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Tecniche espressive e composizione testi in italiano - Claudio Marazzini - breve storia della lingua italiana Appunti scolastici Premium

Appunti per l'esame di Tecniche espressive e composizione testi in italiano, professor Gianmarco Gaspari, cdl in scienze della comunicazione. Il documento è un'introduzione storica alla lingua, ai suoi scrittori, alla fonetica, alla grammatica, alla prosa e alla poesia.

Esame di Tecniche espressive e composizioni docente Prof. G. Gaspari

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ESTRATTO DOCUMENTO

controversia di portata locale.

Un codice scritto in Spagna, all’inizio dell’VIII sec, e approdato già in epoca antica a Verona, reca

nel margine superiore di un foglio due note in scrittura corsiva. La seconda è in latino corretto, la

prima invece si presenta in forma diversa (“se pareva boves…”).

La postilla è stata giudicata variamente: come italiano volgare, come semivolgare, come vero e

proprio latino seppur scorretto. La questione è probabilmente irresolubile. Detto questo, sarà ben

difficile attribuire il titolo di “primo documento della lingua italiana” a un testo così controverso.

4. UN GRAFFITO E UN AFFRESCO

Caso curioso è quello dell’iscrizione della catacomba romana di Commodilla, la quale è un

anonimo graffito tracciato sul muro. Benché sembri a prima vista conservare un aspetto

latineggiante, vistosamente rivela il suo reale carattere di registrazione del parlato.

Il graffito può essere fatto risalire a un periodo tra il VI-VII secolo e la metà del IX, ed è così

trascrivibile: “Non dicere ille secrita a bboce”, ovvero “Non dire quei segreti a voce alta”. Tale

grafia rende in maniera fedele la pronuncia con betacismo (passaggio di v a b: lat. Vocem diventa

Boce) e raddoppiamento fonosintattico.

L’iscrizione della basilica di San Clemente rientra invece in un progetto grafico ben più complesso:

si tratta di un affresco in cui parole in latino e in volgare sono state dipinte fin dall’inizio accanto ai

personaggi rappresentati, per identificarli e per mostrare il loro ruolo nella storia narrata.

Il pittore ha aggiunto una serie di parole che hanno funzione di didascalia, o che indicano le frasi

pronunciate dai personaggi raffigurati: queste frasi sono in un volgare vivace e popolarescamente

espressivo. L’affresco fu dipinto alla fine dell’ XI secolo. Il latino è adottato nelle parti più elevate

del testo, per indicare l’intenzione di chi ha fatto dipingere l’affresco o per esprimere il giudizio

morale sull’accaduto.

Il volgare, per contro, esplode vivace nelle didascalie che registrano con marcato espressionismo

plebeo voci e azioni dei personaggi (“Falite dereto co lo palo…”).

5. L’ATTO DI NASCITA DELL’ITALIANO: IL “PLACITO CAPUANO” DEL 960

Il “Placito Capuano”, un documento d’archivio, per la sua ufficialità gode del privilegio di essere

comunemente considerato l’atto di nascita della nostra lingua. La scoperta risale al ‘700. Chi l’ha

scritto si è reso perfettamente conto di utilizzare due lingue diverse, il latino notarile e il volgare

parlato. Abbiamo dunque qui la prova di una cosciente distinzione tra i due codici linguistici.

Il Placito Capuano del 960 è un atto notarile, scritto su un foglio di pergamena, relativo ad una

causa discussa di fronte al giudice capuano Arechisi. Rodelgrimo rivendicava il possesso, in lite

giudiziaria, di certe terre. L’abate di Montecassino invece invocava il diritto all’usucapione.

Durante la redazione di questo verbale fu compiuta una scelta inconsueta rispetto alle abitudini del

tempo. Il dibattito doveva svolgersi già allora in volgare, non in latino. Il latino però era impiegato

in tutti i tipi di verbali. Nel caso del Placito Capuano, la verbalizzazione in latino arrivò a includere

vere e proprie formule testimoniali volgari (“…et testificando dixit: Sao ko kelle terre, per kelle fini

que ki contene…”).

La scelta di scriverla in volgare piuttosto che in latino non va spiegata tanto con il desiderio di

essere fedeli al parlato dei testimoni, quanto come un modo per rivolgersi a un pubblico diverso, più

vasto: come dire che era interesse dell’Abate che il risultato del processo fosse conosciuto per

evitare altre analoghe contestazioni. In altre tre carte notarili analoghe, una di Sessa Aurunca e due

di Teano, risalenti al 963, si trovano formule molto simili.

6. DOCUMENTI NOTARILI E GIUDIZIARI 8

Un buon numero dei più antichi documenti italiani è dovuto alla penna di notai. Il volgare può

affiorare in forma di postilla, cioè in forma di testo aggiunto al rogito vero e proprio. E’ quanto

accade nella cosiddetta Postilla amiatina del 1087. Il notaio estensore dell’atto in lingua latina

aggiunse alla fine la seguente postilla: “Ista cartula est de caput coctu ille adiuvet de ill rebottu…”.

Dal punto di vista linguistico, si osserva la presenza delle u finali al posto delle o, una caratteristica

presente nel territorio del Monte Amiata. I versi significherebbero: “Questa carta è di Capocotto:

essa lo aiuti da quel ribaldo che tal consiglio gli mise in corpo”.

Gli studiosi hanno anche osservato che la postilla ha un andamento ritmico. Più di recente è stata

avanzata l’interpretazione che rebottu alluda al Maligno.

Nella Carta osimana del 1151, il volgare affiora non in una postilla, ma all’interno del vero e

proprio testo latino del rogito. Nella Carte fabrianese e in quella picena, si alternano latino e

volgare.

Al gruppo delle carte giudiziarie vanno ricondotte due pergamene del 1158 conservate nell’archivio

vescovile di Volterra. Nella sintesi di quanto hanno detto i testimoni affiora il volgare, nel bel

mezzo del testo latino: “Sero ascendit murum et dixit: guaita, guaita male; non mangiai ma mezo

pane”, ovvero “La sera salì sulle mura e disse: la guardia, fa male la guardia, perché non mangiai

mai altro che mezzo pane”.

Il volgare viene così preferito la dove viene introdotto l’aneddoto.

7. IL FILONE RELIGIOSO NEI PRIMI DOCUMENTI DELL’ITALIANO

La Formula di confessione umbra, la cui datazione può essere fissata tra il 1037 e il 1080 ca., è un

testo che il fedele deve leggere o recitare. I Sermoni subalpini invece sono una raccolta di prediche

in volgare piemontese. Si tratta di un corpus di ben 22 testi piuttosto ampi. I testi alternano parti in

latino al corpo vero e proprio del discorso, che è in volgare locale, caratterizzato da alcuni esiti

propri anche del piemontese moderno.

8. DOCUMENTI PISANI

Ignazio Balzelli ha scoperto una carta pisana che si può collocare fra la metà dell’XI e la metà del

XII secolo: l’antico documento ridotto al rango della nostra cartastraccia, già nel secolo XII fu

tagliato, parzialmente cancellato e riscritto, e in seguito riciclato.

Balzelli qui ha avuto la ventura di scoprire il testo, che risulta essere un elenco di spese navali.

Ancora a Pisa ci riporta un documento più tardo, anteriore però alla soglia nel XIII secolo: si tratta

di una iscrizione su di un sarcofago del Camposanto, un’epigrafe che si inquadra nel ben noto tema

del morto che parla al vivo. Si legge: “Homo ke vai per via prega deo dell’anima mia…”.

9. PRIMI DOCUMENTI LETTERARI

Un vero sviluppo della letteratura italiana si ebbe solamente nel XIII secolo a partire dalla scuola

poetica fiorita alla corte di Federico II, la cosiddetta Scuola siciliana.

Se cerchiamo tracce di componimenti poetici italiani, qualche cosa è dato trovare a partire dalla

seconda metà del XII secolo, nella forma che comunemente viene definita “ritmo”.

Si trovano quattro versi volgari in una memoria latina esaltante le vittorie delle milizie di Belluno e

di Feltre su quelle di Treviso nel 1193 e 1196.

Il trovatore provenzale Rambaldo di Vaqueiras ha scritto “le prime strofe regolari che ci siano

pervenute nella nostra lingua”. Per trovare versi italiani con intento letterario dobbiamo sfiorare e

forse scavalcare la soglia del XIII secolo, visto che a quella data alcuni spostano ora il cosiddetto

Ritmo laurenziano.

Il primo testo è quello di una canzone di decasillabi, il cui verso iniziale è “Quando eu stava in le

tu’ catene”. Il secondo testo si compone di cinque endecasillabi: il primo è “Fra tuti qui ke fece lu 9

Creature”. Sono le più antiche testimonianze di poesia lirica d’amore in volgare italiano.

Tali documenti potrebbero autorizzare l’ipotesi di una scuola poetica italiana già attiva prima della

Scuola siciliana di Federico II.

CAPITOLO SECONDO – IL DUECENTO

1. IL LINGUAGGIO POETICO DAI PROVENZALI AI POETI SICILIANI

La prima scuola poetica italiana di cui si abbiano notizie certe e sistematiche fiorì all’inizio del XIII

secolo, nell’ambiente colto e raffinato della Magna curia di Federico II di Svevia, in Italia

meridionale, per questo detta “scuola siciliana”.

Altre due letterature romanze si erano già affermate: quella francese in lingua d’oil e quella

provenzale in lingua d’oc. Quest’ultima in particolare esercitava un grande fascino: era, per

eccellenza, la lingua della poesia, soprattutto quella amorosa.

I poeti siciliani imitarono la poesia provenzale: ma sostituirono la lingua forestiera con un volgare

italiano, quello siciliano. Anche Dante ebbe un giudizio positivo di questa scuola.

Alcuni dei poeti “siciliani” non sono affatto siciliani: Percivalle Doria è ligure, ad esempio, e ciò

dimostra che la scelta del siciliano fu dotata di valore formale, e infatti il volgare della poesia

siciliana è altamente formalizzato, raffinato. Vi entrano in gran numero termini provenzali, o

arieggianti la lingua provenzale, come le forme in agio (coragio) e anza (amanza, speranza…).

Il corpus della poesia delle nostre origini è stato trasmesso da codici medievali scritti da copisti

toscani. Nel Medioevo copiare non era operazione neutrale. I copisti toscani intervennero appunto

sulla forma linguistica della poesia siciliana con una vera e propria opera di traduzione.

La sconfitta degli Svevi e l’avvento degli Angioini portò con sé anche la distruzione fisica dei

manoscritti di origine siciliana o meridionale. Giovanni Maria Barbieri, studioso della lingua

provenzale, aveva avuto per le mani un codice (Il libro siciliano) contenente alcuni testi poetici

siciliani che si presentavano in una forma vistosamente diversa da quella comunemente nota:

“Alegru cori, plenu / Di tutta beninanza…”.

La sicilianità è vistosa: si notino le vocali finali –u e –i al posto delle –o ed –e toscane, la –u al

posto della –o in inamuranza, le –i al posto di –e toscana, in posizione tonica. Benché

sostanzialmente fedele all’originale, amo non è un tratto siciliano. Per avere un’idea dell’intensità

del processo di toscanizzazione, metteremo ora a confronto la trascrizione in forma toscanizzata con

quella in forma siciliana della canzone S’eo trovasse pietanza.

