Globalizzazione
La globalizzazione dell’economia è stata innescata dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale tramite il Depository Institutions Deregulation and Monetary Control Act (DIDMCA) del 1980, e a sua volta originata dall’abbandono nel 1971 del sistema monetario basato sull’accordo di Bretton Woods. Nel corso degli anni ’80, in un periodo di riaffermata stabilità dollaro-centrica, si è anche evocata una Bretton Woods 2 per indicare il nuovo equilibrio instauratosi tra dollaro e petrolio. Nell’attuale turbolenza sistemica una nuova Bretton Woods con il ritorno all'oro è stata invocata per il ristabilimento di un ordine nel sistema monetario globalizzato, ma non è più possibile.
Crisi e apertura dei mercati
Gli studi attuali della crisi della globalizzazione pongono in primo piano l’apertura dei mercati dei capitali alla fine degli anni ‘70, il cui momento topico sarebbe costituito dalla svolta della politica monetaria della FED di Volker e dal cambio di marcia liberista della presidenza Reagan. Alla fine degli anni ‘70 negli ambienti monetari internazionali vi era la convinzione diffusa che rapporto di conversione di 35 dollari per oncia d’oro fosse ormai irrealistico e non potesse durare a lungo. Si ipotizzava tra le banche centrali una possibile ridefinizione della parità, anche alla luce dei mutati rapporti economici e commerciali nel mercato mondiale. Il cambio era stato destabilizzato particolarmente degli enormi costi della guerra in Vietnam, che erano stati fronteggiati con emissione di grandi quantità di dollari.
In questa situazione il governo USA dichiara la sospensione della convertibilità del dollaro in oro, ma è probabile che si avesse in mente un qualche riallineamento a breve della parità, dopo una svalutazione appropriata del dollaro (l'inconvertibilità non faceva estinguere l'accordo). In un primo periodo si cerca di mantenere un cambio stabile delle altre monete del FMI con il dollaro, in attesa della fissazione di una nuova parità. Nel 1973 ogni tentativo di coordinamento viene definitivamente abbandonato e le dinamiche dei cambi sfuggono rapidamente al controllo delle banche centrali.
Petrodollari e speculazione finanziaria
Nel 1974 gli Stati Uniti eliminano le restrizioni all’esportazione di capitali, che fluiscono in particolare nei Paesi produttori di petrolio, sviluppando così il mercato dei petrodollari. Dopodiché salta l’accordo monetario con il quale le monete della CEE avevano stabilito di coordinarsi tra loro entro una banda di oscillazione controllata dalle banche centrali, per cercare di tenere dietro alle oscillazioni del dollaro (serpente monetario). Il fallimento di questo tentativo lascia intravedere una disparità di orientamento delle politiche monetarie e di bilancio destinato a perdurare: mentre le monete dell’area del marco si rivalutano, le altre (tra cui la lira) inflazionano accompagnando il dollaro nel suo corso discendente.
I movimenti in dollari lasciati fuori controllo in uscita aprono il varco alla speculazione sui cambi, creando l’occasione di guadagno per la finanza: nasce così un primo mercato dei contratti derivati, gli swap (plain vanilla), che proteggono dai rischi di cambio o di oscillazione dei tassi d'interesse. La speculazione accentua gli spostamenti di parità nei cambi e le monete dei paesi aderenti al FMI fluttuano tra di loro tendendo a riallinearsi sulla base del peso specifico delle singole economie nazionali negli scambi internazionali.
Riallineamento economico e monetario
Gli shock petroliferi di inizio e fine anni ‘70 fanno parte di questo quadro di riallineamento, ed è interessante notare la strategia di manipolazione della comunicazione economica in un’inversione dei rapporti tra cause ed effetti. L’improvvisa scoperta della prossima futura crisi delle forniture del greggio fa impennare i prezzi e le previsioni sul possibile esaurimento dei giacimenti erano all’ordine del giorno. Ma in realtà l’aumento del prezzo del petrolio non è stato altro che una conseguenza dell’abbandono del gold exchange standard.
La volontà dei Paesi produttori riuniti nel cartello OPEC di mantenere stabile il valore del petrolio nei confronti dell’oro (in vista di un riallineamento del cambio) provoca un continuo aggiornamento del prezzo del greggio espresso in dollari; infatti, gli aumenti del prezzo del petrolio in dollari nel decennio sono direttamente commensurabili alla perdita del potere d’acquisto del dollaro nei confronti dell’oro. La riunione dei governatori delle banche centrali del 1976 segna l’abbandono consapevole (anche se non dichiarato) del ritorno al gold exchange standard, in quanto per l’ultima volta si usa come riferimento comune il prezzo dell’oro espresso in dollari.
