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Tecniche espressive e composizione testi in italiano - Giulio Cesare - Shakespeare Appunti scolastici Premium

dispensa per l'esame di Tecniche espressive e composizione testi in italiano del professor Gianmarco Gaspari, cdl in scienze della comunicazione. Il documento è la tragedia in 5 atti di William Shakespeare, il Julius Caesar, completa, con traduzione e note di Goffredo Raponi.

Esame di Tecniche espressive e composizioni docente Prof. G. Gaspari

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ESTRATTO DOCUMENTO

BRUTO - (25)!…

Dev’esser con la morte

Per mia parte, non ho nessun

motivo

per doverlo coprire di

disprezzo;

ma si tratta del bene generale.

Vorrebbe farsi incoronare re.

Quanto ciò può cambiar la sua

natura?

Ecco il mio dubbio… È la bella

giornata

che fa uscire la vipera

all’aperto.

E allora occorre agire con

cautela.

Incoronarlo re!…

Già, ma così gli diamo in mano

un pungolo

con cui potrà far danno quando

vuole…

Del potere si abusa facilmente,

quando non sia congiunto alla

pietà;

anche se in Cesare non seppi

mai

che le passioni avessero

prevalso

sulla fredda ragione… Ma è

provato

che l’umiltà servì sempre da

scala

all’ambizione, quando questa è

giovane,

e chi sale le volge sempre il

volto;

ma poi, raggiunto l’ultimo

gradino,

volta il dorso alla scala, e

guarda in alto

sdegnoso ormai degli umili

gradini

grazie ai quali è salito fin

lassù.

Così potrebbe Cesare… ed

allora,

per impedirlo, occorre

prevenirlo.

Rientra LUCIO

LUCIO - Padrone, il lume è acceso nel

tuo studio.

Mentre cercavo presso la

finestra

un acciarino per accender

l’esca,

ho visto sul piancito questo

foglio,

suggellato così; ma son sicuro

che non c’era, quando mi

coricai.

( Gli consegna un foglio )

BRUTO - Ritorna a letto. Non è ancora

giorno.

Di’ un po’, ragazzo, non sono

domani

gl’idi di marzo?

LUCIO - Non saprei,

padrone.

BRUTO - Guarda sul calendario, e vieni

a dirmelo.

( Esce Lucio )

Queste schegge di stelle

che solcano fischiando

l’atmosfera(26)

gettano sulla terra tanta luce

che posso leggere al loro

chiarore.

( Apre la lettera e legge )

“Bruto, tu dormi. Risvègliati e

guàrdati.

“Dovrà Roma subire… Parla,

Bruto,

“parla, colpisci, rettifica i

torti!

“Bruto, tu dormi, dèstati!…”.

Stimolazioni dello stesso

genere

mi son cadute spesso sotto gli

occhi

in luoghi dove dovevo

raccoglierle.

“Dovrà Roma…” finisco io la

frase:

“Dovrà Roma continuare a

vivere

“nel terrore di un uomo?…”.

Come! Roma!…

Ma dalle vie di Roma gli avi

miei

cacciarono Tarquinio,

quando si fece proclamare re

(27)!

“Parla, colpisci, rettifica i

torti…”.

Mi si scongiura dunque di

parlare,

e di colpire?… Ah, ti

prometto, Roma,

che se il risanamento seguirà,

tu avrai da Bruto tutto quanto

chiedi!

Rientra LUCIO

LUCIO - Padrone, Marzo s’è già

consumato

di quattordici giorni.

BRUTO - A meraviglia.

( Si odono colpi alla porta )

Va’ alla porta. Qualcuno sta

bussando.

( Esce Lucio )

Da quando Cassio ha preso a

pungolarmi

contro Cesare, non ho più

dormito.

Tra il concepire un’impresa

terribile

e il tradurla in azione c’è uno

spazio

ch’è un sogno orribile, come

un fantasma.

L’anima razionale e le

passioni

in quel momento siedono a

consulto

e tutto l’essere umano è in

subbuglio

come un piccolo regno ch’è in

rivolta.

( Entra Lucio )

LUCIO - Alla porta c’è tuo cognato

Cassio(28),

che vuol vederti.

BRUTO - È solo?

LUCIO - No, con altri.

BRUTO - Li conosci?

LUCIO - Macché: hanno i

cappucci

sul capo fino a coprire gli

orecchi,

ed i volti sepolti nei mantelli,

e non posso scoprire da alcun

segno

le lor fisionomie.

BRUTO - Lasciali entrare.

( Esce Lucio )

Son loro, i congiurati!… Ah,

tu, congiura!

Se ti vergogni di mostrar di

notte,

quando le malefatte han minor

freno,

il minaccioso ghigno del tuo

volto,

dove andrai, quand’è giorno,

a ricercarti un antro tutto buio

da nasconder la tua mostruosa

faccia?

Non cercarne, congiura!

Ma cerca di nascondere il tuo

volto

fra sorrisi ed amabili maniere;

perché se vai girando sulla

terra

nel tuo vero sembiante,

l’Erebo non sarà scuro

abbastanza

da occultarti e impedire di

scoprirti

a chi può sospettar del tuo

disegno.

Entrano CASSIO, CASCA,

DECIO, CINNA, METELLO,

CIMBRO e TREBONIO

CASSIO - Temo che siamo stati troppo

arditi

a venire a turbare il tuo

riposo.

Buon giorno, Bruto. Ti

rechiamo incomodo?

BRUTO - Sono alzato da un’ora,

e sono stato sveglio tutta

notte.

Questi uomini che sono qui

con te

li conosco?

CASSIO - Sì, li conosci tutti.

E tra loro non v’è chi non

t’onori;

e che non brami di vedere

Bruto

avere quel concetto di se

stesso

che di lui hanno a Roma tutti i

nobili.

Questi è Trebonio.

BRUTO - Ed è qui

benvenuto.

CASSIO - E questi è Decio Bruto.

BRUTO - Benvenuto anche lui.

CASSIO - E questi è

Casca.

Questi è Cinna. Questi è

Metello Cimbro.

BRUTO - Son tutti benvenuti in casa

mia.

Ma quali inquiete cure

s’interpongono

fra i vostri occhi e la notte

(29)?

CASSIO - Ti posso dir da solo una

parola?

( Bruto e Cassio si appartano

a parlare )

DECIO - L’oriente è là. Non è da quella

parte

che spunta il giorno?

CASCA - No.

CINNA - E invece sì,

da quella parte, se non ti

dispiace!

E quelle strie grigiastre

che si vedono contornar le

nubi

son foriere dell’alba.

CASCA - Ed io vi dico che sbagliate

entrambi!

Il sole sorge là,

dritto nel punto dov’io punto

la daga;

un po’ più a sud, con l’anno

giovinetto.

Fra due mesi presenterà il suo

fuoco

più in alto verso nord; il

pieno oriente

si trova dritto là, sul

Campidoglio.

BRUTO - ( Avvicinandosi )

Vo’ stringervi la mano, ad uno

ad uno.

CASSIO - E facciamo qui tutti

giuramento

di stare al nostro patto.

BRUTO - No, Cassio, qui non servon

giuramenti.

Se non basta che ci guardiamo

in faccia,

se non bastan le nostre

sofferenze,

l’impostura del tempo che

viviamo,

se queste son ragioni troppo

futili,

tronchiamo tutto, fin che

siamo in tempo,

e torni ognuno all’ozio del suo

letto;

e così l’altezzosa tirannia

s’estenda in lungo e in largo,

e cada ognuno come vuol la

sorte.

Ma se questi motivi, com’io

credo,

hanno in se stessi sufficiente

fuoco

da infiammare anche gli animi

più vili

e da temprare di virile audacia

perfino i cuori delle

femminucce,

allora ditemi, concittadini,

quale bisogno abbiamo d’altro

stimolo

che ci sproni ad agire tutti

insieme,

oltre la nostra causa?

Quale altro vincolo ci può

servire

in più della parola di Romani,

segreta e senza riserve

mentali?

Quale altro giuramento, oltre

l’impegno

d’uomini onesti con uomini

onesti

a far che questo avvenga,

o altrimenti a soccombere per

esso?

Giurino i preti, i vili, i

malfidati,

CASSIO - Con Cicerone come ci

mettiamo?

È il caso di sentirlo? Ho

l’impressione

che s’unirà con noi,

decisamente.

CASCA - Non s’ha da lasciar fuori.

CINNA - No, di certo.

METELLO - Oh, facciamo d’averlo insieme

a noi!

L’argento della sua

capigliatura

ci acquisterà buona

reputazione

e voci in lode della nostra

azione(30):

si dirà che a guidar le nostre

mani

fu il suo senno; le nostre

giovinezze

e la nostra selvaggia

inesperienza

saran coperte dalla sua

saggezza.

BRUTO - Non parliamo di lui!

Non ci apriamo con lui; perché

è uomo

che non s’accoderà mai a

qualcosa

che sia stata intrapresa da

uomini(31).

altri

CASSIO - Quand’è così, convien tenerlo

fuori.

CASCA - In effetti, non è per questa

impresa.

DECIO - E a cadere dev’esser solo

Cesare?

E nessun altro?

CASSIO - Un’ottima domanda;

io penso infatti che anche

Marc’Antonio,

legato a Cesare da tanto

affetto,

non debba sopravvivergli; lui

vivo,

ci troveremmo ancora di tra i

piedi

un insidioso orditore

d’intrighi;

ed i suoi mezzi, come voi

sapete,

s’ei dovesse affinarli contro

noi,

son ben capaci di darci

fastidio.

A prevenire ciò,

Cesare e Antonio han da

cadere insieme!