Trascrizione di Barbieri: “La virtuti ch’ill’àvi / D’alcirm’e guariri”.

Codice Vaticano (toscanizzato): “La vertute ch’il àve /D’ancider me e guerire”.

Il confronto mette in evidenza la sostituzione dei tratti siciliani con quelli toscani. Ma una traccia di

questa sostituzione rimane anche nelle rime imperfette delle versioni toscanizzate (conduce-croce /

ora-pintura), le quali diventano perfette solo se riportate alla lingua originale (conduci-cruci / ura-

pintura).

La lezione della poesia siciliana fu decisiva per la nostra tradizione lirica. Non solo si stabilizzò la

rima siciliana, ma divennero normali in poesia i condizionali meridionali in –ia (il tipo crederia,

contro il toscano crederei).

2. DOCUMENTI POETICI CENTRO-SETTENTRIONALI

Con la morte di Federico II (1250), venne meno la poesia siciliana. La sua eredità passò in Toscana

e a Bologna, con i cosiddetti poeti siculo-toscani e gli stilnovisti.

In Italia settentrionale fiorì nel ‘200 una letteratura in volgare molto diversa da quella sviluppatasi

nel raffinatissimo ambiente della corte di Federico II.

La lingua di questi scrittori è fortemente settentrionale, non essendo ancora in nessun modo

presente l’imitazione dei modelli letterari toscani. 10

L’area toscana in cui si ebbe la prima notevole espansione dell’uso del volgare scritto è quella

occidentale, fra Pisa e Lucca. In quest’area si sviluppò la cosiddetta poesia siculo-toscana.

Firenze si affermò solo nella seconda metà del ‘200: tra il 1260 e il 1280. A Firenze vi erano diversi

rimatori, il loro stile rifletteva quello dei poeti siciliani. In essi si ritrovano molti gallicismi e

sicilianismi. Tra i sicilianismi si possono notare le –i finali al posto di –e, in sostantivi singolari

come calori, valori, siri, in verbi alla terza persona (ardi per arde).

In Toscana si stava in sostanza immettendo nella lingua locale tutta la tradizione lirica disponibile,

attingendo oltralpe e alla Sicilia.

E’ noto che Dante attribuì a Guinizzelli la svolta stilistica che avrebbe portato alla nuova poesia

d’amore. Tuttavia, permane una sostanziale continuità tra la tradizione poetica anteriore e quella

stilnovista. Permangono i gallicismi (rivera per fiume), i provenzalismi (sclarisce), i sicilianismi

(saccio, aggio).

In Cavalcanti troviamo le forme suffissali in –anza, i meridionalismi di origine siciliana (feruta,

saccio), le rime siciliane del tipo noi-altrui, e i consueti provenzalismi. Stessa sorte per le prime

esperienze poetiche di Dante, che però amplia il lessico della poesia.

3. DANTE, PRIMO TEORICO DEL VOLGARE

Le idee di Dante sul volgare si leggono nel Convivio e nel De vulgari eloquentia. Nel Convivio, il

volgare viene tra l’altro celebrato come “sole nuovo” destinato a splendere al posto del latino, per

un pubblico che non è in grado di comprendere la lingua dei classici.

Nel Convivio il latino è reputato superiore in quanto utilizzato nell’arte, nel De vulgari eloquentia

invece la superiorità del volgare viene riconosciuta in nome della sua naturalezza.

Il De vulgari eloquentia è il primo trattato sulla lingua e sulla poesia volgare. Non ebbe una sorte

molto felice.

Dante muove dalle origini prime, dalla creazione di Adamo: stabilisce che fra tutte le creature,

l’unico ad essere dotato di linguaggio è l’uomo. L’origine del linguaggio e delle lingue viene

ripercorsa attraverso il racconto biblico: nodo centrale è l’episodio della Torre di Babele. La storia

delle lingue naturali, nella loro varietà, incomincia proprio qui: loro caratteristica è il mutare nello

spazio, da luogo a luogo, e nel tempo.

La grammatica delle lingue letterarie, come quella del greco e del latino, secondo Dante, è una

creazione artificiale dei dotti, intesa a frenare la continua mutevolezza degli idiomi.

Per arrivare a definire i caratteri del volgare letterario, Dante procede concentrando la sua

attenzione su spazi geografici via via più ristretti La sua attenzione di concentra sull’Europa, e

procedendo dal generale al particolare e avendo come obiettivo una trattazione approfondita

dell’area italiana, si avvicina al suo scopo, venendo a trattare del gruppo linguistico costituito da

francese, provenzale e italiano.

Si restringe quindi finalmente alla sola area italiana. Dante esamina queste parlate alla ricerca del

volgare migliore, definito illustre (e anche aulico, curiale e cardinale). L’esame delle varie parlate si

conclude con la loro sistematica eliminazione: tutte, nella loro forma naturale, sono indegne del

volgare illustre.

Tra le più severe condanne c’è quella per il toscano e il fiorentino. Migliori degli altri risultano il

siciliano e il bolognese. Il discorso si sposta poi dalla lingua alla letteratura: Dante, sta cercando una

lingua ideale, priva di tratti locali e popolari. Le realizzazioni di questa lingua vengono identificate

nei modelli di stile a cui gli stilnovisti e Dante stesso guardavano con maggior ammirazione.

4. LA FORMAZIONE DELLA PROSA VOLGARE

Confrontato con l’alto sviluppo qualitativo della poesia, la prosa duecentesca appare in ritardo. Il

latino, nel ‘200, detiene ancora il primato assoluto nel campo della prosa, come strumento di

comunicazione scritta e di cultura. 11

A volte si tratta di un latino che assume forme domestiche, in cui affiorano tracce di un espressivo

parlato in lingua volgare. Inoltre il volgare è necessariamente influenzato dal latino. Molto spesso il

verbo viene posto in clausola, e anche la sequenza determinante-determinato viene ripresa dal

latino.

Se alcuni italiani usavano il francese addirittura per scrivere le loro opere, riconoscendogli il pregio

di essere la più piacevole delle lingue, niente di strano che il francese influenzasse i volgarizzatori.

Nel 1200, alle due lingue di comune impiego nella prosa, cioè il latino e il francese, non si

contrappone ancora un tipo unico di volgare, e predomina anzi una sostanziale varietà. Non esiste

una prosa-modello che in questo secolo si imponga su quella delle altre regioni. Di fatto, però, il

ruolo della Toscana stava delineandosi.

CAPITOLO TERZO – IL TRECENTO

1. DANTE E IL SUCCESSO DEL TOSCANO

La ricchezza tematica e letteraria della Commedia favorì la promozione del volgare, dimostrando

che la nuova lingua aveva potenzialità illimitate. Ecco perché il successo del poema di Dante e il

successo della lingua italiana (toscana) già nel ‘300 andarono di pari passo. La Commedia è opera

compiuta in esilio nell’Italia settentrionale.

Si profila dunque un connubio tra Nord e Centro, che sta alla base della crescita rapida della fortuna

accordata ai modelli letterari del volgare.

Il toscano iniziò così la sua espansione destinata a completarsi nel giro di alcuni secoli. Il processo

fu reso irreversibile dal Canzoniere di Petrarca e dal Decameron di Boccaccio. Senza questi tre

autori, probabilmente la storia linguistica italiana sarebbe stata diversa, anche se il fiorentino era

una lingua dotata di particolari potenzialità: vivacissima era la società fiorentina, e la sua lingua

occupava una posizione mediana tra le parlate italiane. Inoltre era abbastanza simile al latino.

2. VARIETA’ LINGUISTICA DELLA “COMMEDIA”

Bruno Migliorini, nella sua “Storia della lingua italiana”, ha definito Dante il “padre” del nostro

idioma nazionale. Tullio de Martino ha osservato che quando Dante cominciò a scrivere la

“Commedia”, il vocabolario fondamentale dell’italiano era già costituito al 60%, e che il poema di

Dante fece proprio questo patrimonio e con il suo sigillo lo trasmise nei secoli, tanto che alla fine

del ‘300 il vocabolario fondamentale dell’italiano era configurato e completo al 90%.

Il latinismo viene a Dante da canali diversi: la letteratura classica, le Sacre Scritture, la filosofia

tomistica e la scienza medievale. E’ d’obbligo, quando si parla del latinismo nella lingua di Dante,

citare il canto VI del Paradiso, con il lungo discorso di Giustiniano, in cui molti termini sono

costruiti con l’ausilio della lingua classica (es: Cirro Negletto sta per capigliatura arruffata, da cui il

nome di Cincinnato; il verbo labi, modulo poeticamente illustre, che viene da Orazio, Ovidio e

Virgilio; usa “cenit”, lo zenit, parola ricavata dall’arabo, etc.).

Il plurilinguismo è una delle categoria che sono state utilizzate per definire la lingua poetica di

Dante. Non solo i latinismi, ma anche i termini forestieri, plebei, le parole toscane e anche alcune

non toscane. Tale varietà nelle scelte lessicali deriva da una varietà del tono. Si passa dunque dal

livello basso e dal turpiloquio (il cul che fa trombetta), al livello più alto, al sublime teologico.

La Commedia, però, nel suo complesso, si presenta come opera fiorentina, che sembra contraddire

le tesi del De vulgari eloquentia. Dante si sente libero di fronte ai tratti morfologici del fiorentino

del suo tempo, quando ragioni di gusto personale lo richiedono.

Più in generale, si può parlare di una polimorfia della lingua di Dante nella Commedia, che riguarda

l’alternanza di forme dittongate e non dittongate (core/cuore; foco/fuoco; bono/buono), la presenza

di –i o –e in protonia (ad es. virtù prevale su vertù), o ancora di –a in protonia (danari), le forme del

condizionale (il tipo siciliano in –ia e quello toscano in –ei: vorria e vorrei), etc. 12

3. IL LINGUAGGIO LIRICO DI PETRARCA

La caratteristica dominante del linguaggio poetico di Petrarca è la sua selettività, che esclude molte

parole usate da Dante nella Commedia, inadatte al genere lirico. La parte dell’opera petrarchesca

scritta in volgare è estremamente ridotta rispetto a quella latina. Il volgare non è qui la lingua

“naturale”, ma la lingua di un raffinato gioco poetico; la lingua naturale dell’uomo colto è proprio il

latino con cui infatti postilla le poesie volgari, annotando i propri brevi autogiudizi.

Petrarca fa ampio uso di una dispositivo che muta l’ordine regolare delle parole, anticipando il

determinante rispetto al determinato (alla latina). Inoltre ricorrono chiasmi, antitesi, enjambements,

anafore, allitterazioni, e si ritrovano binomi di aggettivi (“Solo e pensoso”), spesso di significato

analogo (“Tardi e lenti”).

Petrarca poi scrive ancora in maniera unita sualuce, almio, delbel, laprima, belliocchi. Manca

l’apostrofo, che fu introdotto solo all’inizio del ‘500. Il sistema di segni di interpunzione si riduce a

pochi elementi. Sono presenti anche molti latinismi grafici, come le “b” etimologiche in huomo,

humano e honore; le “x” (extremi), i nessi –tj- (gratia).

4. LA PROSA DI BOCCACCIO

L’importanza del Decameron per la prosa italiana è accentuata dal fatto che la prosa trecentesca non

era ancora stabilizzata in una tradizione salda.

Nelle novelle di Boccaccio ricorrono situazioni narrative molto variate, in contesti sociali diversi.

