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Giornalismi. Media e giornalisti in Italia

Il giornalismo italiano ha vissuto un profondo processo di differenziazione a partire dalla metà degli anni Settanta. Oggi l’Italia offre un panorama variegato di molteplici giornalismi, nettamente differenti tra loro. Questa trasformazione è stata sostenuta da un fenomeno di mutamento delle imprese editoriali, che sono riuscite a trasformarsi in attività economiche. Tre esperienze e un paio di personaggi d’eccezione stanno alla base di questo cambiamento: Eugenio Scalfari con la sua “Repubblica”; Silvio Berlusconi più con il mercato pubblicitario che con le sue televisioni; la recente svolta digitale.

Il cambiamento nel giornalismo italiano

Oggi il giornalismo, il mestiere di procurare (e leggere) notizie sul mondo e dal mondo, non è più assimilabile al giornale. E il giornale non è più assimilabile soltanto al giornalismo: nel giornale ci sono molto più delle notizie e neppure soltanto storie.

Chi acquista un quotidiano in Italia è persona classificabile dentro un abito sociale distinto. Molto meno di sei milioni, su cinquantasette milioni di cittadini italiani, comprano un quotidiano (escludendo acquirenti di giornali sportivi).

Le indagini sulla readership

Le ricerche di readership e le indagini sociologiche hanno chiarito che l’acquirente di un quotidiano è persona normalmente immersa in un flusso informativo costante. I quotidiani hanno tutt’altre funzioni fuorché fornire notizie: offrono commenti, contesto, approfondimento, gerarchia delle notizie, che segue quella dell’impaginazione e dell’infografica.

Tra il cittadino perfettamente informato e quello che ha una dieta leggera di news e approfondimenti la costante è la stessa: un regime informativo multimediale. I giornali hanno ridefinito il loro profilo in funzione di un orizzonte multimediale.

La modernità compressa

Oggi nessun mezzo, nessuna redazione, nessun cronista ha ormai la possibilità di confrontarsi da solo con il fatto e con la notizia che ne può conseguire. Esiste lo scoop, ma è un’eccezione. Tutto il resto sta nel flusso informativo che avvolge tanto i giornalisti quanto i consumatori di informazione.

Alla metà degli anni Settanta la Rai è padrona incontrastata sulla scena radiofonica e televisiva. Il servizio pubblico aveva il monopolio dell’informazione radiotelevisiva. Le notizie erano ben controllate tanto alla radio quanto in tv. Il giornalismo era ancora quello dei quotidiani e dei settimanali. Dovrà arrivare il sequestro Moro per incollare tutti davanti agli schermi, aspettando notizie; eppure il 16 marzo 1978 tutti i quotidiani escono comunque in edizione straordinaria nel primo pomeriggio. Il giornalismo stava ancora sui giornali, ma i giornali stavano male: nel 1975 la media delle vendite quotidiane arrivava a stento ai quattro milioni e mezzo di copie.

La trasformazione del sistema dei media

Nel 1976 esistevano in Italia 76 aziende editrici di quotidiani, ma solo quattro chiudevano con i bilanci in attivo. Venticinque anni fa i media erano un settore economicamente irrilevante e, dentro quel campo, il giornalismo viveva condizioni di ancora più radicale marginalità. Poi, in pochi anni, la scena muta drasticamente. Tra l’88 e il ’90 le tirature dei quotidiani salgono a sei milioni e ottocentomila copie. Nel 1989 Maurizio Ricci su Repubblica stima il fatturato complessivo del sistema dei media: più di 20 miliardi, dei quali 7 miliardi raccolti con la pubblicità. Il sistema dei media mutato è quindi ormai un sistema industriale, culturalmente e politicamente decisivo e incisivo sulle strutture economiche.

Pochi grandi giornali sono gli artefici della svolta industriale dell’editoria: Corriere della Sera, la Repubblica, La Stampa, Il Sole 24 Ore, il raggruppamento tra il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno.

Il primo passaggio avviene con la differenziazione e con l’espansione multimediale delle aziende editoriali (imprese che producono giornali, settimanali, mensili, libri). Tra il ’95 e il 2000 scattano gli editori di quotidiani. Inizia la corsa alla multimedialità o ai servizi online. I gruppi si erano allenati all’idea di non produrre più soltanto i giornali, ma di essere in grado di modulare i contenuti in funzione dei supporti tecnologici e dei canali di distribuzione. Con la differenziazione produttiva delle aziende editoriali si prepara il terreno alla Borsa. Alla fine del ’99 quasi tutti i grandi gruppi sono quotati: L’Espresso, Caltagirone, Poligrafici, Hdp, Mediaset, Mondadori, Seat, e.Biscom. Restano fuori Rai e Sole 24 Ore.

L'entrata di nuovi attori nel campo editoriale

Nel campo editoriale entrano finalmente nuovi soggetti: Telecom affronta il campo televisivo e l’orizzonte digitale con Seat, poi presto assorbito da Pirelli. Per la prima volta dopo vent'anni nuovi imprenditori si affacciano sul campo editoriale. Stampa, editoria, radio, Tv, multimedialità e servizi online: il vasto conglomerato lascia intravedere nuovi spazi di mercato.

La volatilità degli obiettivi finanziari è ormai stabilmente entrata a far parte dello scenario delle strategie e degli strumenti dell’industria editoriale e giornalistica.

