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Tecniche espressive e composizione testi in italiano - Claudio Marazzini - breve storia della lingua italiana

Appunti per l'esame di Tecniche espressive e composizione testi in italiano, professor Gianmarco Gaspari, cdl in scienze della comunicazione. Il documento è un'introduzione storica alla lingua, ai suoi scrittori, alla fonetica, alla grammatica, alla prosa e alla poesia.

Esame di Tecniche espressive e composizioni docente Prof. G. Gaspari

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toscana. L’anno successivo Lorenzo inviava dunque a Federico la raccolta selezionata di quegli

autori, unendovi l’elogio di quella lingua e di quella letteratura, in primo luogo di Dante e Petrarca

(“lingua non povera e rozza ma abundante e pulitissima…”).

Con Lorenzo il Magnifico e con la sua esaltazione del fiorentino, che egli stesso e Landino

riconoscevano comune a tutta l’Italia, per la prima volta la promozione del volgare e la

rivendicazione delle sue possibilità si collegavano ad un preciso intervento culturale e letterario,

non disgiunto da un disegno politico in senso lato.

La vitalità dell’Umanesimo volgare fiorentino esige dunque che si presti particolare interesse alle

realizzazioni poetiche di Lorenzo e del suo entourage. Il volgare viene assunto in questo caso a

soggetto di un esercizio letterario colto, in un ambiente d’elite.

Nell’ambiente mediceo assistiamo alla prima trasposizione su di un piano colto di un genere

popolare che godeva grande fortuna, quale era il cantare cavalleresco. Si trattava di una forma

poetica in ottave che veniva portata sulle piazze da canterini, cantastorie professionisti, per

l’intrattenimento di un pubblico medio-basso.

Il Morgante di Luigi Pulci (1432-1484) si inserisce in una generale tendenza al ricupero colto di

forme popolari, che caratterizza in larga misura buona parte della letteratura del rinascimento

mediceo.

Pulci scrisse al giovane Lorenzo una lettera in furbesco (si tratta del primo caso di uso del gergo

nella nostra letteratura) e compilò un Vocabolista, raccolta lessicale ad uso privato, la quale può

essere considerata una sorta di antecedente di un vocabolario italiano.

Un altro autore fiorentino, il Burchiello, è rimasto famoso per aver coltivato un genere di poesia

comica fondata sul gioco di doppi sensi e sull’invenzione verbale fino ai limiti del non senso e

dell’incomprensibilità.

5. L’INFLUENZA DELLA LETTERATURA RELIGIOSA

La letteratura religiosa è importante per la circolazione tra il popolo di modelli linguistici toscani o

centrali. Nel ‘400 troviamo raccolte di laude (laudari) in uso presso molte comunità dell’Italia

settentrionale.

Le sacre rappresentazioni erano messe in scena per un pubblico popolare, e quindi erano un’altra

occasione in cui, come nel caso delle laudi, gli incolti dialettofoni potevano incontrare una lingua

più nobile e toscanizzata.

Anche la predicazione si rivolgeva al popolo, e quindi aveva bisogno del volgare. Il volgare della

predicazione sarà stato in certi casi molto vicino al dialetto, o volgare locale, illustre. Nel ‘400,

però, abbiamo già casi in cui la lingua toscana esercita anche in questo campo un prestigio al di là

dei suoi naturali confini geografici. Tra i predicatori spicca la figura di San Bernardino da Siena.

Egli usa una lingua semplice e colloquiale, un parlar “chiarozzo acciò che chi ode, ne vada contento

e illuminato, e none imbarbagliato”.

Diverso il caso di Savonarola, un non toscano, proveniente dall’Italia settentrionale, che approdò a

Firenze, e vi dovette esercitare la sua missione, parlando ai cittadini dal pulpito. Egli fu quindi

costretto ad una sorta di toscanizzazione.

Il fatto stesso che i predicatori si muovessero da luogo a luogo e facessero esperienza di un pubblico

sempre diverso, li spingeva a raggiungere il possesso di un volgare che fosse in grado di

comunicare al di là dei confini di una singola regione.

Probabilmente tale predicatore poteva adottare alcune parole proprie del posto in cui si trovava, ma

doveva essere comunque in grado di depurare la propria lingua naturale, toscana o non toscana che

fosse, degli elementi vernacolari, incomprensibili ad un pubblico diverso da quello della sue regione

di origine.

6. LA LINGUA DI COINE’ E LE CANCELLERIE 16

La poesia volgare ebbe fin dall’inizio una maggiore uniformità rispetto alla prosa, tanto da formare

molto presto una sorta di sistema omogeneo. La prosa invece risentì maggiormente di oscillazioni.

Si può parlare a questo proposito di una varietà di scriptae, lingue scritte attestate dai documenti

dell’epoca, collocate in precisi spazi sociali e geografici. Ma nel ‘400, esse mostrano una tendenza

al conguaglio, cioè all’eliminazione dei tratti più vistosamente locali. Nel ‘400 dunque, le scriptae,

tramite conguaglio, si evolvono verso forme di coinè, termine tecnico con cui si indica una lingua

comune superdialettale.

La coinè del ‘400 consiste appunto in una lingua scritta che mira all’eliminazione di una parte

almeno dei tratti locali e raggiunge questo risultato accogliendo largamente latinismi e

appoggiandosi anche al toscano.

Il crescente prestigio dell’Umanesimo non significò affatto mortificazione del volgare, ma anzi

aumento della sua espansione e ramificazione. Proprio a partire dal ‘400 le manifestazioni scritte

del volgare mostrano una differenza che può essere attribuita allo spessore sociolinguistico.

Una forte spinta in direzione della coinè la diede l’uso del volgare nelle cancellerie principesche, ad

opera di funzionari, in genere notai.

Lo scarto tra scrittura pratica e scrittura letteraria rimaneva tuttavia ben marcato. E’ noto il caso di

Boiardo, le cui lettere private sono ad un livello di formalizzazione e di toscanizzazione molto

minore rispetto alle opere poetiche, in particolare rispetto alle liriche d’amore.

Nell’incertezza di un uso ancora non codificato da grammatiche e vocabolari, il latinismo era un

punto d’appoggio sicuro e insostituibile.

7. FORTUNA DEL TOSCANO LETTERARIO

Il volgare toscano acquistò di fatto un prestigio crescente fin dalla seconda metà del ‘300, a partire

dalla presenza fuori di Toscana di autori come Dante e Petrarca, i quali si mossero variamente

nell’area settentrionale.

A parte una regione eccentrica e francesizzata come il Piemonte, a Milano l’apertura verso la

letteratura toscana era stata sensibile, legata ad una precisa scelta. Filippo Maria Visconti, che

leggeva Petrarca e Boccaccio, fece compilare intorno al 1440 un commento all’inferno dantesco, e

fece commentare Petrarca dal Filelfo.

Diverse testimonianze dimostrano la simpatia con cui Ludovico il Moro guardava alla lingua

fiorentina. Anche la tipografia milanese (come quella mantovana) aveva concesso spazio alle opere

dei grandi trecentisti toscani.

Assieme a Firenze e a Milano, la città all’avanguardia nella stampa dei libri in volgare era Venezia.

Fin dal 1470 dai torchi veneziani era uscito il Canzoniere di Petrarca, nel 1471 il Decameron. Ma la

letteratura e la lingua volgare trovavano spazio anche nelle corti minori dell’Italia padana.

Nell’ambiente emiliano, tra Reggio e Ferrara, ad esempio operava Boiardo (1441-1494).

A Mantova il mecenatismo dei Gonzaga si era esercitato nei confronti di autori come Leon Battista

Alberti e Poliziano, che proprio qui compose nel 1480, per una festa di corte, l’Orfeo.

Matteo Maria Boiardo arrivò alla poesia in volgare dopo un’esperienza di poeta in lingua latina.

Egli operò in una dimensione definibile dal punto di vista linguistico come “acronica”, nel senso

che, volontariamente sradicato dal proprio terreno linguistico dialettale, assimilò librescamente il

toscano.

Il suo punto di riferimento è il ‘300, in particolare la poesia di Petrarca, ma anche il volgare poetico

precedente e il latino. Sono dunque frequenti i latinismi, che si riflettono anche sul vocalismo

tonico, in cui ricorrono –i e –u al posto di –e e –o: semplice, firma, summo.

Un tratto toscano è l’anafonesi.

Interessante è il confronto tra la poesia lirica di Boiardo e il suo poema incompiuto, l’Orlando

innamorato. Le due stampe presentano un colorito più dialettale, mentre il manoscritto è

maggiormente toscanizzato.

Nel sud Italia, durante il periodo in cui si instaurò a Napoli la corte della dinastia aragonese (1442-

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1502), fiorì una poesia cortigiana di cui sono esponenti autori come Francesco Galeota, Joan

Francesco Caracciolo, Pietro Jacopo de Jennaro.

Alcuni tratti linguistici di questi poeti li fanno distinguere rispetto al toscano: l’oscillazione tra

forme anafonetiche fiorentine e forme senza anaforesi, oscillazione fra i possessivi toa, soa e i

toscani tua e sua. Specificatamente meridionali sono fra l’altro le forme come iorno per giorno e

iace per giace.

La generazione successiva dei poeti meridionali, che ha come rappresentanti Cariteo e Sannazaro,

invece, si distacca maggiormente dai tratti linguistici locali. Quanto al Sannazaro, di particolare

importanza è la sua Arcadia.

Nell’Arcadia ci sono parti in prosa, che collegano le varie egloghe poetiche. Questa prosa è

particolarmente interessante perché è la prima “prosa d’arte composta fuor di Toscana, un una

lingua appresa ex novo” (Folena) ed è anche “il primo esempio di revisione linguistica in senso

toscaneggiante ad opera di uno scrittore linguisticamente periferico” (Serianni).

CAPITOLO QUINTO – IL CINQUECENTO

1. ITALIANO E LATINO

Nel ‘500, il volgare raggiunse piena maturità, ottenendo nel contempo il riconoscimento pressoché

unanime dei dotti, che gli era mancato durante l’Umanesimo.

Il volgare scritto raggiunse nel ‘500 un pubblico molto ampio di lettori. La storia della lingua

italiana nel periodo dal ‘500 al ‘700 potrebbe essere vista proprio come una lotta serrata con il

latino, a cui venne tolto progressivamente spazio.

Nel Rinascimento il latino resisteva saldamente al livello più alto della cultura. Però la crisi

umanistica del volgare era ormai superata. Gli intellettuali avevano generalmente fiducia nella

nuova lingua. Tale crescente fiducia derivava anche dal processo di regolamentazione grammaticale

allora in corso.

Verso la metà del ‘500 si assiste al definitivo tramonto della scrittura di coinè, la quale, nelle sue

vistose contaminazioni fra parlata locale, latino e toscano, rimase poi appannaggio degli scriventi

meno colti.

Il latino mantenne una posizione rilevante in molti settori. Il caso più evidente è quello della

pubblica amministrazione e della giustizia, per le quali nel XVI secolo la maggior parte degli statuti

editi nelle città italiane era ancora in latino.

Il latino era pane quotidiano per i giuristi, ma nelle verbalizzazioni delle inchieste, il volgare a poco

a poco trovava spazio.

Il variato intreccio tra latino ed italiano, tra scritto e parlato, tra formula giudiziaria e registrazione

della viva voce si ritrova nella deposizione di un aguzzino della Gran Corte della Vicaria, il quale

descrive davanti al giudice il comportamento di Tommaso Campanella, dopo che era stato

sottoposto a quasi quaranta ore di tortura. Il verbale relativo a tale testimonianza si apre e si chiude

in latino. In volgare sono le parole dell’aguzzino.

