Le origini della politica contemporanea
Lo Stato ed i suoi strumenti
Durante il dominio napoleonico, il sistema di governo e l’organizzazione amministrativa avevano raggiunto un livello assai elevato d’efficienza, tant’è che i loro risultati sopravvissero alla sua uscita dalla scena politica. Con la definitiva scomparsa dei privilegi della Chiesa e dei ceti, la codificazione delle norme giuridiche ed il rafforzamento dell’amministrazione, lo Stato ottenne definitivamente quel monopolio della forza legittima che costituiva la sua principale attribuzione: era il compimento di un processo plurisecolare di accentramento, che aveva visto l’introduzione degli intendenti francesi, dei burocrati prussiani, le forme di codificazione asburgica ed uniformazione prussiana ed infine dei prefetti napoleonici.
L’itinerario dell’Inghilterra fu invece diverso per l’assenza di una burocrazia tendenzialmente stabile e di forme di codificazione. Al di fuori dell’Inghilterra, lo Stato moderno assunse la forma dello Stato burocratico-amministrativo, in cui il sistema di potere tradizionale venne sostituito da un sistema di potere legale, fondato su norme di legge. Il rispetto e l’applicazione delle norme erano garantiti dalla burocrazia amministrativa. Il reclutamento del funzionario burocratico sarà sempre più regolamentato da criteri impersonali e da verifiche obiettive come i concorsi pubblici. In alcuni paesi (Francia e Prussia) le scuole superiori tecniche e militari formavano specialisti nel campo delle costruzioni stradali, dell’ingegneria edilizia e dell’artiglieria. L’amministrazione pubblica si dotava quindi di un personale tecnico.
A partire dal periodo napoleonico, fu ancora la Francia a porsi all’avanguardia nelle applicazioni della statistica, la nuova scienza al servizio dello Stato: essa infatti descrive l’andamento dei fenomeni sociali ed economici fornendo allo Stato strumenti di conoscenza, di previsione e d’intervento. La principale attività di raccolta di dati statistici sarà legata ai censimenti. In questa fase l’amministrazione non si configurò sempre come un potere neutrale, al di sopra delle parti: fu invece il braccio più efficace dei sistemi di governo autoritari.
Da sudditi a cittadini
Al momento culminante del processo di formazione dello Stato moderno corrispose la fase d’avvio dei primi sistemi politici rappresentativi fondati sulla parità dei diritti civili e politici e su un parlamento elettivo. La Rivoluzione francese aveva trasformato i sudditi in cittadini e questo processo, in seguito, si estese gradatamente a tutta l’Europa. In questo modo la sovranità non apparteneva solo più al principe, ma insieme al popolo ed ai suoi rappresentanti: pure nei regimi privi di organismi elettivi il sovrano non era più il solo centro del potere, dato ormai il ruolo riconosciuto all’amministrazione (monarchia amministrativa).
Lo sviluppo dei sistemi politici era poi strettamente legato alla redazione di una costituzione, che definisce il nuovo patto che regge una comunità e fonda lo Stato come insieme di ordinamenti giuridici e politici. L’ordinamento politico retto da una legge fondamentale come la costituzione, basato sul principio di separazione dei poteri e sulla superiorità della legge su ogni forma di privilegio e di arbitrio, si definisce come Stato di diritto.
Lo sviluppo di sistemi politici rappresentativi si caratterizzò per la presenza di due diverse forme di governo: quello costituzionale, in cui il capo dell’esecutivo era responsabile solo di fronte al sovrano che lo aveva nominato, e quello parlamentare, in cui invece l’esecutivo rispondeva solo al parlamento che gli aveva concesso la fiducia. Egualmente significativo fu il dibattito sui sistemi elettorali. Il principio liberale fu sostenitore di un suffragio ristretto legato al censo, mentre quello democratico fu fautore del suffragio universale maschile.
Liberalismo e democrazia
Il termine “liberalismo” serviva a designare non tanto una corrente politica ben determinata, quanto un orientamento ideale fondato sull’idea di libertà quale si era venuta definendo ad opera della cultura illuministica ed in alcune concrete esperienze politiche e costituzionali (parlamento britannico, rivoluzione americana, l’89 francese). Il modello istituzionale che il liberalismo europeo si proponeva era in effetti molto vicino a quello britannico: un regime in cui i diritti fondamentali del cittadino fossero rispettati, in cui la proprietà, l’iniziativa privata ed il libero commercio fossero salvaguardati ed incoraggiati, in cui l’autorità del potere centrale fosse delimitata e controllata da organismi rappresentativi espressi da una più o meno ristretta di cittadini.
In questo senso il pensiero liberale si distaccava nettamente da quello democratico, che aveva come cardine invece l’idea di sovranità popolare. Per i democratici la forma di governo ideale era la repubblica ed il canale legittimo di espressione della volontà popolare era l’assemblea eletta a suffragio universale. Tuttavia il Parlamento elettivo, la garanzia delle libertà fondamentali e la costituzione erano obiettivi validi per gli uni come per gli altri, andando a formare un terreno comune di lotta.