Tutte le classi si muovono sulla scena, dai regnanti alle prostitute, così come compaiono quadri

geografici e ambienti molto differenti. Lo scrittore non ha rinunciato affatto, nella sua ricerca di

realismo, a una caratterizzazione anche linguistica che sapesse cogliere queste diversità.

Le novelle mostrano spesso la vivacità del dialogo, con scambi di battute in cui entrano elementi

popolari e anacoluti, oltre che una complessa ipotassi. E’ uno stile magniloquente, in cui le

subordinate si accumulano in gran numero. Furono imitati i nessi largamente usati da Boccaccio per

regolare il funzionamento e la successione del periodo, con i frequenti “adunque”, “allora” e

“avvenne che”.

La prosa di Boccaccio, nelle sue forme normali, non mimetiche, è fiorentina di livello medio-alto.

Nella grafia di Boccaccio, come in quella di Petrarca, si notano latinismi, come le “x” (exempli), il

nesso –ct- (decto), la forma advenuto per “avvenuto”, come le “h” etimologiche in herba, habito.

L’affricata dentale è resa dalla ç, ma anche dalla z (scioccheça, sciocchezza).

Boccaccio è autore anche di uno dei più antichi testi in volgare napoletano, un’Epistola databile al

1339. Si presenta in una lingua napoletana marcata in senso comico, ricostruita così come poteva

farlo un non napoletano che volesse imitare a orecchio il parlato vivo del tempo. L’esperimento di

Boccaccio è importante perché mostra un uso volontario di un volgare diverso dal proprio,

identificato nelle sue caratteristiche fonetiche, lessicali e sintattiche.

5. I VOLGARIZZAMENTI

Questo tipo di libera traduzione continuò anche nel ‘300, in forme che si avvicinavano a veri e

propri rifacimenti del testo originale (es: Le vite dei santi padri di Cavalca, i Fioretti di san

Francesco).

Altri volgarizzamenti, sia da opere latine che da opere toscane, furono realizzati nelle varie lingue

locali: ad esempio in siciliano, in napoletano, in ligure, etc. La prosa, molto più della poesia,

manteneva in certi casi l’impronta della zona geografica, resistendo all’omologazione toscana.

CAPITOLO QUARTO – IL QUATTROCENTO 13

1. LATINO E VOLGARE

Petrarca, nello scrivere latino, si ispirava a Cicerone, Livio, Seneca, Virgilio, Orazio, e misurava

consapevolmente la differenza fra quei modelli e il latino medievale corrente ai suoi tempi. Dante

per contro usava il latino moderno.

Il confronto con il latino degli autori canonici fu decisivo per la formazione di una mentalità

grammaticale applicata in seguito anche alla stabilizzazione normativa dell’italiano. Il nuovo gusto

classicistico orientò verso una concezione della lingua intesa quale frutto di imitazione dei grandi

modelli letterari. In seguito quest’idea fu trasferita dal terreno degli studi classici a quello

dell’italiano. Di fatto, però, la svolta umanistica che incominciò con Petrarca ebbe come

conseguenza una crisi del volgare, lo screditò agli occhi della maggior parte dei dotti, mentre

nell’uso pratico esso continuava a farsi strada.

Vi furono umanisti della prima generazione che non usarono il volgare, come Coluccio Salutati

(1331-1406), che diffuse il suo stile latino elaborato sulla base dei modelli ciceroniani.

Il latino era preferito in quanto lingua più nobile, capace di garantire l’immortalità letteraria. L’uso

del volgare, secondo l’opinione di questi dotti, risultava accettabile solo nelle scritture pratiche e

d’affari.

Credere nel volgare era insomma come scommette su di un futuro incerto, laddove il latino

rappresentava una certezza apparentemente indiscutibile.

2. MISCELE A BASE DI LATINO

La cultura umanistica produsse alcuni tipi di scrittura letteraria in cui latino e volgare entrarono in

simbiosi: nel secolo dell’Umanesimo gli esperimenti di multilinguismo furono frequenti, ed esso

aveva tracce di una contaminazione volontaria e studiata, non casuale.

Esistono due tipi di contaminazione colta tra volgare e latino: il macaronico e il polifilesco.

Con il termine macaronico di designa un linguaggio (e un genere poetico) comico nato a Padova

alla fine del ‘400. Tale linguaggio è caratterizzato dalla latinizzazione parodia di parole dal volgare,

oppure dalla deformazione dialettale di parole latina, con forte tensione espressionistica tra le due

componenti poste a coesistere, quasi anzi a cozzare violentemente fra loro. Una di queste

componenti, quella dialettale, è bassa, corporea, plebea; l’altra latina è aulica.

Dal punto di vista dell’invenzione linguistica, il macaronico consiste nella formazione di parole

miste. A una parola volgare può essere applicata una desinenza latina: cercabat per cercava (cercare

più –abat imperfetto latino), ficavit per ficcò; in altri casi parole già esistenti sia in latino che in

volgare vengono usate nel significato proprio del volgare, come casa, che in latino significa

capanna; parole latine vengono legate in costrutti sintattici tipicamente volgari: propter non perdere

tempus per “per non perdere tempo”.

Il risultato è un latino che sembra pieno di errori. Si noti però che l’errore non è dovuto ad

imperizia. L’autore macaronico è anzi un pttimo latinista, che tuttavia gioca con gli idiomi dei

classici. Si tratta dunque di una scelta volontaria dello scrittore, a scopo comico, realizzata mediante

una tecnica che si può definire di abbassamento del tono.

La poesia macaronica (il cui nome deriva da un cibo, il macaone, cioè un tipo di gnocco: come si

vede, si tratta di un’origine vistosamente corporea, parodia rispetto alla natura eterea della poesia).

Il polifilesco o pedantesco si trova sotto forma di linguaggio prosastico nell’Hypnerotomachia

Poliphili (Guerra d’amore in sogno dell’amatore di Polia), un romanzo anonimo pubblicato nel

1499 a Venezia.

La mescolanza fra latino e volgare non è certo una novità della predica quattrocentesca, ma viene

direttamente ereditata dalla tradizione medievale. Il latino non solo serviva come punto di partenza,

con il riferimento a qualche versetto della Bibbia, ma ricorreva sovente più volte nel corpo della

predica stessa.

Il latinismo nel contesto di un documento volgare è spesso legato a una consuetudine. In una lettera,

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ad esempio, accade frequentemente che siano in latino le formule iniziali e finali, così come

frequenti sono le formule correnti, così comuni che la loro latinità passa in pratica inavvertita agli

occhi dei lettori del tempo: cum per con, maxime per massimamente, etc.

3. LEON BATTISTA ALBERTI E LA PRIMA GRAMMATICA

Mancava dunque un autore che manifestasse piena fiducia nell’italiano. Tanto più dunque risulta

innovativa la posizione di Leon Battista Alberti. Egli iniziò il movimento definibile come

“Umanesimo volgare”, elaborò un vero programma di promozione della nuova lingua.

L’Alberti era convinto che bisognasse imitare i latini prima di tutto in questo: nel fatto che avevano

scritto in una lingua universalmente compresa, di uso generale; anche il volgare aveva il merito di

essere lingua di tutti, ma occorreva mirare a una sua promozione a livello alto, da affidare ai dotti.

All’Alberti è attribuita anche un’altra eccezionale impresa: la realizzazione della prima grammatica

della lingua italiana, prima grammatica umanistica di una lingua volgare moderna. Questa

Grammatica della lingua toscana la si conosce anche come Grammatichetta vaticana. Una breve

premessa anteposta al testo chiarisce il collegamento con le dispute umanistiche, polemizzando

contro coloro i quali ritenevano che la lingua latina fosse propria solamente dei dotti. La

Grammatichetta vaticana nasce da una sorta di sfida: dimostrare che anche il volgare ha una sua

struttura grammaticale ordinata, come ce l’ha il latino.

Essa tuttavia non ebbe influenza, perché non circolò e non fu data alle stampe.

Caratteristica della grammatica dell’Alberti è l’attenzione prestata all’uso del toscano del tempo,

verificabile fra l’altro in alcune indicazioni relative alla morfologia: così la scelta dell’articolo el

anziché il, così la preferenza per l’imperfetto in –o.

La norma a cui si rifà la Grammatichetta sta dunque nell’uso, non negli autori antichi, per i quali

non mostra alcuna propensione. Poiché la linea maestra della produzione grammaticale del secolo

seguente è tutta incentrata sui modelli letterari, la piccola grammatica dell’Alberti si segnala per

essere basata sull’uso vivo.

La promozione della lingua toscana da parte dell’Alberti culminò in una curiosa iniziativa, il

Certame coronario del 1441. Egli organizzò una gara poetica in cui i concorrenti si affrontarono con

componimenti in volgare. La giuria, composta da umanisti, non assegnò tuttavia il premio, facendo

in pratica fallire il Certame, che pur aveva avuto una certa risonanza.

4. L’UMANESIMO VOLGARE

A Firenze, nell’età di Lorenzo il Magnifico, si ebbe finalmente “un forte rilancio dell’iniziativa in

favore del toscano, politicamente voluta e sostenuta al più alto livello” (Tavoni). I protagonisti di

questa svolta, anticipata da Alberti, furono oltre a Lorenzo De’ Medici, l’umanista Cristoforo

Landino e il Poliziano.

Landino fu culture della poesia di Dante e di Petrarca, fino al punto di introdurre la lettura di questi

autori persino nella cittadella universitaria.

Landino nega la naturale inferiorità del volgare rispetto al latino e invita i concittadini di Firenze a

darsi da fare perché la città ottenga il “principato” della lingua.

Lorenzo il Magnifico, nel proemio al Comento per alcuni dei propri sonetti (1482-84), prospettando

un mirabile sviluppo futuro del fiorentino, una crescita della sua maturità, parla, analogamente, di

un “augumento al fiorentino imperio”. Lo sviluppo della lingua si lega dunque ora ad una

concezione patriottica, viene inteso come patrimonio e potenzialità dello stato mediceo.

Landino sosteneva la necessità che il fiorentino si arricchisse con un forte apporto delle lingue

latina e greca: la traduzione, dunque, aveva una funzione importante. Nel tradurre, diede spazio a

voci toscane popolari.

Nel 1476, Federico, erede al trono di Napoli, aveva incontrato Lorenzo a Pisa, e in tale occasione i

due avevano discusso di letteratura volgare a proposito degli autori che avevano poetato in lingua 15

toscana. L’anno successivo Lorenzo inviava dunque a Federico la raccolta selezionata di quegli

autori, unendovi l’elogio di quella lingua e di quella letteratura, in primo luogo di Dante e Petrarca

(“lingua non povera e rozza ma abundante e pulitissima…”).

Con Lorenzo il Magnifico e con la sua esaltazione del fiorentino, che egli stesso e Landino

riconoscevano comune a tutta l’Italia, per la prima volta la promozione del volgare e la

rivendicazione delle sue possibilità si collegavano ad un preciso intervento culturale e letterario,

non disgiunto da un disegno politico in senso lato.

La vitalità dell’Umanesimo volgare fiorentino esige dunque che si presti particolare interesse alle

realizzazioni poetiche di Lorenzo e del suo entourage. Il volgare viene assunto in questo caso a

soggetto di un esercizio letterario colto, in un ambiente d’elite.