Nella produzione dei libri, quasi esclusivamente in latino si presentano la filosofia, la medicina e la

matematica. Il volgare viene usato nella scienza quando si tratta di stampare opere di divulgazione.

Quanto al settore umanistico-letterario vero e proprio, il volgare trionfa nella letteratura e si afferma

nella storiografia grazie a Machiavelli e Guicciardini. La percentuale più alta di libri in volgare

viene stampata dall’editoria di Venezia, seguita da quella di Firenze.

2. PIETRO BEMBO E LA QUESTIONE DELLA LINGUA

Nel 1501 usciva in piccolo formato il Petrarca volgare curato da Bembo.

Lo stampatore Manuzio, nella premessa a questa edizione del Petrarca, difendeva il testo dalle

rimostranze di coloro che vi avrebbero eventualmente potuto riconoscere un allontanamento dalle 18

tradizionali grafie latineggianti, eredità della coinè ‘400-‘500esca. Tale allontanamento dalla

consuetudine era visibile fin da titolo del libro, che era Le cose volgari di Messer Francesco

Petrarca, e non le cose vulgari.

Ma le innovazioni introdotte da Bembo erano anche di maggiore portata: sulla forma linguistica di

quel testo di Petrarca si sarebbero fondate in seguito le teorie esposte nelle Prose della volgar

lingua. Compariva inoltre il segno dell’apostrofo, ispirato alla grafia greca.

In nessun altro secolo il dibattito teorico sulla lingua ebbe tanta importanza come nel ‘500, anche

perché l’esito di queste discussioni fu la stabilizzazione normativa dell’italiano.

Al centro di questo dibattito possiamo collocare le Prose della volgar lingua, pubblicate a Venezia

nel 1525: è l’editio princeps a cui seguirono delle ristampe.

Le Prose sono divise in tre libri, il terzo dei quali contiene una vera e propria grammatica

dell’italiano, la quale però risulta poco sistematica ai nostri occhi di moderni, anche perché il

trattato ha una forma dialogica.

Il dialogo che costituisce le Prose è idealmente collocato nel 1502: vi prendono parte quattro

personaggi, ognuno dei quali è portavoce di una tesi diversa: Giuliano de’ Medici (terzo figlio di

Lorenzo il Magnifico) rappresenta la continuità con il pensiero dell’Umanesimo volgare. Federico

Fregoso espone molte delle tesi storiche presenti nella trattazione. Ercole Strozzi (umanista e poeta

in latino) espone le tesi degli avversari del volgare, e infine Carlo Bembo, fratello dell’autore, è

portavoce delle idee di Pietro.

Nelle Prose viene svolta prima di tutto un’ampia analisi storico-linguistica, secondo la quale il

volgare sarebbe nato dalla contaminazione del latino ad opera degli invasori barbari. Il riscatto del

volgare contaminato per le sue barbare origini era stato possibile grazie agli scrittori e alla

letteratura.

L’italiano era andato progressivamente migliorando, osservava Bembo, mentre un’altra lingua

moderna, il provenzale, che pure aveva preceduto l’italiano nel successo letterario, era andata

progressivamente perdendo terreno. Il discorso si spostava dunque sulla letteratura, le cui sorti

venivano giudicate inscindibili da quelle della lingua.

Quando Bembo parla di lingua volgare, intende senz’altro il toscano: ma non il toscano vivente, il

toscano parlato nella Firenze del XVI secolo, bensì il toscano letterario trecentesco dei grandi

autori, di Petrarca e di Boccaccio.

Questo è un punto fondamentale della tesi bembiana: egli non nega che i toscani siano avvantaggiati

sugli altri italiani nella conversazione; ma questo non è oggetto del trattato, che non si occupa del

comune parlato, ma della nobile lingua della letteratura. Il punto di vista delle Prose è squisitamente

umanistico, e si fonda sul primato della letteratura.

La lingua non si acquisisce dunque dal popolo, secondo Bembo, ma dalla frequentazione di modelli

scritti, i grandi trecentisti appunto.

La teoria di Bembo voleva coniugare la modernità della scelta del volgare con un totale distacco

dall’effimero, secondo un’ideale rigorosamente classicistico, la cui natura è squisitamente letteraria.

Requisito necessario per la nobilitazione del volgare era dunque un totale rifiuto della popolarità.

Ecco perché Bembo non accettava integralmente il modello della Commedia di Dante, di cui non

apprezzava le discese verso lo stile basso e realistico.

Da questo punto di vista, il modello del Canzoniere di Petrarca non presentava difetti, per la sua

forte selezione linguistico-lessicale. Qualche problema invece poteva venire dalle parti del

Decameron, in cui emergeva più vivace il parlato.

E’ vero che Bembo era convinto che la storia linguistica italiana avesse raggiunto una vetta

qualitativa insuperata nel ‘300, con le Tre Corone. E’altrettanto vero però che egli non escludeva

che il volgare, così giovane in confronto al latino, potesse ancora raggiungere risultati eccezionali,

proprio attraverso la nuova regolamentazione proposta nelle Prose.

La soluzione di Bembo fu quella vincente. Essa formalizzava in maniera rigorosa e teoricamente

fondata quanto era avvenuto nella prassi: il volgare si era diffuso in tutt’Italia come lingua della

letteratura attraverso una più o meno cosciente imitazione dei grandi trecentisti. Ora la grammatica

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di Bembo permetteva di portare a compimento quel processo spontaneo, depurando il volgare stesso

dagli elementi eterogenei della coinè primo-cinquecentesca.

3. ALTRE TEORIE: “CORTIGIANI” E “ITALIANI”

Le fonti più ricche di notizie sulla teoria cortigiana sono proprio gli scritti degli avversari: è lo

stesso Bembo, nelle sue Prose, a parlare dell’opinione di Calmeta, secondo la quale il volgare

migliore è quello usato nelle corti italiane, e specialmente nella corte di Roma.

Egli fa riferimento alla fondamentale fiorentinità della lingua, la quale si doveva apprendere sui

testi di Dante e Petrarca e doveva essere poi affinata attraverso l’uso della corte di Roma.

Mario Equicola aveva parlato di una lingua capace di accogliere vocaboli di tutte le regioni d’Italia,

mai plebea, con una coloritura latineggiante il cui modello stava nella lingua della corte di Roma,

una lingua “commune”.

Bembo obiettava ai sostenitori della lingua comune che una lingua cortigiana era un’entità difficile

da definire in maniera precisa, non riconducibile all’omogeneità. In effetti, proprio questo difetto

fece sì che la teoria cortigiana non uscisse vincente dal dibattito cinquecentesco. La teoria

arcaizzante di Bembo aveva su di essa il considerevole vantaggio di offrire modelli molto più

precisi.

Nel 1529, Trissino diede alle stampe il De vulgari eloquentia di Dante, ma non nella forma latina

originale, bensì in traduzione italiana. Nello stesso anno egli pubblicò il Castellano, un dialogo in

cui sosteneva che la lingua poetica di Petrarca era composta di vocaboli provenienti da ogni parte

d’Italia, e non era quindi definibile come fiorentina, bensì come italiana.

La tesi di Trissino negava dunque la fiorentinità della lingua letteraria e faceva appello alle pagine

in cui Dante aveva condannato la lingua fiorentina, contestandone ogni pretesa di primato letterario.

Trissino, inoltre, aveva proposto una riforma dell’alfabeto italiano, in particolare con l’introduzione

di due segni del greco, ipsilon e omega.

4. LA CULTURA TOSCANA DI FRONTE A TRISSINO E A BEMBO

La più interessante tra le reazioni fiorentine di fronte alle idee di Trissino è il Discorso o dialogo

intorno alla nostra lingua attribuito a Machiavelli. Dante dialoga con Machiavelli, facendo

ammenda degli errori commessi nel De vulgari eloquentia, ed è condotto ad ammettere di aver

scritto in fiorentino, non in lingua curiale (cioè in una lingua comune o cortigiana).

Viene inoltre rivendicato il primato linguistico di Firenze contro le pretese dei settentrionali.

Ben presto si sviluppò una polemica sull’autenticità del De vulgari eloquentia, favorita dal fatto che

Trissino non rese mai pubblico il testo originale latino dell’opera.

Martelli, Gelli e Varchi individuavano nell’opera delle contraddizioni rispetto alle idee espresse da

Dante nel Convivio e nella Commedia. Varchi affermò che il trattato conteneva vere e proprie

sciocchezze, cose che Dante non avrebbe mai potuto scrivere.

Nella prima metà del ‘500, tuttavia, gli intellettuali fiorentini non trovarono un modo efficace di

contrapporsi alla tesi del fiorentino arcaizzante di Bembo, che avversavano. Fu uno studioso senese,

Claudio Tolomei, a rimettere in gioco il volgare vivo, d’uso; egli parlò tuttavia (nel Polito e nel

Cesano) di un modello “toscano”, non più specificamente fioretino.

Nel 1570 uscì a Firenze e Venezia l’Hercolano di Benedetto Varchi: egli ebbe il merito di introdurre

il bembismo nella città che gli era naturalmente avversa.

La rilettura di Bembo condotta da Varchi non fu affatto fedele, e anzi risultò alla fine un vero e

proprio tradimento delle premesse del classicismo volgare. Ciò servì però a rimettere in gioco il

fiorentino vivo, dandogli un ruolo e una dignità. Fu una vera e propria riscoperta del parlato.

Per Varchi la pluralità di linguaggi non va spiegata con la maledizione babelica, ma con la naturale

tendenza alla varietà propria della natura umana. Inutile veniva reputata la ricerca del primo

linguaggio umano. Il trattato di Varchi affiancava dunque al modello linguistico bembiano la lingua

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parlata di Firenze.

La revisione del bembismo operata da Varchi vanificava l’austero rigore delle Prose della volgar

lingua, caratterizzate dalla loro attenzione per il ruolo dei grandi scrittori. L’Hercolano sanciva

invece il principio secondo il quale esisteva un’autorità popolare (seppure non propria del

popolazzo) da affiancare a quella dei grandi scrittori. Questi principi permisero a Firenze di

esercitare di nuovo un controllo sulla lingua.

5. LA STABILIZZAZIONE DELLA NORMA LINGUISTICA

Nel ‘500 si ebbero le prime grammatiche e i primi vocabolari, nei quali si riflettono le proposte

teoriche, in particolare quella di Bembo. Già il terzo libro delle Prose è una vera e propria

grammatica, seppure esposta in forma dialogica.

Bembo era stato preceduto da Fortunio nel 1516, che ad Ancona stampò le Regole grammaticali

della volgar lingua. Queste grammatiche non si proponevano ambiziosi obiettivi teorici, ma

avevano uno scopo eminentemente pratico.

Nel fiorire di grammatiche, pubblicate soprattutto dall’editoria veneta, si segnala l’assenza di opere

prodotte dall’editoria di Firenze. Il malumore toscano per l’ingerenza di grammatici e teorici

forestieri in quella che veniva pur sempre reputata una lingua prima di tutto patrimonio locale, e

non proprietà comune, non seppe tradursi in un’adeguata risposta sul piano normativo.

Cosimo de’ Medici aveva chiesto all’Accademia fiorentina di stabilire le regole della lingua in

maniera ufficiale e per contro l’Accademia stessa non arrivò ad un accordo.