BRUTO - Cassio, no! Troppo cruda e

sanguinaria

apparirebbe questa nostra

azione:

come di chi tagliasse ad uno il

capo

e poi si desse a squartargli le

membra;

come chi agisse d’ira

nell’uccidere,

e d’odio cieco dopo aver

ucciso.

Antonio è parte del corpo di

Cesare.

No, comportiamoci da

giustizieri,

e non da macellai: noi

insorgiamo,

Cassio, contro lo spirito di

Cesare,

e lo spirito non ha sangue

umano.

Volesse il cielo che fosse

possibile

colpir solo lo spirito di

Cesare

senza doverne massacrare il

corpo!

Purtroppo è necessario ch’egli

sanguini.

Uccidiamolo, sì, con

decisione,

ma senza un’ombra d’ira,

amici miei.

Scalchiamone le membra,

come vivanda degna degli dèi;

non lo squartiamo come una

carcassa

da dare in pasto ai cani; e i

nostri cuori

siano avveduti come quei

padroni

che prima istìgano i loro

famigli

a compiere un certo atto di

ferocia,

e fanno sol mostra di punirli.

CASSIO - E tuttavia lo temo…

Perché quel grande

attaccamento a Cesare

ch’egli sembra portar come

innestato…

BRUTO - Ohimè, buon Cassio, non

pensarci più.

Ché se è vero ch’egli ama

tanto Cesare,

tutto quello che potrà far di

male

lo potrà fare soltanto a se

stesso:

darsene duolo e morire per

Cesare.

E già questo per lui sarebbe

molto,

dedito com’è al gioco, alle

baldorie,

alle leggere e allegre

compagnie.

TREBONIO - No, no, da lui non c’è di che

temere.

Che viva pure, perché se vivrà

saprà anche ridere di tutto

questo.

( Si ode battere un orologio )

BRUTO - Zitti, contate i battiti.

CASSIO - tre(32).

Son

TREBONIO - Allora è tempo che ci

separiamo.

CASSIO - Un momento: però rimane il

dubbio

se Cesare uscirà di casa o no,

di questo giorno, ché da

qualche tempo

è diventato un po’

superstizioso,

al contrario delle sue vecchie

idee

sulle visioni, i sogni ed i

prodigi.

Può darsi che le odierne

apparizioni,

l’inconsueta nottata di terrore

e i presagi degli àuguri lo

trattengano

dal recarsi stamane in

Campidoglio.

DECIO - Niente paura: se ha così

deciso,

so io come riuscire a

persuaderlo;

perch’egli ama sentirsi

raccontare

che cogli alberi possono

ingannarsi

unicorni(33),

gli cogli

orsi(34),

specchietti gli

con le buche per terra gli

elefanti,

con le reti i leoni, mentre gli

uomini

basta, a ingannarli, un po’

d’adulazione.

Se poi gli dico che gli

adulatori

Cesare li detesta,

mi sorride, con gran

compiacimento,

senza accorgersi che quel che

ho detto

era il massimo della

smanceria.

Lasciate fare a me; so come

prenderlo,

e lo faccio venire in

Campidoglio.

CASSIO - E noi ci troveremo tutti là

per scortarlo.

BRUTO - Alle otto. Vi sta

bene?

CINNA - Sia per le otto. E che nessuno

manchi.

METELLO - Caio Ligario mal sopporta

Cesare

che l’ha rimproverato

acerbamente

per aver detto bene di Pompeo.

Mi meraviglio che nessun di

voi

abbia pensato a lui.

BRUTO - Pensaci allora tu, mio buon

Metello,

vedi tu di passare a casa sua.

Caio Ligario mi vuol molto

bene,

e gliene ho dato più d’una

ragione.

Mandalo qui, me lo lavoro io.

CASSIO - S’appresta l’alba. Ti lasciamo,

Bruto.

E voi, amici, andate,

separatevi;

ma rammentate quel che avete

detto,

e dimostratevi veri Romani.

BRUTO - Miei buoni amici, cercate di

darvi

un contegno gioviale e

disinvolto;

non accolliamo le nostre

intenzioni

addosso al nostro portamento

esterno,

ma comportiamoci da buoni

attori:

spirito saldo e solenne

fermezza.

E così, a tutti, una buona

giornata!

( Escono tutti. Bruto resta

solo )

Ragazzo! Lucio!… Questo

ancora dorme!

Ma non importa: goditi,

ragazzo,

la dolce-greve rugiada del

sonno.

Tu non hai le visioni ed i

fantasmi

che le affannose cure della

vita

versano nei cervelli degli

adulti.

Perciò dormi del tuo sonno

tenace…

Entra PORZIA

PORZIA - Bruto, signore mio…

BRUTO - Che fai qui,

Porzia?

Perché ti levi dal letto a

quest’ora?

Non ti fa certo bene alla

salute

esporre così il fragile tuo

corpo

all’asprezza del freddo del

mattino.

PORZIA - Nemmeno a te, fa bene. Sei

sparito

poco cortesemente dal mio

letto;

e ieri sera, a cena,

all’improvviso

ti sei alzato, le braccia

conserte,

a passeggiare su e giù per la

stanza

con aria pensierosa e

sospirando;

e quando t’ho sommessamente

chiesto

che cosa fosse ad angustiarti

tanto,

m’hai gettato uno sguardo

smanierato.

T’ho ripetuto la domanda, e

tu,

a grattarti la testa,

spazientito,

ed a battere i piedi sul

piantito.

Ho insistito, ma tu non m’hai

risposto,

anzi, con mossa irata della

mano

m’hai fatto il gesto di

lasciarti in pace.

Ed io t’ho secondato, timorosa

d’esasperar vieppiù la tua

impazienza,

che mi sembrava già fin troppo

accesa;

sperando, tuttavia, che si

trattasse

solo d’un malumore

passeggero

di quelli cui ciascuno va

soggetto.

Ma codesto tuo stato di

malessere

non ti fa più mangiare, né

parlare,

né dormire; e se tu ne

risentissi

BRUTO - Non sto bene.

È questa la ragione.

PORZIA - Bruto è saggio,

e se fosse soltanto la salute,

saprebbe ben curarsi.

BRUTO - È quel che

faccio…

Ma tu, mia cara, va’, ritorna a

letto.

PORZIA - Bruto dice di stare poco bene,

e pensa che gli giovi alla

salute

starsene a passeggiare

seminudo,

esposto all’umidore del

mattino?

Bruto è malato, e si toglie,

furtivo,

dal salutare tepore del letto

per andare ad esporre le sue

membra

al corrotto contagio della

notte,

sfidando l’aria fetida ed

insana,

per aggravare la sua malattia?

No, Bruto mio, il male

tu lo porti nell’anima, ed io,

per il diritto che mi conferisce

l’essere la legittima tua sposa,

dovrei esserne messa a

conoscenza.

( S’inginocchia )

Io ti prego, in ginocchio, ti

scongiuro,

per questa mia bellezza

da te un tempo lodata ed

ammirata,

per i tuoi voti d’amore,

per quella grande divina

promessa

che fece un solo corpo di noi

due,

di confidare a Porzia,

che è te stesso, la tua stessa

metà,

la pena che t’ambascia, e chi

eran quelli

che si trovavan qui con te

stanotte;

perché sono stati qui in sei o

sette,

col capo incappucciato,

quasi a voler celare i loro

volti

perfino all’occhio

dell’oscurità.

BRUTO - ( Rialzandola )

No, no in ginocchio, Porzia

mia dolcissima!

PORZIA - Non ce ne avrei bisogno, se

tu, Bruto,

fossi ancora quel Bruto che mi

amava.

Forse che nel contratto che ci

ha uniti

è scritto ch’io non debba saper

nulla

dei tuoi segreti?… E ch’io

sarei te stesso

ma solamente dentro certi

limiti,

per farti compagnia durante i

pasti,

per allietarti il letto,

e per scambiar con te qualche

parola?

Abito dunque solo nei

sobborghi(35)

del tuo piacere? Se son solo

questo,

Porzia la moglie non è più di

Bruto,

ma la sua concubina.

BRUTO - Tu sei la sposa mia, fida,

onorata,

che m’è più cara delle rosse

stille

che dan vita al mio cuore

esulcerato.

PORZIA - Se ciò fosse, saprei il tuo

segreto.

Sono donna, lo so, ma son la

donna

che Bruto volle eleggere a sua

sposa;

sono solo una donna, ma una

donna

di degno nome, figlia di

Catone(36)!…

Con tanto padre ed un tale

consorte,

non credi tu ch’io possa avere

in me

una donna più forte del mio

sesso?…

Bruto, voglio sapere il tuo

segreto.

Non lo rivelerò. La mia

fermezza

l’ho già messa alla prova da

me stessa,

facendomi da me, colle mie

mani,

questa ferita, vedi, sulla

coscia(37).

Sarei capace di sopportar

tanto,

dentro di me, in silenzio,

e non l’interna ambascia del

mio sposo?

BRUTO - Fatemi degno, o dèi, d’una tal

sposa!

( Si bussa alla porta )

Odi, qualcuno bussa.

Porzia, ritìrati per un

momento.

Il tuo seno, fra poco, spartirà

con me tutti i segreti del mio

cuore;

ti svelerò tutte le mie

faccende,

tutto quello che porto scritto

in volto.

Lasciami, svelta!

Entra LUCIO con LIGARIO,

che ha una benda in faccia

Lucio, chi bussava?

LUCIO - Ecco: un malato che vuole

parlarti.

BRUTO - Ah, sì, Caio Ligario:

l’uomo di cui mi parlava

Metello.

( A Lucio )

Ragazzo, adesso, mettiti in

disparte.

( Esce Lucio )

Caio Ligario!… Come!… In

stato(38)!

questo

LIGARIO - Accetta, Bruto, da una tenue

lingua,

un cordiale buon giorno!