Nell’ambiente mediceo assistiamo alla prima trasposizione su di un piano colto di un genere

popolare che godeva grande fortuna, quale era il cantare cavalleresco. Si trattava di una forma

poetica in ottave che veniva portata sulle piazze da canterini, cantastorie professionisti, per

l’intrattenimento di un pubblico medio-basso.

Il Morgante di Luigi Pulci (1432-1484) si inserisce in una generale tendenza al ricupero colto di

forme popolari, che caratterizza in larga misura buona parte della letteratura del rinascimento

mediceo.

Pulci scrisse al giovane Lorenzo una lettera in furbesco (si tratta del primo caso di uso del gergo

nella nostra letteratura) e compilò un Vocabolista, raccolta lessicale ad uso privato, la quale può

essere considerata una sorta di antecedente di un vocabolario italiano.

Un altro autore fiorentino, il Burchiello, è rimasto famoso per aver coltivato un genere di poesia

comica fondata sul gioco di doppi sensi e sull’invenzione verbale fino ai limiti del non senso e

dell’incomprensibilità.

5. L’INFLUENZA DELLA LETTERATURA RELIGIOSA

La letteratura religiosa è importante per la circolazione tra il popolo di modelli linguistici toscani o

centrali. Nel ‘400 troviamo raccolte di laude (laudari) in uso presso molte comunità dell’Italia

settentrionale.

Le sacre rappresentazioni erano messe in scena per un pubblico popolare, e quindi erano un’altra

occasione in cui, come nel caso delle laudi, gli incolti dialettofoni potevano incontrare una lingua

più nobile e toscanizzata.

Anche la predicazione si rivolgeva al popolo, e quindi aveva bisogno del volgare. Il volgare della

predicazione sarà stato in certi casi molto vicino al dialetto, o volgare locale, illustre. Nel ‘400,

però, abbiamo già casi in cui la lingua toscana esercita anche in questo campo un prestigio al di là

dei suoi naturali confini geografici. Tra i predicatori spicca la figura di San Bernardino da Siena.

Egli usa una lingua semplice e colloquiale, un parlar “chiarozzo acciò che chi ode, ne vada contento

e illuminato, e none imbarbagliato”.

Diverso il caso di Savonarola, un non toscano, proveniente dall’Italia settentrionale, che approdò a

Firenze, e vi dovette esercitare la sua missione, parlando ai cittadini dal pulpito. Egli fu quindi

costretto ad una sorta di toscanizzazione.

Il fatto stesso che i predicatori si muovessero da luogo a luogo e facessero esperienza di un pubblico

sempre diverso, li spingeva a raggiungere il possesso di un volgare che fosse in grado di

comunicare al di là dei confini di una singola regione.

Probabilmente tale predicatore poteva adottare alcune parole proprie del posto in cui si trovava, ma

doveva essere comunque in grado di depurare la propria lingua naturale, toscana o non toscana che

fosse, degli elementi vernacolari, incomprensibili ad un pubblico diverso da quello della sue regione

di origine.

6. LA LINGUA DI COINE’ E LE CANCELLERIE 16

La poesia volgare ebbe fin dall’inizio una maggiore uniformità rispetto alla prosa, tanto da formare

molto presto una sorta di sistema omogeneo. La prosa invece risentì maggiormente di oscillazioni.

Si può parlare a questo proposito di una varietà di scriptae, lingue scritte attestate dai documenti

dell’epoca, collocate in precisi spazi sociali e geografici. Ma nel ‘400, esse mostrano una tendenza

al conguaglio, cioè all’eliminazione dei tratti più vistosamente locali. Nel ‘400 dunque, le scriptae,

tramite conguaglio, si evolvono verso forme di coinè, termine tecnico con cui si indica una lingua

comune superdialettale.

La coinè del ‘400 consiste appunto in una lingua scritta che mira all’eliminazione di una parte

almeno dei tratti locali e raggiunge questo risultato accogliendo largamente latinismi e

appoggiandosi anche al toscano.

Il crescente prestigio dell’Umanesimo non significò affatto mortificazione del volgare, ma anzi

aumento della sua espansione e ramificazione. Proprio a partire dal ‘400 le manifestazioni scritte

del volgare mostrano una differenza che può essere attribuita allo spessore sociolinguistico.

Una forte spinta in direzione della coinè la diede l’uso del volgare nelle cancellerie principesche, ad

opera di funzionari, in genere notai.

Lo scarto tra scrittura pratica e scrittura letteraria rimaneva tuttavia ben marcato. E’ noto il caso di

Boiardo, le cui lettere private sono ad un livello di formalizzazione e di toscanizzazione molto

minore rispetto alle opere poetiche, in particolare rispetto alle liriche d’amore.

Nell’incertezza di un uso ancora non codificato da grammatiche e vocabolari, il latinismo era un

punto d’appoggio sicuro e insostituibile.

7. FORTUNA DEL TOSCANO LETTERARIO

Il volgare toscano acquistò di fatto un prestigio crescente fin dalla seconda metà del ‘300, a partire

dalla presenza fuori di Toscana di autori come Dante e Petrarca, i quali si mossero variamente

nell’area settentrionale.

A parte una regione eccentrica e francesizzata come il Piemonte, a Milano l’apertura verso la

letteratura toscana era stata sensibile, legata ad una precisa scelta. Filippo Maria Visconti, che

leggeva Petrarca e Boccaccio, fece compilare intorno al 1440 un commento all’inferno dantesco, e

fece commentare Petrarca dal Filelfo.

Diverse testimonianze dimostrano la simpatia con cui Ludovico il Moro guardava alla lingua

fiorentina. Anche la tipografia milanese (come quella mantovana) aveva concesso spazio alle opere

dei grandi trecentisti toscani.

Assieme a Firenze e a Milano, la città all’avanguardia nella stampa dei libri in volgare era Venezia.

Fin dal 1470 dai torchi veneziani era uscito il Canzoniere di Petrarca, nel 1471 il Decameron. Ma la

letteratura e la lingua volgare trovavano spazio anche nelle corti minori dell’Italia padana.

Nell’ambiente emiliano, tra Reggio e Ferrara, ad esempio operava Boiardo (1441-1494).

A Mantova il mecenatismo dei Gonzaga si era esercitato nei confronti di autori come Leon Battista

Alberti e Poliziano, che proprio qui compose nel 1480, per una festa di corte, l’Orfeo.

Matteo Maria Boiardo arrivò alla poesia in volgare dopo un’esperienza di poeta in lingua latina.

Egli operò in una dimensione definibile dal punto di vista linguistico come “acronica”, nel senso

che, volontariamente sradicato dal proprio terreno linguistico dialettale, assimilò librescamente il

toscano.

Il suo punto di riferimento è il ‘300, in particolare la poesia di Petrarca, ma anche il volgare poetico

precedente e il latino. Sono dunque frequenti i latinismi, che si riflettono anche sul vocalismo

tonico, in cui ricorrono –i e –u al posto di –e e –o: semplice, firma, summo.

Un tratto toscano è l’anafonesi.

Interessante è il confronto tra la poesia lirica di Boiardo e il suo poema incompiuto, l’Orlando

innamorato. Le due stampe presentano un colorito più dialettale, mentre il manoscritto è

maggiormente toscanizzato.

Nel sud Italia, durante il periodo in cui si instaurò a Napoli la corte della dinastia aragonese (1442-

17

1502), fiorì una poesia cortigiana di cui sono esponenti autori come Francesco Galeota, Joan

Francesco Caracciolo, Pietro Jacopo de Jennaro.

Alcuni tratti linguistici di questi poeti li fanno distinguere rispetto al toscano: l’oscillazione tra

forme anafonetiche fiorentine e forme senza anaforesi, oscillazione fra i possessivi toa, soa e i

toscani tua e sua. Specificatamente meridionali sono fra l’altro le forme come iorno per giorno e

iace per giace.

La generazione successiva dei poeti meridionali, che ha come rappresentanti Cariteo e Sannazaro,

invece, si distacca maggiormente dai tratti linguistici locali. Quanto al Sannazaro, di particolare

importanza è la sua Arcadia.

Nell’Arcadia ci sono parti in prosa, che collegano le varie egloghe poetiche. Questa prosa è

particolarmente interessante perché è la prima “prosa d’arte composta fuor di Toscana, un una

lingua appresa ex novo” (Folena) ed è anche “il primo esempio di revisione linguistica in senso

toscaneggiante ad opera di uno scrittore linguisticamente periferico” (Serianni).

CAPITOLO QUINTO – IL CINQUECENTO

1. ITALIANO E LATINO

Nel ‘500, il volgare raggiunse piena maturità, ottenendo nel contempo il riconoscimento pressoché

unanime dei dotti, che gli era mancato durante l’Umanesimo.

Il volgare scritto raggiunse nel ‘500 un pubblico molto ampio di lettori. La storia della lingua

italiana nel periodo dal ‘500 al ‘700 potrebbe essere vista proprio come una lotta serrata con il

latino, a cui venne tolto progressivamente spazio.

Nel Rinascimento il latino resisteva saldamente al livello più alto della cultura. Però la crisi

umanistica del volgare era ormai superata. Gli intellettuali avevano generalmente fiducia nella

nuova lingua. Tale crescente fiducia derivava anche dal processo di regolamentazione grammaticale

allora in corso.

Verso la metà del ‘500 si assiste al definitivo tramonto della scrittura di coinè, la quale, nelle sue

vistose contaminazioni fra parlata locale, latino e toscano, rimase poi appannaggio degli scriventi

meno colti.

Il latino mantenne una posizione rilevante in molti settori. Il caso più evidente è quello della

pubblica amministrazione e della giustizia, per le quali nel XVI secolo la maggior parte degli statuti

editi nelle città italiane era ancora in latino.

Il latino era pane quotidiano per i giuristi, ma nelle verbalizzazioni delle inchieste, il volgare a poco

a poco trovava spazio.

Il variato intreccio tra latino ed italiano, tra scritto e parlato, tra formula giudiziaria e registrazione

della viva voce si ritrova nella deposizione di un aguzzino della Gran Corte della Vicaria, il quale

descrive davanti al giudice il comportamento di Tommaso Campanella, dopo che era stato

sottoposto a quasi quaranta ore di tortura. Il verbale relativo a tale testimonianza si apre e si chiude

in latino. In volgare sono le parole dell’aguzzino.

Nella produzione dei libri, quasi esclusivamente in latino si presentano la filosofia, la medicina e la

matematica. Il volgare viene usato nella scienza quando si tratta di stampare opere di divulgazione.

Quanto al settore umanistico-letterario vero e proprio, il volgare trionfa nella letteratura e si afferma

nella storiografia grazie a Machiavelli e Guicciardini. La percentuale più alta di libri in volgare

viene stampata dall’editoria di Venezia, seguita da quella di Firenze.

2. PIETRO BEMBO E LA QUESTIONE DELLA LINGUA

Nel 1501 usciva in piccolo formato il Petrarca volgare curato da Bembo.

Lo stampatore Manuzio, nella premessa a questa edizione del Petrarca, difendeva il testo dalle

rimostranze di coloro che vi avrebbero eventualmente potuto riconoscere un allontanamento dalle 18

tradizionali grafie latineggianti, eredità della coinè ‘400-‘500esca. Tale allontanamento dalla

consuetudine era visibile fin da titolo del libro, che era Le cose volgari di Messer Francesco

Petrarca, e non le cose vulgari.