I vocabolari del ‘500 contenevano un numero relativamente limitato di parole, ricavate da spogli

condotti sugli scrittori, Dante, Petrarca e Boccaccio in primo luogo.

Il più noto vocabolario della prima metà del ‘500, strutturato in forma di dizionario metodico, è la

Fabbrica del mondo (1548) di Francesco Alunno di Ferrara.

La grammatica di Bembo influenzò l’esito di un grande capolavoro quale l’Orlando furioso, perché

Ariosto corresse la terza e definitiva edizione del poema seguendo proprio le indicazioni delle

Prose.

Tra le correzioni si ricordano la sostituzione dell’articolo maschile el con il, le desinenze del

presente indicativo prima persona plurale regolarizzate in –iamo e la prima persona singolare

dell’imperfetto in –a alla maniera dei trecentisti.

6. IL RUOLO DELLE ACCADEMIE

Pietro Pomponazzi detto il Peretto (1462-1524) dichiarava che la filosofia avrebbe dovuto essere

trasportata dalle lingue classiche alla lingua volgare, con ricchezza di traduzioni e con conseguente

modernizzazione e democratizzazione della cultura. Il latino e il greco gli sembravano un ostacolo

alla diffusione del sapere.

Le accademie, come quella degli Infiammati, svolsero nel ‘500 una funzione di primo piano, in

quanto in esse si organizzarono gli intellettuali e vennero dibattuti i principali problemi culturali sul

tappeto.

La più famosa accademia italiana che si occupò di lingua fu quella della Crusca, ancora oggi attiva.

La sua fondazione risale al 1582.

La Crusca, nella prima fase della sua esistenza, si fece conoscere per la polemica, condotta

soprattutto da Salviati, contro la Gerusalemme liberata di Tasso. Lo stesso Salviati conduce un

intervento sul testo del Boccaccio per spurgarlo dalle parti ritenute moralmente censurabili.

L’intervento di una censura moralistica, certo repellente al nostro gusto di moderni, fu dunque, per

paradosso, l’occasione per la nascita e lo sviluppo di un’attenzione filologica per il testo del

Decameron.

Nel 1590 l’Accademia deliberò di rivedere e correggere il testo della Commedia di Dante. Nel 1595

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uscì a Firenze La Divina Commedia di Dante Alighieri ridotta a migliore lezione dall’Accademia

della Crusca.

7. LA VARIETA’ DELLA PROSA

L’architettura fu uno dei settori in cui l’italiano si impose decisamente. Fra le traduzioni

determinanti per la stabilizzazione del lessico tecnico, la più importante fu senz’altro quella del

maestro latino dell’architetture Vitruvio.

La prima traduzione italiana a stampa di Vitruvio si era avuta all’inizio del XVI secolo da parte del

pittore e ingegnere lombardo Cesare Cesariano, nelle forme tipiche della coinè

settentrionaleggiante.

Molte parole italiane, relative all’architettura civile e militare, entrarono anche nelle altre lingue

europee, così facciata (fr. Façade, sp. Fachada).

Senza dubbio le traduzioni dei classici costituiscono un capitolo fondamentale per la storia

dell’italiano. Proprio nel confronto col latino, la lingua italiana affinò le proprie capacità e

sperimentò le proprie potenzialità.

La traduzione fu il settore che meglio funzionò come banco di prova delle capacità dell’italiano. Lo

prova la versione degli Annali di Tacito, a cui attese tra il 1596 e il 1600 il fiorentino Bernardo

Davanzati Bostichi sforzandosi di gareggiare in concisione con l’originale.

Nel 1532 fu stampato a Roma il trattato De principatibus di Machiavelli, prosa molto diversa dal

modello proposto da Bembo. Machiavelli scrive in un fiorentino ricco di latinismi come tamen e

etiam, che non hanno una funzione nobilitante ma piuttosto ricollegano questa scrittura a quella

quattrocentesca di tipo cancelleresco.

Il volgare prevaleva nel settore della scienza applicata o diretta ai fini pratici, non nella ricerca di

tipo accademico. La scelta del volgare acquista tuttavia un rilievo particolare nel caso di Galileo.

Rinunciando al latino, Galileo finiva per pagare un prezzo: il volgare, infatti, aveva lo svantaggio di

limitare la circolazione internazione. Galileo e i suoi amici erano coscienti del fatto che l’italiano

era in quel momento molto meno vantaggioso del latino per una comunicazione con gli scienziati

degli altri stati europei.

Nel settore dei libri geografici, va registrato prima di tutto un fatto editoriale di grande rilievo: la

pubblicazione della raccolta Navigazioni e viaggi di Ramusio.

L’interesse linguistico della letteratura di viaggio consiste prima di tutto nella possibilità di reperire

in essa neologismi e forestierismi, legati alla descrizione di nazioni e luoghi esotici. In secondo

luogo questa letteratura può esprimere interessi linguistici specifici, quando accede che il

viaggiatore si occupi degli idiomi parlati o scritti con cui è venuto a contatto.

Lo spagnolo aveva allora una grande importanza come lingua internazionale. Carletti, che compì il

giro del mondo, dice che per cavarsela in un viaggio come il suo era sufficiente parlare spagnolo e

portoghese: usa nei suoi Ragionamenti molti neologismi e forestierismi (i cochos gustati a Capo

Verde, le badanas, le patatas, etc.).

Al di fuori della letteratura, nei settori pratici, nel ‘500 si assiste ad una crescita sostanziale

dell’impiego della lingua italiana. Aumentano le occasioni di scrivere, cresce l’uso della lingua, a

volte utilizzata anche da persone di scarsa cultura.

Ovviamente le scritture popolati e semipopolari sono caratterizzate da regionalismi e dialettismi. Il

modello omogeneo di lingua toscana diffuso con il successo delle teorie di Bembo e con la

produzione grammaticale e lessicografica agiva solo sugli scriventi colti.

8. IL MISTILINGUISMO DELLA COMMEDIA

Fin dalla prima metà del ‘500 la commedia si rivelò come il genere ideale per la realizzazione di un

vivace mistilinguismo o per la ricerca di particolari effetti di parlato.

La ricerca di parlato propria del teatro toscano è esemplificata in maniera clamorosa dal fiorentino

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Giovan Maria Cecchi (1518-1587): egli, per rendere saporoso e colorito il dialogo delle proprie

commedie, le riempì di motti e proverbi, di riboboli.

“Non valete tre man di noccioli” (“Non siete buoni a niente”) ne è un esempio.

La caratteristica più evidente della lingua della commedia è data dalla compresenza di diversi codici

per i diversi personaggi, secondo le tendenze che presto finirono per cristallizzarsi: agli innamorati

si addice il toscano, ai vecchi il veneziano e il bolognese, per i capitani e per i bravi è adatto lo

spagnolo, ai servi conviene il milanese, il bergamasco o il napoletano.

Quanto all’uso caricaturale del dialetto, sarà da osservare che alcuni autori introducono personaggi

che sanno utilizzare diverse parlate: Andrea Calmo, nella Rodiana, approfitta per due volte

dell’abilità polilinguistica di un servo che imita napoletano, francese, milanese, raguseo, spagnolo e

fiorentino.

Quanto al linguaggio della commedia dell’arte, bisogna accettare un dato di fatto: il testo orale delle

rappresentazioni improvvise dei comici dal ‘500 al ‘700 è perduto.

9. IL LINGUAGGIO POETICO

Il petrarchismo è caratteristico del linguaggio poetico cinquecentesco: vi è la scelta di un

vocabolario lirico selezionato e di un repertorio di topoi.

I rapporti tra Tasso e la Crusca costituiscono un capitolo celebre e doloroso nelle discussioni

linguistico-letterarie della fine del ‘500. Tasso non mise mai in discussione la sostanziale toscanità

della lingua italiana. Non riconobbe però il primato fiorentino.

La polemica con la Crusca non toccò mai la sua poesia lirica, né i versi dell’Aminta, ma il poema.

Tra le accuse rivolte al Tasso epico, quella riguardante lo stile, che era giudicato oscuro, distorto,

sforzato, inusitato, aspro; la sua lingua era giudicata “troppo culta”; il suo linguaggio era visto come

un mistura di voci latina, pedantesche, straniere, lombarde, nuove, composte, improprie; i suoi versi

erano giudicati aspri.

I cruscanti giudicavano che Tasso, rispetto ad Ariosto, non fosse facile da intendere, specialmente

quando le sue ottave venivano ascoltate durante una lettura ad alta voce; Tasso costringeva dunque

il suo pubblico alla lettura silenziosa, a un esame visivo del testo, e questo era un modo per superare

l’ostacolo della legatura distorta.

Anche sul lessico i puristi trovano da ridire, in quanto Tasso avrebbe usato un numero eccessivo di

latinismi e alcune parole lombarde.

Il latinismo era non di rado una validissima alternativa al fiorentinismo, e come tale non era gradito

ai fiorentini. Si conferma con Tasso la tendenza alla serie lessicale nobile, per cui non dirà “a

mezzogiorno” ma “d’in verso l’austro”. Il latinismo lessicale è uno degli elementi utilizzati per fare

conseguire alla poesia, e soprattutto a quella epica, il livello elevato.

Le critiche della Crusca mostrano uno scarso apprezzamento nei confronti del nuovo gusto

letterario, visto che Tasso si era necessariamente staccato dal modello di Ariosto, senza

preoccuparsi delle norme bembiane.

Salviati prova fastidio per quella stella di prima grandezza nel mondo della letteratura volgare, la

quale ancora una volta, brillava lontano da Firenze, e sembrava non riconoscerne il primato.

Tasso, nella sua Apologia, proponeva la distinzione tra fiorentino antico e fiorentino moderno,

contestando che i fiorentini potessero ambire a essere migliori giudici di altri; e arrivava ad

affermare che la lingua volgare era ormai qualcosa di separato dal volgo, avendo acquisito una

dimensione colta, non popolare: come dire che Firenze non aveva più ragioni per avanzare diritti sul

dominio naturale della propria lingua, perché questo dominio non esisteva.

Le dispute fra Tasso e Salviati mostrano il profilarsi di un divorzio: mentre l’Accademia stava per

coronare il suo progetto istituzionale, inteso a regolare in maniera decisiva la lingua italiana, la

repubblica delle lettere prendeva autonomamente un’altra strada.

Da Firenze venne il miglior vocabolario, non certamente la miglior letteratura. 23

10. LA CHIESA E IL VOLGARE

La Chiesa fu tra i protagonisti della storia linguistica nel periodo dal Concilio di Trento alla fine del

‘600. La lingua ufficiale della Chiesa restò il latino, ma il problema del volgare emerse nella

catechesi e nella predicazione.

Il rapporto fra la chiesa e la lingua volgare fu affrontato anche nel dibattito che si svolse al Concilio

di Trento. Il Concilio discusse la legittimità delle traduzioni della Bibbia.

Nel 1559 Paolo IV riservava un’apposita menzione alle Bibbie volgari, delle quali era vietato il

possesso senza apposita licenza del Santo Uffizio.

La questione in gioco, dietro il problema della traduzione, era quella della libera interpretazione

della Scrittura. La diffusione del solo testo latino, al contrario, avrebbe reso il libro sacro più

distante dagli interpreti meno colti, garantendone la funzione di controllo della gerarchia

ecclesiastica.

Nel Concilio, alcuni vedevano nella Bibbia in mano a tutti una rischiosa fonte di errori e di eresie.