Nel 1989 esce un documento della Commissione Cultura del Parlamento italiano, che realizza un’indagine conoscitiva sul Sistema dell’informazione in Italia, una vera e propria sintesi sull’informazione italiana prima degli anni Ottanta.

“Fino agli anni ’80 il monopolio Tv e la realtà di un sistema editoriale finanziariamente passivo e vivo grazie ai contributi dello Stato, hanno definito un settore con valenze non industriali e con investimenti finalizzati a ritorni non tanto di natura economica, ma piuttosto politica o culturale.”

I fattori di cambiamento nel sistema dei media

I tre fattori che cambiano (anzi creano) il sistema dei media in Italia sono l’esplosione del mercato pubblicitario, l’introduzione delle tecnologie elettroniche nei quotidiani, l’incredibile espansione diffusiva.

L’esplosione pubblicitaria è storicamente legata al genio imprenditoriale di Silvio Berlusconi. Publitalia è un’invenzione imprenditoriale: nessuno prima d’allora si era mai sognato di andare a cercare i potenziali utenti pubblicitari. Con l’alluvione di spot prende avvio la programmazione di flusso in Tv. La pubblicità non è soltanto offerta commerciale. È discorso, linguaggio, creazione e sanzione di stili di vita.

La legislazione e le nuove tecnologie

Nel 1981 il Parlamento approva la legge 416 “Disciplina delle imprese editrici e provvidenze per l’editoria”, una legislazione antitrust nel settore dell’editoria quotidiana periodica. Pochi mesi prima la Federazione della Stampa aveva siglato un accordo con gli editori: per la prima volta venivano stabilite le condizioni per introdurre le tecnologie elettroniche in redazione. Il 1981 è quindi il punto di svolta: nasce un vero e proprio sistema televisivo misto (sebbene destinato ad essere un duopolio) e con questo prende le mosse un sistema di raccolta pubblicitaria industriale. Si espandono possibilità concrete di sviluppo commerciale per tutti i media nel loro complesso. Pubblicità e tecnologie danno il via a prospettive industriali fino allora impossibili.

Giovanni Giovannini e la crisi degli anni Settanta

Giovanni Giovannini è noto per aver presieduto per un lungo ventennio la Federazione degli editori giornali (Fieg). La crisi degli anni Settanta secondo Giovannini era originata da: prezzo amministrato, occasione di scambio tra sussidi pubblici e favori privati; rete di vendita in monopolio (solo le edicole potevano vendere quotidiani); un sistema di distribuzione postale che ha stroncato lo sviluppo degli abbonamenti; la resistenza giornalistica e tipografica all’introduzione di tecnologie elettroniche.

L'evoluzione dell'autonomia giornalistica

Il giornalismo italiano è stato per lunghi decenni un giornalismo a diffusione limitata e a grande soggezione politica. I giornalisti italiani non hanno sviluppato una significativa autonomia professionale fino all’inizio degli anni Ottanta. Vi era una presenza dominante di modelli giornalistici tradizionali e spesso antiquati negli stili, nella selezione di temi e notizie, nell’impostazione quotidiana dei giornali. Erano modelli di un giornalismo fatto per una ristretta cerchia di lettori, incapace di proporre soluzioni appetibili per un pubblico di massa. Per lunghi decenni poi vi è stata una grandissima dipendenza delle aziende editoriali e delle stesse redazioni dal mondo politico. Una dipendenza motivata da un lato dall’esigenza di garantirsi favori dal mondo politico e dall’altro lato da una storica subalternità culturale e professionale dei giornalisti al sistema politico.

Il pastone e l'elzeviro

Il genere principe per quasi trent'anni nel giornalismo politico fu il pastone: un concentrato in un solo articolo di tutte le notizie politiche di giornata. Il pastone lo inventa il giornalista Enrico Mattei, nei giorni in cui i quotidiani tornano a uscire nell’Italia del Sud liberata dagli alleati. Sono i primi giornali non più sottoposti alla censura fascista, ma sono giornali di un foglio solo. Non c’era carta, non si trovava inchiostro e il giornalismo politico nuovamente libero era la grande attrazione di quelle settimane, ma doveva fare i conti con i pesantissimi limiti di spazio. Così nasce il pastone, condensato sintetico della giornata politica. Sorprendentemente questo formato giornalistico sopravvive anche quando le passioni e la partecipazione alla vita politica calano. Resiste sui quotidiani per tutti gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. E sulla tv pubblica attraversa anche gli anni Ottanta. Solo una solidissima competenza politica consente di leggere un pastone, ma perché allora continua ad essere il genere principe per quattro decenni? La risposta sta nel suo analogo culturale: l’elzeviro. L’elzeviro, spalla sinistra della terza pagina (pagina della cultura inventata nel 1911 da Alberto Bergamini), è un’isola culturale nel mare della cronaca (prima, seconda e quarta pagina). Che cosa ci fa la cultura tra le notizie di cronaca? Che cosa ci sta a fare l’esibizione aulica di una lingua accessibile solo ai livelli più

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Scienze politiche e sociali SPS/08 Sociologia dei processi culturali e comunicativi

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martina.vigliotti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Teorie e tecniche del linguaggio giornalistico e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof Berni Ivan.
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