Ma le innovazioni introdotte da Bembo erano anche di maggiore portata: sulla forma linguistica di

quel testo di Petrarca si sarebbero fondate in seguito le teorie esposte nelle Prose della volgar

lingua. Compariva inoltre il segno dell’apostrofo, ispirato alla grafia greca.

In nessun altro secolo il dibattito teorico sulla lingua ebbe tanta importanza come nel ‘500, anche

perché l’esito di queste discussioni fu la stabilizzazione normativa dell’italiano.

Al centro di questo dibattito possiamo collocare le Prose della volgar lingua, pubblicate a Venezia

nel 1525: è l’editio princeps a cui seguirono delle ristampe.

Le Prose sono divise in tre libri, il terzo dei quali contiene una vera e propria grammatica

dell’italiano, la quale però risulta poco sistematica ai nostri occhi di moderni, anche perché il

trattato ha una forma dialogica.

Il dialogo che costituisce le Prose è idealmente collocato nel 1502: vi prendono parte quattro

personaggi, ognuno dei quali è portavoce di una tesi diversa: Giuliano de’ Medici (terzo figlio di

Lorenzo il Magnifico) rappresenta la continuità con il pensiero dell’Umanesimo volgare. Federico

Fregoso espone molte delle tesi storiche presenti nella trattazione. Ercole Strozzi (umanista e poeta

in latino) espone le tesi degli avversari del volgare, e infine Carlo Bembo, fratello dell’autore, è

portavoce delle idee di Pietro.

Nelle Prose viene svolta prima di tutto un’ampia analisi storico-linguistica, secondo la quale il

volgare sarebbe nato dalla contaminazione del latino ad opera degli invasori barbari. Il riscatto del

volgare contaminato per le sue barbare origini era stato possibile grazie agli scrittori e alla

letteratura.

L’italiano era andato progressivamente migliorando, osservava Bembo, mentre un’altra lingua

moderna, il provenzale, che pure aveva preceduto l’italiano nel successo letterario, era andata

progressivamente perdendo terreno. Il discorso si spostava dunque sulla letteratura, le cui sorti

venivano giudicate inscindibili da quelle della lingua.

Quando Bembo parla di lingua volgare, intende senz’altro il toscano: ma non il toscano vivente, il

toscano parlato nella Firenze del XVI secolo, bensì il toscano letterario trecentesco dei grandi

autori, di Petrarca e di Boccaccio.

Questo è un punto fondamentale della tesi bembiana: egli non nega che i toscani siano avvantaggiati

sugli altri italiani nella conversazione; ma questo non è oggetto del trattato, che non si occupa del

comune parlato, ma della nobile lingua della letteratura. Il punto di vista delle Prose è squisitamente

umanistico, e si fonda sul primato della letteratura.

La lingua non si acquisisce dunque dal popolo, secondo Bembo, ma dalla frequentazione di modelli

scritti, i grandi trecentisti appunto.

La teoria di Bembo voleva coniugare la modernità della scelta del volgare con un totale distacco

dall’effimero, secondo un’ideale rigorosamente classicistico, la cui natura è squisitamente letteraria.

Requisito necessario per la nobilitazione del volgare era dunque un totale rifiuto della popolarità.

Ecco perché Bembo non accettava integralmente il modello della Commedia di Dante, di cui non

apprezzava le discese verso lo stile basso e realistico.

Da questo punto di vista, il modello del Canzoniere di Petrarca non presentava difetti, per la sua

forte selezione linguistico-lessicale. Qualche problema invece poteva venire dalle parti del

Decameron, in cui emergeva più vivace il parlato.

E’ vero che Bembo era convinto che la storia linguistica italiana avesse raggiunto una vetta

qualitativa insuperata nel ‘300, con le Tre Corone. E’altrettanto vero però che egli non escludeva

che il volgare, così giovane in confronto al latino, potesse ancora raggiungere risultati eccezionali,

proprio attraverso la nuova regolamentazione proposta nelle Prose.

La soluzione di Bembo fu quella vincente. Essa formalizzava in maniera rigorosa e teoricamente

fondata quanto era avvenuto nella prassi: il volgare si era diffuso in tutt’Italia come lingua della

letteratura attraverso una più o meno cosciente imitazione dei grandi trecentisti. Ora la grammatica

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di Bembo permetteva di portare a compimento quel processo spontaneo, depurando il volgare stesso

dagli elementi eterogenei della coinè primo-cinquecentesca.

3. ALTRE TEORIE: “CORTIGIANI” E “ITALIANI”

Le fonti più ricche di notizie sulla teoria cortigiana sono proprio gli scritti degli avversari: è lo

stesso Bembo, nelle sue Prose, a parlare dell’opinione di Calmeta, secondo la quale il volgare

migliore è quello usato nelle corti italiane, e specialmente nella corte di Roma.

Egli fa riferimento alla fondamentale fiorentinità della lingua, la quale si doveva apprendere sui

testi di Dante e Petrarca e doveva essere poi affinata attraverso l’uso della corte di Roma.

Mario Equicola aveva parlato di una lingua capace di accogliere vocaboli di tutte le regioni d’Italia,

mai plebea, con una coloritura latineggiante il cui modello stava nella lingua della corte di Roma,

una lingua “commune”.

Bembo obiettava ai sostenitori della lingua comune che una lingua cortigiana era un’entità difficile

da definire in maniera precisa, non riconducibile all’omogeneità. In effetti, proprio questo difetto

fece sì che la teoria cortigiana non uscisse vincente dal dibattito cinquecentesco. La teoria

arcaizzante di Bembo aveva su di essa il considerevole vantaggio di offrire modelli molto più

precisi.

Nel 1529, Trissino diede alle stampe il De vulgari eloquentia di Dante, ma non nella forma latina

originale, bensì in traduzione italiana. Nello stesso anno egli pubblicò il Castellano, un dialogo in

cui sosteneva che la lingua poetica di Petrarca era composta di vocaboli provenienti da ogni parte

d’Italia, e non era quindi definibile come fiorentina, bensì come italiana.

La tesi di Trissino negava dunque la fiorentinità della lingua letteraria e faceva appello alle pagine

in cui Dante aveva condannato la lingua fiorentina, contestandone ogni pretesa di primato letterario.

Trissino, inoltre, aveva proposto una riforma dell’alfabeto italiano, in particolare con l’introduzione

di due segni del greco, ipsilon e omega.

4. LA CULTURA TOSCANA DI FRONTE A TRISSINO E A BEMBO

La più interessante tra le reazioni fiorentine di fronte alle idee di Trissino è il Discorso o dialogo

intorno alla nostra lingua attribuito a Machiavelli. Dante dialoga con Machiavelli, facendo

ammenda degli errori commessi nel De vulgari eloquentia, ed è condotto ad ammettere di aver

scritto in fiorentino, non in lingua curiale (cioè in una lingua comune o cortigiana).

Viene inoltre rivendicato il primato linguistico di Firenze contro le pretese dei settentrionali.

Ben presto si sviluppò una polemica sull’autenticità del De vulgari eloquentia, favorita dal fatto che

Trissino non rese mai pubblico il testo originale latino dell’opera.

Martelli, Gelli e Varchi individuavano nell’opera delle contraddizioni rispetto alle idee espresse da

Dante nel Convivio e nella Commedia. Varchi affermò che il trattato conteneva vere e proprie

sciocchezze, cose che Dante non avrebbe mai potuto scrivere.

Nella prima metà del ‘500, tuttavia, gli intellettuali fiorentini non trovarono un modo efficace di

contrapporsi alla tesi del fiorentino arcaizzante di Bembo, che avversavano. Fu uno studioso senese,

Claudio Tolomei, a rimettere in gioco il volgare vivo, d’uso; egli parlò tuttavia (nel Polito e nel

Cesano) di un modello “toscano”, non più specificamente fioretino.

Nel 1570 uscì a Firenze e Venezia l’Hercolano di Benedetto Varchi: egli ebbe il merito di introdurre

il bembismo nella città che gli era naturalmente avversa.

La rilettura di Bembo condotta da Varchi non fu affatto fedele, e anzi risultò alla fine un vero e

proprio tradimento delle premesse del classicismo volgare. Ciò servì però a rimettere in gioco il

fiorentino vivo, dandogli un ruolo e una dignità. Fu una vera e propria riscoperta del parlato.

Per Varchi la pluralità di linguaggi non va spiegata con la maledizione babelica, ma con la naturale

tendenza alla varietà propria della natura umana. Inutile veniva reputata la ricerca del primo

linguaggio umano. Il trattato di Varchi affiancava dunque al modello linguistico bembiano la lingua

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parlata di Firenze.

La revisione del bembismo operata da Varchi vanificava l’austero rigore delle Prose della volgar

lingua, caratterizzate dalla loro attenzione per il ruolo dei grandi scrittori. L’Hercolano sanciva

invece il principio secondo il quale esisteva un’autorità popolare (seppure non propria del

popolazzo) da affiancare a quella dei grandi scrittori. Questi principi permisero a Firenze di

esercitare di nuovo un controllo sulla lingua.

5. LA STABILIZZAZIONE DELLA NORMA LINGUISTICA

Nel ‘500 si ebbero le prime grammatiche e i primi vocabolari, nei quali si riflettono le proposte

teoriche, in particolare quella di Bembo. Già il terzo libro delle Prose è una vera e propria

grammatica, seppure esposta in forma dialogica.

Bembo era stato preceduto da Fortunio nel 1516, che ad Ancona stampò le Regole grammaticali

della volgar lingua. Queste grammatiche non si proponevano ambiziosi obiettivi teorici, ma

avevano uno scopo eminentemente pratico.

Nel fiorire di grammatiche, pubblicate soprattutto dall’editoria veneta, si segnala l’assenza di opere

prodotte dall’editoria di Firenze. Il malumore toscano per l’ingerenza di grammatici e teorici

forestieri in quella che veniva pur sempre reputata una lingua prima di tutto patrimonio locale, e

non proprietà comune, non seppe tradursi in un’adeguata risposta sul piano normativo.

Cosimo de’ Medici aveva chiesto all’Accademia fiorentina di stabilire le regole della lingua in

maniera ufficiale e per contro l’Accademia stessa non arrivò ad un accordo.

I vocabolari del ‘500 contenevano un numero relativamente limitato di parole, ricavate da spogli

condotti sugli scrittori, Dante, Petrarca e Boccaccio in primo luogo.

Il più noto vocabolario della prima metà del ‘500, strutturato in forma di dizionario metodico, è la

Fabbrica del mondo (1548) di Francesco Alunno di Ferrara.

La grammatica di Bembo influenzò l’esito di un grande capolavoro quale l’Orlando furioso, perché

Ariosto corresse la terza e definitiva edizione del poema seguendo proprio le indicazioni delle

Prose.

Tra le correzioni si ricordano la sostituzione dell’articolo maschile el con il, le desinenze del

presente indicativo prima persona plurale regolarizzate in –iamo e la prima persona singolare

dell’imperfetto in –a alla maniera dei trecentisti.

6. IL RUOLO DELLE ACCADEMIE

Pietro Pomponazzi detto il Peretto (1462-1524) dichiarava che la filosofia avrebbe dovuto essere

trasportata dalle lingue classiche alla lingua volgare, con ricchezza di traduzioni e con conseguente

modernizzazione e democratizzazione della cultura. Il latino e il greco gli sembravano un ostacolo

alla diffusione del sapere.