Impatto globale e strategie future
L’idea di un sistema monetario internazionale funzionante con una moneta internazionale non convertibile e senza ancoraggio all’oro era inimmaginabile, fino a quando lo stesso non si è di fatto autoimposto. Si poteva accettare l’idea di corso forzoso della moneta all’interno degli Stati, ma il corso forzoso di una moneta negli scambi internazionali non si era mai visto, e i periodi di turbolenze dei cambi si erano risolti sempre con la fissazione di nuove parità delle monete con l’oro. La svolta di Reagan non è altro che l’improvvisa presa d’atto del fatto che il ristabilimento della parità con l’oro non solo fosse estremamente difficile da realizzare, ma che fosse ormai controproducente per la salvaguardia dell’egemonia statunitense. La nuova convertibilità con l’oro sarebbe infatti intervenuta solo a seguito di un riequilibrio della bilancia commerciale e dei pagamenti, che avrebbe contrassegnato il ridimensionamento del ruolo egemonico economico e monetario degli USA. Si sarebbe infatti dovuto riconoscere ai Paesi sconfitti nella seconda guerra mondiale (Germania e Giappone) un ruolo di quasi comprimari, dato che la loro quota di esportazioni nel commercio internazionale era superiore a quella statunitense.
L’alternativa era tra il recupero della stabilità economica, accompagnato dalla perdita dell’egemonia monetaria (un prezzo troppo alto per gli interessi americani), e la conservazione dell’egemonia monetaria, accompagnato dal mantenimento dello squilibrio economico interno. Altri mutamenti erano però intervenuti a complicare la cornice originale in cui Bretton Woods si collocava, condizionandone la reiterazione. Alla fine degli anni ‘60 era terminato un ordinato ciclo di sviluppo dell’economia occidentale, praticamente ininterrotto dal dopoguerra, in cui l’egemonia americana nel commercio internazionale non era contrastata. Bretton Woods era stata la logica conseguenza dell’egemonia politico-militare ed economica statunitense, ma era ovvio per tutti all’epoca che la forza dell’economia statunitense che legittimava la centralità del dollaro nel sistema monetario.
Liberazione commerciale e monetaria
La forza economica americana negli anni ‘50 si reggeva sulla sua potenza industriale e gli accordi GATT del 1947 di liberalizzazione degli scambi commerciali avevano favorito la penetrazione economica e commerciale americana. È facile convenire sul fatto che il sistema monetario internazionale si basava sulla centralità dell’economia reale statunitense nel commercio internazionale. Le istituzioni di Bretton Woods in questo contesto svolgono il ruolo di correttivo per gli squilibri circoscritti e di breve durata, ed è evidente come gli scambi monetari fossero esclusivamente la contropartita soggiacente agli scambi commerciali.
Il sistema di cambi fissi di Bretton Woods dava dunque per presupposta la vigenza di un divieto generalizzato di movimenti di capitali svincolati dagli scambi commerciali, dunque speculativi. Oggi, i movimenti monetari avvengono per la stragrande quantità per motivi speculativi (in barba alle tesi economiche sulla neutralità della moneta), mentre gli scambi commerciali risultano al confronto marginali. L’abbandono di Bretton Woods ha dunque reso manifesto che un sistema monetario basato sui cambi fissi è inconcepibile senza la vigenza di un divieto di libera circolazione dei capitali. Solo con la liberalizzazione della circolazione dei capitali è concepibile la volatilità dei cambi e dei tassi, e in questa incertezza si radica la speculazione che genera rapide e reiterate occasioni di guadagno sulla conversione del capitale dall’una all’altra valuta (curry trade).
Passaggio al dollar standard
Il rispetto della parità fissa con l’oro inoltre obbligava a restrizioni nell’emissione monetaria della valuta convertibile, contrastando in questo modo alla radice la crescita della liquidità internazionale e permettendo alle istituzioni del sistema monetario internazionale di gestire i necessari aggiustamenti dei cambi, conseguenti agli squilibri degli scambi commerciali. Bretton Woods era ancora all’interno di quel modello di economia mondiale basato sugli scambi commerciali che lo storico Braudel chiama “economia mondo”.