BRUTO - Ah, prode

Caio,

qual momento sei tu andato a

scegliere

per portare una benda intorno

al capo!

Come vorrei non vederti

malato!

LIGARIO - E non lo sono, Bruto,

se Bruto ha in mano una

qualsiasi impresa

nel nome dell’onore.

BRUTO - E l’ho, Ligario,

appunto per le mani questa

impresa;

così potessi tu con sano

orecchio

ascoltarla, s’io te ne faccio

parte.

LIGARIO - Per tutti i numi che i Romani

adorano,

io, questo male mio, lo caccio

via!

( Si strappa la benda dalla

fronte )

O anima di Roma!

Illustre figlio di onorati

lombi!

Ecco che, simile ad un

esorcista,

tu mi richiami in vita,

questo spirito che sembrava

morto.

Ora non hai che a chiedermi di

correre,

ed io son pronto a fare

l’impossibile,

sì, l’impossibile, e sbrigarlo

al meglio!

Dimmi, che c’è da fare?

BRUTO - Un’opera da risanar gli

infermi.

LIGARIO - Ma non è che ci sono anche

dei sani

che ci toccherà rendere malati?

BRUTO - Anche questo accadrà.

Comunque sia,

per via ti spiegherò di che si

tratta,

mentre andiamo alla casa di

colui

al quale appunto ciò deve

toccare.

LIGARIO - Avvìati pure, ed io ti seguirò

col cuore acceso da novella

fiamma.

Per far che cosa ancora non lo

so,

a me basta che sia Bruto a

guidarmi.

BRUTO - Seguimi allora, andiamo.

( Escono )

SCENA II

Ro m a . U n a s a la d el p a la z z o d i C es a r e

Tuoni e lampi

Entra CESARE con la tunica notturna

CESARE - Cielo e terra stanotte

non hanno avuto un attimo di

tregua.

Tre volte ho udito Calpurnia,

nel sonno,

gridare: “Aiuto! Assassinano

Cesare!”

( Chiamando )

Ehi, di là, c’è nessuno?

Entra un SERVO

SERVO - Sì, padrone.

CESARE - Di corsa, va’ a pregare i

sacerdoti,

a mio nome, d’offrire un

sacrificio,

e portami il responso degli

aruspici.

SERVO - Bene, corro, padrone.

( Esce )

Entra CALPURNIA

CALPURNIA - Che intendi fare, Cesare?

Pensi forse di uscire?

Non devi muoverti da casa,

oggi.

CESARE - Sì, Cesare uscirà: tutte le cose

che m’hanno fino ad ora

minacciato

l’hanno fatto guardandomi da

dietro:

quando han guardato Cesare di

faccia,

si sono dileguate.

CALPURNIA - Cesare, non ho mai fatto gran

conto

dei presagi, ma ora mi

spaventano.

C’è uno qui, di casa, che

racconta,

oltre a quello che abbiamo

visto e udito

noi stessi, di visioni

spaventose

che sono apparse agli uomini

guardia:(39)

di

d’una leonessa vista partorire

per la strada; di tombe

spalancate

ch’hanno sputato fuori i loro

morti;

di fiammeggianti larve di

guerrieri

combattenti furiosi tra le

nuvole

a schiere ed a squadroni, come

in guerra,

ed il sangue sprizzar sul

Campidoglio,

e l’aria rimbombar d’un cozzar

d’armi

e del nitrire di cavalli in

corsa,

e gemiti di moribondi, e

spettri

aggirantisi urlanti per le

strade…(40)

Ah, queste cose, Cesare,

sono al di là d’ogni umana

esperienza,

e mi fanno paura.

CESARE - Quale cosa

la cui fine sia stata decretata

in cielo dagli dèi onnipotenti

può essere dagli uomini

evitata?

E dunque Cesare oggi uscirà,

ché valgono per lui questi

prodigi

come per tutto il mondo in

generale.

CALPURNIA - Non si vedono comete

quando muoiono poveri

mendichi;

i cieli stessi annunciano col

fuoco potenti.(41)

la morte dei

CESARE - Soltanto i vili muoion molte

volte

prima della lor morte; il

valoroso

solo una volta assapora la

morte.

La più strana di tutte le

stranezze

finora da me udite, m’è

sembrata

quella che l’uomo debba aver

paura

della morte, sapendo che la

morte,

un fine necessario e

inderogabile,

verrà quando verrà.

Rientra il SERVO

Che dicon gli

àuguri?

SERVO - Ti consigliano a non uscir di

casa.

Nel cavar le interiora della

vittima,

non han trovato il cuore della

bestia.

CESARE - Gli dèi fanno così

proprio per svergognare la

viltà:

Cesare, al pari di

quell’animale,

sarebbe senza cuore,

se rimanesse a casa per paura,

oggi. No, Cesare non lo farà:

il pericolo sa bene che Cesare

è più pericoloso del pericolo:

noi siamo due leoni, lui ed io,

venuti al mondo con lo stesso

parto:

ma io per primo, e sono il più

terribile.

E Cesare uscirà.

CALPURNIA - Ahimè, marito mio, la tua

saggezza

s’annulla nella tua troppa

fiducia!

Non uscir, oggi: dà la colpa a

me,

di’ ch’è stata soltanto mia

paura

a trattenerti a casa.

Manderemo al Senato

Marc’Antonio

per dir che oggi non stai

troppo bene.

Te lo chiedo in ginocchio: non

andare.(42)

CESARE - Va bene, t’accontento.

Marc’Antonio dirà che non sto

bene,

e che, per tuo capriccio, resto

a casa.

Entra DECIO BRUTO

Ma ecco Decio, sarà lui a

dirglielo.

DECIO - Cesare, salve! Cesare

magnanimo,

buongiorno, vengo a scortarti

al Senato.

CESARE - E arrivi proprio nel momento

giusto

per recare al Senato il mio

saluto

e dir loro che oggi non andrò;

non perché non lo possa,

perché è falso,

o che non l’osi, ch’è più falso

ancora;

non ho voglia di uscire, oggi,

ecco tutto.

Di’ loro questo, Decio.

CALPURNIA - No, Decio, di’ che non si

sente bene.

CESARE - Che! Cesare inviare una

menzogna?

Avrei dunque disteso questo

braccio

tanto lontano, a conquistare

terre,

per ridurmi a temer di dire il

vero

a dei vecchi barbogi?… Va’,

va’, Decio,

e di’ che Cesare non vuole

uscire.

DECIO - Potentissimo Cesare,

ch’io ne possa conoscer la

ragione,

ad evitar che mi si rida in

faccia

quando l’abbia annunciato in

questi termini.

CESARE - La ragione è soltanto il mio

volere…

Non ho voglia di andare; e

tanto basti

al Senato per esser

soddisfatto.

Per tua soddisfazione

personale,

Decio, ed anche perché ti

voglio bene,

te lo dico: è mia moglie, qui,

Calpurnia,

che vuol per forza trattenermi

a casa.

Stanotte ha visto, in sogno, la

mia statua

che, come una fontana a cento

getti,

sprizzava sangue vivo, e

tutt’intorno

s’accalcavano, a intingervi le

mani,

tanti baldi Romani sorridenti.

Ella interpreta queste

apparizioni

come arcani messaggi

premonitori di mali imminenti;

e m’ha perciò scongiurato in

ginocchio

di restarmene dentro queste

mura.

DECIO - A me pare, però, che questo

sogno

sia stato interpretato alla

rovescia.

Per me, si tratta d’una

apparizione

assai benigna, e d’assai buon

auspicio:

la statua tua, col sangue che

ne usciva

da molti getti a cui tanti

Romani

venivano a bagnarsi

sorridenti,

vuole significare che da te

la grande Roma suggerà la

linfa

d’una novella vita; e a te

d’intorno

accorreranno in folla grandi

uomini

per ricever, bagnati del tuo

sangue,

un’infusione, un segno, una

reliquia.(43)

Questo è il senso del sogno di

Calpurnia.

CESARE - E tu l’hai giustamente

interpretato.

DECIO - Infatti, e ti sarà ciò

confermato

da quanto sto per dirti:

sappi dunque che proprio oggi

il Senato

ha deciso di dare una corona

possente.(44)

a Cesare

Se tu fai lor sapere che non

vai,

potrebbero decidere altrimenti.

Sarebbe inoltre facile,

per qualcuno di loro,

motteggiare

sulla faccenda in chiave

d’ironia:

“Aggiorniamo il Senato ad

altra data,

fino a che altri sogni non

verranno

alla moglie di Cesare”.

Se poi è Cesare che si

nasconde,

mi par già di sentirli

bisbigliare:

“Vuoi vedere che Cesare ha

paura?”

Perdona, Cesare, se dico

questo,

ma l’affettuosa mia

sollecitudine

pel tuo bene mi fa parlar così;

e la ragione in me la cede al

cuore.

CESARE - Quanto vane e ridicole,

Calpurnia,

ora m’appaiono le tue paure!

Mi vergogno d’aver ceduto ad

esse.

Dammi la toga; io vado.

Entrano PUBLIO, BRUTO,

LIGARIO, METELLO CIMBRO,

CASCA, TREBONIO e CINNA,

nell’ordine: Cesare vede per

primo Publio e dice a Decio e

Calpurnia:

Ecco Publio, che viene a

prelevarmi.

PUBLIO - Salve, Cesare.

CESARE - Benvenuto, Publio.

( Vede Bruto )

Anche tu, Bruto, così di

buon’ora?

( Vede tutti gli altri )

Buongiorno, Casca. E anche

te, Ligario.

Non ti fu mai tanto nemico

Cesare

come quell’accidente di

quartana

che t’ha così smagrito… Che

ore sono?