Le accademie, come quella degli Infiammati, svolsero nel ‘500 una funzione di primo piano, in

quanto in esse si organizzarono gli intellettuali e vennero dibattuti i principali problemi culturali sul

tappeto.

La più famosa accademia italiana che si occupò di lingua fu quella della Crusca, ancora oggi attiva.

La sua fondazione risale al 1582.

La Crusca, nella prima fase della sua esistenza, si fece conoscere per la polemica, condotta

soprattutto da Salviati, contro la Gerusalemme liberata di Tasso. Lo stesso Salviati conduce un

intervento sul testo del Boccaccio per spurgarlo dalle parti ritenute moralmente censurabili.

L’intervento di una censura moralistica, certo repellente al nostro gusto di moderni, fu dunque, per

paradosso, l’occasione per la nascita e lo sviluppo di un’attenzione filologica per il testo del

Decameron.

Nel 1590 l’Accademia deliberò di rivedere e correggere il testo della Commedia di Dante. Nel 1595

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uscì a Firenze La Divina Commedia di Dante Alighieri ridotta a migliore lezione dall’Accademia

della Crusca.

7. LA VARIETA’ DELLA PROSA

L’architettura fu uno dei settori in cui l’italiano si impose decisamente. Fra le traduzioni

determinanti per la stabilizzazione del lessico tecnico, la più importante fu senz’altro quella del

maestro latino dell’architetture Vitruvio.

La prima traduzione italiana a stampa di Vitruvio si era avuta all’inizio del XVI secolo da parte del

pittore e ingegnere lombardo Cesare Cesariano, nelle forme tipiche della coinè

settentrionaleggiante.

Molte parole italiane, relative all’architettura civile e militare, entrarono anche nelle altre lingue

europee, così facciata (fr. Façade, sp. Fachada).

Senza dubbio le traduzioni dei classici costituiscono un capitolo fondamentale per la storia

dell’italiano. Proprio nel confronto col latino, la lingua italiana affinò le proprie capacità e

sperimentò le proprie potenzialità.

La traduzione fu il settore che meglio funzionò come banco di prova delle capacità dell’italiano. Lo

prova la versione degli Annali di Tacito, a cui attese tra il 1596 e il 1600 il fiorentino Bernardo

Davanzati Bostichi sforzandosi di gareggiare in concisione con l’originale.

Nel 1532 fu stampato a Roma il trattato De principatibus di Machiavelli, prosa molto diversa dal

modello proposto da Bembo. Machiavelli scrive in un fiorentino ricco di latinismi come tamen e

etiam, che non hanno una funzione nobilitante ma piuttosto ricollegano questa scrittura a quella

quattrocentesca di tipo cancelleresco.

Il volgare prevaleva nel settore della scienza applicata o diretta ai fini pratici, non nella ricerca di

tipo accademico. La scelta del volgare acquista tuttavia un rilievo particolare nel caso di Galileo.

Rinunciando al latino, Galileo finiva per pagare un prezzo: il volgare, infatti, aveva lo svantaggio di

limitare la circolazione internazione. Galileo e i suoi amici erano coscienti del fatto che l’italiano

era in quel momento molto meno vantaggioso del latino per una comunicazione con gli scienziati

degli altri stati europei.

Nel settore dei libri geografici, va registrato prima di tutto un fatto editoriale di grande rilievo: la

pubblicazione della raccolta Navigazioni e viaggi di Ramusio.

L’interesse linguistico della letteratura di viaggio consiste prima di tutto nella possibilità di reperire

in essa neologismi e forestierismi, legati alla descrizione di nazioni e luoghi esotici. In secondo

luogo questa letteratura può esprimere interessi linguistici specifici, quando accede che il

viaggiatore si occupi degli idiomi parlati o scritti con cui è venuto a contatto.

Lo spagnolo aveva allora una grande importanza come lingua internazionale. Carletti, che compì il

giro del mondo, dice che per cavarsela in un viaggio come il suo era sufficiente parlare spagnolo e

portoghese: usa nei suoi Ragionamenti molti neologismi e forestierismi (i cochos gustati a Capo

Verde, le badanas, le patatas, etc.).

Al di fuori della letteratura, nei settori pratici, nel ‘500 si assiste ad una crescita sostanziale

dell’impiego della lingua italiana. Aumentano le occasioni di scrivere, cresce l’uso della lingua, a

volte utilizzata anche da persone di scarsa cultura.

Ovviamente le scritture popolati e semipopolari sono caratterizzate da regionalismi e dialettismi. Il

modello omogeneo di lingua toscana diffuso con il successo delle teorie di Bembo e con la

produzione grammaticale e lessicografica agiva solo sugli scriventi colti.

8. IL MISTILINGUISMO DELLA COMMEDIA

Fin dalla prima metà del ‘500 la commedia si rivelò come il genere ideale per la realizzazione di un

vivace mistilinguismo o per la ricerca di particolari effetti di parlato.

La ricerca di parlato propria del teatro toscano è esemplificata in maniera clamorosa dal fiorentino

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Giovan Maria Cecchi (1518-1587): egli, per rendere saporoso e colorito il dialogo delle proprie

commedie, le riempì di motti e proverbi, di riboboli.

“Non valete tre man di noccioli” (“Non siete buoni a niente”) ne è un esempio.

La caratteristica più evidente della lingua della commedia è data dalla compresenza di diversi codici

per i diversi personaggi, secondo le tendenze che presto finirono per cristallizzarsi: agli innamorati

si addice il toscano, ai vecchi il veneziano e il bolognese, per i capitani e per i bravi è adatto lo

spagnolo, ai servi conviene il milanese, il bergamasco o il napoletano.

Quanto all’uso caricaturale del dialetto, sarà da osservare che alcuni autori introducono personaggi

che sanno utilizzare diverse parlate: Andrea Calmo, nella Rodiana, approfitta per due volte

dell’abilità polilinguistica di un servo che imita napoletano, francese, milanese, raguseo, spagnolo e

fiorentino.

Quanto al linguaggio della commedia dell’arte, bisogna accettare un dato di fatto: il testo orale delle

rappresentazioni improvvise dei comici dal ‘500 al ‘700 è perduto.

9. IL LINGUAGGIO POETICO

Il petrarchismo è caratteristico del linguaggio poetico cinquecentesco: vi è la scelta di un

vocabolario lirico selezionato e di un repertorio di topoi.

I rapporti tra Tasso e la Crusca costituiscono un capitolo celebre e doloroso nelle discussioni

linguistico-letterarie della fine del ‘500. Tasso non mise mai in discussione la sostanziale toscanità

della lingua italiana. Non riconobbe però il primato fiorentino.

La polemica con la Crusca non toccò mai la sua poesia lirica, né i versi dell’Aminta, ma il poema.

Tra le accuse rivolte al Tasso epico, quella riguardante lo stile, che era giudicato oscuro, distorto,

sforzato, inusitato, aspro; la sua lingua era giudicata “troppo culta”; il suo linguaggio era visto come

un mistura di voci latina, pedantesche, straniere, lombarde, nuove, composte, improprie; i suoi versi

erano giudicati aspri.

I cruscanti giudicavano che Tasso, rispetto ad Ariosto, non fosse facile da intendere, specialmente

quando le sue ottave venivano ascoltate durante una lettura ad alta voce; Tasso costringeva dunque

il suo pubblico alla lettura silenziosa, a un esame visivo del testo, e questo era un modo per superare

l’ostacolo della legatura distorta.

Anche sul lessico i puristi trovano da ridire, in quanto Tasso avrebbe usato un numero eccessivo di

latinismi e alcune parole lombarde.

Il latinismo era non di rado una validissima alternativa al fiorentinismo, e come tale non era gradito

ai fiorentini. Si conferma con Tasso la tendenza alla serie lessicale nobile, per cui non dirà “a

mezzogiorno” ma “d’in verso l’austro”. Il latinismo lessicale è uno degli elementi utilizzati per fare

conseguire alla poesia, e soprattutto a quella epica, il livello elevato.

Le critiche della Crusca mostrano uno scarso apprezzamento nei confronti del nuovo gusto

letterario, visto che Tasso si era necessariamente staccato dal modello di Ariosto, senza

preoccuparsi delle norme bembiane.

Salviati prova fastidio per quella stella di prima grandezza nel mondo della letteratura volgare, la

quale ancora una volta, brillava lontano da Firenze, e sembrava non riconoscerne il primato.

Tasso, nella sua Apologia, proponeva la distinzione tra fiorentino antico e fiorentino moderno,

contestando che i fiorentini potessero ambire a essere migliori giudici di altri; e arrivava ad

affermare che la lingua volgare era ormai qualcosa di separato dal volgo, avendo acquisito una

dimensione colta, non popolare: come dire che Firenze non aveva più ragioni per avanzare diritti sul

dominio naturale della propria lingua, perché questo dominio non esisteva.

Le dispute fra Tasso e Salviati mostrano il profilarsi di un divorzio: mentre l’Accademia stava per

coronare il suo progetto istituzionale, inteso a regolare in maniera decisiva la lingua italiana, la

repubblica delle lettere prendeva autonomamente un’altra strada.

Da Firenze venne il miglior vocabolario, non certamente la miglior letteratura. 23

10. LA CHIESA E IL VOLGARE

La Chiesa fu tra i protagonisti della storia linguistica nel periodo dal Concilio di Trento alla fine del

‘600. La lingua ufficiale della Chiesa restò il latino, ma il problema del volgare emerse nella

catechesi e nella predicazione.

Il rapporto fra la chiesa e la lingua volgare fu affrontato anche nel dibattito che si svolse al Concilio

di Trento. Il Concilio discusse la legittimità delle traduzioni della Bibbia.

Nel 1559 Paolo IV riservava un’apposita menzione alle Bibbie volgari, delle quali era vietato il

possesso senza apposita licenza del Santo Uffizio.

La questione in gioco, dietro il problema della traduzione, era quella della libera interpretazione

della Scrittura. La diffusione del solo testo latino, al contrario, avrebbe reso il libro sacro più

distante dagli interpreti meno colti, garantendone la funzione di controllo della gerarchia

ecclesiastica.

Nel Concilio, alcuni vedevano nella Bibbia in mano a tutti una rischiosa fonte di errori e di eresie.

Altri erano fautori della traduzione della Bibbia, in nome del fatto che la “chiave della scienza” non

poteva essere strappata di mano agli indotti.

Prevalse la posizione di un gruppo maggioritario che preferì far cadere ogni riferimento alla

questione, lasciando decidere, come si è detto, ai pontefici.

La discussione sul tema della Messa ricalca in qualche modo quella sulla Bibbia. Veniva

sottolineata in maniera particolare la funzione di lingua “sacra” propria del latino, che garantiva

inoltre un’omogeneità internazionale nel messaggio della Chiesa.

Il volgare, respinto dai piani alti della cultura ecclesiastica, confermava viceversa il suo ruolo

decisivo nel settore che risentiva direttamente del confronto con i fedeli: il momento della predica.

La predicazione era quindi una sorta di oasi del volgare.

Una volta ammesso che il volgare fosse da adottare solo nel momento specifico dell’omelia, restava

da stabilire che forma e che qualità esso dovesse avere.

