1950 a oggi, la traduzione è caratterizzata da una svolta fondamentale, con numerosi studi e questa disciplina viene insegnata nelle facoltà, con un approccio teorico più rigoroso.
Nasce la necessità di denominare questa disciplina in modi diversi a seconda dell'impostazione teorica, viene definita "scienza della traduzione", "teorie della traduzione", "traduttologia" e all'estero "translation studies".
Antico Egitto e Grecia
Il traduttore è uno dei mestieri più antichi e la prima testimonianza risale al III millennio a.C. nell'isola di Elefantina (Egitto meridionale), dove sono state rinvenute alcune tombe di Principi con incisioni che raccontano della presenza di traduttori (ci presenta già l'idea della traduzione come un lavoro di equipe, di collaborazione e confronto).
In Egitto era presente la figura dello Scriba, che leggeva i caratteri geroglifici, li sapeva leggere e interpretare. Thot era dio della scrittura e protettore degli scribi e l'origine delle diverse lingue era a lui associata. I geroglifici erano considerati delle incisioni sacre. Coloro che non parlavano la lingua d'Egitto erano definiti dall'etimologia greca di 'colui che balbetta' in quanto non conoscevano la lingua civile. Un'espressione simile a questa veniva usata per gli stranieri "egizianizzati", i quali fungevano non solo da interpreti, ma anche da spie, agenti, corrieri e mercenari.
In una società fortemente etnocentrica come quella egiziana non venivano tradotte molto le altre lingue e i contatti con lo straniero erano limitati quasi esclusivamente ai commerci e alle guerre, i faraoni in queste situazioni si servivano di "proto interpreti". La testimonianza di queste figure si può ritrovare nelle iscrizioni della necropoli egiziana che menzionano i nomi di tre alti funzionaridefiniti capo-interpreti.
I sumeri, intorno al 2300 a.C., furono conquistati e i conquistatori, gli accadi, si accorsero della profonda cultura dei sumeri, quindi ne studiano e ne imitano le opere letterarie. Per questo le popolazioni accadiche intraprendono la redazione dei primi dizionari della storia, glossari bilingui sumero - accadici che includevano l'ideogramma sumero, la pronuncia e la sua traduzione, talvolta seguita da un sinonimo o una definizione. L'accadico, insieme all'amarico, fu l'unica lingua dell'antico Egitto.
Successivamente, il faraone Psammetico I (664-610 a.C.) intendeva ottenere il sostegno militare della Grecia e si aprì alla lingua dello straniero, inviò dei bambini egiziani presso mercenari greci, i quali aveva sistemato in stanziamenti stabili sul territorio egiziano, affinché apprendessero la lingua greca e ne facessero poi da interpreti tra i due popoli.
In Egitto la situazione linguistica mutò verso il bilinguismo in seguito alla conquista da parte di Alessandro III (332 a.C.) e, stringendosi i legami tra Egitto e Grecia, si iniziarono a tradurre diversi testi. Fino a quel momento i greci non avevano tradotto mai dei testi, perché, come accadeva nell'Antico Egitto, consideravano le altre lingue "barbare" e la propria come unica lingua che contenesse tutto ciò che si doveva sapere.
Nell'epoca alessandrina
Vediamo la nascita delle prime traduzioni in greco:
- La traduzione della Bibbia dall’ebraico verso il greco "Bibbia dei Settanta";
- "La Storia dell'Egitto", scritta dal sacerdote egiziano Maneton: fu redatta in greco traducendo fonti autentiche egiziane per volere di Tolomeo I, ma i trenta tomi di cui era composta bruciarono nella biblioteca di Alessandria;
- La stele di Rosetta: risale alla dinastia tolemaica ed è la traduzione più celebre dell'antichità. Fu ritrovata nel 1799 a Rosetta, composta da due fasce di iscrizioni sulla lastra di basalto, il testo in egiziano con caratteri demotici e geroglifici e di seguito la traduzione in greco. Grazie alla Stele di Rosetta J.F. Champollion è riuscito a decifrare nel 1822 la scrittura geroglifica.
Durante il regno di Tolomeo I, nel 300 a.C., l'attività di mediazione linguistica, per contatti tra Egitto e Grecia, era svolta da figure per i quali veniva usato il termine Hermeneus, che presso i romani diventerà l'Interpres, ovvero coloro che svolgevano una funzione prettamente commerciale (etimologia inter pretium = si pone a metà tra i prezzi). Entrambi i termini erano utilizzati per indicare anche coloro che spiegavano i testi troppo complessi di oracoli, leggi e poesie.
Antica Roma
Nell'antichità l'approccio della cultura greca nei confronti della tradizione era disinteressato, al contrario, la cultura romana si considera come 'una sorta di satellite della cultura greca', poiché si assiste ad un processo di apertura e assimilazione delle culture colonizzate.
