La nascita della globalizzazione finanziaria
Dal 1971 al 2000, la nascita della globalizzazione finanziaria può essere fatta risalire a due eventi: l’emanazione del DIDMCA (deregolamentazione del sistema bancario) e la fine degli accordi di Bretton Woods.
Le caratteristiche principali di Bretton Woods
Le caratteristiche principali di Bretton Woods erano due: la prima, l'obbligo per ogni paese di adottare una politica monetaria tesa a stabilizzare il tasso di cambio a un valore fisso rispetto al dollaro, che veniva così eletto a valuta principale, consentendo solo delle lievi oscillazioni delle altre valute; la seconda, il compito di equilibrare gli squilibri causati dai pagamenti internazionali, assegnato al Fondo Monetario Internazionale (o FMI). Il piano istituì sia il FMI che la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (detta anche Banca Mondiale). Queste istituzioni sarebbero diventate operative solo quando un numero sufficiente di paesi avesse ratificato l'accordo. Ciò avvenne nel 1946.
Nel 1947 fu poi firmato il GATT (General Agreement on Tariffs and Trade - Accordo generale sulle tariffe e il commercio) che si affiancava al FMI e alla Banca Mondiale con il compito di liberalizzare il commercio internazionale.
L'abbandono degli accordi di Bretton Woods
Con l'abbandono degli accordi di Bretton Woods e di conseguenza l’abbandono dell’irrealistico cambio $/oro a 35$ per oncia (causato da un'eccessiva emissione monetaria per finanziare la guerra del Vietnam) si crea un’incertezza nel mercato dei cambi valutari. Tutto ciò è sommato alla liberalizzazione dei movimenti dei capitali e all'abbandono della convertibilità del dollaro in oro.
Siamo nel 1971 e alla presidenza americana abbiamo il presidente Nixon il quale, assieme ai paesi del G10, firmò lo Smithsonian Agreement, che mise fine agli accordi di Bretton Woods. Con la fine degli accordi di Bretton Woods si tenta di riequilibrare il cambio $/oro all’interno del FMI.
La gestione dei cambi negli anni '70
Nel ’73 e nel ’74 la gestione dei cambi va fuori controllo a causa di diverse vedute sulle politiche monetarie e di bilancio e a causa della caduta del divieto di esportazioni di capitali da parte degli Stati Uniti (nascono i cosiddetti petrodollari), ciò causa un’eccessiva movimentazione di dollari che rimane incontrollabile e fa nascere le prime operazioni finanziarie speculative ovvero gli swap che sono dei contratti derivati tesi a limitare i rischi del cambio e di oscillazione dei tassi di interesse.
Col perdurare di tale volatilità le monete tendono a riallinearsi nei cambi in base al potere della propria economia nazionale nell’ambito del commercio internazionale e in base all’inflazione interna. Un esempio di tale riallineamento può essere lo shock petrolifero degli anni ’70, in cui l’OPEC, con la volontà di mantenere stabile il valore del petrolio con l’oro, comporta una continua rivalutazione del prezzo del petrolio in dollari.
Abbandono del Gold Exchange Standard
Con la caduta del dollaro e l’aumento del prezzo del petrolio, si decide nel '76 di abbandonare il Gold Exchange Standard. L’abbandono del Gold Exchange Standard ha anche una versione politica: un riequilibrio del dollaro con l’oro avrebbe fatto perdere agli Stati Uniti la loro egemonia economica e monetaria poiché un riallineamento avrebbe fatto sì che si dovesse cercare un equilibrio tra esportazioni e importazioni, cosa che avrebbe dovuto far riconoscere a Germania e Giappone il ruolo di comprimari del commercio internazionale (dato che la loro quota di esportazioni era il doppio di quella USA) e ciò era inaccettabile.
Impatti dell'abbandono del Gold Exchange Standard
I accordi di Bretton Woods erano legati agli scambi commerciali, non vi era la possibilità di movimentare i capitali a proprio piacimento, da qui la ricerca della stabilità monetaria per aumentare le esportazioni e le importazioni. Con l’abbandono degli accordi di Bretton Woods si crea un ciclo che si autoalimenta formato dalla flessibilità dei cambi e dalla libera circolazione dei capitali, il primo è frutto della seconda e la speculazione si alimenta con la fluttuazione dei cambi.
Infatti, ai generali divieti di esportazione di capitali vi erano regole che vietavano gli investimenti di capitali esteri, l’assenza di un sistema bancario sopranazionale, ed infine la rilevanza esclusivamente statale della borsa valori (curry trade: lucrare sui cambi delle valute).
