TEORIA E PRASSI DELLA TRADUZIONE
Nel passato non c’era distinzione tra tradurre scritto e orale, bensì era presente l’idea di
interpretare tra una lingua all’altra. La parola tradurre viene introdotta dopo con la fine della
latinità, significa trans ducere, trasferire da una parte all’altra/ trasportare oltre.
La differenziazione delle lingue viene attribuita all’episodio
della torre di babele. Gli uomini parlavano una lingua unica
e volevano costruire una torre per raggiungere il cielo e Dio,
che li punì dandogli lingue differenti, rendendo impossibile
la comunicazione tra gli uomini. Il traduttore si oppone
quindi a un desiderio di frammentazione linguistica
(traduzione – blasfemia).
Questa condanna porta all’incomunicabilità umana e
l’intraducibilità, ma c’è comunque chi crede che le diverse
lingue siano nate in momenti diversi e in diversi luoghi del mondo.
Paul Ricoeur, teorico del 20esimo secolo, parte dal concetto che la differenziazione delle lingue
non sia una punizione divina, ma un dono dell’umanità. Afferma che se la traduzione esiste, è
possibile e che al di sotto, fra lingue diverse, ci sono tracce comuni di una lingua originaria e
perduta, la lingua pre-babelica.
Secondo Antoine Berman, la punizione non è una sciagura ma anzi permette di tirar fuori
l’esaltazione delle differenze, è quindi una risorsa. Se parlassimo tutti la stessa lingua non ci
sarebbe la possibilità di arricchirsi, non ci sarebbe più uno scambio di ricchezze e culture.
Proprio nella diversità c’è la possibilità di arricchimento. ---- visione ottimistica del mito.
Molti studiosi pensano che il latino sia la lingua originaria, poiché le lingue neolatine sono un mix
di latino e altre lingue, ciò significa che la lingua comune era il latino. Se si vuole risalire a una
lingua comune ancora più antica si può far riferimento alle lingue indo-europee.
Possiamo distinguere due periodi storici:
Periodo prescientifico- Cicerone es. si traducevano principalmente testi sacri, es Bibbia. Va
dall’antica Roma agli inizi del 900.
Dal 900 ad oggi (periodo scientifico) sono emersi studi sulla traduzione, diventa quindi una
disciplina insegnata nelle università, assumendo carattere scientifico. Prima erano solo
speculazioni teoriche.
ORIGINE DEL TRADUTTORE: la più antica testimonianza dei traduttore risale a 5000 anni fa
(terzo millennio a.C) c’è un’isola sul Nilo (Elefantina), sulle tombe dei principi egizi è presente un
riferimento alla professione del traduttore. Viene presentato come una figura che lavora in
gruppo. Gli egiziani avevano gli scribi, coloro che conoscevano i geroglifici e sapevano leggerli,
coloro che sapevano interpretare la scrittura sacra, che derivava dal dio Thot, dio della magia e
della scrittura e patrono degli scribi. La scrittura assume quindi un valore divino.
Coloro che non parlavano la lingua d’Egitto erano definiti ßapßapoc, colui che balbetta poiché
non parla la lingua “civile”. Le culture che provano disprezzo per le altre culture traducono
generalmente poco, mentre quelle che hanno una bassa consapevolezza della propria
scrittura traducono molto di più rispetto a quelle che si sentono superiori rispetto alle
altre. Infatti, i contatti degli egizi con le altre culture si limitavano al commercio. Questo concetto
vale anche per i greci. Di fatto hermeneus (tra Greci e egizi) o interpres (presso i romani) deriva
da inter pretium – “ tra i prezzi” , in riferimento ai prezzi commerciali di cui l’interprete si
ritrovava a mediare.
In oriente la traduzione ebbe un ruolo importante. La civiltà dei Sumeri era molto evoluta, ma
venne conquistata da un altro popolo, gli Accadi sotto Sargon il Grande nel 2300-2200 a.C. I
conquistatori che entrarono in contatto con la civiltà conquistata si resero conto dell’importanza
delle loro conoscenze scientifiche trasmesse in forma scritta, e inventarono i primi dizionari
della storia per assimilare il loro sapere. Era presente l’ideogramma sumerico, la sua pronuncia e
poi il suo significato nella lingua dei conquistatori. Queste sono le prime traduzioni in una società
effettivamente bilingue.
Ad un certo punto i legami tra Egitto e Grecia si rafforzano quando il faraone Psammetico I nel
600 a.C. vuole ottenere il sostegno militare della Grecia, e si inizia a tradurre in maniera più
sostanziosa, mandando anche alcuni bambini egiziani presso i mercenari greci per far imparare
loro il greco e divenire poi interpreti fra i due popoli.