Nella civiltà romana la traduzione ricopre un ruolo fondamentale: fini politici, militari, commerciali, ma soprattutto traduzione di testi sacri e opere letterarie. La società romana è bilingue, quindi non vi è vera necessità di tradurre dal greco, ma rivela un grande interesse letterario.
Le prime opere romane non ci sarebbero stante se non ci fosse stata la cultura greca e la sua traduzione, i primi letterati latini fecero della traduzione, la fonte primaria della loro scrittura in proprio.
La prima opera epica latina è l'Odusia del poeta Livio Andronico (uno schiavo greco che viveva a Roma), che tradusse in versi l'Odissea di Omero. Viene considerato il primo poeta romano o primo traduttore europeo della storia. Andò a ricalcare l'opera greca, attraverso un processo che fu definito vertere, una via di mezzo tra una scrittura e una traduzione, concentrandosi maggiormente sul testo di arrivo. [-> opere originali latine ma con un riferimento alle opere greche (anche più di una) -> capiremo come ogni creazione originaria non sia mai originale al 100%, ma interconnessa con opere precedentemente scritte. Non si tratta di plagio, ma di aemulatio, vista come una tecnica positiva.]
Andronico si preoccupa della leggibilità del testo nella cultura di arrivo:
- Ad esempio, la Mòusa greca viene resa con Camena, una divinità italica -> traduzione di tipo addomesticante.
- Essendo la prima traduzione artistica della storia romana, tenta di riproporre anche lo stile dell'opera originale creando così una poesia latina e non una poesia greca in lingua latina.
- Anche le metafore sono dipendenti dalla cultura, quindi Andronico si interessò anche a renderle comprensibili nell'uso della lingua latina, ad esempio "il sangue si raggela", al posto di "sciogliersi delle ginocchia e del cuore". In altri casi, decide di eliminare completamente alcune metafore, nell'impossibilità di tradurle in una forma accessibile al lettore latino. Altre volte amplia il testo fonte attraverso un processo di 'appropriazione a distanza'.
- Anche il linguaggio, nuovo per il lettore romano, lo attinge dai canti eroici delle “gentes” romane più illustri.
Il suo obiettivo era romanizzare il testo greco, quest'opera fu un'opera utilizzata come strumento didattico per oltre un secolo per imparare il greco e per avvicinarsi ad una mitologia nuova. Sara Barcella - IULM
Si dedica anche alla produzione teatrale scrivendo drammi in aemulatio (rielaborazione artistica, competizione creativa) o imitatio (versione libera che può combinare più fonti di modelli greci o solo uno) riprendendo modelli greci.
Ennio, come Andronico, fu mediatore tra cultura greca e cultura romana e si ispira ai modelli greci che imita, contribuendo a sviluppare il meccanismo di appropriazione dell'opera straniera che veniva romanizzata, ma presentata come un'opera propria, come fosse un originale latino. Al contrario di Andronico, rimasto comunque vicino alla tradizione latina, Ennio si preoccupava maggiormente di rinnovare la tradizione romana. Per questa ragione adotta l'esametro dattilico (metro di discendenza greca) e numerosi neologismi. Opera principale di Ennio sono i suoi "Annales”, dove nell'incipit si presenta come reincarnazione di Omero, si presenta alla cultura romana come un promotore di una nuova tradizione, abbandonando il metro saturnio e sperimentando più generi letterari.
- Ad esempio, negli Annales, non c'è più Camena ma vengono introdotte le Muse.
Plauto, commediografo, attinge ai materiali dei principali autori della commedia nuova greca per trovare materia delle proprie opere in latino. Si parla di contaminatio, a metà tra la traduzione e l'imitazione dell’opera, ovvero una traduzione dell'opera greca che viene arricchita di scene o personaggi di altre opere straniere per realizzare un'opera originale, con il tentativo di superarla e di appropriarsene a fini creativi.
Plauto definisce questo approccio "vertere barbare", ovvero tradurre, volgere, nel senso di trasformare dal greco al latino.
Cicerone è il primo riferimento teorico sul tradurre di cui si abbia testimonianza 'De optimo genere oratorum' -> frammento di testo dedicato all'eloquenza oratoria, che segnerà le diverse riflessioni, in quanto fornì un modello, una chiara via per tradurre le opere.
Cicerone non fa che teorizzare e mettere nero su bianco un modo di tradurre che era in voga, una traduzione che non sia letterale ma che tenga conto del senso complessivo dell'opera originaria. "... con le espressioni stesse del pensiero, con gli stessi modi di rendere questo, con un lessico appropriato all'indole della nostra lingua, non ho creduto di rendere parola per parola, ma ho mantenuto ogni carattere e ogni efficacia espressiva delle parole stesse".
- Ammette una duplice funzione del tradurre:
- Può arricchire chi ne fa ricorso, facendogli conoscere l'opera dello straniero e assimilarne alcuni caratteri.
- Funzione più didattica e divulgativa per gli studiosi.