BRUTO - otto.(45)

Son suonate le

CESARE - Vi ringrazio

per il disturbo che vi siete

preso

e per la cortesia che mi

mostrate.

Entra MARCANTONIO

Ecco, Antonio che spende le

sue notti

a sgavazzare, è anche lui

alzato!

Buongiorno a te, Antonio.

ANTONIO - Altrettanto al nobilissimo

Cesare.

CESARE - Ordina che preparino di là…

(46)

Biasimatemi, amici, è colpa

mia

se mi son fatto attendere

così…

Salve Cinna… Metello…

Oh, Trebonio, anche tu! Ho

per te in serbo

un’ora buona di

conversazione:

ricorda di passar da me in

giornata;

anzi, mantieniti vicino a me,

ch’io possa ricordarmelo a mia

volta.

TREBONIO - Va bene…

( Tra sé )

Ti sarò così vicino

che i tuoi migliori amici si

dorranno

che non ti sia rimasto più

lontano!

CESARE - Avanti, amici cari, entrate,

entrate!

Beviamo prima un bicchiere di

vino,

poi ce n’andremo insieme, in

amicizia.

BRUTO - ( A parte )

Oh, Cesare, quale penosa

angoscia

per l’animo di Bruto, esser

cosciente

che tutto quel che appare

esternamente

non risponda alla vera realtà!

(47)

( Escono )

SCENA III

Rom a, una via nei pr es s i del Cam pidoglio.

Entra ARTEMIDORO, leggendo un foglio

ARTEMIDORO - “Cesare, guàrdati da

Marco Bruto;

“attento a Cassio; tien

lontano Casca;

“occhio a Cinna; diffida

di Trebonio;

“Decio Bruto non t’ama,

ed a Ligorio

“hai fatto un grosso

torto.

“Tutti quanti hanno un

unico proposito,

“ed esso è contro Cesare.

“Se non sei immortale,

sta’ guardingo:

“la tua troppo ostentata

sicurezza

“non fa che agevolar la

lor congiura.

“Il tuo affezionato

( 48 )

ARTEMIDORO”

Starò qui ad aspettar che passi

Cesare,

e, come un postulante,

gli darò questo. Mi fa male al

cuore

che la virtù non possa viver

libera

dal morso dell’invidia.

Se leggi questo, Cesare, puoi

vivere;

se no, contro di te tramano i

Fati

insieme ai traditori.

)(49)

( Esce SCENA IV

Rom a, un’altr a par te della s tes s a via, davanti alla cas a di Br uto.

Entrano PORZIA e LUCIO

PORZIA - Ti prego, Lucio, va’, corri al

Senato.

Non starmi a domandare, va’,

fa’ presto:

perché stai lì impalato?…

LUCIO - Se non mi dici quel che devo

fare…

PORZIA - Farai in tempo ad andare e

ritornare,

prima ch’io possa avertelo

spiegato.

( Tra sé )

O fermezza, restami salda al

fianco,

innalza tra il mio cuore e la

mia lingua

una barriera come una

montagna.

Ho la mente d’un uomo,

ma d’una donna la fralezza…

Ahimè,

com’è difficile per una donna

mantenere un segreto!

( Forte a Lucio ) Ancora qui?

LUCIO - Padrona, ma che cosa devo

fare?

Correre al Campidoglio,

e poi tornare a casa, e niente

più?

PORZIA - Sì, solo andare e subito

tornare

devi, ragazzo, per venirmi a

dire

se il tuo padrone là ha buona

cera:

perché non stava bene quand’è

uscito.

E osserva bene quello che fa

Cesare,

che postulanti gli fan ressa

intorno…

Odi, ragazzo! Che rumore è

questo?…(50)

LUCIO - Non ne sento, padrona.

PORZIA - Ascolta bene:

mi par d’udire un confuso

tumulto,

come una rissa, vien dal

Campidoglio,

lo porta il vento.

LUCIO - Io non sento

niente.

Entra un INDOVINO

PORZIA - ( All’Indovino )

Amico, senti: da che parte

vieni?

INDOVINO - Da casa mia, perché, buona

matrona?

PORZIA - Sai dirmi che ore sono?

INDOVINO - Saranno intorno alle nove,

signora.

PORZIA - Sarà già andato in

Campidoglio Cesare?

INDOVINO - Non ancora; sto andando a

prender posto

appunto anch’io, per vederlo

passare.

PORZIA - Hai forse qualche supplica per

lui?

INDOVINO - Ce l’ho, signora; e se piacerà

a Cesare

d’essere così buono verso

Cesare

da darmi ascolto, lo

supplicherò

d’essere amico a Cesare.

PORZIA - Perché? Sai forse tu di

qualche male

che lo stia minacciando?

INDOVINO - Di nessuno, di conoscenza

certa,

ma di molti di cui ho gran

paura

ei possa andare incontro… Ti

saluto.

La strada qui è stretta,

e la gran folla al seguito di

Cesare,

senatori, pretori e un pigia-

pigia

di supplicanti di tutte le

specie

potrebbero schiacciare quasi a

morte

un tipo deboluccio come me;

vado a cercarmi un posto un

po’ più al largo,

e là mi farò avanti al grande

Cesare

per potergli parlare, quando

passa.(51)

( Esce )

PORZIA - ( Tra sé )

Devo rientrare… Ahimè, che

fragil cosa

il cuore d’una donna!… Oh,

Bruto, Bruto,

ti disbrighino i cieli in questa

impresa!…

Il ragazzo ha sentito,

certamente…(52)

( A Lucio, con imbarazzo )

Bruto, sì, Bruto ha una certa

supplica

che Cesare rifiuta di

esaudire…

Oh, io svengo!… Va’, Lucio,

va’, di corsa,

e saluta per me il tuo

padrone…

Fagli sapere che sono serena…

Poi torna a dirmi quello che

t’ha detto.

( Escono da parti diverse )

ATTO TERZO

SCENA I

Rom a, il Cam pidoglio.

Grande folla sulla strada che mena al Campidoglio.

Tra la folla, Artemidoro e l’INDOVINO. Una fanfara annuncia

l’ingresso di CESARE che entra seguito da BRUTO, CASSIO,

CASCA, DECIO, METELLO CIMBRO, TREBONIO, CINNA,

MARCANTONIO, LEPIDO, POPILIO LENA, PUBLIO e molti

altri.

CESARE - ( Scorgendo tra la folla

l’Indovino )

Ehi, tu, gl’idi di marzo sono

giunti!

INDOVINO - Giunti, ma non trascorsi

ancora, Cesare.

ARTEMIDORO - ( Facendosi avanti e

porgendogli la supplica )

Salve, Cesare. Leggi questo

foglio.

DECIO - ( Intromettendosi e porgendo a

Cesare un altro foglio )

Trebonio chiede che a tuo

miglior comodo

tu legga questa sua umile

supplica.

ARTEMIDORO - Cesare, leggi prima quella

mia,

che tocca Cesare più da

vicino!

Leggila, grande Cesare.

CESARE - Quello che tocca la nostra

persona

sarà letto per ultimo.

ARTEMIDORO - No, Cesare,

leggila, non tardare un solo

istante.

CESARE - Chi è costui, un pazzo?

PUBLIO - ( Sospingendo Artemidoro )

Largo, largo!

CASSIO - E che! Da quando in qua

si presentano suppliche per

strada?

Venite in Campidoglio!

( Cesare entra in Campidoglio,

gli altri lo seguono. Tutti i

)(53)

senatori sono in piedi

POPILIO - ( A parte, a Cassio )

M’auguro, Cassio, che la

vostra impresa,

vada a buon fine.

CASSIO - ( Sorpreso ) Che impresa,

Popilio?

POPILIO - Ti saluto.

( Se ne va verso Cesare )

BRUTO - ( A parte, a Cassio )

Che ti diceva quello?

CASSIO - Che s’augura che la nostra

iniziativa

oggi vada a buon fine. Ho gran

paura

che il nostro piano sia stato

scoperto.

BRUTO - ( Indicando Popilio )

Guardalo là, come s’accosta a

Cesare,

osserva bene.

CASSIO - Casca, tienti pronto,

perché temiamo d’esser

prevenuti.

Bruto, che s’ha da fare? Dillo

tu. scoperti,(54)

Se fossimo o

Cassio o Cesare

oggi non uscirà vivo da qui,

perch’io m’uccido.

BRUTO - Cassio, sta’

tranquillo;

Popilio Lena non gli sta

parlando

di quel che sa che noi

vogliamo fare;

perché, lo vedi, è tutto

sorridente,

e l’umore di Cesare non

cambia.

CASSIO - Trebonio sa a puntino la sua

parte.

Guarda, come si trae da parte

Antonio.

( Si vede Trebonio uscire con

Marcantonio )

DECIO - Dov’è Metello Cimbro? Vada

subito

a presentar la sua supplica a

Cesare.

BRUTO - Ecco, s’appresta a farlo:

accalchiamoci tutti intorno a

lui,

diamogli mano.

CINNA - Cassio, tu per primo

mano.(55)

devi alzare la

CESARE - ( Ai senatori )

Siam pronti?… Che c’è di fatto

male

cui ora Cesare ed il suo

Senato

devon porre riparo?

METELLO - ( Andando verso Cesare con la

supplica in mano )

Altissimo, fortissimo,

potentissimo Cesare, ai tuoi

piedi

Metello Cimbro getta un umil

cuore.

