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Il teatro greco-romano

L'invenzione del teatro: la tragedia

Problema di definire le origini del teatro in quanto ancora oggi non si sa molto della nascita del teatro. Nascita attribuita al secolo IV a.C. Unico testo che parla della nascita del teatro è la Poetica di Aristotele che non è semplice di facile interpretazione. Anche gli edifici teatrali antichi posteriori al V secolo a.C. non ci sono pervenuti. Importanza fondamentale del teatro che comprendeva e riguardava la città-stato nel suo complesso e tutti i suoi cittadini liberi, grandissimo successo di pubblico con grandi affluenze.

Gli spettacoli teatrali venivano allestiti all'interno di specifiche festività in onore di Dioniso, dio del vino, dell'estasi e della liberazione dagli affanni, culto molto diffuso ad Atene. A lui erano dedicate le Antesterie, le Lenee, le Dionisie cittadine, le Grandi Dionisie e le Dionisie rurali. Integrazione completa tra teatro e società. Spettacoli allestiti all'interno di festività dedicate a Dionisio, venivano rappresentate nel teatro di Dionisio. Aspetto contrastante perché pare che siano solo le Baccanti di Euripide e la trilogia di Eschilo. La Licurgia a parlare del mito di Dionisio mentre tutte le altre trentuno tragedie che ci sono pervenute intere fanno riferimento ad eroi dei miti storico-culturali greci e a divinità diverse da Dionisio. Secondo Nietzsche tutte le figure importanti nel panorama degli eroi greci fossero una sorta di maschera dell'eroe originario Dionisio.

Grandi Dionisie, più importanti festività dedicate al dio, inventate da Pisistrato, tiranno di Atene nel IV secolo a.C. il primo concorso tragico pare essersi svolto tra il 535 e il 532 a.C. con Tepsi vincitore. A Tepsi sono attribuite l'invenzione della maschera e l'introduzione dei dialoghi tra il coro e l'attore. Tali festività erano costituite da tre giorni di agone tragico e un giorno di agone comico a cui partecipavano tre poeti. Sorta di grandi gare tra scrittori di tragedie. Chi voleva partecipare presentava il testo delle proprie tragedie all'arconte eponimo, il magistrato che si occupava della festa. Egli assegnava ai prescelti un coro per eseguire la tragedia. L'istituto della coregia fu poi soppresso sotto Demetrio Falereo, quando furono nominati dei funzionari che venivano eletti annualmente e attingevano ad un fondo pubblico. La premiazione consisteva in una solenne proclamazione e nell'incoronazione del vincitore con una corona d'edera.

Periodo: la tragedia fiorisce tra le guerre persiane (490-480 a.C.) e la fine della guerra del Peloponneso (404 a.C.) che contrappose Atene a Sparta con la vittoria di quest'ultima.

Tragediografi del tempo

  • Eschilo (525 – 456 a.C.): di lui ci restano sette drammi. Egli rappresenta l'ultima espressione della cultura arcaica con il suo rigido sistema di valori non ancora percorso dalle innovazioni del V secolo. L'eroe eschileo è teso a punire tutti coloro che sbagliano, è succube del giudizio divino e vive in una società che non sa sottrarsi a Zeus, ma vorrebbe sottrarsi alla giustizia divina. Alcune novità che introduce: decorazione della scena, introduzione del secondo attore.
  • Sofocle (497 – 406 a.C.): di lui ci restano sette drammi. Viene a lui attribuito l'inserimento di decoro nella scenografia da Aristotele nella Poetica. Intellettuale vicino a Pericle, interprete dei dubbi dell'uomo di un dio che però non viene messo in discussione solo perché fortemente presente nella cultura greca. Si può individuare nel suo Edipo re la forma perfetta di tragedia costituita da Agnizione, il riconoscimento di una realtà fino ad allora sconosciuta, e da Peripezia, il rivolgimento improvviso di una situazione, nella buona o nella cattiva sorte.
  • Euripide (485 – 406 a.C.): di lui ci restano un dramma, 17 tragedie autentiche, una spuria e un dramma satiresco. Portavoce della parte più avanzata di Atene nonostante fosse stato tacciato di ateismo nei confronti della sua città e della sua gente. Rappresenta un rapporto diverso con la divinità e non si accontenta del rapporto formale istaurato con gli dei da Sofocle, bensì muta il contenuto dei miti attraverso il rinnovo dei ritmi, della musica, del canto e della recitazione. I motivi dell'ultimo Euripide con l'eroe che affronta una serie di peripezie prima del riconoscimento finale e della salvazione reciproca, verrà ripresa in tutta la tradizione occidentale. Idea dei personaggi autonomi che dovevano rispondere solo alla logica interna del singolo dramma. Passione erotica muove tutti i suoi scritti.