Altri erano fautori della traduzione della Bibbia, in nome del fatto che la “chiave della scienza” non

poteva essere strappata di mano agli indotti.

Prevalse la posizione di un gruppo maggioritario che preferì far cadere ogni riferimento alla

questione, lasciando decidere, come si è detto, ai pontefici.

La discussione sul tema della Messa ricalca in qualche modo quella sulla Bibbia. Veniva

sottolineata in maniera particolare la funzione di lingua “sacra” propria del latino, che garantiva

inoltre un’omogeneità internazionale nel messaggio della Chiesa.

Il volgare, respinto dai piani alti della cultura ecclesiastica, confermava viceversa il suo ruolo

decisivo nel settore che risentiva direttamente del confronto con i fedeli: il momento della predica.

La predicazione era quindi una sorta di oasi del volgare.

Una volta ammesso che il volgare fosse da adottare solo nel momento specifico dell’omelia, restava

da stabilire che forma e che qualità esso dovesse avere.

Il primo elemento di cui si deve prendere atto è la forte influenza del bembismo anche nel campo

della predicazione. La predicazione si presentava come un settore vergine, nuovo, e non a caso

molte volte i grandi predicatori del secondo ‘500 come Panigarola tornavano sul tema della

perniciosa dulceda, la pericolosa dolcezza delle arti oratorie dei pagani.

Francesco Panigarola, nel Predicatore, trova posto per una sezione specifica relativa alla “lingua,

che ha da adoperare il predicator italiano”. Vi si trova non solo l’adesione ai principi fiorentinismi

di Bembo, ma, in più, il riconoscimento del primato della lingua fiorentina parlata, giudicata come

la più adatta al pulpito, se depurata dai localismi fiorentini troppo evidenti.

CAPITOLO SESTO – IL SEICENTO

1. IL VOCABOLARIO DELL’ACCADEMIA DELLA CRUSCA

L’Accademia della Crusca ebbe un’importanza eccezionale. Era un’associazione privata senza

sostegno pubblico, poco adatta ad assoggettarsi a un’unica autorità normativa.

La Crusca portò a termine il disegno di restituire a Firenze il magistero della lingua e costrinse tutti

gli italiani colti a fare i conti da allora in poi con il primato della città toscana.

La Crusca si indirizzò alla lessicografia dal 1591. In quell’anno gli accademici discussero sul modo

sul modo di fare il Vocabolario e si divisero gli spogli da compiere, il cui elenco corrisponde a

quello fornito da Salviati. Da Salviati gli accademici acquisiscono anche la caratteristica

impostazione antibembiana secondo la quale gli autori minori e minimi erano giudicati degni, per

meriti di lingua, di stare fianco fianco ai grandi della letteratura.

I meriti linguistici potevano accoppiarsi a una grande modestia della sostanza.

Al momento della realizzazione del Vocabolario Salviati era già morto, e nell’Accademia non vi era

una figura che potesse raccoglierne l’eredità. Vi erano veri e propri dilettanti di giovane età, che 24

condussero comunque un lavoro con una coerenza metodologica e un rigore che andavano al di là di

tutti i precedenti. La squadra dei lessicografi andò formandosi da sé, e mantenne una notevole

collegialità nelle sue scelte.

Il Vocabolario degli Accademici della Crusca uscì dunque nel 1612 presso la tipografia veneziana

di Giovanni Alberti. Sul frontespizio portava l’immagine del frullone o buratto, lo strumento che si

usava per separare la farina dalla crusca, con sopra, in un cartiglio, il motto “Il più bel fiore ne

coglie”, allusivo alla selezione compiuta nel lessico.

Gli Accademici fornirono il tesoro della lingua del ‘300, esteso al di là dei confini segnati

dall’opera delle Tre Corone, arrivando ad integrare con l’uso moderno.

Gli schedatori avevano cercato di evidenziare la continuità tra la lingua toscana contemporanea e

l’antica. Le parole del fiorentino vivo erano documentate di preferenza attraverso gli autori antichi.

Il Vocabolario largheggiava nel presentare termini e forme dialettali fiorentine e toscane, come

“assempro” per esempio, “manicare” per mangiare, etc.

Per quanto riguarda la scelta della grafia, invece, il Vocabolario si collocò sulla linea

dell’innovazione, distaccandosi in buona parte dalle convenzioni ispirate al latino (le –h

etimologiche e i nessi del tipo –ct), seguendo in ciò un aggiornamento gradito alla cultura toscana.

La fortuna del Vocabolario della Crusca è confermata dalle due edizioni che ebbe nel XVII sec.:

quella del 1623 analoga alla prima del 1612, quella del 1693 composta da tre tomi al posto di uno,

con un corrispondente aumento del materiale.

I lavori per questa riedizione durarono ben trent’anni, e alla fine risultarono decisivi i contributi di

accademici quali Carlo Dati, Alessandro Segni, Francesco Redi, Lorenzo Magalotti e il giovane

Anton Maria Salvini.

Il binomio Redi-Magalotti, costituito da due letterati-scienziati di primo piano, spiega la dura con

cui la nuova Crusca diede contro del linguaggio scientifico, includendo peraltro Galileo fra gli

autori spogliati.

2. L’OPPOSIZIONE ALLA CRUSCA

Il primo avversario dell’Accademia di Firenze fu Paolo Beni, professore di umanità nell’Università

di Padova, autore di un’Anticrusca (1612) nella quale venivano contrapposti al canone di Salviati

gli scrittori del ‘500, e in particolare il Tasso, il grande escluso dagli spogli del Vocabolario.

La maggior parte del trattato di Beni è dedicata a polemizzare contro la lingua usata da Boccaccio,

indicandone le irregolarità e gli elementi plebei.

Alessandro Tassoni protesta contro la dittatura fiorentina sulla lingua, proponendo di adottare nel

Vocabolario espedienti grafici per contrassegnare con evidenza le voci antiche e le parole da

evitare. Tema fondamentale della riflessione del Tassoni è dunque l’improponibilità dell’arcaismo

linguistico.

Daniello Bartoli, gesuita, scrittore molto noto per la sua elegante prosa, non fa una polemica diretta

e violenta nei confronti del Vocabolario, ma riesaminando i testi del ‘300 sui quali si fonda il

canone di Salviati, dimostra che proprio lì si trovano oscillazioni tali da far dubitare della perfetta

coerenza di quel canone grammaticale.

Bartoli usa non di rado una pungente ironia nei confronti di ogni forma di rigorismo grammaticale.

3. IL LINGUAGGIO DELLA SCIENZA

La prosa del ‘700 deve molto allo sviluppo del linguaggio scientifico, che in questo secolo

raggiunse esiti elevati, prima di tutto per merito di Galileo. Egli aveva scritto in italiano fin da

quando aveva 22 anni, allorché aveva composto il breve saggio La bilancetta.

Egli aveva la volontà di staccarsi polemicamente dalla casta dottorale. Infatti, nella prefazione a Le

operazioni del compasso geometrico e militare, aveva affermato di aver usato il volgare per

raggiungere coloro che avessero più interesse per la milizia che per la lingua latina. Un intento 25

divulgativo è quindi riconoscibile, così come la fierezza per la propria lingua, quella toscana.

Il latino assunse la funzione di termine di confronto negativo, a cui rivolgersi in una sorta di

controcanto polemico: ciò è particolarmente evidente nel Saggiatore (1623), dove sono riportate le

tesi dell’avversario scritte in latino e confutate in italiano.

Galileo, pure scegliendo il volgare, non si collocò mai al livello basso o popolare. Seppe

raggiungere un tono elegante e medio, perfettamente accoppiato alla chiarezza terminologica e

sintattica. Non rinunciò peraltro a mostrare in alcuni suoi scritti alcune macchie di lingua toscana,

così come sarcasmo, boutade scherzose e paradossi.

Galileo raggiunse un grande rigore logico-dimostrativo e una eccezionale chiarezza linguistico-

terminologica. Vi sono termini per i quali Galileo ha provveduto a fissare il significato in maniera

univoca. Così il candore della luna: “questo tenue lume secondario, che nella parte del disco lunare

non tocco dal Sole si scorge”.

Galileo, dunque, quando nomina e definisce un concetto o una cosa nuova, preferisce attenersi ai

precedenti comuni ed evita di introdurre terminologia inusitata o troppo colta. Migliorini ha

osservato come Galileo, più che alla coniazione di vocaboli nuovi, si affidasse alla tecnificazione di

termini già in uso.

Si pensi allo strumento che egli nominò inizialmente come cannone o occhiale e che poi prese il

nome di cannocchiale. Osserva ancora Migliorini che ogni qual volta troviamo un’invenzione

galileiana designata con un nome dotto, possiamo asserire con quasi assoluta certezza che il nome

fu foggiato da altri.

I grecismi si affermarono nel linguaggio della scienza fin dal XVII secolo: il barometro si chiamava

inizialmente Tubo di Torricelli.

4. IL MELODRAMMA

L’Italia assunse per lungo tempo una posizione egemonica per ciò che riguarda la produzione di

opere liriche. Il melodramma permette di affrontare la questione del rapporto fra parola e musica.

Il melodramma del primo ‘600 fu un tentativo di ricreare la tragedia antica.

Il rapporto tra musica e poesia era considerato stretto: tuttavia una semplice utilizzazione della

poesia da parte dei musicisti ci permetterebbe solamente di affermare che il canto fu un ulteriore

canale di diffusione dei modelli della prosa letteraria italiana.

Il rapporto fra la parola e la melodia fu affrontato in maniera più profonda e sistematica nel Dialogo

della musica antica del 1581, in lingua italiana, da Vincenzo Galilei.

Il teatro del ‘500 era stato recitato, non cantato, e la musica era rimasta confinata negli intermezzi.

Peri e Caccini, nella partitura nell’Euridice, diedero una svolta al canto, un canto che permetteva

finalmente di comprendere il testo senza deformazioni.

Il melodramma si caratterizza come uno spettacolo di èlite, e questo ci aiuta a delimitare la sua

influenza linguistica nella giusta dimensione, quella della corte.

La produzione di libretti, a partire dal ‘600, ebbe dimensioni quantitative strepitose. Il linguaggio

poetico del melodramma si inserisce nella linea della lirica petrarchesca, rivisitata attraverso la

memoria di Tasso, in particolare dell’Aminta.

Le concatenazioni di “e”, i giochi di opposizione (del tipo: “dove ghiaccio divenne il mio bel

foco”), già tipici della lirica tassiana, si diffusero ulteriormente attraverso il melodramma, in cui si

accentuò la propensione per la poesia cantabile, per i versi brevi, per le ariette.

5. IL LINGUAGGIO POETICO BAROCCO

Con Marino e il marinismo, a partire dall’inizio del ‘600, le innovazioni si fanno ancora più

accentuate. Il catalogo degli oggetti poetici si allarga notevolmente.

Gli schemi metrici e le cadenze ritmiche sono ancora quelle petrarchesche.

La poesia barocca estende il repertorio dei temi e delle situazioni che possono essere assunte come

26

oggetto di poesia, e il rinnovamento tematico comporta un rinnovamento lessicale. Si considerino i

riferimenti botanici. Proprio Marino, accanto alla rosa, pone una serie di piante diverse, sovente

corredate dal loro epiteto (il vago acanto, la bella clizia, il papavero vermiglio, etc.).

La poesia barocca utilizza un’ampia gamma di animali, canonici e non (il fiero leone, la giovenca,

la civetta, il parpaglione, etc.). Nel Lubrano ci sono il baco da seta e la lucciola.