Verso il 300 a.C. l’epoca Alessandrina (
L'età ellenistica si fa convenzionalmente iniziare con il 323 a.C., anno
della morte di Alessandro Magno e terminare con la morte dell'ultima sovrana ellenistica, Cleopatra d'Egitto e con la
vede la produzione di due
conquista romana del Regno tolemaico d'Egitto (battaglia di Azio del 31 a.C.))
traduzioni fondamentali:
- della Bibbia dei 70 dall’ebraico al greco
- la Stele di Rosetta, ritrovata nel 1799 a Rosetta, un testo risalente alla dinastia tolemaica
(L'Egitto tolemaico è stato un regno del periodo
ellenistico governato dalla dinastia tolemaica iniziata
con Tolomeo I - dopo la morte di Alessandro Magno nel
323 a.C. - e conclusasi con Cleopatra VII con la
conquista romana nel 30 a.C. e la successiva creazione
della Provincia d'Egitto. Il regno tolemaico fu fondato
da Tolomeo, generale macedone e compagno d'armi di
Alessandro che, dichiaratosi faraone diede il via ad una
potente dinastia ellenistica governando un territorio
che va dal sud della Siria alla Libia. Alessandria
d'Egitto divenne la capitale, oltre che un importante
e si
centro di cultura e del commercio internazionale)
trovano due tipi di scrittura, l’egiziano
geroglifico e demotico e sotto la traduzione
greca, grazie alla quale Champollion riuscì a
decifrare la scrittura geroglifica nel 1822.
Nell’antica Roma i mediatori svolgevano funzioni burocratiche, e si
traducevano moltissimo i testi greci o molti andavano a formarsi direttamente
in Grecia, altri avevano dei formatori greci. Ancora oggi è una dinamica attuale,
in cui se una cultura letteraria ha una necessità di arricchimento e sviluppo,
essa farà ricorso alla traduzione di altre culture più ricche per colmare i propri
vuoti e lacune. Senza la letteratura greca non sarebbe nata quella latina, infatti
Andronico, Ennio, Nevio, Plauto, Terenzio fecero della traduzione o imitazione
la fonte primaria della loro scrittura.
La prima opera dell’epoca latina (III secolo a.C.) di cui abbiamo testimonianza è
l’Odusia di Andronico, una trasposizione latina dell’Odissea di Omero, ed era fondamentale l’
approccio degli scrittori romani o greco-latini che per scrivere delle opere latine ricorrevano
all’opera greca appropriandosene, concentrandosi quasi esclusivamente sul testo di arrivo
(metodo chiamato vertere). L’opera di base era uno spunto per ricrearne una latina propria,
infatti queste opere erano l’eco di opere greche. I romani si riappropriavano di altre culture,
divenendo un mix di elementi che riuscivano a sintetizzare tra una cultura e l’altra, rendendo
propri e interiorizzando alcuni aspetti di altre culture per crearsi un’identità culturale e sociale
(dinamica tipica di quelle culture che affrontano un momento di crisi). Di fatti un autore era
tanto più originale quanto più riusciva a riscrivere in un modo nuovo un’opera originale
estranea.
ODUSIA: prima traduzione artistica della storia di cui abbiamo testimonianza. Inizia con
“Cantami o Musa”, una figura ispiratrice che sosteneva il poeta nella poesia greca. La difficoltà sta
nel fatto che la Musa figlia di Zeus, a Roma non esisteva ancora. Così Andronico cercò una
divinità nell’ambito della cultura latina--- la musa greca venne trasformata in Camena (divinità
delle fonti che come il fluire canta sempre), l’equivalente latina della musa greca.
Si tratta di un riadattamento culturale, un trans-ducere da una cultura verso l’altra.
Se il traduttore doveva tradurre delle metafore, quindi componenti imbevute nella cultura in cui
nascono, cercava di trasporle, cambiarle in metafore conosciute nella cultura latina. Infatti la
maggior preoccupazione era romanizzare il più possibile il testo originale nella cultura di arrivo.
(es. A Odisseo si sciolsero le ginocchia e il cuore diventa A Ulisse si raggelò il cuore per la paura).
Ennio fu un mediatore tra le due culture e gettò le basi per un approccio basato
sull’appropriazione del testo straniero che, romanizzato, veniva presentato come un’opera
originale latina. Se Andronico era fedele alla tradizione romana, Ennio invece si fece portatore di
un rinnovamento della tradizione romana, attraverso i numerosi neologismi e appropriandosi di
elementi greci (esametro dattilico, struttura poetica greca), per arricchire la cultura romana,
vedendo nel diverso la possibilità di arricchimento e crescita. Egli si presenta alla cultura romana
come se fosse Omero, nell’opera Annales, si fa promotore di una nuova tradizione e cultura
latina. Ad esempio, non c’è più Camena, bensì le muse, che danzano su un cielo latino e non più
greco.