Il primo elemento di cui si deve prendere atto è la forte influenza del bembismo anche nel campo

della predicazione. La predicazione si presentava come un settore vergine, nuovo, e non a caso

molte volte i grandi predicatori del secondo ‘500 come Panigarola tornavano sul tema della

perniciosa dulceda, la pericolosa dolcezza delle arti oratorie dei pagani.

Francesco Panigarola, nel Predicatore, trova posto per una sezione specifica relativa alla “lingua,

che ha da adoperare il predicator italiano”. Vi si trova non solo l’adesione ai principi fiorentinismi

di Bembo, ma, in più, il riconoscimento del primato della lingua fiorentina parlata, giudicata come

la più adatta al pulpito, se depurata dai localismi fiorentini troppo evidenti.

CAPITOLO SESTO – IL SEICENTO

1. IL VOCABOLARIO DELL’ACCADEMIA DELLA CRUSCA

L’Accademia della Crusca ebbe un’importanza eccezionale. Era un’associazione privata senza

sostegno pubblico, poco adatta ad assoggettarsi a un’unica autorità normativa.

La Crusca portò a termine il disegno di restituire a Firenze il magistero della lingua e costrinse tutti

gli italiani colti a fare i conti da allora in poi con il primato della città toscana.

La Crusca si indirizzò alla lessicografia dal 1591. In quell’anno gli accademici discussero sul modo

sul modo di fare il Vocabolario e si divisero gli spogli da compiere, il cui elenco corrisponde a

quello fornito da Salviati. Da Salviati gli accademici acquisiscono anche la caratteristica

impostazione antibembiana secondo la quale gli autori minori e minimi erano giudicati degni, per

meriti di lingua, di stare fianco fianco ai grandi della letteratura.

I meriti linguistici potevano accoppiarsi a una grande modestia della sostanza.

Al momento della realizzazione del Vocabolario Salviati era già morto, e nell’Accademia non vi era

una figura che potesse raccoglierne l’eredità. Vi erano veri e propri dilettanti di giovane età, che 24

condussero comunque un lavoro con una coerenza metodologica e un rigore che andavano al di là di

tutti i precedenti. La squadra dei lessicografi andò formandosi da sé, e mantenne una notevole

collegialità nelle sue scelte.

Il Vocabolario degli Accademici della Crusca uscì dunque nel 1612 presso la tipografia veneziana

di Giovanni Alberti. Sul frontespizio portava l’immagine del frullone o buratto, lo strumento che si

usava per separare la farina dalla crusca, con sopra, in un cartiglio, il motto “Il più bel fiore ne

coglie”, allusivo alla selezione compiuta nel lessico.

Gli Accademici fornirono il tesoro della lingua del ‘300, esteso al di là dei confini segnati

dall’opera delle Tre Corone, arrivando ad integrare con l’uso moderno.

Gli schedatori avevano cercato di evidenziare la continuità tra la lingua toscana contemporanea e

l’antica. Le parole del fiorentino vivo erano documentate di preferenza attraverso gli autori antichi.

Il Vocabolario largheggiava nel presentare termini e forme dialettali fiorentine e toscane, come

“assempro” per esempio, “manicare” per mangiare, etc.

Per quanto riguarda la scelta della grafia, invece, il Vocabolario si collocò sulla linea

dell’innovazione, distaccandosi in buona parte dalle convenzioni ispirate al latino (le –h

etimologiche e i nessi del tipo –ct), seguendo in ciò un aggiornamento gradito alla cultura toscana.

La fortuna del Vocabolario della Crusca è confermata dalle due edizioni che ebbe nel XVII sec.:

quella del 1623 analoga alla prima del 1612, quella del 1693 composta da tre tomi al posto di uno,

con un corrispondente aumento del materiale.

I lavori per questa riedizione durarono ben trent’anni, e alla fine risultarono decisivi i contributi di

accademici quali Carlo Dati, Alessandro Segni, Francesco Redi, Lorenzo Magalotti e il giovane

Anton Maria Salvini.

Il binomio Redi-Magalotti, costituito da due letterati-scienziati di primo piano, spiega la dura con

cui la nuova Crusca diede contro del linguaggio scientifico, includendo peraltro Galileo fra gli

autori spogliati.

2. L’OPPOSIZIONE ALLA CRUSCA

Il primo avversario dell’Accademia di Firenze fu Paolo Beni, professore di umanità nell’Università

di Padova, autore di un’Anticrusca (1612) nella quale venivano contrapposti al canone di Salviati

gli scrittori del ‘500, e in particolare il Tasso, il grande escluso dagli spogli del Vocabolario.

La maggior parte del trattato di Beni è dedicata a polemizzare contro la lingua usata da Boccaccio,

indicandone le irregolarità e gli elementi plebei.

Alessandro Tassoni protesta contro la dittatura fiorentina sulla lingua, proponendo di adottare nel

Vocabolario espedienti grafici per contrassegnare con evidenza le voci antiche e le parole da

evitare. Tema fondamentale della riflessione del Tassoni è dunque l’improponibilità dell’arcaismo

linguistico.

Daniello Bartoli, gesuita, scrittore molto noto per la sua elegante prosa, non fa una polemica diretta

e violenta nei confronti del Vocabolario, ma riesaminando i testi del ‘300 sui quali si fonda il

canone di Salviati, dimostra che proprio lì si trovano oscillazioni tali da far dubitare della perfetta

coerenza di quel canone grammaticale.

Bartoli usa non di rado una pungente ironia nei confronti di ogni forma di rigorismo grammaticale.

3. IL LINGUAGGIO DELLA SCIENZA

La prosa del ‘700 deve molto allo sviluppo del linguaggio scientifico, che in questo secolo

raggiunse esiti elevati, prima di tutto per merito di Galileo. Egli aveva scritto in italiano fin da

quando aveva 22 anni, allorché aveva composto il breve saggio La bilancetta.

Egli aveva la volontà di staccarsi polemicamente dalla casta dottorale. Infatti, nella prefazione a Le

operazioni del compasso geometrico e militare, aveva affermato di aver usato il volgare per

raggiungere coloro che avessero più interesse per la milizia che per la lingua latina. Un intento 25

divulgativo è quindi riconoscibile, così come la fierezza per la propria lingua, quella toscana.

Il latino assunse la funzione di termine di confronto negativo, a cui rivolgersi in una sorta di

controcanto polemico: ciò è particolarmente evidente nel Saggiatore (1623), dove sono riportate le

tesi dell’avversario scritte in latino e confutate in italiano.

Galileo, pure scegliendo il volgare, non si collocò mai al livello basso o popolare. Seppe

raggiungere un tono elegante e medio, perfettamente accoppiato alla chiarezza terminologica e

sintattica. Non rinunciò peraltro a mostrare in alcuni suoi scritti alcune macchie di lingua toscana,

così come sarcasmo, boutade scherzose e paradossi.

Galileo raggiunse un grande rigore logico-dimostrativo e una eccezionale chiarezza linguistico-

terminologica. Vi sono termini per i quali Galileo ha provveduto a fissare il significato in maniera

univoca. Così il candore della luna: “questo tenue lume secondario, che nella parte del disco lunare

non tocco dal Sole si scorge”.

Galileo, dunque, quando nomina e definisce un concetto o una cosa nuova, preferisce attenersi ai

precedenti comuni ed evita di introdurre terminologia inusitata o troppo colta. Migliorini ha

osservato come Galileo, più che alla coniazione di vocaboli nuovi, si affidasse alla tecnificazione di

termini già in uso.

Si pensi allo strumento che egli nominò inizialmente come cannone o occhiale e che poi prese il

nome di cannocchiale. Osserva ancora Migliorini che ogni qual volta troviamo un’invenzione

galileiana designata con un nome dotto, possiamo asserire con quasi assoluta certezza che il nome

fu foggiato da altri.

I grecismi si affermarono nel linguaggio della scienza fin dal XVII secolo: il barometro si chiamava

inizialmente Tubo di Torricelli.

4. IL MELODRAMMA

L’Italia assunse per lungo tempo una posizione egemonica per ciò che riguarda la produzione di

opere liriche. Il melodramma permette di affrontare la questione del rapporto fra parola e musica.

Il melodramma del primo ‘600 fu un tentativo di ricreare la tragedia antica.

Il rapporto tra musica e poesia era considerato stretto: tuttavia una semplice utilizzazione della

poesia da parte dei musicisti ci permetterebbe solamente di affermare che il canto fu un ulteriore

canale di diffusione dei modelli della prosa letteraria italiana.

Il rapporto fra la parola e la melodia fu affrontato in maniera più profonda e sistematica nel Dialogo

della musica antica del 1581, in lingua italiana, da Vincenzo Galilei.

Il teatro del ‘500 era stato recitato, non cantato, e la musica era rimasta confinata negli intermezzi.

Peri e Caccini, nella partitura nell’Euridice, diedero una svolta al canto, un canto che permetteva

finalmente di comprendere il testo senza deformazioni.

Il melodramma si caratterizza come uno spettacolo di èlite, e questo ci aiuta a delimitare la sua

influenza linguistica nella giusta dimensione, quella della corte.

La produzione di libretti, a partire dal ‘600, ebbe dimensioni quantitative strepitose. Il linguaggio

poetico del melodramma si inserisce nella linea della lirica petrarchesca, rivisitata attraverso la

memoria di Tasso, in particolare dell’Aminta.

Le concatenazioni di “e”, i giochi di opposizione (del tipo: “dove ghiaccio divenne il mio bel

foco”), già tipici della lirica tassiana, si diffusero ulteriormente attraverso il melodramma, in cui si

accentuò la propensione per la poesia cantabile, per i versi brevi, per le ariette.

5. IL LINGUAGGIO POETICO BAROCCO

Con Marino e il marinismo, a partire dall’inizio del ‘600, le innovazioni si fanno ancora più

accentuate. Il catalogo degli oggetti poetici si allarga notevolmente.

Gli schemi metrici e le cadenze ritmiche sono ancora quelle petrarchesche.

La poesia barocca estende il repertorio dei temi e delle situazioni che possono essere assunte come

26

oggetto di poesia, e il rinnovamento tematico comporta un rinnovamento lessicale. Si considerino i

riferimenti botanici. Proprio Marino, accanto alla rosa, pone una serie di piante diverse, sovente

corredate dal loro epiteto (il vago acanto, la bella clizia, il papavero vermiglio, etc.).

La poesia barocca utilizza un’ampia gamma di animali, canonici e non (il fiero leone, la giovenca,

la civetta, il parpaglione, etc.). Nel Lubrano ci sono il baco da seta e la lucciola.

La prosa scientifica aveva descritto con interesse il regno animale anche in alcune delle sue forme

repellenti, come le vipere e i vermi. I poeti barocchi non furono da meno e arrivarono a utilizzare gli

stessi strumenti della scienza, sfruttando le più aggiornate ricerche zoologiche per attingere nuovo

lessico.

Marino, nell’Adone, usa il lessico dell’anatomia, ricavato dai trattati anatomici del tempo, in modo

da celebrare i “sensi” e la “macchina” umana. Altre ottave dell’Adone utilizzano la descrizione

della luna fatta da Galileo, fino a concludere coll’elogio del “picciol cannone” con i suoi “due

cristalli” (il cannocchiale galieleiano, appunto).