Tentativi di frenare la caduta del dollaro
Ritornando all’abbandono degli accordi di Bretton Woods, possiamo dire che vi è stato un tentativo di frenare la caduta del dollaro tentando di ricreare una politica commerciale tramite il riequilibrio della bilancia commerciale e dei pagamenti. Tali politiche protezionistiche falliscono anche se all’inizio il deprezzamento del dollaro aiuta le esportazioni, ma poi si entra in un circolo vizioso che porta a un aumento di disoccupazione e a un’eccessiva svalutazione del dollaro che porterà al secondo shock petrolifero.
I paesi OPEC non volevano deteriorare troppo il loro investimento valutario, ed infine ad un aumento dell’inflazione. A causa di ciò vi è il cambiamento del paradigma ovvero che per stabilizzare il dollaro si deve prescindere dalla bilancia commerciale, in pratica dall’economia reale.
Promotrici di questo cambiamento sono le grandi banche americane che sistemeranno il deficit tramite il credito bancario e tramite il passaggio dall’esportazione di valuta alla sua importazione. Da qui nasce il sistema dollaro-centrico.
Da Gold Standard a Dollar Standard
Il passaggio di paradigma lo si può racchiudere in due parole: da Gold Standard a Dollar Standard. Il principale teorico del Dollar Standard è Friedman, che con la sua teoria del monetarismo svincola il dollaro dall’oro inserendolo nel meccanismo domanda/offerta.
Il valore del dollaro non viene dato da un metallo prezioso, ma dalla sua potenzialità di acquisto di beni e servizi, che è correlata alla quantità di moneta in circolazione. Più moneta c’è, più perde valore. Per ridurre la discesa valutaria bisogna limitare la circolazione di moneta e quindi combattere l’inflazione. Questo deve essere fatto in 2 modi: tramite la creazione di un indice di massa monetaria circolante (M1) e da un’autorità indipendente dagli indirizzi politici. Inoltre, l’aumento di M1 deve corrispondere all’aumento del PIL.
Riduzione della liquidità e aumento dei tassi di interesse
Per cui, nel ’79 abbiamo una riduzione della liquidità da parte della Fed con un conseguente aumento dei tassi di interesse che porteranno comunque ad abbattere l’inflazione e già nell’‘81 il dollaro si rivaluta, il prezzo del petrolio scende e si pensa a un nuovo Bretton Woods che ha come ancoraggio il $/petrolio.
Con la rivalutazione del dollaro e la liberalizzazione dei movimenti dei capitali, si assiste a un’ondata di investimenti da parte dei paesi OPEC a Wall Street e nei titoli di debito statunitensi, cosa che porta a un onere minore per finanziarsi.
Cambiamento di governance nelle istituzioni mondiali
Il cambiamento di paradigma fa sì che vi sia un cambiamento di governance all’interno delle varie istituzioni mondiali. Tale cambiamento fa perno sul consenso di Washington, ovvero dei contratti informali in cui ci si impegna a seguire principi e obiettivi della politica americana. Questo riguarda inoltre le multinazionali e le banche.
Le istituzioni che cambiano sono tre: FMI e Banca Mondiale che mutano pelle e dai loro compiti originari passano a ristrutturare gli stati secondo la politica liberista; all’interno della BRI abbiamo il comitato dei governatori delle banche centrali (comitato di Basilea) che si occuperà della deregolamentazione e della soft regulation delle banche.
Il primo accordo avviene nell'‘88 e porta lo slittamento del potere decisionale dalle banche centrali alla finanza privata ed a un cambiamento di controllo sulla solidità delle banche, da qualitativo a quantitativo. Si analizza solo se la banca ha una percentuale di riserve di capitale e non si analizza il suo rischio o l’effetto sistemico.
La rivoluzione telematica
Un’altra cosa importantissima che avviene è la rivoluzione telematica che, grazie all’abolizione dello spazio e del tempo, riesce a collegare i terminali onshore e offshore, aggirando le regole e riciclando denari di dubbia provenienza. Vedi PVS che falliscono causa Banca Mondiale e rafforzamento del dollaro.
La strategia di Volcker
L’autore del cambio di percezione fu il presidente della Fed, Volcker, il quale creando una manipolazione visiva dell’economia americana riuscì a rendere stabile il dollaro. Ci riuscì manipolando il Deficit Commerciale e Federale. Vediamo come.
Come detto finora, la stabilità del dollaro viene garantita dal pareggio dei flussi di capitale (import/export) che rendono nullo il problema del deficit commerciale. Ma tale stabilità del dollaro fa sì che importare conviene e perciò l’America diviene uno dei più grandi paesi in termini di consumo di beni e servizi, cosa che fa aumentare la richiesta di dollari. Però fa sì che l’export diviene più difficoltoso e, per dirla in breve, per rendere stabile il dollaro si usa come variabile rigida il deficit commerciale (non può cambiare).