Visione storica errata dovuta a una mal interpretazione della Poetica di Aristotele: non è vero che la tragedia classica seguiva ossessivamente le unità di tempo e di luogo. Aristotele si limita a fotografare la linea di tendenza ma senza alcuna rigidità. Luoghi della rappresentazione: in un primo tempo venivano messi in scena nell'orchestra, che si trovava nell'agorà vicino al luogo dove si tenevano le feste in onore di Dionisio Leneo. Un crollo delle tribune dell'orchestra avrebbe fatto costruire agli ateniesi il teatro di Dionisio vicino al sacro recinto di Dionisio Eleutereo. Tribune naturali che sfruttavano la cavea cioè il pendio delle pendici meridionali dell'acropoli, panche costruite su gradoni di pietra. I magistrati erano seduti davanti all'orchestra con al centro l'altare di Dioniso.

Luoghi della rappresentazione

  • Orchestra: luogo riservato al coro.
  • Cavea: luogo riservato agli spettatori.
  • Scena: piccolo edificio dove era possibile cambiare maschere e costumi il cui sfondo costituiva la scenografia che creava l'ambientazione. Nel V e IV secolo a.C. si estendeva in un unico piano. Poteva esserci anche un luogo sopra la scena da dove parlavano gli dei.
  • Proscenio: spazio di fronte alla scena.

Per aumentare le emozioni degli spettatori venne creato un edificio con la scena fissa in pietra e con pannelli di legno dipinti, un palco stretto non più all'altezza dell'orchestra e sorretto da un colonnato.

Attori

Attore sempre maschio, mai adolescente. Maggiore importanza dell'autore che dell'attore. Tre attori: protagonista, deuteragonista e tritagonista. Solo il primo svolgeva le mansioni del mattatore. Coro via via perse importanza come protagonista della scena, composto prima da 12 poi da 15 elementi che cantavano e danzavano.

Costumi e maschere

Costumi: chitone, tunica lunga, con mantello lungo o corto il cui colore determinava il personaggio. Prima si usavano stivaletti eleganti di pelle poi sostituiti dai coturni in epoca ellenistica, alti zatteroni che elevavano gli attori. Maschere: fondamentali visto che gli attori erano solo uomini, indicavano le caratteristiche del personaggio. Non ce ne sono pervenute molte tranne quelle di terracotta che rappresentano però una situazione irreale in quanto nascondevano qualsiasi tipo di mimica facciale.

Macchine sceniche e musica

Macchine sceniche: veniva molto usato il mechané, un macchinario simile a una gru da cui parlavano gli dei quando risolvevano un’azione giunta a un punto senza via d’uscita. Ben presto le macchine sceniche divennero spettacolari: piattaforme girevoli, macchine per effetti speciali etc. Musica: perdita quasi totale, grave lacuna del teatro classico che diventa un teatro di gesti, azioni e contatto corporeo, l’opposto di ciò che era.

Sacralità del genere

Sempre presente anche quando pochi furono quelli che credevano agli dei tradizionali. Struttura di un dramma: Prologo: informava il pubblico sugli antefatti; Parodo: rendeva ufficiale il canto di ingresso del coro che una volta entrato nell’orchestra si esprimeva con gli stasimi alternati agli episodi; Esodo: parte conclusiva con l’ultimo stasimo. Rimane unica la ripetitività dell’esecuzione della plot che tenta di razionalizzare il rapporto uomo/dio. Il tragediografo agisce sulla capacità di astrazione dei Greci.

La commedia

Anche della commedia antica ci mancano documenti chiari. Pare derivi da riti propiziatori per i raccolti legati ai concetti di sessualità e abbondanza: la popolazione credeva di influenzare in positivo il ciclo naturale dei raccolti con dei rituali che esaltavano il fallo, simbolo della fertilità, accompagnati da scherzi e risate. Connessione anche col dio Dioniso. La commedia nasce intorno al 405 a.C. dopo la morte di Sofocle e Euripide.

Distinzione tra vecchia commedia, quella di Aristofane, di cui ci restano 11 testi dalle trame vaghe e bizzarre, caratterizzate da diversi spunti satirici, che facevano riferimento a una visione un po' conservatrice, legata a una funzione civile del teatro e quindi all'insegnamento di Eschilo; e la nuova commedia, quella di Menandro, di cui ci resta una sola commedia intera e molti frammenti, che testimonia un cambiamento del gusto del pubblico con un passaggio dagli argomenti di carattere politico e sociale all'ambiente familiare e le sue turbate dissonanze. Tra vecchia e nuova commedia era stata ipotizzata una commedia di mezzo a giustificare l'enorme scarto fra il modello aristofaneo e quello menandreo, tuttavia non ci è pervenuto niente di questa fantomatica fase centrale.