La prosa scientifica aveva descritto con interesse il regno animale anche in alcune delle sue forme

repellenti, come le vipere e i vermi. I poeti barocchi non furono da meno e arrivarono a utilizzare gli

stessi strumenti della scienza, sfruttando le più aggiornate ricerche zoologiche per attingere nuovo

lessico.

Marino, nell’Adone, usa il lessico dell’anatomia, ricavato dai trattati anatomici del tempo, in modo

da celebrare i “sensi” e la “macchina” umana. Altre ottave dell’Adone utilizzano la descrizione

della luna fatta da Galileo, fino a concludere coll’elogio del “picciol cannone” con i suoi “due

cristalli” (il cannocchiale galieleiano, appunto).

Un consistente filone della poesia barocca che fa capo a Marino utilizza dunque il lessico

scientifico. Sempre Marino, nell’Adone, parla anche dell’anatomia dell’occhio umano, usa parole

come nervi, orbicolare, pupilla e cristallo, anche se questo lessico, nuovo nella poesia, viene poi

utilizzato nel contesto del tradizionale linguaggio poetico nobile.

Il suo è un poema, ma anomalo poiché comprende una certa varietà di generi.

La presenza del lessico scientifico nella poesia di Marino conferma dunque la tendenza al

rinnovamento. Nell’Adone entra l’attualità: il cannocchiale, le lodi a Galileo.

Vengono usati cultismi, grecismi, latinismi, non di rado di provenienza scientifica.

6. LE POLEMICHE CONTRO L’ITALIANO

A partire dalla fine del ‘600 si sviluppò e prese piede il giudizio sul cattivo gusto del Barocco. Tale

giudizio fu costantemente ripetuto dagli illuministi del ‘700.

Proprio in Francia si condannava la letteratura del nostro paese e quella della Spagna.

Il padre Dominique Bouhours, un gesuita e grammatico francese, svolse in due opere la tesi

secondo la quale, tra i popoli d’Europa, solo ai francesi poteva essere riconosciuta l’effettiva

capacità di parlare; di contro, gli spagnoli declamavano e gli italiani sospiravano.

Lo spagnolo era accusato di magniloquenza retorica, l’italiano di sdolcinatezza poetica.

A vantaggio del francese, secondo Bouhours, giocava la vicinanza della prosa e della poesia, indice

di “razionalità”; Bouhours voleva promuovere il francese a lingua universale, lingua di tutto il

mondo, nuovo latino.

La lingua italiana veniva bollata come incapace di esprimere in modo ordinato il pensiero umano e

quindi veniva confinata nel suo orticello poetico. Ci si avviava dunque ad attribuire a ogni idioma

un carattere fisso, considerato arbitrariamente come “strutturale”.

La risposta alle tesi di Bouhours tardò a venire.

7. LA LETTERATURA DIALETTALE E LA TOSCANITA’ DIALETTALE

Nei secoli XVI-XVII si ha la nascita di una letteratura dialettale cosciente di essere tale,

volontariamente contrapposta alla letteratura in toscano.

Va osservato che la tradizione letteraria italiana è caratterizzata dalla grande vitalità della letteratura

in dialetto.

Rappresenta una forma di dialettalità anche la manifestazione marcata del gusto per la lingua

toscana viva e popolare. In Michelangelo Buonarroti il Giovane, pronipote del grande

Michelangelo, si ritrovano nei versi delle sue due opere teatrali in versi (La Tancia e La Fiera,

1611-1619) termini toscani popolari e rari che interessano molto il linguista.

CAPITOLO SETTIMO – IL SETTECENTO 27

1. L’ITALIANO E IL FRANCESE NEL QUADRO EUROPEO

Le lingue di cultura che potevano ambire a un primato internazionale, all’inizio del ‘700, erano

poche. Lo spagnolo era in fase calante, il portoghese non ha ormai alcun rilievo, le lingue slave non

erano né conosciute né apprezzate, mentre tedesco ed inglese avevano una posizione marginale.

La cultura inglese si diffuse in genere all’inizio dell’800 attraverso le traduzioni francesi. Quanto al

tedesco, la sua stagione non era ancora venuta: su di esso correvano giudizi piuttosto negativi. Non

solo un intellettuale come Leibniz aveva lamentato il grave ritardo di questa lingua dal punto di

vista del vocabolario intellettuale e della capacità di vincolare il pensiero filosofico e scientifico, ma

le testimonianze mostrano che del tedesco si poteva fare benissimo a meno anche viaggiando e

soggiornando nei paesi di lingua germanica. Voltaire, nel 1750, scrive da Potsdam dicendo di aver

l’impressione di essere in Francia, e osserva che lì si parla francese ovunque.

Solo con il Romanticismo, all’inizio del secolo XIX, il tedesco ottenne un riconoscimento generale

e la cultura tedesca si organizzò utilizzando finalmente la propria lingua nazionale. Nel ‘700 però

prevaleva il francese.

La lingua di comunicazione elegante da usare con i viaggiatori stranieri nei territori di lingua

tedesca era il francese, ma anche l’italiano aveva una posizione di prestigio come lingua di

conversazione elegante, soprattutto a Vienna, dove Magalotti assicura che non occorreva imparare il

tedesco, perché ogni galantuomo conosceva l’italiano; era dunque lingua di corte a Vienna, e anche

a Parigi era abbastanza noto, come lingua da salotto e per le dame.

Un italiano colto del ‘700 che non voglia sfigurare nel bel mondo deve parlare un po’ di francese.

Era insomma pacifico che il francese aveva assunto una posizione che lo rendeva in qualche modo

erede dell’antico universalismo latino. Scrivere in francese significava non solo essere alla moda,

ma anche essere intesi dappertutto senza bisogno di traduzione, vantaggio non di poco conto.

Un’opera fondamentale come l’Encyclopedie di Diderot e D’Alembert ebbe due ristampe in Italia, a

Lucca e a Livorno, coronate da uguale successo di vendita: entrambe queste ristampe furono in

francese.

Nel 1784 l’Accademia di Berlino premiò un saggio di Rivarol intitolato significativamente De

l’universalitè de la langue française. Rivarol pretendeva di attribuire il successo internazionale del

francese non solo a cause storiche contingenti, ma a una ragione più assoluta e profonda, cioè a una

virtù strutturale connaturata a questa lingua, lingua della chiarezza, della logica, della

comunicazione razionale, contrapposta ad esempio all’italiano, lingua caratterizzata dalle inversioni

sintattiche.

L’ordine naturale degli elementi della frase veniva identificato nella sequenza “soggetto-verbo-

complemento”, caratteristica appunto della lineare sintassi francese.

L’italiano, per contro, era ed è caratterizzato da una grande libertà nella posizione degli elementi del

periodo: questo veniva reputato da alcuni un difetto strutturale.

2. CESAROTTI FILOSOFO DEL LINGUAGGIO

Dopo la pubblicazione della quarta Crusca (1729-1738), corretta ed ampliata, ma pur sempre

incentrata sul canone selettivo toscano, si manifestarono reazioni decisamente polemiche, di stampo

illuministico, nei confronti dell’autoritarismo arcaizzante radicato nella tradizione letteraria italiana.

La Rinunzia avanti notaio al Vocabolario della Crusca scritta da Alessandro Verri, è un efficace

pamphlet, in cui si denuncia lo spazio eccessivo che le questioni retoriche e formali (le parole)

hanno avuto nella cultura italiana, a tutto svantaggio delle cose, cioè a danno del concreto

progresso. Ne consegue una totale svalutazione del dibattito linguistico.

Il radicalismo del pamphlet di Verri ci aiuta a capire meglio il senso della rinunzia alla lingua

italiana, proposta da Denina ai piemontesi durante l’età napoleonica.

Melchiorre Cesarotti scrive il Saggio sulla filosofia delle lingue, trattato con un impianto nitido, che

28

si apre con una serie di enunciazioni teoriche così sintetizzabili:

1) tutte le lingue nascono e derivano; all’inizio della loro storia sono barbare, ma il concetto di

barbarie non ha senso se lo si vuole utilizzare nel raffronto tre le lingue, perché tutte servono

ugualmente bene all’uso della nazione che le parla.

2) Nessuna lingua è pura: tutte nascono dalla composizione di elementi vari.

3) le lingue nascono da una combinazione casuale, non da un progetto razionale.

4) Nessuna lingua nasce da un ordine prestabilito o dal progetto di un’autorità.

5) Nessuna lingua è perfetta ma tutte possono migliorare.

6) Nessuna lingua è tanto ricca da non aver bisogno di nuove ricchezze.

7) Nessuna lingua è inalterabile.

8) Nessuna lingua è parlata in maniera uniforme nella nazione.

Stabiliti tali principi, Cesarotti affronta il problema della distinzione tra lingua orale e lingua scritta;

quest’ultima ha una superiore dignità, in quanto momento di riflessione, e in quanto strumento con

il quale operano i dotti.

La lingua scritta non dipende dal popolo, ma nemmeno dagli scrittori approvati; non può essere

fissata nei modelli di un certo secolo, e non dipende dal “tribunal dei grammatici”.

Cesarotti indica la strada per una normativa illuminata, da contrapporre a quella troppo rigida della

Crusca. “Il consenso generale è l’autore e ‘l legislator delle lingue”. Ma quando c’è discordanza

nell’uso, allora non resta che seguire la “miglior ragion sufficiente”, la quale non coincide con la

maggioranza degli esempi attestati, né con le auctoritates antiche.

Gli scrittori sono invece liberi di introdurre termini nuovi o di ampliare il senso dei vecchi.

I termini nuovi possono essere introdotti per analogia con i termini già esistenti, per derivazione o

per composizione. Un’altra possibile fonte di parole possono essere i dialetti italiani.

Cesarotti ammette anche che possano essere adottate parole straniere, ma questa scelta è presentata

come una sorta di male necessario. Secondo Cesarotti i forestierismi e i neologismi, una volta

entrati nell’italiano, possono legittimamente produrre nuovi traslati e derivazioni.

Il “genio della lingua”, inteso come carattere originario tipico di un idiome e di un popolo (spiegato

come effetto di condizionamenti esterni quali il clima, il governo, le condizioni economiche, etc.),

era utilizzato dagli avversari dei forestierismi per dimostrare l’estraneità e l’improponibilità del

termine esotico, il quale, di per sé, in quanto straniero, doveva appunto ripugnare al “genio

nazionale”.

La struttura grammaticale delle lingue (il loro “genio grammaticale”), infatti, è inalterabile: si veda

ad esempio la differenza tra una lingua che distingue i casi mediante le desinenze, come il latino, e

una che ne è priva.

Il lessico invece dipende dal genio retorico, che riguarda l’espressività della lingua stessa. In questo

settore, tutto è alterabile.

La novità del progetto finale del libro, con la proposta di una magistratura della lingua, attraverso

una riforma che con equilibrio e moderazione esprimesse quel “consenso pubblico” che sta alla base

del pensiero di Cesarotti. Poiché la lingua è della nazione, egli proponeva di istituire un Consiglio

nazionale della lingua, al posto della Crusca. La sede di questa nuova prestigiosa istituzione

linguistica avrebbe dovuto essere ancora Firenze.

La nuova istituzione avrebbe rinnovato i criteri lessicografici, dedicando attenzione al lessico

tecnico delle arti, dei mestieri e delle scienze. Il riscontro del lessico mancante nel vocabolario

sarebbe stato fatto non solo per via libresca, ma mediante il ricorso a chi esercitava professioni

specifiche.