Un consistente filone della poesia barocca che fa capo a Marino utilizza dunque il lessico

scientifico. Sempre Marino, nell’Adone, parla anche dell’anatomia dell’occhio umano, usa parole

come nervi, orbicolare, pupilla e cristallo, anche se questo lessico, nuovo nella poesia, viene poi

utilizzato nel contesto del tradizionale linguaggio poetico nobile.

Il suo è un poema, ma anomalo poiché comprende una certa varietà di generi.

La presenza del lessico scientifico nella poesia di Marino conferma dunque la tendenza al

rinnovamento. Nell’Adone entra l’attualità: il cannocchiale, le lodi a Galileo.

Vengono usati cultismi, grecismi, latinismi, non di rado di provenienza scientifica.

6. LE POLEMICHE CONTRO L’ITALIANO

A partire dalla fine del ‘600 si sviluppò e prese piede il giudizio sul cattivo gusto del Barocco. Tale

giudizio fu costantemente ripetuto dagli illuministi del ‘700.

Proprio in Francia si condannava la letteratura del nostro paese e quella della Spagna.

Il padre Dominique Bouhours, un gesuita e grammatico francese, svolse in due opere la tesi

secondo la quale, tra i popoli d’Europa, solo ai francesi poteva essere riconosciuta l’effettiva

capacità di parlare; di contro, gli spagnoli declamavano e gli italiani sospiravano.

Lo spagnolo era accusato di magniloquenza retorica, l’italiano di sdolcinatezza poetica.

A vantaggio del francese, secondo Bouhours, giocava la vicinanza della prosa e della poesia, indice

di “razionalità”; Bouhours voleva promuovere il francese a lingua universale, lingua di tutto il

mondo, nuovo latino.

La lingua italiana veniva bollata come incapace di esprimere in modo ordinato il pensiero umano e

quindi veniva confinata nel suo orticello poetico. Ci si avviava dunque ad attribuire a ogni idioma

un carattere fisso, considerato arbitrariamente come “strutturale”.

La risposta alle tesi di Bouhours tardò a venire.

7. LA LETTERATURA DIALETTALE E LA TOSCANITA’ DIALETTALE

Nei secoli XVI-XVII si ha la nascita di una letteratura dialettale cosciente di essere tale,

volontariamente contrapposta alla letteratura in toscano.

Va osservato che la tradizione letteraria italiana è caratterizzata dalla grande vitalità della letteratura

in dialetto.

Rappresenta una forma di dialettalità anche la manifestazione marcata del gusto per la lingua

toscana viva e popolare. In Michelangelo Buonarroti il Giovane, pronipote del grande

Michelangelo, si ritrovano nei versi delle sue due opere teatrali in versi (La Tancia e La Fiera,

1611-1619) termini toscani popolari e rari che interessano molto il linguista.

CAPITOLO SETTIMO – IL SETTECENTO 27

1. L’ITALIANO E IL FRANCESE NEL QUADRO EUROPEO

Le lingue di cultura che potevano ambire a un primato internazionale, all’inizio del ‘700, erano

poche. Lo spagnolo era in fase calante, il portoghese non ha ormai alcun rilievo, le lingue slave non

erano né conosciute né apprezzate, mentre tedesco ed inglese avevano una posizione marginale.

La cultura inglese si diffuse in genere all’inizio dell’800 attraverso le traduzioni francesi. Quanto al

tedesco, la sua stagione non era ancora venuta: su di esso correvano giudizi piuttosto negativi. Non

solo un intellettuale come Leibniz aveva lamentato il grave ritardo di questa lingua dal punto di

vista del vocabolario intellettuale e della capacità di vincolare il pensiero filosofico e scientifico, ma

le testimonianze mostrano che del tedesco si poteva fare benissimo a meno anche viaggiando e

soggiornando nei paesi di lingua germanica. Voltaire, nel 1750, scrive da Potsdam dicendo di aver

l’impressione di essere in Francia, e osserva che lì si parla francese ovunque.

Solo con il Romanticismo, all’inizio del secolo XIX, il tedesco ottenne un riconoscimento generale

e la cultura tedesca si organizzò utilizzando finalmente la propria lingua nazionale. Nel ‘700 però

prevaleva il francese.

La lingua di comunicazione elegante da usare con i viaggiatori stranieri nei territori di lingua

tedesca era il francese, ma anche l’italiano aveva una posizione di prestigio come lingua di

conversazione elegante, soprattutto a Vienna, dove Magalotti assicura che non occorreva imparare il

tedesco, perché ogni galantuomo conosceva l’italiano; era dunque lingua di corte a Vienna, e anche

a Parigi era abbastanza noto, come lingua da salotto e per le dame.

Un italiano colto del ‘700 che non voglia sfigurare nel bel mondo deve parlare un po’ di francese.

Era insomma pacifico che il francese aveva assunto una posizione che lo rendeva in qualche modo

erede dell’antico universalismo latino. Scrivere in francese significava non solo essere alla moda,

ma anche essere intesi dappertutto senza bisogno di traduzione, vantaggio non di poco conto.

Un’opera fondamentale come l’Encyclopedie di Diderot e D’Alembert ebbe due ristampe in Italia, a

Lucca e a Livorno, coronate da uguale successo di vendita: entrambe queste ristampe furono in

francese.

Nel 1784 l’Accademia di Berlino premiò un saggio di Rivarol intitolato significativamente De

l’universalitè de la langue française. Rivarol pretendeva di attribuire il successo internazionale del

francese non solo a cause storiche contingenti, ma a una ragione più assoluta e profonda, cioè a una

virtù strutturale connaturata a questa lingua, lingua della chiarezza, della logica, della

comunicazione razionale, contrapposta ad esempio all’italiano, lingua caratterizzata dalle inversioni

sintattiche.

L’ordine naturale degli elementi della frase veniva identificato nella sequenza “soggetto-verbo-

complemento”, caratteristica appunto della lineare sintassi francese.

L’italiano, per contro, era ed è caratterizzato da una grande libertà nella posizione degli elementi del

periodo: questo veniva reputato da alcuni un difetto strutturale.

2. CESAROTTI FILOSOFO DEL LINGUAGGIO

Dopo la pubblicazione della quarta Crusca (1729-1738), corretta ed ampliata, ma pur sempre

incentrata sul canone selettivo toscano, si manifestarono reazioni decisamente polemiche, di stampo

illuministico, nei confronti dell’autoritarismo arcaizzante radicato nella tradizione letteraria italiana.

La Rinunzia avanti notaio al Vocabolario della Crusca scritta da Alessandro Verri, è un efficace

pamphlet, in cui si denuncia lo spazio eccessivo che le questioni retoriche e formali (le parole)

hanno avuto nella cultura italiana, a tutto svantaggio delle cose, cioè a danno del concreto

progresso. Ne consegue una totale svalutazione del dibattito linguistico.

Il radicalismo del pamphlet di Verri ci aiuta a capire meglio il senso della rinunzia alla lingua

italiana, proposta da Denina ai piemontesi durante l’età napoleonica.

Melchiorre Cesarotti scrive il Saggio sulla filosofia delle lingue, trattato con un impianto nitido, che

28

si apre con una serie di enunciazioni teoriche così sintetizzabili:

1) tutte le lingue nascono e derivano; all’inizio della loro storia sono barbare, ma il concetto di

barbarie non ha senso se lo si vuole utilizzare nel raffronto tre le lingue, perché tutte servono

ugualmente bene all’uso della nazione che le parla.

2) Nessuna lingua è pura: tutte nascono dalla composizione di elementi vari.

3) le lingue nascono da una combinazione casuale, non da un progetto razionale.

4) Nessuna lingua nasce da un ordine prestabilito o dal progetto di un’autorità.

5) Nessuna lingua è perfetta ma tutte possono migliorare.

6) Nessuna lingua è tanto ricca da non aver bisogno di nuove ricchezze.

7) Nessuna lingua è inalterabile.

8) Nessuna lingua è parlata in maniera uniforme nella nazione.

Stabiliti tali principi, Cesarotti affronta il problema della distinzione tra lingua orale e lingua scritta;

quest’ultima ha una superiore dignità, in quanto momento di riflessione, e in quanto strumento con

il quale operano i dotti.

La lingua scritta non dipende dal popolo, ma nemmeno dagli scrittori approvati; non può essere

fissata nei modelli di un certo secolo, e non dipende dal “tribunal dei grammatici”.

Cesarotti indica la strada per una normativa illuminata, da contrapporre a quella troppo rigida della

Crusca. “Il consenso generale è l’autore e ‘l legislator delle lingue”. Ma quando c’è discordanza

nell’uso, allora non resta che seguire la “miglior ragion sufficiente”, la quale non coincide con la

maggioranza degli esempi attestati, né con le auctoritates antiche.

Gli scrittori sono invece liberi di introdurre termini nuovi o di ampliare il senso dei vecchi.

I termini nuovi possono essere introdotti per analogia con i termini già esistenti, per derivazione o

per composizione. Un’altra possibile fonte di parole possono essere i dialetti italiani.

Cesarotti ammette anche che possano essere adottate parole straniere, ma questa scelta è presentata

come una sorta di male necessario. Secondo Cesarotti i forestierismi e i neologismi, una volta

entrati nell’italiano, possono legittimamente produrre nuovi traslati e derivazioni.

Il “genio della lingua”, inteso come carattere originario tipico di un idiome e di un popolo (spiegato

come effetto di condizionamenti esterni quali il clima, il governo, le condizioni economiche, etc.),

era utilizzato dagli avversari dei forestierismi per dimostrare l’estraneità e l’improponibilità del

termine esotico, il quale, di per sé, in quanto straniero, doveva appunto ripugnare al “genio

nazionale”.

La struttura grammaticale delle lingue (il loro “genio grammaticale”), infatti, è inalterabile: si veda

ad esempio la differenza tra una lingua che distingue i casi mediante le desinenze, come il latino, e

una che ne è priva.

Il lessico invece dipende dal genio retorico, che riguarda l’espressività della lingua stessa. In questo

settore, tutto è alterabile.

La novità del progetto finale del libro, con la proposta di una magistratura della lingua, attraverso

una riforma che con equilibrio e moderazione esprimesse quel “consenso pubblico” che sta alla base

del pensiero di Cesarotti. Poiché la lingua è della nazione, egli proponeva di istituire un Consiglio

nazionale della lingua, al posto della Crusca. La sede di questa nuova prestigiosa istituzione

linguistica avrebbe dovuto essere ancora Firenze.

La nuova istituzione avrebbe rinnovato i criteri lessicografici, dedicando attenzione al lessico

tecnico delle arti, dei mestieri e delle scienze. Il riscontro del lessico mancante nel vocabolario

sarebbe stato fatto non solo per via libresca, ma mediante il ricorso a chi esercitava professioni

specifiche.

Una schedatura del genere permetteva di arrivare fino alle parole di uso regionale; a questo punto si

sarebbe proceduto a una scelta, e questa scelta era compito del Consiglio italico.

Compito finale e supremo del Consiglio era la compilazione di un vocabolario. Il vocabolario

avrebbe dovuto essere realizzato in due forme. Ci sarebbe stata una edizione ampia e una ridotta, di

uso comune, divulgativa, pratica. Il Consiglio, inoltre, avrebbe dovuto avviare una serie di

traduzioni di autori stranieri. 29


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Menzo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Tecniche espressive e composizioni e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Insubria Como Varese - Uninsubria o del prof Gaspari Gianmarco.

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