Il baricentro economico del sistema si era spostato dall’Europa all’America, erano stati rinegoziate le relazioni di potere e stabilite nuove gerarchie, dipendenze e perifericità; il tutto però con una sostanziale continuità del sistema economico e monetario internazionale. L’abbandono di Bretton Woods ha determinato una netta cesura tra l’economia mondo e la globalizzazione, determinando un ribaltamento dell’importanza tra scambi commerciali e movimenti speculativi finanziari, che sarà la genesi della globalizzazione.
Fino alla metà degli anni ‘70 il tentativo di ripristino della centralità del dollaro si muove all’interno del precedente paradigma della strumentalità del sistema monetario agli scambi commerciali. Si credeva che il punto di fissaggio della nuova parità del dollaro sarebbe stato automaticamente raggiunto appena la bilancia commerciale fosse stata nuovamente in pareggio: i flussi valutari si sarebbero consolidati e il dollaro avrebbe dato sul mercato dei cambi il segnale dell’avvenuto recupero della stabilità monetaria, potendo così ridefinire la parità con l’oro e il cambio con le altre monete.
Economia americana e competizione globale
Gli USA vietavano il rientro dei dollari detenuti all’estero per non generare un’ulteriore inflazione rispetto a quella già data dalla svalutazione del dollaro: questi rimanevano nelle banche centrali, specie europee, oppure venivano usati da organizzazioni come la Banca Mondiale o il FMI per le politiche di sviluppo infrastrutturale dei PVS. Alla metà degli anni ‘70 la quantità di dollari in giacenza all’estero comincia a preoccupare: se i petrodollari fossero orientati nell’investimento su altre valute più stabili (es. marco o yen) non solo il dollaro avrebbe subito un’ulteriore pesante caduta, ma avrebbe rischiato la perdita dello status di unica moneta di riserva.
La triade di effetti negativi che si produce negli USA (aumento della disoccupazione, inflazione crescente e svalutazione del dollaro) attesta così il fallimento del tentativo di recupero della centralità dell’economia tramite il riequilibrio della bilancia commerciale. Questo riequilibrio era reso sempre più difficile dal fatto che i prodotti americani erano sempre meno concorrenziali, perché avevano un elevato costo di produzione per via della scarsa innovazione, avrebbe però permesso all’inflazione di realizzarsi in parte all’estero, mitigandosi all’interno.
Nuova strategia economica
Non si può pensare di andare avanti così a lungo pareggiando con l’emissione di biglietti verdi il deficit della bilancia dei pagamenti, impedendo il rientro in patria della moneta in circolazione (Carli: “fino a quando i Paesi saranno disposti ad esportare beni e servizi in cambio di segni cartacei?”). Il secondo shock petrolifero del 1979 fa suonare l’ultimo allarme: i Paesi produttori danno in blocco il chiaro segnale di non essere più disposti a tenere parcheggiati stock consistenti di dollari, subendo l’erosione del capitale investito a causa del suo continuo deprezzamento.
Prende consistenza a metà degli anni ‘70 l’idea di un riequilibrio che prescinda dal ristabilimento della parità con l’oro, e le banche americane si candidano a farsi carico del riequilibrio monetario mediante il credito bancario. Prende così forma il nuovo target della politica economica e monetaria statunitense: l’equilibrio dei flussi monetari va ricercato a prescindere dall’equilibrio della bilancia dei pagamenti e della sottostante bilancia commerciale. Per questo bisogna far rientrare i dollari rimasti all’estero tramite gli investimenti (per stabilizzare i flussi monetari): si apre all’acquisto delle azioni delle aziende statunitensi, ma entro certi limiti, per non perdere il controllo dell’attività economica, specie dei settori strategici.
Si rende dunque attrattivo il mercato finanziario statunitense, sia quello delle azioni che quello dei titoli del debito pubblico, che però è più limitato. Questa scelta comporta alcuni corollari, anzitutto la fine del protezionismo (clausola “buy American”), che stava marginalizzando la sofferente economia americana: non si possono liberalizzare i movimenti monetari senza liberalizzare gli scambi commerciali. Cambia anche il mandato della politica monetaria, che diventa il riequilibrio dei flussi monetari, dando per scontato il deficit strutturale della bilancia commerciale.
Dollar standard e politiche monetarie
A questo punto bisogna mettere a punto un nuovo sistema monetario che possa sostituirsi definitivamente al gold standard: il dollar standard. L’abbandono della convertibilità del dollaro in oro faceva inevitabilmente sorgere il problema della determinazione di un criterio del suo valore. La teoria monetarista di Friedman dava la risposta giusta al momento giusto: demitizza l’oro (seguendo Keynes e Marx, parte destruens), e stabilisce la simmetria tra crescita del PIL e crescita della massa monetaria per combattere l’inflazione (parte costruens).