( S’inginocchia )

CESARE - Cimbro, t’avverto: queste

prostrazioni

e queste basse cortigianerie

posson servire ad infiammare

il sangue

degli uomini qualunque,

non già a mutare una

disposizione

già adottata e sancita per

decreto,

in una legge-gioco per

bambini.(56)

Non esser tanto sciocco da

pensare

che Cesare abbia un sangue

indocile(57)

così

da lasciarsi traviare facilmente

dalla sua genuina qualità

con mezzi buoni a blandire gli

stolti;

e cioè con le dolci paroline,

le sgangherate cortigianerie,

le basse piaggerie da

cuccioletti.

Tuo fratello è bandito per

decreto.

S’è per lui che tu vieni ad

inchinarti,

ed a pregare ed a blandire

Cesare,

io ti caccio a pedate come un

cane

dalla mia strada. Sappilo,

Metello:

a nessuno ha mai fatto torto

Cesare,

né mai vorrà aver

soddisfazione,

se non su base d’una giusta

causa.

METELLO - ( Rivolto agli altri congiurati )

Non c’è tra voi più meritoria

voce,

che suoni più gradita della mia

all’orecchio di Cesare

magnifico,

per revocare il bando a mio

fratello?

BRUTO - ( Venendo subito avanti e

prendendo la mano di Cesare )

Io ti bacio la mano,

Cesare, non per bassa

adulazione,

ma per pregarti ed impetrar da

te

che Publio Cimbro possa avere

subito

la libertà di rientrare a Roma.

CESARE - Come! Bruto!

CASSIO - Il tuo perdono,

Cesare:

ecco, ai tuoi piedi si prosterna

Cassio

ad implorar da te

la revoca del bando a Publio

Cimbro.

( S’inginocchia ai piedi di

Cesare )

CESARE - Voi potreste pensare di

commuovermi

s’io fossi come voi. Se

pregare

sapessi anch’io per

commuovere altrui,

questo vostro pregare il mio

perdono

sarebbe riuscito già a

commuovermi.

Ma io sono costante ed

immutabile

come la Stella dell’Orsa

Minore

alla cui fissità nessuna stella

è pari, nell’intero firmamento.

I cieli son dipinti

d’infinite scintille tutto

fuoco,

e ciascuna rifulge come

l’altre,

ma ve n’è una ch’è fissa ed

immobile

sempre allo stesso punto.

Così nel mondo: è brulicante

d’uomini,

fatti di carne e sangue tutti

quanti,

e dotati di seme d’intelletto;

e tuttavia in questa

moltitudine

io non ne so che uno

che stia saldo, ed immoto, e

inespugnabile:

e quell’uno son io. E in questo

caso,

anche, lasciate ch’io tale mi

mostri:

sono stato costante nel volere

che Cimbro fosse stato messo

al bando,

e costante rimango nel volere

che così resti.

CASSIO - ( Rialzandosi ) .

Oh, Cesare…

CESARE - Sta’

indietro!

E che! Vorresti scuotere

l’Olimpo?

DECIO - ( Inginocchiandosi )

Grande Cesare…

CESARE - T’inginocchi

invano.(58)

Perfino Bruto s’inginocchia

invano.

CASCA - Parlate allora voi, mani, per

me!

( Casca sta dietro, e colpisce

Cesare al collo col pugnale;

gli altri gli si avventano

subito, colpendolo dappertutto

il corpo. Bruto lo colpisce per

ultimo )

CESARE - (59)…

Et tu, Brute? E allora

cadi, Cesare!

( Stramazza, morto. Il popolo e

tutti i senatori, meno Publio,

fuggono in disordine )

CINNA - Romani, libertà! Liberazione!

La tirannide è spenta!

Correte a proclamarlo per le

strade!

CASSIO - tribune!(60)

Alle Ci salga

qualcuno

e gridi “Libertà!” a tutta

Roma!

“Libertà, redenzione,

affrancamento!”

BRUTO - Popolo e senatori, non

fuggite;

restate, non dovete aver paura!

Il debito dell’ambizione è

assolto.

CASCA - Bruto, va’ tu ai rostri.

DECIO - E Cassio, anche.

BRUTO - Dov’è Publio?

CINNA - Qui, Bruto, qui con

noi,

tutto atterrito da questa

rivolta.

METELLO - Stiamo ben saldi insieme, ché

per caso

qualche amico di Cesare

potrebbe…

BRUTO - Non parliamo di stare…

( A Publio ) Sta’

tranquillo,

Publio, per te non c’è nessun

pericolo,

come per nessun altro dei

Romani.

Rassicurali, Publio.

CASSIO - Sarà meglio,

Publio, però che tu non stia

con noi;

che il popolo infuriato con noi

tutti

non abbia a maltrattar la tua

canizie.

BRUTO - Sì, allontànati, Publio,

che nessuno risponda di

questo atto

eccetto noi, che ne siamo gli

autori.

Rientra TREBONIO

CASSIO - Dov’è Antonio?

TREBONIO - Se n’è fuggito a

casa,

era tutto stordito. Per le

strade,

uomini, donne, bimbi,

spaventati,

gli occhi sbarrati, van

correndo e urlando

come se fosse il giorno del

Giudizio.

BRUTO - O Fati, ora sapremo il voler

vostro;

che dobbiamo morire, lo

sappiamo;

non è che l’ora ed i residui

giorni

che gli uomini si curan di

sapere.

CASSIO - Mah, chi toglie vent’anni alla

sua vita,

altrettanti ne toglie alla paura

sua della morte.

BRUTO - Da’ questo per vero,

ed allora la morte è un

beneficio;

ed è questo che abbiamo fatto

a Cesare,

accorciandogli il tempo

da viver nel timore della

morte.

Chinatevi, Romani,

prosternatevi!

E nel sangue di Cesare

bagniamoci le mani, fino ai

gomiti,

ed intingiamoci le nostre

spade,

e, andando tutti avanti, fino al

Foro,

ed agitando sulle nostre teste

l’armi vermiglie, alziamo un

solo grido:

“Pace, liberazione, libertà!”

CASSIO - Inchiniamoci, allora, sì, e

bagniamoci!

Per quante età future

sarà questa esaltante nostra

scena(61)

rivissuta: in nazioni ancor da

nascere

ed in accenti ancora

sconosciuti!

BRUTO - E quante volte, a pubblico

divago,

dovrà ancor sanguinare questo

Cesare,

che giace ora disteso, men che

polvere,

ai piedi della statua di

Pompeo!(62)

CASSIO - Ed ogni volta che ciò si farà,

questo nostro manipolo di

uomini

sarà esaltato, come di coloro

che diedero la libertà alla

patria!

DECIO - Allora, che facciamo, ci

muoviamo?

CASSIO - Via, sì, via tutti insieme, e

Bruto in testa

e noi onoreremo i suoi

calcagni

con il corteo dei cuori più

gagliardi

e dei più eletti spiriti di

Roma.

Entra un SERVO

BRUTO - Fermi! Chi viene?… Un

famiglio di Antonio.

SERVO - ( Inginocchiandosi avanti a

Bruto )

Bruto, così m’impose il mio

padrone

d’inginocchiarmi; così

Marcantonio

mi comandò di cadere ai tuoi

piedi,

e, prosternato a te, così

parlarti:

nobile, saggio, valoroso e

onesto

è Bruto; Cesare era possente,

coraggioso, magnanimo,

affettuoso:

di’ a Bruto che io l’amo, e che

l’onoro;

digli che amavo ed onoravo

Cesare,

ed anche lo temevo;

se Bruto vorrà far che

Marcantonio,

senza pericolo per la sua vita,

possa vederlo e sapere da lui

come Cesare avesse meritato

d’essere messo a morte,

Marcantonio non avrà tanto

caro

Cesare morto, quanto Bruto

vivo,

e del nobile Bruto seguirà,

con salda fede, le fortune e i

rischi

attraverso le incognite vicende

situazione.(63)

di questa

BRUTO - Il tuo padrone

è un Romano di senno e di

valore:

mai lo tenni da meno.

Digli che se gli piace di

venire

in questo luogo, sarà

soddisfatto,

e, sul mio onore, ne partirà

incolume.

SERVO - Vado, e te lo conduco

immantinente.

( Esce )

BRUTO - ( A Cassio )

Sono sicuro che lo avremo

amico.

CASSIO - Vorrei ben augurarmelo,

ma l’animo mi dice di temere

molto di lui; e i miei

presentimenti

è raro che non colgano nel

segno. ( 64 )

Rientra MARCANTONIO

Ma ecco Antonio… Benvenuto,

Antonio!

ANTONIO - ( Senza rispondergli, volto al

cadavere di Cesare )

Potentissimo Cesare!

Sì basso giaci? A sì picciola

cosa

sono dunque ridotte le tue

glorie,

le tue grandi conquiste, i tuoi

trionfi,

le spoglie da te vinte? Vale,

Cesare!

( A Bruto e Cassio )

Io non conosco le vostre

intenzioni:

a chi altri si debba cavar

sangue;

chi altro voi pensiate ne abbia

troppo;

se si trattasse della mia

persona,

non saprei scegliere miglior

momento

di questo che ha veduto cader

Cesare,

né più gloriosi strumenti di

morte

di queste vostre spade,

impreziosite

dal più nobile sangue della

terra.

Se mal mi sopportate,

mentre le vostre mani ancor

fumano

e vaporan purpuree, vi

scongiuro,

completate su me l’opera

vostra!

Vivessi ancor mill’anni,

mai sarò meglio disposto a

morire,

né mi sarà più gradito altro

luogo

né altro mezzo con cui ricever

morte,

che qui, accanto a Cesare,

e per mano di voi che siete il

fiore

BRUTO - Antonio, non ci chieder la tua

morte.