Una schedatura del genere permetteva di arrivare fino alle parole di uso regionale; a questo punto si

sarebbe proceduto a una scelta, e questa scelta era compito del Consiglio italico.

Compito finale e supremo del Consiglio era la compilazione di un vocabolario. Il vocabolario

avrebbe dovuto essere realizzato in due forme. Ci sarebbe stata una edizione ampia e una ridotta, di

uso comune, divulgativa, pratica. Il Consiglio, inoltre, avrebbe dovuto avviare una serie di

traduzioni di autori stranieri. 29

Il Saggio di Cesarotti si chiude dunque con un appello all’attività intellettuale, chiamando Firenze a

farsi rinnovata guida culturale d’Italia, con il consenso delle altre regioni. L’appello, però, cadde

inascoltato.

3. LE RIFORME SCOLASTICHE E GLI IDEALI DI DIVULGAZIONE

Gli illuministi cominciarono a pensare che anche la conoscenza della lingua italiana dovesse entrare

nel bagaglio di cui ogni uomo doveva essere provvisto per assumere un ruolo nella società

produttiva.

E’ questo il secolo in cui l’italiano entra per davvero nella scuola, in forma ufficiale. Anche prima

potevano esistere scuole in cui si insegnava a leggere e scrivere in volgare, ad esempio presso le

parrocchie o presso alcuni ordini religiosi. Nel ‘700, però, sono le organizzazioni statali a darsi da

fare, sotto lo stimolo di intellettuali particolarmente sensibili e intelligenti.

Infatti il dibattito sulla necessità di fare giungere ovunque i lumi della cultura diventa assai comune

in questo secolo. Moderne sono anche le ribellioni antipedantesche e antiaccademiche a cui si

assiste nel corso del secolo.

La situazione delle riforme scolastiche italiane è dunque in realtà diseguale, diversa da stato a stato.

Esemplare è quanto accade in Piemonte, dove nel 1729 Vittorio Amedeo II di Savoia emanò

provvedimenti per la riforma dell’Università. Un intellettuale di grido come Scipione Maffei,

appositamente interpellato, aveva suggerito l’introduzione di un insegnamento di “lettere toscane”.

Il suggerimento di Maffei non fu allora messo in atto. Sempre in Piemonte, nel 1733-34, divenne

obbligatorio per la prima volta, nella scuola superiore d’èlite, lo studio dell’italiano, posto tuttavia

in una posizione estremamente marginale: la lezione era stabilita solo una volta alla settimana, per

di più il sabato. Nel 1734 venne definitivamente istituita a Torino una cattedra universitaria di

“eloquenza italiana e greco”.

A Modena nel 1772, si prescriveva per i primi anni di corso l’uso di libri esclusivamente italiani e

non latini. A Parma la costituzione degli studi emanata nel 1768 prevedeva per le classi infime

l’insegnamento del solo italiano. A Napoli fu elaborato un progetto avanzato, il piano di Genovesi

del 1767, che già nel 1754 aveva deciso di tenere le sue lezioni accademiche in volgare.

Alcune voci si levarono nel ‘700 contro l’abuso del latino nell’educazione dei fanciulli. Si insisteva

sul fatto che ai giovani delle classi medie e popolari serviva una cultura maggiormente legata alle

esigenze dei commerci e delle attività pratiche.

Tra il 1786 e il 1788 il padre Soave, un somasco nato a Lugano, pubblicò una serie di manuali per

l’insegnamento dell’italiano che ebbero grande fortuna. Dalla riforma austriaca nacque anche l’idea

di una scuola comunale con il compito preciso di insegnare a leggere e scrivere. Questa scuola fu

istituita a partire dall’800, negli stati dell’Italia settentrionale.

4. LA LINGUA DI CONVERSAZIONE E LE SCRITTURE POPOLARI

L’interesse manifestato dai riformatori del ‘700 per l’insegnamento scolastico dell’italiano non

produsse, ovviamente, risultati immediati al livello della popolazione di ceto più basso. L’uso della

lingua italiana continuò, anche in questo secolo, a essere in sostanza un fatto di èlite.

Lo spazio della comunicazione familiare era sostanzialmente occupato dai dialetti, e quando non

bastavano i dialetti, si doveva ricorrere a una lingua che Giuseppe Baretti ha così descritto:

“…toscaneggia il suo dialetto alla grossa, viene a formare una lingua arbitraria, tanto impura e

difforme e bislacca sì nelle voci, sì nelle frasi, sì nella pronuncia…”.

Osserva Foscolo che l’uso di una lingua non dialettale nella propria patria avrebbe rischiato di

creare problemi di comprensione, o sarebbe stata considerata una “affettazione di letteratura”.

Manzoni, da parte sua, descrive i caratteri del cosiddetto “parlar finito”, la lingua ritenuta elegante,

che consisteva appunto nell’usare le parole che si supponevano italiane, e nell’aggiungere finali

italiane alle parole dialettali terminanti per consonante. La lingua italiana, dunque, così come aveva

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affermato Baretti, si prestava poco alla conversazione “naturale”, perché era scritta ma poco parlata,

e comunque parlata come qualcosa di artificiale.

Questa situazione era tale da far nascere il vero e proprio topos secondo il quale la lingua italiana

non poteva essere classificata appieno tra le lingue vive o addirittura era da classificare fra le morte.

Non mancano interessanti eccezioni alla marginalità culturale del dialetto: nei tribunali veneti, ad

esempio, le arringhe si fanno in veneto illustre. Ecco un’arringa dell’avvocato veneto Casalboni:

“Gran apparato de dottrine…el mio reverito avversario…risponderò col mio veneto stil, il nativo

idioma…”.

Si noterà il passaggio continuo dal codice dialettale alla lingua, fino alla compenetrazione, con

articoli e preposizioni venete (el, de), sonorizzazioni settentrionali (segondo per secondo).

5. IL LINGUAGGIO TEATRALE E IL MELODRAMMA

Il successo dell’opera italiana nel ‘700 è molto grande, anche all’estero, e questo successo contribuì

in maniera determinante a fissare lo stereotipo dell’italiano come lingua della dolcezza, della

contabilità, della poesia, dell’istinto, della piacevolezza, in contrapposizione al francese, la lingua

della razionalità e della chiarezza. Laddove era necessario usare tecnicismi di qualunque tipo, però,

l’italiano entrava in crisi.

Quanto ai paesi di lingua tedesca, l’italiano, già ampiamente diffuso a Vienna, a Dresda e a

Salisburgo, ebbe un nuovo successo col trionfo dell’opera italiana di Metastasio, a Vienna. Il

linguaggio dell’opera influenzò l’italiano imparato da alcuni stranieri, come Voltaire, che scrive

lettere con un lessico melodrammatico e aulico. Anche Mozart conosceva l’italiano, e lo adoperava

in forme curiose e vivaci.

Benché si ritrovino nell’opera di Goldoni alcuni accenni al problema della lingua, non si può certo

dire che egli ne fosse assillato. Goldoni scrisse opere in dialetto veneziano, in italiano, e infine

scrisse anche in francese. Il suo francese è stato giudicato una lingua formalmente imperfetta, ma

assai vivace ed adatta alla scena.

Goldoni, nella presentazione della raccolta delle sue opere, toccò comunque la questione: “Quanto

alla lingua ho creduto di non dover farmi scrupolo d’usar molte frasi, e voci lombarde, giacchè ad

intelligenza anche della plebe più bassa, che vi concorre (al teatro)…”.

L’uso del dialetto, che in scena non costituisce un problema, richiede qualche temperamento in

occasione della trasposizione scritta.

Sparisce il tradizionale bolognese del “dottore avvocato”; il dialetto veneziano resta, ma corredato

di una serie di chiose per fare intendere anche ai non veneti; vengono così spiegati in nota gli

elementi di un ipotetico italiano settentrionale, in cui le careghe stanno al posto delle sedie.

Alcune caratteristiche dell’italiano di Goldoni sono quelle di essere un “fantasma scenico” (Folena)

che ha spesso la vivacità del parlato, ma si alimenta piuttosto dall’uso scritto non letterario,

accogliendo in copia larghissima venetismi, regionalismi lombardi e francesismi. Dialetto e lingua,

comunque, non vanno visti necessariamente in opposizione. In certi casi si alternano e si

confondono in una stessa battuta.

L’italiano teatrale di Goldoni è vero, estraneo a preoccupazioni di purezza: lingua non elegante,

dunque, ma viva, lingua innovativa che va contro le tendenze tradizionali della prosa accademica

italiana. In Goldoni domina una sintassi di tipo paratattico, giustappositivo, asindetico, in cui

affiorano caratteri propri del parlato e del registro informale, rimasti sempre ai margini della norma

grammaticale, come le ridondanze pronominali (“Corallina mia, a me mi volete bene?”) o come la

cosiddetta dislocazione a sinistra con anticipazione del pronome (“La ricchezza la stimo e non la

stimo”).

6. IL LINGUAGGIO POETICO 31

Risale al 1690 la fondazione, a Roma, dell’Arcadia, una palestra poetica di dimensioni gigantesche.

Essa ebbe come strumento una lingua sostanzialmente tradizionale, ispirata al modello di Petrarca, e

intesa a liberarsi degli eccessi della poesia barocca, allontanandosi dal gusto per l’anormale e per lo

straordinario che aveva caratterizzato il secentismo.

Vi è nel linguaggio della poesia del ‘700 una sostanziale adesione al pssato, un impiego della

toponomastica e onomastica classica, della mitologia, con relativo largo uso di latinismi ed

arcaismi. Sono gli effetti di una tendenza alla nobilitazione come la proclisi dell’imperativo, nelle

forme t’arresta, t’accheta, etc, dell’enclisi sgridonne, negommi, etc.

Stessa funzione hanno gli iperbati come “la rauca di Triton buccina tace”.

Metastasio fa uso di troncamenti (arrossir, parlar…). I troncamenti, come gli abbondanti arcaismi e

latinismi, hanno lo scopo di distinguere la poesia della prosa, di salvare cioè i versi dal rischio di

scivolamento nel prosastico.

Tra due termini, si tende dunque a scegliere quello più raro e letterario, ancorché banale: duolo

piuttosto che dolore, per esempio. La poesia del ‘700 affronta temi nuovi temi: basti pensare alla

poesia didascalica (Mascheroni) e a quella morale (Parini). Ciò significa che non si rifugge

dall’attualità, dai temi moderni, e purtuttavia lo si fa ricorrendo a una sotanziale nobilitazione

verbale degli oggetti comuni.

7. LA PROSA LETTERARIA

Includeremo nella categoria della prosa letteraria la prosa saggistica del ‘700. Molti scriventi

invocano il confronto salutare con la tradizione francese e inglese. Alessandro Verri dichiara la

propria ammirazione per l’ordine della scrittura francese e per la brevità della scrittura inglese.

Lamenta, viceversa, la “penosa trasposizione” dello stile italiano, la vanità dei vocaboli selezionati

in base a criteri retorico-formali.

Alessandro Verri non andò immune da scrupoli grammaticali, testimoniati da postille autografe

apposte ai manoscritti delle Notti romane. Le Notti romane sono un esempio di prosa la quale si

propone quale nobile modello neoclassico, ispirato all’antico, con latinismi e con una generale

sostenutezza oratoria.