Deficit commerciale e afflussi di capitale
Per rendere sostenibile il deficit commerciale bisogna far sì che gli afflussi di capitale superino le uscite delle partite correnti (componenti di un bilancio finanziario relative alle entrate ed alle uscite di carattere periodico e che quindi si effettuano stabilmente ogni anno). Per ottenere questo si eliminano vincoli protezionistici e doganali, si attuano trattati commerciali come il NAFTA, si incentivano le multinazionali a delocalizzare cosicché loro aumentino i profitti ma facciano ritornare il capitale in patria ottenendo profitti miliardari (+ afflusso di capitale) ed i vincoli protezionistici cambiano anche loro volto e vengono giustificati come mancato rispetto della concorrenza e mancato rispetto di standard etici e qualitativi.
Da notare come nonostante il Deficit Commerciale sarà sempre in peggioramento, non verrà mai preso a parametro di analisi dalle agenzie di rating. Seguendo la dottrina monetarista, l’altro problema da affrontare è la M1, ma a causa della difficoltà di calcolare l’effettiva circolazione del dollaro nel mondo (moneta riserva) la Fed di Volcker al posto di usare il PIL come variabile per aumentare o meno M1 usa l’indice di commercio globale (WTO come strumento per aumentare il commercio) e per cui la stabilità del dollaro viene assicurata anche dal suo ruolo come moneta commerciale.
Però, come abbiamo detto, i flussi di capitale devono essere in pareggio sia in entrata sia in uscita, un altro fattore di stabilità del dollaro viene dato dai paesi esportatori i quali, avendo un surplus di capitale alto, vengono “costretti” a reinvestire tale surplus nel debito pubblico statunitense (Giappone) o in investimenti azionari. Come accennato, si incanala tale surplus anche verso gli investimenti azionari che fanno da complemento agli investimenti in titoli pubblici. Da segnalare il DIDMCA che autorizza le banche commerciali ad investire in borsa.
Strategia di Volcker sul deficit pubblico
Adesso vediamo la strategia di Volcker per quanto riguarda il Deficit pubblico. Per contenere il deficit pubblico, Volcker agisce in due modi: non acquista più titoli direttamente dal Tesoro, facendo sì che sia il mercato a finanziare il debito (+ fiducia verso USA) e acquista i titoli del debito pubblico nel mercato secondario dalle banche, garantendo loro così liquidità.
Il problema del Deficit Pubblico in America è un problema sostanziale ma poco risolvibile nel concreto poiché la spesa più importante, ovvero la spesa militare che è concausa dell’aumento del bilancio, serve a garantire l’equilibrio dollaro centrico. Per cui, il problema del deficit si discute se aumentare o meno la spesa sociale ed è l’unico argomento di confronto tra Repubblicani e Democratici.
Per concludere, così come il deficit commerciale diventa strutturale al mantenimento della stabilità del dollaro, lo è anche per il deficit pubblico. Il primo viene limitato tramite l’afflusso di capitale ed il secondo dal PIL, finché esso sarà più alto del deficit non vi saranno problemi. Il deficit diviene un mezzo di autofinanziamento in alternativa all’imposizione fiscale.
Keynesianesimo finanziario
Adesso parliamo dell’ultimo strumento usato per ingannare il mercato, il Keynesianesimo finanziario. Esso consisteva in un finanziamento occulto dato a determinati settori dell’economia per sostenere la crescita del PIL per evitare possibili shock per il debito pubblico, a differenza del Keynesianesimo originale, questo non è messo a bilancio e per cui non risulta negli indici e per cui fa credere che tale crescita del PIL sia naturale e non artefatta come in realtà è.
Articolazione del Keynesianesimo finanziario
- Dosaggio della liquidità al settore interbancario
- Acquisto di titoli di debito nel settore secondario
- Autorizzazione del Congresso (la Fed gestiva il lato monetario) da parte delle GSE (Fannie Mae e Freddie Mac) di concedere prestiti o garantire mutui (i settori scelti da finanziare erano l’agricoltura e il settore immobiliare)
Le GSE sono delle entità pubbliche (solo poiché vi è la fideiussione federale) e private (no obbligo di rendiconto). L’agricoltura sovvenzionata fa aumentare l’export e di conseguenza dà una mano al deficit commerciale ed essendo i prezzi dei beni alimentari bassi fa calare l’inflazione in cui all’interno del paniere vi sono preponderatamene beni alimentari.