Il teatro latino

Il teatro latino nasce su imitazione di quello greco con l'apporto fondamentale degli Etruschi e non è connesso alle numerosissime feste religiose. Non ha inoltre alcun contatto con la politica, a differenza di quello greco, non rappresentava un punto d'incontro della comunità politica e civile; importanza attribuita alla dimensione spettacolare. L'unico spettacolo che non conoscerà mai crisi sarà infatti il mimo. Nasce a Roma nel 55 a.C. grazie a Pompeo che fa costruire un edificio teatrale sfruttando come cavea la gradinata del tempio di Atena Vittoriosa, a cui venne posta davanti una scena. A tale teatro seguiranno quello di Balbo e di Marcello.

Pubblico e luoghi della rappresentazione

Pubblico: tutte le classi sociali frequentavano gli spettacoli, gli spettacoli erano molto economici ma erano più occasioni di fare un gran chiasso che altro. Luoghi della rappresentazione: facendo riferimento al De Architectura di Vitruvio, il modello dell'edificio ricalca l'impianto del teatro greco, con lo spazio d'orchestra parecchio inferiore per la mancanza del coro. Possibilità di coprire tutto il teatro con un velario.

  • Vomitoria: accessi alla cavea.
  • Cavea: luogo dove sedevano gli spettatori.
  • Proscaenium: spazio che si trova di fronte alla scena.
  • Scaena: luogo dove avveniva lo spettacolo. Evolutasi come nel teatro greco, era prima scarna, poi via via ottenne delle migliorie con colonnati posti su tre piani al massimo; al primo piano vi sono tre porte funzionali alle entrate e alle uscite.

Tale tipologia si diffuse in tutto l'impero proprio quando il gusto del pubblico stava cambiando e si andava via via alla definizione dell'anfiteatro, un teatro chiuso nella prospettiva visiva, costituito da un'unica forma circolare.

Attori

Gli spettacoli venivano organizzati dagli edili, magistrati che delegavano il dominus gregis, cioè il capocomico, per l'ingaggio degli attori che generalmente erano schiavi o ex schiavi destinati ai giochi circensi e alle lotte gladiatorie. Non c'era un grande riconoscimento del mondo teatrale. Gli attori tragici apparivano come figure carnevalesche: indossavano coturni talmente alti da non permettergli di camminare con scioltezza ed erano bardati con gioielli di ogni tipo. Un attore che ebbe molto successo fu il pantomimo: attore che presentava mimicamente i passi più belli delle tragedie che erano accompagnati dal coro o dal cantore.

Autori principali

  • Plauto (254 – 184 a.C.): di lui non sappiamo nulla di bibliografico. Tutto ciò che sappiamo di lui ci viene dalle sue 21 commedie a noi pervenute. La questione plautina fa riferimento al confronto delle sue opere con i modelli a cui lui si ispirò e che noi non possediamo più. Egli si ispirò alle commedie che in Grecia andavano per la maggiore per trarne spunti e confronti con la vita romana. Gioco che si realizza sulla scena, l'intreccio, la profondità psicologica dei personaggi.
  • Terenzio (195/185 a.C. – 159 a.C.): libico, schiavo di un senatore che lo affrancò. Il suo teatro si rivolgeva agli ideali di humanitas del Circolo degli Scipioni. Tale circolo voleva creare una nuova Roma fondata sui valori ellenistici e che superasse la stitisticità arcaica, ma tale progetto fu soffocato e così anche il teatro di Terenzio che non veniva affatto apprezzato dal pubblico.
  • Seneca (4 a.C. – 65 d.C.): rappresentante del teatro romano in epoca imperiale che entra in una fase in cui tanto più un principe si rivelava dispotico e vendicativo tanto più i testi diventavano strumenti per letture pubbliche o personali. Di Seneca ci restano tragedie che hanno influenzato tutto il teatro europeo senza nessuna eccezione. Descrizione dei fantasmi interiori dell’uomo. Prende a modello Euripide per il suo desiderio di rappresentare l’uomo come vittima di esseri la cui esistenza non abbia alcuna certezza (gli dei).

Il teatro romano, in ultima analisi può sembrare meno impregnato di religiosità e spiritualismo di quello greco, ma in realtà già solo gli edifici ci parlano di un mondo pieno di religiosità, dove la terra tocca il cielo.