Il nobile decoro di cui fa uso A. Verri nelle Notti romane non presenta alcun cedimento al

fiorentinismo cruscante.

Giambattista Vico da giovane aveva aderito al “capuismo”, cioè al movimento arcaizzante del

filosofo e scienziato napoletano Leonardo Di Capua, il quale imitava fedelmente i modelli toscani

antichi. Nella Scienza nuova di Vico si riconoscono arcaismi e latinismi, in una sintassi che spesso è

ben diversa dall’armonica struttura classicistica.

Si possono trovare nella prosa di Vico vere e proprie cascate di subordinare, mentre alcune dignità

hanno la forma di pensieri brevi e lapidari.

Vittorio Alfieri parlò male della lingua francese, inaugurando il soggiorno a Firenze come pratica di

lingua viva. Nelle tragedie di Alfieri, lo stile dell’autore si caratterizza per un volontario

allentamento dalla normalità ordinaria e dal cantabile, allontanamento ottenuto attraverso ogni sorta

di artificio retorico, in particolare attraverso la trasposizione sintattica e la spezzatura delle frasi.

La lettura briosa Vita alferiana è un’avventura linguistica, perché descrive il cammino verso la

lingua toscana di un giovane aristocratico piemontese.

CAPITOLO OTTAVO – L’OTTOCENTO

1. PURISMO E CLASSICISMO

All’inizio dell’800 si sviluppò un movimento che va sotto il nome di “Purismo”. Questo termine

indica in sostanza l’intolleranza di fronte ad ogni innovazione, il culto dell’epoca d’oro della lingua,

il ‘300. 32

Il tradizionalismo cruscante e il culto del fiorentino arcaico offriva salde basi al Purismo.

Il capofila del Purismo italiano è Padre Antonio Cesari, veronese, autore di libri religiosi, di

novelle, di studi danteschi ma soprattutto lessicografo. Secondo Cesari, “tutti in quel benedetto

tempo del ‘300 parlavano e scrivevano bene. I libri delle ragione de’ mercatanti, i maestri delle

dogane, gli stratti delle gabelle e d’ogni bottega menavano il medesimo oro…”.

Egli non stabilì che cosa fosse quella bellezza della lingua di cui parlava misticamente.

Il marchese Basilio Puoti, napoletano, tenne una scuola libera e privata, dedicata all’insegnamento

della lingua italiana, intesa in base a una concezione puristica meno rigida di quella di Cesari, più

disponibile verso gli autori del ‘500.

Lo scrittore Carlo Botta fu autore di una Storia della guerra della indipendenza degli Stati Uniti

d’America (1809) in cui la lingua piena di arcaismi cozza col contenuto moderno.

Lo scrittore Vincenzo Monti ebbe la forza e l’autorevolezza per porre un freno alle esagerazioni del

Purismo. Definì Cesari il “grammuffastronzolo di Verona”, rinfacciandogli di aver dato una

versione del Vocabolario della Crusca apparentemente più ampia, in realtà di aver solamente

“raccolto ed insaccato a ribocco tutte quelle voci ch’eransi a bello studio degli Accademici

repudiate e dannate come lordure”.

Le polemiche linguistiche montiane compongo la serie di volumi intitolata Proposta di alcune

correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca, uscita dal 1817 al 1824. Gran parte della

Proposta era costituita dalla ricerca di errori compiuti dai vocabolaristi fiorentini, dovuti anche alla

loro scarsa preparazione filologica.

Tra i romantici milanesi circolò uno scritto di Stendhal intitolato “I pericoli della lingua italiana”.

Questo scritto condannava con forza il Purismo e la particolare situazione linguistica del nostro

paese, caratterizzato dalla vitalità dei dialetti e dall’artificiosità della lingua letteraria.

2. LA SOLUZIONE MANZONIANA ALLA “QUESTIONE DELLA LINGUA”

Tra i romantici milanesi si dibatteva attorno al problema, già sollevato nel ‘700, dell’italiano in tutto

o in parte simile ad una lingua morta.

Manzoni, con le sue idee, maturate nella stesura dei Promessi Sposi, rende la nostra lingua più viva

e meno letteraria.

Manzoni affrontò la “questione della lingua” a partire dalle sue personali esigenze di romanziere.

Iniziò ad occuparsi del problema della prosa italiana fin dal 1821, con la stesura del Fermo e Lucia,

redazione iniziale dei Promessi Sposi. Questa prima fase eclettica cercava di raggiungere uno stile

duttile e moderno utilizzando il linguaggio letterario, ma senza vincolarsi ai puristi, anzi accettando

francesismi e milanesismi, o applicando la regola dell’analogia. Questa descrizione della propria

lingua letteraria fu data da Manzoni stesso nella seconda introduzione al Fermo e Lucia, del 1823,

dove prendeva ormai le distanze dallo stile “composito”, e lamentava la propria naturale tendenza al

dialettismo, ammettendo il provvisorio fallimento. La seconda fase, che Manzoni chiamò toscano-

milanese, corrisponde alla stesura dei Promessi Sposi per l’edizione del 1825-27. In questo caso lo

scrittore cercava di utilizzare una lingua genericamente toscana, ma ottenuta per via libresca.

Questo studio libresco, comunque, non poteva bastare. In lui maturò un concetto di uso molto più

vitale e innovativo. Nel 1827 Manzoni fu a Firenze, e il contatto diretto con la lingua toscana

suscitò una reazione decisiva. La nuova edizione dei Promessi Sposi, nel 1840-42, corretta per

adeguarla all’ideale di una lingua d’uso, resa scorrevole, piana, purificata da latinismo, dialettismi

ed espressioni letterarie di sapore arcaico. Si trattava del linguaggio fiorentino dell’uso colto.

Nel 1847, in una lettera al lessicografo piemontese Giacinto Carena, Manzoni espresse la propria

posizione definitiva, auspicando che la lingua di Firenze completasse quell’opera di unificazione

che già in parte si era realizzata proprio sulla base di quanto vi era di vivo nella lingua letteraria

toscana.

Nel 1868 lo scrittore, in una Relazione al ministro Broglio, spiegò come il fiorentino dovesse essere

diffuso attraverso una capillare politica linguistica, messa in atto nella scuola, a opera degli 33

insegnanti, e proposta in forma di generalizzata educazione popolare. Proponeva anche che si

realizzasse un vocabolario della lingua italiana concepito su basi nuove, affiancato da agili

vocabolari bilingui, capaci di suggerire le parole toscane corrispondenti a quelle proprie delle varie

parlate d’Italia.

Tommaseo e Lambruschini presero le distanze da Manzoni, rivendicando la funzione degli scrittori

nella regolamentazione della lingua, sollevando dubbi di varia natura sul primato assoluto dell’uso

vivo di Firenze.

Quel modello sembrava aver la capacità di liberare la prosa italiana dall’impaccio della retorica; era

l’antidoto ai difetti messi in evidenza dal manzoniano Ruggero Borghi nel bel saggio Perché la

letteratura italiana non sia popolare in Italia (1855). I difetti di costruzione e le inversioni, infatti, ne

rendevano faticosa la lettura. In alternativa proponeva uno stile piano, adatto a una piacevole

conversazione, senza paludamenti classici.

L’esempio di Manzoni, inoltre, favorì la prassi della “risciacquatura in Arno”, il soggiorno culturale

a Firenze allo scopo di acquisire familiarità con la lingua parlata in quella città. Influì sugli

insegnamenti un libro come l’Idioma gentile di De Amicis (1905). La borghesia italiana, nella

babele linguistica della nazione appena unificata, aveva appunto bisogno di libri del genere, facili e

concreti.

L’unico freno al diffondersi della teoria manzoniana nel mondo della scuola fu probabilmente il

prestigio di un poeta-professore come Carducci, irriducibile avversario del “popolanesimo”

toscaneggiante, pronto a sferzarlo con la sua satira.

3. UNA STAGIONE D’ORO DELLA LESSICOGRAFIA

L’800 è stato il secolo dei dizionari: una stagione splendida per ricchezza di produzione e per

qualità. La “Crusca veronese”, fondata nel 1806-11 da padre Antonio Cesari di Verona, aveva

riproposto il Vocabolario della Crusca con una serie di giunte, allo scopo di esplorare ancor più a

fondo il repertorio della lingua antica, la lingua trecentesca, ripescata non solamente negli scritti dei

grandi autori, ma anche nei minori e minimi, poco colti e semipopolari.

Tra il 1833 e il 1842 fu pubblicato il Vocabolario della lingua italiana di Giuseppe Manuzzi,

anch’esso nato da una revisione della Crusca. Manuzzi fu un purista come Cesari.

Le opere citate possono dare l’impressione di una certa monotonia, di una mancanza di originalità,

per il tentativo di sommare l’esistente mediante l’accumulo di giunte, aggiunte al vocabolario di

base.

La somma delle giunte avveniva in maniera piuttosto meccanica, e ciò indica la difficoltà

nell’amalgamare l’insieme, l’impossibilità di tagliare di netto con il passato. Persino gli esperimenti

lessicografici più notevoli e innovativi prendevano pur sempre le mosse della Crusca, anche se poi

se ne distanziavano in maniera critica.

Tra il 1829 e il 1840 la società tipografica napoletana Tramater diede alle stampe il Vocabolario

universale italiano, la cui base era ancora la Crusca; l’opera aveva però un taglio tendenzialmente

enciclopedico e dedicava particolare attenzione alle voce tecniche, di scienze, lettere, arti e mestieri.

L’opera si segnala per il superamento delle definizioni tradizionali: i vocabolari del passato avevano

fatto riferimento a cane come “animal noto” o il cavolo come “erba nota”; nel Tramater, invece, la

definizione zoologica e botanica poggia sulla precisa classificazione scientifica, per cui il cane è la

“specie di mammifero domestico…che ha sei denti incisori…”.

Nessun vocabolario dell’800 si avvicina nemmeno lontanamente alla qualità del Dizionario di

Tommaseo (poi portato a termine da Bellini). Tommaseo si preoccupò di illustrare attraverso il

proprio dizionario le idee morali, civili e letterarie. Tra queste, comunismo e positivismo, entrambe

accompagnate da una definizione umorale e per nulla oggettiva.

Uno dei punti di forza del nuovo vocabolario era, oltre alla mole e all’abbondanza dei termini, la

strutturazione delle voci. Il criterio seguito non consisteva nel privilegiare il significato più antico o

etimologico, ma nel dichiarare “l’ordine delle idee”, seguendo un criterio logico, a partire dal 34

significato più comune ed universale, ordinando gerarchicamente gli eventuali significati diversi di

una parola, individuati da numeri progressivi, e privilegiando sostanzialmente l’uso moderno.

Della soggettività di Tommaseo, è rimasta celebre la faziosità contro Leopardi, dimostrata nel

compilare la voce “procombere”: “l’adopra un verseggiatore moderno, che per la patria diceva di

voler incontrare la morte…Non avendo egli dato saggio di sostenere virilmente i dolori, la bravata

appare non essere che retorica pedanteria”.

Si realizzò anche un vocabolario coerente con l’impostazione manzoniana, ispirata al fiorentinismo

dell’uso vivo. Nella relazione Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla del 1868, Manzoni

aveva guardato al Dictionnaire de l’Acadèmie française: erano stati aboliti gli esempi di autore. Al

posto delle citazioni tratte dagli scrittori, il Giorgini-Broglio presentava una serie di frasi anonime,

testimonianza dell’uso generale. Allo stesso tempo, venivano eliminate le voci arcaiche. Secondo

Manzoni, si trattava di scindere le due funzioni che si erano confuse nei vocabolari italiani, i quali

avevano voluto allo stesso tempo mostrare l’uso vivente, e documentare gli esempi degli scrittori

del passato. Questa seconda finalità doveva essere invece rinviata a lessici appositi, di tipo

esclusivamente storico, mentre la funzione primaria doveva essere quella di indicare l’uso vivo di

Firenze.