Per Friedman il valore della moneta dipende dal suo potere di scambio, dalla sua capacità di acquistare beni e servizi, a cui è direttamente correlata la quantità di moneta in circolazione. La differenza fondamentale sta nel fatto che la teoria keynesiana si colloca ancora nel paradigma dell’economia mondo, in cui la circolazione della moneta è strumentale agli scambi nell’economia reale. Il succo del discorso monetarista è semplice: se si vuole conservare alla moneta statunitense il ruolo di moneta di riserva bisogna metterla al riparo dalla svalutazione indotta dall’inflazione, limitando l’espansione della base monetaria (teoricamente infinita).
La moneta demistificata si comporta in fin dei conti come una qualsiasi merce, soggetta alle leggi della teoria economica classica della domanda e dell’offerta; tuttavia l’offerta ha il suo punto critico nella quantità in circolazione, che per evitare il deprezzamento deve essere regolata secondo una stretta correlazione quantitativa tra crescita della massa monetaria e PIL (self restrain). Dato che l’emissione monetaria può essere condizionata da logiche politiche (finanziamento delle politiche pubbliche e aumento del consenso elettorale da parte del governo), il compito di garantire il rispetto dei parametri deve essere affidato ad un’autorità monetaria autonoma e indipendente dal governo, agendo con manovre sui tassi d’interesse.
In quest’ottica la deregolamentazione internazionale dei movimenti di capitali non costituisce un problema, anzi favorisce l’allocazione ottimale delle risorse monetarie. Alla fine del 1979 la FED riduce la liquidità monetaria interna con un forte innalzamento dei tassi di interesse, che copre il rischio di inflazione generando aspettative di guadagno negli imprenditori; il rendimento dei titoli si impenna, facendone crescere la domanda. La grande domanda fa crescere anche il valore di quelli già acquistati, e questo porta un grande guadagno agli investitori, che allo scadere del termine reinvestono il loro capitale dando una certa stabilità al flusso dei dollari in rientro.
La riduzione dell’imposta sugli utili da capitale e una prima parziale deregolamentazione finanziaria facilitano l’accesso degli investimenti bancari in borsa. L’inflazione si arresta e il trend della svalutazione si inverte; questo stabilizza il cambio del dollaro, e il prezzo del petrolio scende già nel 1981 (la sua stabilità durante gli anni ’80 farà pensare ad una nuova Bretton Woods dollaro-petrolio).
Effetti della svolta monetarista
Negli anni ‘80 la svolta monetarista innesca un mutamento dello scenario globale, la cui governance si addensa intorno al cosiddetto Washington consensus, rappresentato da Stiglitz come la nebulosa di istituzioni transnazionali finanziarie. L’eliminazione dei controlli sui movimenti di capitali ha reso inutile la missione originaria del FMI di promuovere il commercio internazionale un quadro di stabilità monetaria; per conservare il suo ruolo il FMI si riconvertirà in uno strumento di politica economica internazionale, specializzandosi nell’amministrazione controllata in cui finiscono gran parte dei PVS per via della rivalutazione del dollaro. Anche la Banca Mondiale, prima agenzia di sviluppo attraverso i fondi del mercato dei petrodollari, si specializzerà nella ristrutturazione dei debiti degli Stati sovrani.
La dottrina che le guida è quella del libero mercato (liberalizzazione dei movimenti di capitale e privatizzazione del settore pubblico di beni e servizi), che realizza una penetrazione economico-finanziaria del dollaro, rafforzando l’inserimento dei grandi conglomerati finanziari e commerciali. Nel nuovo quadro economico globalizzato, dove i liberi movimenti di capitale possono facilmente e velocemente sconvolgere le economie nazionali, la gestione dell’economia non può effettuarsi all’interno dei singoli Stati nazionali, ma deve essere fatto attraverso un accordo tra le banche centrali. Per questo nel 1974 nasce il Comitato dei governatori delle banche centrali presso la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) a Basilea, destinato a coordinare il processo di deregolamentazione e di sof...
-
Riassunto esame Diritto dell'economia, prof. Alla, libro consigliato Teoria e critica della globalizzazione finanzi…
-
Matematica Finanziaria - Teoria
-
Teoria Matematica finanziaria
-
Parsons, fenomenologia, teoria critica