Discorso diverso va fatto per Plauto. In questo caso si parla di Contaminatio, in cui era più
presente la contaminazione straniera di una o più culture su un’opera latina originale, fusione di
due o più tragedie al fine di ricavarne un nuovo ed unico testo latino.
(Interpretatio – traduzione fedele, Imitatio – versione libera che combina più fonti di modelli greci,
Aemulatio – rielaborazione artistica). Egli definisce il proprio approccio alla traduzione vertere
barbare, letteralmente mutare/trasformare dal greco al latino
Cicerone spiegò il modo in cui aveva tradotto alcuni autori greci. A lui si deve il primo
riferimento teorico sul tradurre di cui si abbia testimonianza. Egli affermò di aver tradotto come
oratore (stesso pensiero di Quintilano nell’Institutio Oratoria del 96 a.C. e Oratio, che ritengono
inoltre che l’intralinguismo serva a migliorare la propria lingua) e non come interprete. La sua
preoccupazione era quella di tradurre le opere in una bella espressione e lingua latina,
allontanandosi dall’approccio della traduzione parola per parola, estremamente fedele al testo di
partenza, dell’interprete. Fa una distinzione tra due modi diversi di tradurre, quella libera e bella
che cerca di rendere la lingua latina altrettando bella ed elegante come quella corrispondente
greca, non strettamente legata al testo letterale, e quella parola per parola dell’interprete.
Egli scrisse il Libellus De optimo genere oratorum nel 46 a.C. (premessa alla traduzione dei
Discorsi di Eschine e Demostene) – riflessione sul tradurre che segnerà la riflessione teorica sulla
traduzione, poiché fornì un modello da seguire per i secoli successivi dal medioevo al 18esimo
secolo.
Egli inoltre analizzò la Traduzione intralinguistica, che è la traduzione all’interno della propria
lingua, come la parafrasi, che poteva essere praticata per perfezionare le proprie abilità di
scrittura.
TRADUZIONI BIBLICHE: Le traduzioni nell’antichità della Bibbia influirono sulle
evoluzioni delle diverse culture. Ci occuperemo delle traduzioni dal secondo secolo a.C fino al
quarto d.C, fino a San Girolamo che tradusse la Bibbia in latino, la cui traduzione venne usata per
moltissimi anni. La parola Bibbia (biblion) significa Libri, formata da Antico testamento (diviso in
Torah o Pentateuco, Nebiim o I profeti e Ketubim o Gli altri scritti), che fu inizialmente trasmesso
oralmente nel popolo giudaico e poi scritto su dei rotoli e fu scritto prima della venuta di Cristo
in ebraico (secondo la tradizione la Torah venne rivelata in ebraico da Dio a Mosè), e Nuovo
testamento, dopo l’anno 0 scritto in greco.
La prima traduzione biblica della quale sia rimasta traccia è la Bibbia dei 70 (Septuaginta), in
cui il vecchio testamento venne tradotto verso il greco verso il 300 a.C. Le prime comunità
cristiane usarono come testo sacro questa versione.
Si chiama così perché fu tradotta da 70 studiosi che secondo la leggenda lavorarono
individualmente senza comunicare tra loro, e infine si confrontarono accorgendosi che tutte le
loro traduzioni erano uguali. C’era una sorta di sacralità, come se fosse stata ispirata da Dio. È
l’emblema della traduzione collaborativa, che si basa sulla collaborazione di più figure, anche se
in realtà non si incontrarono --- paradosso.
Questa leggenda ha avuto un duplice effetto: da una parte, credendo a questa storia, si credeva a
una sorta di ispirazione divina di questa traduzione, dall’altra ha avviato una pratica di lavoro
collettivo nella traduzione biblica, condividendo anche la responsabilità di un eventuale errore.
C’è un fondo di verità in questa leggenda. La Bibbia (il Pentateuco) venne tradotta in greco in un
secolo e mezzo prima della venuta di Cristo durante il II secolo ad Alessandria. La traduzione in
greco aveva il fine di diffondere l’ebraismo e andare incontro alla comunità ebraica in Egitto,
molto vicina alla cultura greca. Essa fu tradotta da più persone ma nell’arco di un lungo periodo
(dal 275 al 100 a.C). Si arrivò ad una versione singola ma svolta in periodi temporali diversi l’uno
dall’altro.
Nel II secolo d.C. fu prodotta anche la Bibbia di Acquila, nuova traduzione del vecchio testamento
verso il greco.