Il secondo obiettivo proposto da Manzoni nella Relazione del 1868 stava nella realizzazione di una

serie di vocabolari dialettali i quali suggerissero l’esatto equivalente fiorentino.

L’800 fu anche il secolo d’oro della lessicografia dialettale. L’interesse romantico per il popolo e la

cultura popolare, a cui seguì la curiosità della linguistica per il dialetto, considerato non più italiano

corrotto, ma una parlata con la sua dignità, i suoi documenti, la sua storia parallela a quella della

lingua italiana. Lo studio dei dialetti si accompagnò a una profonda curiosità per le tradizioni

popolari e anche per le forme letterarie della cultura orale, canti e racconti.

Mentre si realizzava l’unità d’Italia, lo studio dei dialetti serviva proprio per scoprire le tradizioni

italiane.

4. GLI EFFETTI LINGUISTICI DELL’UNITA’ POLITICA

In comune, tra i vari stati italiani, c’era soltanto un modello di italiano letterario, elaborato dalle

élite. Mancava quasi completamente una lingua invece comune della conversazione.

Il numero degli italofoni, era allora incredibilmente basso. De Mauro, al momento della fondazione

del Regno d’Italia, sostiene che quasi l’80% degli abitanti era analfabeta ufficialmente. Non tutto il

restante 20% però sapeva utilizzare l’italiano.

Alfabeta dunque non significava avere un reale possesso della lingua scritta. De Mauro ha supposto

che per raggiungere una padronanza accettabile della lingua occorresse almeno la frequenza della

scuola superiore postelementare, la quale nel 1862-63 toccava solamente l’8,9 per mille della

popolazione tra gli 11 e i 18 anni, ovvero 160000 individui. A questi, si aggiungano i 40000 toscani

e 70000 romani che hanno un possesso naturale della lingua. Essi infatti, se hanno conseguito anche

solo un’istruzione elementare, hanno un possesso accettabile della lingua.

In totale sarebbero dunque 600000 gli italiani capaci a parlare italiano su una popolazione totale di

25 milioni, ovvero il 2,5%.

Castellani ha invece posto il problema dell’esistenza di una fascia geografica mediana,

corrispondente almeno a una parte della Marche, del Lazio e dell’Umbria, in cui la natura delle

parlate locali è tale da far ritenere che un grado di istruzione anche elementare sia sufficiente per

arrivare al possesso dell’italiano.

Il nocciolo del problema sta nel tipo di rapporto che si ritiene intercorra tra la lingua toscana parlata,

i dialetti dell’area mediana e l’italiano. Il nuovo calcolo del Castellani alza la percentuale di parlanti

in italiano al 10% della popolazione totale.

Con la formazione dell’Italia unita, per la prima volta la scuola elementare divenne ovunque

gratuita ed obbligatoria grazie all’estensione della legge piemontese Casati del 1859 in tutto il

territorio statale. La legge Coppino del 1877 rese effettivo l’obbligo della frequenza, almeno per il

35

primo biennio, punendo gli inadempienti.

Nel 1861, almeno la metà della popolazione infantile evadeva l’obbligo scolastico. Nel 1906,

evadeva l’obbligo ancora il 47% dei ragazzi.

Esistevano gravi condizioni di disagio: certi maestri infatti usavano il dialetto per tenere lezione,

essendo incapaci di fare di meglio; inoltre nelle scuole superiori si confrontarono posizioni teoriche

diverse, con la presenza di insegnanti puristi, manzoniani e classicisti.

Giosuè Carducci diede il suo parere su programma e libri scolastici, progettando un percorso basato

su di un sentimento classico della lingua letteraria.

Le cause che hanno portato all’unificazione linguistica italiana dopo la formazione dello stato

unitario, individuate da Tullio De Mauro, possono essere così riassunte:

1) azione unificante della burocrazia e dell’esercito. 2) azione della stampa periodica e quotidiana.

3) effetti di fenomeni demografici quali l’emigrazione, che porta fuori dall’Italia molti analfabeti. 4)

l’aggregazione attorno ai poli urbani che significa abbandono dei dialetti rurali.

5. IL RUOLO DELLA TOSCANA E LE TEORIE DI ASCOLI

Nel 1873 le idee e le proposte manzoniane furono contrastate da Graziadio Isaia Ascoli, il fondatore

della linguistica e della dialettologia italiana.

La polemica prendeva le mosse dal titolo del Novo vocabolario della lingua italiana secondo l’uso

di Firenze di Giorgini-Broglio, titolo in cui era stato usato l’aggettivo novo alla maniere fiorentina

moderna, con il monottongamento in –ò- di –uo-, contro al tipo nuovo, ormai largamente accolto

nella lingua letteraria comune. In sostanza Ascoli escludeva che si potesse disinvoltamente

identificare l’italiano nel fiorentino vivente, e affermava che era inutile quanto dannoso aspirare a

un’assoluta unità della lingua.

L’unificazione linguistica italiana non poteva essere la conseguenza di un intervento pilotato,

doveva essere una conquista reale, che sarebbe avvenuta solo quando lo scambio culturale nella

società italiana si fosse fatto fitto.

Ascoli, inoltre, contestava che si potesse applicare in Italia il modello centralistico francese, a cui si

era ispirato Manzoni. L’Italia andava considerata insomma un paese policentrico, in cui Ascoli

individuava la mancanza di quadri intermedi che si ponessero a mezza strada tra i pochissimi dotti e

l’ignoranza delle masse, e la malattia era la retorica.

Ascoli è severo con la Toscana. La giudica una terra fertile di analfabeti, con una cultura stagnate:

perciò meglio guardare a Roma.

Castellani invece ha difeso il ruolo e la funzione di questa regione, insistendo sull’importanza del

manzonismo.

6. IL LINGUAGGIO GIORNALISTICO

Nel XIX secolo il linguaggio giornalistico acquistò un’importanza superiore. Proliferavano infatti

periodici che raggiungevano un pubblico nuovo. Ma inizialmente non era stato facile, e il giornale

primo-ottocentesco infatti restava ancora un prodotto di èlite.

Nella seconda metà del secolo, in ogni modo, il giornalismo diventò fenomeno di massa. Ancora in

questo periodo, nel giornale di alternavano voci culte e libresche a voci popolari, anche se vengono

in genere evitati i dialettismi più vistosi. Alcune voci regionali si diffondono attraverso questo

canale, come camorra e picciotto.

La sintassi giornalistica sviluppò la tendenza al periodare breve, e spesso alla frase nominale. Il

giornale è oggi linguisticamente interessante perché composto da parti diverse: la lingua della

cronaca infatti non è la stessa di quella politica o economica.

Compare anche la pubblicità sotto forma di annunzi che spesso contenevano termini nuovi o parole

regionali.

Michele Ponza, insegnante e lessicografo piemontese, nel 1830 se la prendeva con un foglio 36

periodico in cui trovava regionalismi come grotta per cantina e pristinaio per panettiere. Il direttore

si difese dicendo: “Non so come siami lasciata cadere dalla penna questa marcia voce di pristinaio,

voce lombarda”.

7. LA PROSA LETTERARIA

Nell’800, si fonda la moderna letteratura narrativa. Manzoni ebbe il merito di rinnovare il

linguaggio non solo del genere romanzo, ma anche della saggistica, avvicinando decisamente lo

scritto al parlato.

Una svolta nella prosa letteraria è comunque quella segnata da Manzoni nei Promessi Sposi, che

uscì in prima edizione del 1825-27 già indirizzata verso la lingua media e comune. Seguì una lunga

e meditata revisione, la cosiddetta risciacquatura dei panni in Arno, cioè la correzione della lingua

del suo capolavoro, che egli voleva perfettamente adeguato al fiorentino delle persone colte.

Possiamo così sintetizzare i criteri della prassi correttoria manzoniana:

1) espunzione abbastanza ampia della forme lombardo-milanesi, come l’eliminazione del termine

marrone per sproposito: ho fatto un marrone diventa ho sbagliato.

2) Eliminazione di forme eleganti, pretenziose, scelte, preziosistiche, auliche, affettate,

arcaicizzanti, o letterarie rare: lunghesso la parete per strisciando il muro e l’affisò per lo guardò,

per esempio.

3) Assunzione di forme tipicamente fiorentine come i monottongamenti di –uo-: avremo quindi

spagnuolo per spagnolo; poi l’uso di lei e lui come soggetti al posto dei letterari ella ed egli. E

ancora citeremo pranzo per desinare.

4) Eliminazione di doppioni di forme e di voci, avendo quindi eguaglianza per uguaglianza e

quistione per questione.

La risciacquatura dei panni in Arno determinò in linea di massima l’adozione di uno stile più

naturale, più sciolto, slegato dalla tradizione aulica allora imperante.

Ecco alcuni esempi da due edizioni dei Promessi Sposi:

ed. 1827: Renzo rimase lì gramo e scontento, a pensar d’altro albergo. […] La casa era fuori del

villaggio, a pochissima distanza. Quivi egli deliberò di rivolgersi a chiedere ospizio. Ed. 1840:

Renzo rimase lì tristo e scontento, a pensar dove anderebbe a fermarsi. […] La casa era a pochi

passi fuori dal paese. Pensò di andar lì.

Si noti in particolare la frase finale, in cui il pesante costrutto indotto da quivi, costituito da ben tre

verbi di fila, viene sostituito dall’agilissimo “Pensò d’andar lì”; poi vi è l’eliminazione del troppo

letterario gramo a favore di triste. A livello fonomorfologico invece si nota giovinotto al posto di

giovanotto.

Modelli di prosa toscana che stanno a margine rispetto al Manzoni sono quelli di Fucini e di

Collodi. Quest’ultimo, in particolare, ebbe una grande influenza sul pubblico giovanile, con il

celeberrimo Le avventure di Pinocchio (1883). Di fatto, lo stile di quel libro collaborò con il

manzonismo a diffondere la lingua toscana in tutta Italia.

Un diverso uso del toscanismo si ha negli scrittori del “multilinguismo” come Carlo Dossi,

Giovanni Faldella e Vittorio Imbriani. Usavano forme linguistiche attinte a fonti diverse: toscano

arcaico, toscano moderno, linguaggio comune e dialetto si trovano a coesistere in una miscela

composita.

Ben altra importanza ebbe la svolta inaugurata da Verga, soprattutto nei Malavoglia. Verga non

abusa del dialetto e non lo usa come macchia locale.

Il procedimento sta nell’adattare la lingua italiana a plausibile strumento di comunicazione per i

personaggi siciliani appartenenti al ceto popolare, senza peraltro regredire ad un dialetto usato in

maniera integrale. Lo scrittore adotta dunque alcune parole siciliane note in tutt’Italia, e poi ricorre

ad innesti fraseologici, come quando usa l’espressione “pagare col violino”, ovvero a rate.

Tratti popolari sono anche i soprannomi dei personaggi, l’uso del che polivalente, la ridondanza

pronominale, il ci attualizzante (es: averci), gli per loro. Questi tratti popolari servono a simulare 37


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
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A.A.: 2013-2014

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