La teatralità medievale

Il Medioevo copre un periodo di circa mille anni che va dal 476 d.C. con la caduta dell'impero romano al 1492 con la scoperta dell'America e la cacciata dei mori da Granada; periodo estremamente ampio in cui qualsiasi aspetto culturale si è evoluto col tempo. Scarso numero di fonti per quanto riguarda il teatro nel Medioevo e fonti sospette perché redatte da figure provenienti dall'ambiente ecclesiastico che si opponevano a qualsiasi forma di spettacolo. Non esiste un vero e proprio teatro medievale perché con la decadenza dell'impero romano e con l'affermarsi sempre più della cultura cristiana come cultura egemone, il teatro come forma strutturata, come evento in cui gli attori rappresentano vicende di personaggi in edifici appositi, diventa sempre più raro fino a scomparire del tutto.

Grande paradosso del teatro medievale: da una parte la condanna della Chiesa per tali forme di spettacolo, dall'altra la nascita anche in seno alla Chiesa stessa di strutture fortemente innovative di spettacolo. Leggere il teatro medievale come una storia di perdita prima e di riconquista in seguito dell'istituzione teatrale. Si perde la nozione di rappresentazione, cioè il meccanismo secondo cui l'attore assume l'identità di un personaggio nella sua totalità. Si perde l'idea di teatro come luogo fisico perché vengono distrutti tutti i luoghi fisici in legno dove avvenivano le rappresentazioni durante il periodo dell'impero.

Opposizione della Chiesa che non vedeva di buon occhio nessun tipo di spettacolo. Gli spettacoli che permangono sono il pantomimo e il mimo. La chiesa condanna qualsiasi tipo di contenuto che viene considerato scabroso e immorale, ma viene messa in discussione la struttura dello spettacolo; meccanismi di fascinazione visiva e di emozionalità che lo spettacolo induce agli spettatori. Bersagli: la corporeità e lo scatenamento delle passioni = sguardo come luogo primario della corruzione e dell'immoralità: il vizio cattura la libertà dell'anima perché la rende schiava delle passioni e la passione esibita dall'attore seppur finta trasmette passioni vere nello spettatore. Comporta un sommovimento pericoloso nei fedeli, per cui la chiesa mise in atto una colossale campagna ideologica di demonizzazione dello spettacolo e dei suoi interpreti; sorta di damnatio memoriae.

Permangono ancora alcuni elementi teatrali che si incarnano in alcune figure quali mimi, histriones, musici, saltimbanchi, giocolieri etc. Fino al XI-XII secolo tuttavia le fonti sono scarse. Performers collocati nel gradino più basso della scala sociale, ma solo nelle categorie culturali perché i musici e gli histriones sono ben accolti nelle corti, nelle piazze e nelle cerimonie; paradosso: soggetto sociale ricercato che però viene considerato un reietto della società senza diritti civili.

Non c'è nemmeno un termine per definire questi performers, nome che dovrebbe riflettere lo status sociale. Proprio perché non ha un ruolo sociale quasi per statuto il giullare è un nomade; topos del giullare girovago. 1274 Guiralt Riquier rivolge una supplica a re Alfonso X di Castiglia perché si istituiscano definizioni e gerarchie nella massa enorme dei performers. Professione del giullare ha una sua continua diffusione incrociandosi spesso con la tradizione originaria dei mimi e degli histriones tardo-romani, con i cantori delle culture barbariche, con gli attori ebrei, musulmani, orientali.

I giullari operavano in innumerevoli situazioni: festività civiche, religiose, popolari, banchetti, pellegrinaggi, campi di soldati, piazze dei cortili e delle case private. Le situazioni di maggiore visibilità erano le corti bandite: adunanze straordinarie di giullari in occasioni di avvenimenti speciali, come grandi festività nobiliari o ricorrenze civili che ebbero maggior successo tra il XIII e il XIV secolo che è anche l'epoca in cui la condizione dei giullari comincia a migliorare in quanto entrano al servizio di un signore o una municipalità, diventando così degli stipendiati e acquisendo di conseguenza stabilità e riconoscimento del proprio ruolo sociale.

In questo periodo avviene la netta separazione tra la funzione di autore e quella di esecutore con la distinzione tra giullari che eseguono e trovatori che compongono. Il giullare, unica figura del teatro laico nel Medioevo, ottiene una sua dignificazione.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/05 Discipline dello spettacolo

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher DeliaLeggio di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di teatro moderno e contemporaneo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM) o del prof Garavaglia Valentina.
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