Se pur dobbiamo apparire ai

tuoi occhi

nient’altro che efferati

sanguinarii

a giudicarci dalle nostre mani

e dall’atto da noi testé

compiuto,

tu di noi vedi solo ora le mani

e l’azione cruenta che le mani

han compiuto; non vedi i

nostri cuori;

essi traboccan di pietà per

Cesare

ma anche di pietà per tutti i

torti

per Cesare da Roma

sopportati;

e la pietà ha scacciato la pietà

in noi, in questa azione contro

Cesare,

come è scacciato il fuoco da

altro fuoco.

Verso di te, però, le nostre

spade

hanno punte di piombo,

Marcantonio;

le nostre braccia, forti contro

il male,

e i nostri cuori solo temperati

di volontà fraterna,

t’accolgono fra noi con

simpatia,

con ogni buon proposito e

rispetto.

CASSIO - La tua voce sarà tanto

autorevole

quanto quella d’ogni altro,

nella distribuzione delle

cariche

nel nuovo ordinamento dello

Stato.

BRUTO - Devi sol pazientare,

Marcantonio,

che ci riesca di calmare la

gente,

ancora fuor di sé dallo

spavento,

e ti riveleremo allor la causa

perch’io, che pur volevo bene

Cesare(65)

a

pur mentre lo colpivo, ho così

agito.

ANTONIO - Della saggezza vostra io non

dubito.

Che ciascuno di voi

mi tenda la sua mano

insanguinata;

e tu per primo, Bruto; e la tua,

Cassio;

e la tua, Decio; e poi la tua,

Metello;

e la tua, Cinna; e tu, mio

prode Casca;

e, se pure per ultimo,

Trebonio,

la tua, non certo per minore

affetto.

Nobili amici… ahimè che cosa

dirvi?

Il mio credito presso tutti voi

riposa su così malferma base

che una di due cose, entrambe

odiose,

voi dovete pensar di me ch’io

sia:

o un codardo o un basso

adulatore.

Che io t’amassi, Cesare,

oh, questo è vero! E se il tuo

grande spirito

aleggia su di noi, ti dorrà

forse

più crudamente ancor della tua

morte(66)

vedere il tuo Antonio

far la pace con questi tuoi

nemici

e stringere le mani di ciascuno

intrise del tuo sangue,

nobilissimo,

avanti alla tua spoglia.

Meglio si converrebbe certo a

me,

potessi aver tanti occhi

per quante hai tu ferite, e

tante lacrime

per quanto è il sangue che da

esse sgorga,

che non legarmi ora in

CASSIO - Marcantonio!

ANTONIO - Scusami Cassio, sto parlando a

Cesare

come potranno i nemici di

Cesare;

in bocca ad un amico come me,

discrezione.(67)

è fredda

CASSIO - Non ti rimprovero le lodi a

Cesare,

ma con noi come intendi

comportarti?

Vuoi che ti annoveriamo tra

gli amici,

o dobbiamo procedere da soli,

senza poter contare su di te?

ANTONIO - Ero per dirvi questo poco fa,

mentre stringevo a ciascuno la

mano,

ma mi son divagato, in verità,

nell’abbassare gli occhi sopra

Cesare.

Sono con voi, amici, e vi amo

tutti,

sempre con la speranza di

conoscere

le ragioni da voi, come e

perché

sarebbe stato Cesare un

pericolo.

BRUTO - Senza come e perché,

sarebbe stato il nostro,

certamente,

un ben truce spettacolo.

Ma le nostre ragioni,

Marcantonio,

sono talmente degne e

rispettabili,

che s’anche tu fossi figlio di

Cesare

non potresti non esserne

convinto.

ANTONIO - È tutto quel che chiedo di

sapere.

In più vi chiedo che mi sia

concesso

di portare nel Foro il suo

cadavere,

e lì, dal rostro, poter

pronunciare

come un amico il suo elogio

funebre.

BRUTO - Concesso, Antonio.

CASSIO - Bruto, una

parola…

( Si appartano )

Non hai coscienza di quello

che fai.

Non si deve permettere ad

Antonio

di parlare per il suo funerale.

Tu non sai come può farsi

commuovere

il popolo da ciò ch’egli dirà!

BRUTO - Tu lascia fare a me…

Salirò io per primo alla

tribuna

e chiarirò al popolo i motivi

che ci hanno spinti ad uccidere

Cesare.

Quanto a quello che potrà dire

Antonio,

spiegherò ch’è col nostro

beneplacito

ch’egli parla, per tributare a

Cesare

le onoranze previste dalla

legge.

Ciò tornerà piuttosto a nostro

bene,

e non a nostro danno.

CASSIO - Quel che potrà seguirne, non

lo so;

ma la faccenda non mi piace

affatto.

BRUTO - Antonio, là, prendi il corpo di

Cesare.

Bada, però, nel tuo discorso

funebre,

nessun biasimo a noi.

Di Cesare di’ pure tutto il

bene

che puoi dire, ma spiega che

lo fai

con il nostro consenso; o

altrimenti

tu non potrai aver nessuna

parte

in queste esequie; e inoltre

parlerai

dalla stessa tribuna dov’io

vado,

e dopo ch’abbia già parlato io.

ANTONIO - D’accordo. Non desidero di

più.

BRUTO - Prepara dunque il corpo, là, e

seguici.

( Escono tutti meno Antonio )

ANTONIO - Oh, perdonami, zolla

sanguinante,

se mi mostro così mansueto ed

umile

con questi macellai. Nella tua

spoglia

è la rovina dell’uomo più

nobile

che visse mai nel fluire del

tempo.

E maledette siano quelle mani

ch’hanno versato il tuo

prezioso sangue!

Su queste tue ferite

che dischiudono come mute

bocche

le lor labbra vermiglie ad

implorare

voce ed accento da questa mia

lingua,

io profetizzo qui che la tua

morte

farà cadere una maledizione

sulla schiena degli uomini:

furore d’interne lotte e di

fazioni

l’un l’altra avverse strazierà

d’Italia

ogni contrada; il sangue e la

rovina

saranno sì consueti,

e diverranno così famigliari

scene d’orrore agli occhi della

gente,

che le madri dovranno sol

sorridere

nel mirare i lor bimbi appena

nati

squartati dagli artigli della

guerra,

ché l’abitudine alle truci gesta

avrà spento ogni senso di

pietà;

e su tutti lo spirito di Cesare

avido di vendetta, con al

fianco

Ate, venuta fuori dall’inferno,

Entra un SERVO

Tu servi Ottavio Cesare, o mi

sbaglio?

SERVO - Appunto, Marcantonio.

ANTONIO - So che Cesare

gli aveva scritto di venire a

Roma.(70)

SERVO - Ha ricevuto, infatti, la sua

lettera,

e viene; e m’ordinò di dirti a

voce…

( Vede il cadavere di Cesare )

Oh, Cesare!…

ANTONIO - ( Vedendo il servo ammutolito )

Ti si è gonfiato il

cuore,

lo so. Mettiti un po’ da parte,

e piangi.

La commozione è contagiosa,

vedo;

ché a vedere imperlarsi di

dolore

i tuoi occhi, mi pare che anche

i miei

cominciano a bagnarsi… Il tuo

padrone

allora sta venendo?

SERVO - Questa sera

pernotterà a sette miglia da

Roma.

ANTONIO - Torna da lui di corsa,

e informalo di quanto hai visto

qui:

qui c’è una Roma in lutto,

una Roma in pericolo, una

Roma

non ancora sicura per Ottavio.

Va’ digli questo… No, un

momento, aspetta:

non andare senza aver visto me

trasportare nel Foro questo

corpo.

Là io, col mio discorso,

saggerò come reagisce il

popolo

al delitto di questi sanguinari;

e tu da ciò potrai dire ad

Ottavio

come stanno le cose. Vieni,

aiutami.

( Escono trasportando il corpo

di Cesare,

dopo averlo avvolto in un

lenzuolo )

SCENA II

Rom a, il For o.

Entrano BRUTO e CASSIO seguiti da una folla di cittadini

CITTADINI - Soddisfazione!

Vogliamo sapere!

Vogliamo che ci diate

spiegazione!

BRUTO - ( Accingendosi a salire sul

rostro )

Bene, amici, seguitemi e

ascoltate.

Cassio, tu pòrtati nell’altra

strada,

spartiamoci la folla tra noi

due.

Chi vuol sentire me, si fermi

qui,

chi vuol sentire Cassio, segua

lui.

Vi daremo qui pubblica

ragione

della morte di Cesare.

1° CITTADINO - Io resto. Voglio udir parlare

Bruto.

2° CITTADINO - Io voglio udire Cassio;

raffronteremo poi le lor

ragioni,

che avremo udito

separatamente.

( Esce Cassio, seguito da

alcuni cittadini )

3° CITTADINO - Silenzio! Il nobile Bruto è

salito.

BRUTO - Romani, miei compatrioti,

amici,

io vi chiedo pazienza;

ascoltatemi bene fino in

fondo,

e restate in silenzio,

causa(71)

e vi esporrò la del

mio agire.

Sul mio onore, credetemi,

ed abbiate rispetto del mio

onore;

giudicatemi nella saggezza

vostra,

e a meglio farlo aguzzate

l’ingegno.

Se c’è alcuno fra voi

ch’abbia voluto molto bene a

Cesare,

io dico a lui che l’amore di

Bruto

per Cesare non fu meno del

suo.

Se poi egli chiedesse perché

Bruto

s’è levato con l’armi contro

Cesare,

la mia risposta è questa:

non è che Bruto amasse meno

Cesare,

ma più di Cesare amava Roma.

Preferireste voi Cesare vivo

e noi tutti morire come

schiavi,

oppur Cesare morto, e tutti

liberi?

Cesare m’ebbe caro, ed io lo

piango;

la fortuna gli arrise, ed io ne

godo;

fu uomo valoroso, ed io

l’onoro.