Nel frattempo la comunità cristiana (che aveva già la traduzione del Vecchio Testamento in greco
e il Nuovo in greco) avviò la traduzione della Bibbia verso il latino, la Vetus Latina, per cui si
ipotizza un lavoro collettivo.
San Girolamo tradusse la Bibbia dall’ebraico e greco al LATINO,
nella versione Vulgata.
Visse nel 300 d.C, nacque ad Illiria (Croazia e Albania) e
raggiunse Roma per studiare. Rimase affascinato da un gruppo di
anacoreuti (monaci) egiziani e una volta rientrato a Roma prese i
voti. Visse in comunità isolate dalla società con degli asceti, poi
partì in oriente vivendo due anni nel deserto della Calcide.
Arrivato a Costantinopoli intraprese lo studio dell’ebraico e del
greco. Venne infine scelto come consigliere spirituale di Papa Damaso I, che gli commissionò la
traduzione della Bibbia, date le sue conoscenze nelle lingue. Alla morte del papa fu costretto a
lasciare Roma (dove poi verrà seppellito a Santa Maria maggiore), accusato di uno scandalo, e
raggiungere Betlemme.
Per secoli la versione della Septuaginta venne considerata quella ufficiale. Per facilità quindi
Girolamo iniziò a tradurre l’Antico testamento in greco della Septuaginta, che era già una
traduzione, decidendo poi di partire direttamente dall’originale ebraico in quanto riteneva la
Septuaginta imprecisa. Quando confrontò la traduzione greca e l’originale ebrea vide che c’erano
delle interpretazioni sbagliate, errori interpretativi e anche di forma, così decise di partire
dall’originale ebreo.
Inoltre Girolamo definì una menzogna la leggenda dei 70, distinguendo i profeti dai traduttori.
Per giunta i 70 parlavano di cristo prima della sua venuta, lui invece l’aveva vissuto e si riteneva
un traduttore e non profeta. La sua traduzione si andava a scontrare con la tradizione e fu molto
criticata.
Sant’Agostino, che stava cristianizzando il nord africa basandosi sulla Septuaginta, sentì che
Girolamo andava contro di essa. Agostino appoggiava il racconto dei 70 e pensava che non fosse
possibile che un traduttore potesse valere più di 70. Nei vari scambi epistolari tra i due (405
d.C.), egli sosteneva che gli errori di traduzione della Septua erano proprio i punti in cui si
manifestava ancora di più, più profondamente, la presenza del divino, perché impossibile da
tradurre o trasporre in parola per un essere umano. I traduttori non erano riusciti a tradurre
bene un certo passaggio pur essendo in 70, perché quell’espressione era così ispirata dal divino
da sembrare incomprensibile o intraducibile per un essere umano (lo afferma nel De civitate
Dei).
Un monaco del monastero chiese a Girolamo di tradurre una lettera del Vescovo di Costanza per
quello di Gerusalemme, ma doveva rimanere per uso privato ed era stata fatta in fretta e sotto
dettatura a uno scrivano. Venne però diffusa e vennero messe in discussione le abilità
linguistiche di Girolamo. Girolamo scrisse il De optimo genere interpretandi, per difendersi dalle
accuse e spiegare il suo modo di tradurre.
Egli affermava che se si parla di un’opera profana la traduzione è più libera, ma se si parla di un
testo sacro, in cui le parole sono espressione del divino, si deve rimanere fedeli al testo di
partenza, ispirandosi a ciò che aveva detto Cicerone. Egli fu il primo a differenziare le modalità di
traduzione in base al testo.
In più: In Omaggio alla Cataluna, un opera in cui parla dell’esperienza al fronte per combattere i nazionalisti, Orwell
vuole trasmettere al lettore anche il confronto con gli altri combattenti. Al fronte parlavano una lingua ibrida e
Orwell racconta le conversazioni in spagnolo piene di errori, nello spelling e nella sintassi. Alcuni traduttori hanno
erroneamente corretto le frasi, mentre dovrebbero riproporre gli errori voluti da Orwell.
MEDIOEVO
Inizia da San Girolamo in poi, è uno spartiacque tra epoca antica e Medioevo, che dura fino al
1400-1500 con la Bibbia di Lutero. Con San Girolamo si chiude e inizia una nuova epoca della
traduzione fino al 1420 circa. Gli spartiacque sono due opere:
1422 De interpretatione lecta di Leonardo Bruni
• 1520 Bibbia di Lutero
•
Durante il medioevo si tradusse molto, con la progressiva riduzione
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Teoria e prassi della traduzione
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Letteratura neozelandese, Teoria e prassi della traduzione
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Teoria e prassi della traduzione dell'interpretariato di conferenza
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Teoria e prassi dell'interpretariato e della traduzione - Laurenti, Pignataro