Dice di aver tradotto da oratore, non già da interprete e utilizza il verbo 'convertere' curando la forma del testo in dirittura di arrivo, e non da interprete di un testo, non parola per parola ma in grado di rendere la forza comunicativa di cui le parole sono dotate, per rendere, quindi, il senso e l'efficacia espressiva delle parole -> traduzione libera e bella verso la cultura latina. (quasi venti secoli dopo Newmark la definirà 'traduzione comunicativa')
Predilige tra i due metodi, parola per parola o traduzione libera, l'approccio dell'orator, rispetto a quello dell'interpres. Non promuove del tutto una traduzione libera, ma dice che lui ha reso i testi greci in latino come un oratore, in antitesi a come avrebbe lavorato un traduttore -> bisogna ottenere una purezza, una correttezza e un'eleganza dei termini, privilegiando la lingua di arrivo.
Quintiliano e Orazio riprenderanno la posizione di Cicerone, ribadendo l'importanza di essere fedeli ai contenuti piuttosto che a una traduzione letterale.
Cicerone realizza anche una riflessione riguardante la traduzione interlinguistica, praticata come esercizio creativo per perfezionare le proprie abilità. Racconta che come esercizio di scrittura lui Sara Barcella - IULM leggeva un'opera in latino fino a quando riusciva a tenerla a mente e poi la riscriveva con parole differenti, è un modo di tradurre, trasporre con traduzione interlinguistica, una parafrasi.
La storia della Bibbia
La storia della Bibbia è legata alle traduzioni che nel corso dei millenni hanno comportato cambiamenti alla fede e alla pratica religiosa e fondamentali per la transizione tra culture (semitica-ellenica-latina). La parola Bibbia deriva dal latino Biblia e dal greco Biblion, ovvero i libri, che include l'Antico e il Nuovo Testamento. L'antico testamento fu scritto prima dell'anno zero, in ebraico e il nuovo testamento, scritto dopo l'anno zero in greco. Si rifanno alla tradizione orale del popolo giudaico e furono in seguito scritti su dei rotoli.
La Torah, la quale costituisce i primi cinque libri, definiti dai cattolici il Pentateuco, fu tradotta per la prima volta dall'ebraico al greco intorno al 300 d.C. per volere di Tolomeo il Filadelfo. Si chiama Bibbia dei Settanta (Septuaginta) perché sembra che venne scritta da settanta studiosi che lavorarono individualmente a tradurre da sé la bibbia. Una volta finito, si ritrovarono per consultarsi, e tutti settanta si accorsero che tutte le loro traduzioni corrispondevano -> emblema della traduzione collaborativa (si dice che, appunto, l'ispirazione divina avesse guidato l'operazione), ma paradossale, in quanto ognuno lavorò individualmente. Questa traduzione dei settanta e la sua leggenda ebbe un duplice effetto:
- Le traduzioni della Bibbia sono a lungo state ritenute ispirate dal Divino;
- Ha avviato una pratica traduttoria caratterizzata da lavori collettivi -> responsabilità condivisa che avrebbe protetto il singolo traduttore dalla condanna.
Questa traduzione fu tradotta, in realtà, nel periodo di circa un secolo, prima della venuta di Cristo. È vero che i traduttori non si incontrarono, non tutti, in quanto la traduzione fu condotta da traduttori che vissero in momenti diversi. Chi arrivò dopo andò a perfezionare le traduzioni precedenti, arrivando ad ottenere una sola versione. La Septuaginta rimase a lungo il testo dal quale fu tradotto il Vecchio Testamento nelle altre lingue e rappresentò una lingua sacra.
Nel II sec. d.C. fu prodotta una nuova Bibbia di Aquila, di cui ci sono rimasti pochi frammenti. Nel frattempo, anche la chiesa cristiana aveva iniziato la traduzione verso il latino, La Vetus latina, e si presuppone un lavoro collettivo partendo da una fonte greca -> si avvia così la lunga tradizione della traduzione della bibbia e la sua diffusione sostenuta nei secoli dalla Chiesa.
San Girolamo è il "patrono dei traduttori”, e tradusse dal greco e dall'ebraico l'Antico e il Nuovo Testamento in latino, conosciuta come "Vulgata". San Girolamo nasce in Illiria, raggiunge Roma per studiare e seguendo l'esempio di anacoreti egiziani prende i voti. Trascorre due anni nel deserto in Oriente e in seguito si sposta a Costantinopoli, dove studiò greco ed ebraico. Quando torna a Roma, viene scelto come segretario personale, interprete e consigliere spirituale del papa Damaso I che gli commissiona la traduzione della Bibbia. Alla morte del Papa viene accusato di infamia, non venne scelto come successore del papa e si allontanò, raggiungendo Betlemme. (oggi le sue spoglie si trovano a Roma). Dopo aver fatto una traduzione del Vecchio Testamento, una sorta di revisione della Vet
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Teoria e prassi dell'interpretariato e della traduzione - Laurenti, Pignataro