Ma fu troppo ambizioso, ed io

l’ho ucciso.

Lacrime pel suo amore,

compiacimento per la sua

fortuna,

onore al suo valore,

CITTADINI - Nessuno, Bruto!

Nessuno!

Nessuno!

BRUTO - Vuol dire allora che nessuno

ho offeso.

Ho fatto a Cesare non più di

quello

che ciascuno di voi farebbe a

Bruto.

Le ragioni per cui Cesare è

morto

son tutte registrate in

Campidoglio;

la sua gloria, dov’egli ne fu

degno,

non è stata offuscata, né i

suoi torti

per i quali ebbe morte,

esagerati.

Entrano ANTONIO ed altri

portando il corpo di Cesare

avvolto in un lenzuolo, e lo

depongono ai piedi del rostro.

Ecco, viene il suo corpo,

pianto da Marcantonio,

che con tutto che non ha avuto

parte

alla sua morte, ne trarrà per sé

il beneficio d’un cospicuo

ufficio

in seno alla repubblica.

Ma chi di voi non ne trarrà

altrettanto?

E con ciò ho finito, cittadini,

non senza avervi ancora detto

questo:

che come ho ucciso il mio

migliore amico

per il bene di Roma,

quello stesso pugnale io terrò

pronto

per me stesso, se piaccia alla

mia patria

d’aver necessità della mia

morte.

CITTADINI - Evviva Bruto!

Evviva!

Evviva!

Evviva!

1° CITTADINO - Portiamolo in trionfo a casa

sua!

2° CITTADINO - Facciamogli una statua

con i suoi antenati.

3° CITTADINO - Sia lui Cesare!

4° CITTADINO - Sian coronate in Bruto

le qualità più nobili di Cesare!

1° CITTADINO - Vogliamo accompagnarlo a

casa sua

con grida e acclamazioni…

BRUTO - Cittadini!…

2° CITTADINO - Silenzio, olà, silenzio! Parla

Bruto!

BRUTO - Miei bravi cittadini,

lasciate ch’io me ne vada da

solo;

rimanete qui tutti con Antonio.

Rendete onore alla salma di

Cesare

ed a quello che Antonio vi

dirà,

con il nostro consenso e

beneplacito,

ad esaltare i meriti di Cesare.

Vi supplico, nessuno

s’allontani

prima che Marcantonio abbia

parlato.

( Esce )

1° CITTADINO - Zitti e fermi! Sentiamo

Marcantonio.

3° CITTADINO - Aspettiamo che salga alla

tribuna.

Nobile Antonio, sali, ti

ascoltiamo.

ANTONIO - ( È salito sul rostro )

Per amore di Bruto,

mi sento in obbligo con tutti

voi.

4° CITTADINO - ( Al terzo cittadino )

Eh? Che dice di Bruto?

3° CITTADINO - Che per amor di Bruto

si sente in obbligo con tutti

noi,

dice…

4° CITTADINO - Meglio per lui

che non si metta a dir male di

Bruto!

1° CITTADINO - Questo Cesare, è vero, era un

tiranno.

3° CITTADINO - Ah, questo è certo; e siamo

fortunati

che Roma abbia saputo

liberarsene!

2° CITTADINO - Silenzio, udiamo che sa dirci

Antonio.

ANTONIO - Voi, nobili Romani…

CITTADINI - Olà, silenzio!…

ANTONIO - Romani, amici, miei

compatrioti,

vogliate darmi orecchio.

Io sono qui per dare sepoltura

a Cesare, non già a farne le

lodi.

Il male fatto sopravvive agli

uomini,

il bene è spesso con le loro

ossa

sepolto; e così sia anche di

Cesare.

V’ha detto il nobile Bruto che

Cesare

era uomo ambizioso di potere:

se tale era, fu certo grave

colpa,

ed egli gravemente l’ha

scontata.

Qui, col consenso di Bruto e

degli altri

- ché Bruto è uom d’onore,

come lo sono con lui gli altri -

io vengo innanzi a voi a

celebrare

di Cesare le esequie. Ei mi fu

amico,

sempre stato con me giusto e

leale;

ma Bruto dice ch’egli era

ambizioso,

e Bruto è certamente uom

d’onore.

Ha addotto a Roma molti

prigionieri,

Cesare, e il lor riscatto ha

rimpinzato

le casse dell’erario: sembrò

questo

in Cesare ambizione di potere?

Quando i poveri han pianto,

Cesare ha lacrimato:

l’ambizione

è fatta, credo, di più dura

stoffa;

ma Bruto dice ch’egli fu

ambizioso,

1° CITTADINO - Mi sembra che ci sia molta

ragione

in quel che ha detto.

2° CITTADINO - Certo, a

ripensarci.

Cesare ha ricevuto grandi

torti.

3° CITTADINO - compagni.(75)

Ah, sì, certo Ed

ho paura

che al suo posto ne venga uno

peggiore.

4° CITTADINO - Avete ben notato quel che ha

detto?

Non ha voluto accettar la

corona:

allora è certo, non era

ambizioso.

1° CITTADINO - Se davvero è così,

qualcuno la dovrà pagar ben

cara.

2° CITTADINO - Pover’anima, ha gli occhi tutti

rossi

come il fuoco, dal piangere.

3° CITTADINO - Non c’è uomo più nobile di

Antonio

a Roma.

4° CITTADINO - Ecco, riprende a parlare.

ANTONIO - Ancora ieri, la voce di Cesare

avrebbe fatto sbigottire il

mondo:

ed ei giace ora là,

e nessuno si stima tanto basso

da render riverenza alla sua

spoglia.

Oh, amici, fosse stata mia

intenzione

eccitare le menti e i cuori

vostri

alla sollevazione ed alla

rabbia,

farei un torto a Bruto e un

torto a Cassio,

i quali sono uomini d’onore,

come tutti sapete.

Non farò certo loro questo

torto;

preferisco recarlo a questo

ucciso,

a me stesso ed a voi,

piuttosto che a quegli uomini

onorevoli.

Ma ho qui con me una

pergamena scritta,

col sigillo di Cesare;

l’ho rinvenuta nel suo

gabinetto:

è il suo testamento.

Se solo udisse la gente del

popolo

quello ch’è scritto in questo

documento

- che, perdonate, non intendo

leggere -

andrebbe a gara a baciar le

ferite

di questo corpo, e a immergere

ciascuno

i propri lini nel suo sacro

sangue;

e a chiedere ciascuno, per

reliquia,

un suo capello, di cui far

menzione

in morte, per lasciarlo in

1° CITTADINO - Il testamento lo vogliamo

udire.

Leggilo, Marcantonio!

TUTTI - Il testamento!

Il testamento! Vogliamo

sentire

quali sono le volontà di

Cesare.

ANTONIO - Gentili amici, no,

siate pazienti, non lo debbo

leggere.

Non è opportuno che voi

conosciate

fino a che punto Cesare vi

amasse.

Non siete né di legno, né di

pietra,

ma siete uomini, e, come

uomini,

sentendo quel che Cesare ha

testato,

v’infiammereste, fino alla

pazzia.

È bene non sappiate

che suoi eredi siete tutti voi,

perché, se lo sapeste,

oh, chi sa mai che cosa ne

verrebbe!

4° CITTADINO - Leggi quel testamento!

Vogliamo udire quel che dice,

Antonio!

Devi leggere la sua volontà!

ANTONIO - Davvero non volete

pazientare?

Non volete aspettare ancora un

po’?

Ho trasgredito a me stesso a

parlarvene.

Fo torto, temo, agli uomini

d’onore

i cui pugnali hanno trafitto

Cesare.

4° CITTADINO - Che “uomini d’onore”:

traditori!

ALTRI Vogliamo il testamento!

CITTADINI -

2° CITTADINO - Scellerati! Assassini!… Il

testamento!

Leggici il testamento!

ANTONIO - Mi costringete, dunque, a

forza a leggerlo?…

Allora fate cerchio

tutt’intorno al cadavere di

Cesare

e lasciate ch’io scopra agli

occhi vostri

colui che ha fatto questo

testamento.

Devo scendere? Me lo

permettete?

TUTTI - Vieni giù.

Scendi.

È questo che

vogliamo.

( Antonio scende dal rostro e

si porta vicino alla salma di

Cesare )

UN CITTADINO - Stiamo in cerchio.

UN ALTRO - Discosti dalla

bara.

UN ALTRO - Non ci accalchiamo tutti sul

cadavere.

UN ALTRO - Fate largo ad Antonio…

al nobilissimo Antonio.

ANTONIO - ( Che è sceso dal rostro )

No, no,

non dovete accalcarvi intorno

a me,

state discosti.

ALCUNI - Indietro, gente,

indietro!

ANTONIO - Ora, se avete lacrime, Romani,

preparatevi a spargerle.

Il mantello lo conoscete tutti:

io ho, nel mio ricordo,

la prima volta ch’egli l’ha

indossato:

nella sua tenda, una sera

d’estate,

il giorno stesso che sconfisse

Nervii.(76)

i

Guardate: in questo punto è

penetrato

il pugnale di Cassio; qui,

vedete,

che squarcio ha fatto nella sua

ferocia

Casca, e per là è poi passato

il pugnale del suo diletto

Bruto;

e quando questi ha estratto da

quel varco

il maledetto acciaio, ecco,

osservate

come il sangue di Cesare n’è

uscito

quasi a precipitarsi fuor di

casa

per sincerarsi s’era stato

Bruto,

o no, che avesse così

rudemente

bussato alla sua porta:

perché Bruto era l’angelo di

Cesare,

lo sapete. E voi siete

testimoni, o dèi,

di quanto caramente egli

l’amasse!