Da notare come nel conteggio del debito pubblico federale non vengano contati i debiti degli stati e di tutti quegli enti statali capaci di indebitamento (fallimento Detroit 2013). Il settore immobiliare fu scelto poiché ha un’ampia potenzialità sull’indotto. Con il finanziamento della casa sotto Reagan incomincia la finanziarizzazione dell’immobiliare.
Con il GSGDIA viene rafforzata la stabilità dell’ipoteca e vengono garantite le banche in caso di fallimento cosa che porta a una deresponsabilizzazione del management poiché essi sono tenuti a concedere prestiti a qualsiasi persona sapendo che comunque vi è la garanzia federale.
Inoltre, dopo il fallimento delle casse di risparmio statunitensi (saving and loan), viene emanato il Garn–St Germain Depository Institutions Act che, come detto prima, finanziarizza il settore immobiliare creando le cartolarizzazioni, ovvero i mutui contratti dalle banche al posto di rimanere nella pancia delle banche vengono trasformati in titoli cartolarizzati ed esternalizzati fuori dalle banche, eliminando il rischio per la banca e facendolo restare solo per l’investitore, cosicché il ciclo si autoalimenta poiché con la liquidità incamerata dalle esternalizzazioni si possono concedere altri mutui e così via. Il paradigma qui cambia da generate and hold a generate and distribute.
Reagan economics e supply side economy
Oltre al Keynesianesimo finanziario usato da Reagan nelle sue Reagan economics, vi è la teoria della supply side economy ovvero la presenza di un’offerta spropositata al consumatore. Il perno di questa teoria è che per far aumentare il PIL non bisogna incentivare il risparmio, ma bensì l’indebitamento privato poiché con un’ampia disponibilità di credito i cittadini non sono più incentivati a risparmiare, ma anzi a indebitarsi e a chiedere prestiti per aumentare il proprio patrimonio immobiliare e mobiliare.
Economia finanziaria vs economia reale
Qui vi è l’ultimo cambio di paradigma, riprendiamoli tutti:
- Economia Finanziaria > Economia Reale
- Scambi Finanziari > Scambi commerciali
- Debito > Risparmio
Continuando con il discorso, accenniamo a cosa sono le Reagan economics: politiche di defiscalizzazione per i cittadini con redditi più alti con la promessa di una maggiore crescita di PIL poiché chi ha di più spende di più. Ma ciò non avvenne.
Da questo comunque si evince come non potrà esistere un Made in USA forte poiché l’intera economia si fonda sul consumo, si deve produrre poco ed importare molto cosicché si legano a sé i paesi esportatori i quali guadagnando sono poi “costretti” a reinvestire una parte di questi guadagni o nel debito pubblico americano o in investimenti azionari.
Manipolazione dell'inflazione e degli indici economici
Per concludere questo paragrafo, concludiamo parlando della manipolazione dell’inflazione e dei vari indici economici.
L’inflazione viene manipolata mantenendo bassi i beni agricoli (sovvenzionati); scegliendo accuratamente i prodotti da inserire; l’esenzione delle imposte per i prodotti energetici (essi contribuiscono notevolmente all’aumento dell’inflazione); al non inserimento del costo dell’abitazione.
Altri indici economici manipolati
Adesso vediamo gli altri indici manipolati per far vedere come l’economia statunitense fosse florida:
- Tasso di Disoccupazione: non viene calcolata la disoccupazione cronica
- Indice dei consumatori: usato come marketing promozionale per l’estero
- Indice vendite nuove case/investimenti edilizi: usati come spettro sviluppo USA
- Indice manifatturiero: tiene conto solo della produzione interna e non del rapporto tra prodotti nazionali e prodotti importati
- Indice dei servizi: usato per calmierare il calo industriale
- L’indice ISM (mix tra produzione, importazione e fornitura): fuorviante
- Indice di creazione di nuovi posti di lavoro: esclude il settore agricolo in continua diminuzione
- Dow Jones: viene usato dal Wall Street Journal creatore di esso per sostenere le quotazioni (ormai da tempo gli investimenti azionari vengono fatti solo a livello speculativo per avere occasioni di lucro e non per investire sull’economia reale e di conseguenza i valori delle aziende ne risultano falsati)
Regolamentazione del mercato azionario prima del 1980
Prima del cambiamento di paradigma, il mercato azionario aveva un forte legame con il mercato reale ed aveva una regolamentazione tale da evitare conflitti di interessi e frodi. Vi era in vigore il Glass-Steagall Act che vietava che le banche commerciali fossero anche banche di investimento, con tale separazione si voleva proteggere dalla speculazione l’economia reale e i risparmiatori.
Vi erano le agenzie di rating che davano il proprio giudizio sulla profittabilità dell’azienda presente e futura e le agenzie di auditing che certificavano...
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