Questo di tutti i colpi

è stato certamente il più

crudele:

perché il nobile Cesare

quando vide colui che lo

vibrò,

l’ingratitudine, più che la

forza

delle braccia degli altri

CITTADINI - Uh, quale scempio!

Oh, magnanimo

Cesare!

O infausto giorno!

Infami traditori!

Oh, che orribile vista! Quanto

sangue!

Vendicarlo dobbiamo.

Sì, vendetta!

Vendetta! Attorno, frugate,

bruciate,

incendiate, uccidete, trucidate,

non resti vivo un solo

traditore!

1° CITTADINO - Silenzio, olà! Ascoltiamo

ancora Antonio.

2° CITTADINO - Ascolteremo, seguiremo

Antonio,

moriremo con lui…

ANTONIO - Miei buoni amici,

miei cari amici, non fatemi

carico

d’istigarvi ad un simile

improvviso

flutto di ribellione.

I responsabili di quest’azione

sono gente d’onore…

Quali private cause di rancore

possano averli indotti, ahimè,

a compierla,

non so: essi son saggi ed

onorevoli

e vi sapranno dire le ragioni.

Non son venuto, amici,

a rapire per me il vostro

cuore;

non sono un oratore come

Bruto,

sono - mi conoscete - un uomo

semplice

che amava Cesare con cuor

sincero;

e questo sanno bene anche

coloro

che m’han concesso il loro

beneplacito

a parlare di lui così, in

pubblico;

perché io non posseggo né

l’ingegno,

né la facondia, né l’abilità,

né il gesto, né l’accento,

né la forza della parola adatta

a riscaldare il sangue della

gente:

parlo come mi viene sulla

bocca,

vi dico ciò che voi stessi

sapete,

vi mostro le ferite del buon

Cesare,

povere bocche mute,

e chiedo a loro di parlar per

me.

S’io fossi Bruto e Bruto fosse

Antonio,

CITTADINI - E così noi faremo!

Insorgeremo!

Daremo fuoco alla casa di

Bruto!

1° CITTADINO - Via, dunque, a caccia dei

cospiratori!

ANTONIO - No, cittadini, ascoltatemi

ancora.

Ho ancora da parlarvi.

1° CITTADINO - Olà, silenzio!

Sentiamo ancora quel che

vuole dirci

il nobilissimo Antonio.

ANTONIO - Ma, amici,

andate a far non sapete che

cosa.

Sapete perché Cesare

ha tanto meritato il vostro

affetto?…

Ahimè, m’accorgo che non lo

sapete.

Dunque bisognerà che ve lo

dica.

Il testamento di cui v’ho

parlato

l’avete già dimenticato…

CITTADINI - È vero!

Sentiamo quel che dice il

testamento.

ANTONIO - Eccolo qua: col sigillo di

Cesare:

lascia pro capite a ciascun

Romano, dramme.(77)

settantacinque

2° CITTADINO - Cesare nobilissimo! Vendetta!

Della sua morte faremo

vendetta!

3° CITTADINO - Oh, Cesare regale!

ANTONIO - Ascoltatemi ancora con

pazienza.

CITTADINI - Silenzio, olà!

Silenzio!

ANTONIO - Inoltre vi ha lasciati tutti

quanti

eredi dei giardini, delle vigne

e degli orti da lui fatti

piantare

di là dal Tevere recentemente:

li lascia tutti a voi e ai vostri

eredi,

in perpetuo possesso, perché

siano

pubblici luoghi di

divertimento

per passeggiate e per

ricreazione.

Questo era, cittadini, il vero

Cesare.

Quando ne verrà uno come lui?

1° CITTADINO - Mai, mai! Venite, cremiamo il

suo corpo consacrato,(78)

nel luogo

e coi tizzoni accesi diamo

fuoco

alle case di questi traditori!

Prendete su il cadavere!

2° CITTADINO - Avanti, andiamo, prepariamo il

rogo!

3° CITTADINO - Fracassiamo le panche…

4° CITTADINO - … le finestre,

i sedili di legno ed ogni cosa!

( Escono tutti, trasportando a

spalla il corpo di Cesare meno

Antonio )

ANTONIO - Ora che tutto funzioni da sé.

Ormai sei scatenato, maleficio:

prendi il corso che vuoi…

Entra un SERVO Che c’è,

ragazzo?

SERVO - Padrone, Ottavio è già arrivato

a Roma.

ANTONIO - Dov’è?

SERVO - Con Lepido in casa di

Cesare.

ANTONIO - E là mi reco ad incontrarlo,

subito.

Egli arriva a buon punto: la

Fortuna

ci arride, e in questo suo

ridente umore

saprà concederci qualunque

cosa.

SERVO - Ho sentito da lui che Bruto e

Cassio

son fuggiti a cavallo, come

pazzi,

attraverso le porte di città.

ANTONIO - Devono aver avuto conoscenza

degli umori del popolo

com’io l’ho trascinato a

commozione.

Conducimi da Ottavio.

( Escono )

SCENA III

Rom a, una via. ( 79 )

Entra CINNA, il poeta

CINNA - Stanotte ho fatto un sogno:

mi pareva di stare a

banchettare

con Cesare, e mi gravano la

mente sinistre.(80)

immagini Non ho

voglia

d’andar girovagando fuor di

casa,

ma c’è qualcosa che mi ci

trascina.

Entrano dei CITTADINI

1° CITTADINO - Qual è il tuo nome?

2° CITTADINO - Dove stai

andando?

3° CITTADINO - Dove abiti?

4° CITTADINO - Scapolo? Ammogliato?

2° CITTADINO - Rispondi a tono alle nostre

domande.

1° CITTADINO - E breve.

4° CITTADINO - E con giudizio.

3° CITTADINO - E lealmente.

CINNA - Il mio nome? Dove abito?…

Dove vado? Se ho moglie o

sono scapolo?

Ebbene, per rispondere a

ciascuno

direttamente, breve,

saggiamente

e lealmente: dico saggiamente

che sono scapolo.

2° CITTADINO - Che è come dire,

secondo te, che sono tutti

allocchi

quelli che prendon moglie.

Ho paura che queste tue parole

ti costeranno un paio di

ceffoni.

Ma tira avanti, via:

direttamente.

CINNA - Direttamente andavo, devo

dirlo,

al funerale di Cesare.

1° CITTADINO - Come?

Da amico o da nemico?

CINNA - Come amico.

2° CITTADINO - Ora hai risposto a tono.

4° CITTADINO - E dove abiti?

Breve.

CINNA - Breve: vicino al

Campidoglio.

3° CITTADINO - Come ti chiami, amico,

lealmente.

CINNA - Lealmente il mio nome è

Cinna.

1° CITTADINO - A pezzi!

Fatelo a pezzi! È un

cospiratore!

CINNA - Sono Cinna il poeta, io, il

poeta!

4° CITTADINO - Fatelo a pezzi pei suoi brutti

versi!

Fatelo a pezzi pei suoi brutti

versi!

CINNA - Non sono il Cinna dei

cospiratori!

4° CITTADINO - È lo stesso. Si chiama Cinna e

basta!

Strappategli dal cuore solo il

nome

e lasciatelo andare.

3° CITTADINO - A pezzi, a pezzi!

Voialtri là, venite coi tizzoni!

Tizzoni accesi! Da Bruto e da

Cassio,

bruciate tutto: chi a casa di

Decio,

quali da Casca, quali da

Ligario!

( Escono tutti )

ATTO QUARTO

SCENA I (81)

Rom a, in cas a di Mar cantonio.

OTTAVIO, ANTONIO e LEPIDO son seduti ad un tavolo

ANTONIO - Allora, tutti i nomi qui

schedati

son da mettere a morte, tutti

quanti.

OTTAVIO - ( A Lepido )

Tuo fratello deve anche lui

morire.

Non sei d’accordo, Lepido?

LEPIDO - D’accordo.

OTTAVIO - ( Ad Antonio )

Allora, Antonio, aggiungilo

alla lista.

LEPIDO - A patto, Antonio, che non

resti vivo,

però, nemmeno tuo nipote

Publio.(82)

ANTONIO - Nemmeno lui vivrà. Toh, ecco,

guarda:

con questo segno condanno

anche lui.

Ma va’ a casa di Cesare,

Lepido, porta qua il suo

testamento,

e vedremo di togliere qualche

onere

dai suoi legati.

LEPIDO - Vi ritrovo qui?

OTTAVIO - O qui, o in Campidoglio.

( Esce Lepido )

ANTONIO - È proprio un omiciattolo da

niente,

buono a fare il garzone di

bottega.

Ti sembra giusto che, diviso il

mondo

in tre parti, egli debba

figurare

come uno che dovrà tenerne un

terzo?

OTTAVIO - Tu stesso l’hai così

considerato;

ed hai chiesto perfino il suo

parere

su chi segnare nella lista nera

dei condannati a morte e dei

proscritti.

ANTONIO - Ottavio, ho visto più giorni di

te:

abbiamo un bel caricare

quest’uomo

di onori, per alleggerir noi

stessi

di numerosi e fastidiosi pesi;

saprà portarli come porta un

asino

un carico prezioso sulla

groppa,

sudando e mugugnando sotto il

peso,

guidato o spinto a forza verso

il luogo

che gli indichiamo noi;

e portato che avrà per noi il

tesoro,

gli togliamo di dosso quella

soma

e da asino scarico

lo scapezziamo, a scrollarsi

gli orecchi

e a pascolare nei pubblici

prati.

OTTAVIO - Fa’ come credi; ma tieni

presente

ch’è soldato provetto e

coraggioso.


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194

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Menzo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Tecniche espressive e composizioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Insubria Como Varese - Uninsubria o del prof Gaspari Gianmarco.

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