Il rapporto fra queste due correnti di pensiero fu al centro del dibattito tra i pensatori più influenti del periodo: l’inglese Mill ed il francese de Tocqueville. John Stuart Mill partì dalle premesse teoriche comuni a tutto il liberalismo inglese del primo Ottocento per poi contestare l’ottimismo implicito nelle tesi liberiste, sostenendo la necessità di un intervento dei pubblici poteri per risolvere i problemi delle classi più disagiate e battendosi per tutte le riforme politiche e sociali (allargamento del suffragio, libertà sindacale, istruzione obbligatoria, tasse sulla proprietà fondiaria): in questo modo si sarebbe consentita una più equa distribuzione della ricchezza ed una più ampia partecipazione popolare al governo della cosa pubblica.
Diversamente da Mill, Alexis de Tocqueville non fu né un teorico della politica, né un riformatore impegnato nel sociale: fu piuttosto un attentissimo osservatore della realtà del suo tempo ed un lucido indagatore della democrazia in America. La sua opera più celebre, La democrazia in America (1835-40), contiene un’acuta riflessione sulla democrazia, considerata come il frutto di un processo inarrestabile. Per Tocqueville, aristocratico di orientamento liberal-moderato, il prevalere delle tendenze democratiche rischiava di risolversi in un appiattimento delle diversità in una distruzione dell’autonomie della società civile, ponendo le premesse per nuove forme di autoritarismo: occorreva così incanalare la democrazia nelle forme e negli istituti del pluralismo liberale.
L’idea di nazione
Un ulteriore elemento di coesione fra tutti gli avversari del vecchio ordine assolutista era dato dall’esigenza di liberazione da un dominio straniero, ossia della rivendicazione dell’indipendenza nazionale. Sino alla fine del Settecento, il concetto di nazione aveva infatti un contenuto generico e dai confini incerti: il senso di appartenenza ad una nazione veniva, per importanza, dopo l’affiliazione ad una confessione religiosa e dopo l’identificazione con una comunità locale o regionale. L’idea che lo Stato dovesse coincidere con una nazione era poi sostanzialmente estranea alla cultura dell’Antico Regime.
L’idea moderna di nazione nacque con Rousseau e con la sua concezione dello Stato come espressione di un popolo capace di esprimere una volontà comune. Fu però soprattutto la cultura romantica tedesca del Sette-Ottocento a scoprire la nazione, ad esaltarla in quanto comunità naturale ed a vedere in essa il principio basilare di ogni organizzazione sociale e politica. Queste due diverse tradizioni erano molto diverse tra loro e furono alla base di tradizioni distinte.
In Germania, il movimento nazionale cresciuto negli anni delle guerre napoleoniche assunse spesso un carattere esclusivista e conservatore, carattere ben visibile nei Discorsi alla nazione tedesca (1807-08) del filosofo Johann Gottlieb Fichte, che proclamava la superiorità intellettuale e morale dei tedeschi sugli altri popoli, delineando il progetto di uno Stato nazionale dai tratti fortemente autoritari. Pure Friedrich Hegel, massimo esponente dell’idealismo e dello storicismo, concepì lo Stato come un’entità organica e gerarchica, espressione degli interessi generali della società al di là ed al di sopra dei diritti individuali.
Anche in altri paesi, specie in quelli che avevano alle spalle una lunga tradizione unitaria, l’idea di nazione poteva esprimersi in forme tradizionaliste o reazionarie: in Francia, ad esempio, accanto al nazionalismo democratico, erede della tradizione rivoluzionaria, ne esisteva uno cattolico e legittimista. In realtà, soprattutto nei movimenti nazionali di quei paesi in cui l’indipendenza andava conquistata o riconquistata (Polonia, Grecia, Ungheria e Italia), il sentimento patriottico assumeva quasi automaticamente una connotazione rivoluzionaria.
Cattolicesimo politico e cattolicesimo sociale
Superata la crisi del periodo rivoluzionario e napoleonico, la Chiesa di Roma si chiuse nella difesa della propria tradizione e dei propri dogmi, proponendosi come un pilastro dell’assolutismo legittimista. Buona parte del mondo cattolico si arrestò su posizioni di radicale rottura con la tradizione illuminista e con gli ideali liberali e democratici. Il savoiardo Joseph de Maistre giunse addirittura ad invocare la sottomissione dei sovrani all’autorità suprema del pontefice di Roma. Su simili posizioni si assestò Louis de Bonald.
Non mancavano nemmeno allora i cattolici schierati su posizioni progressiste o addirittura rivoluzionarie, sebbene fossero posizioni tendenzialmente isolate. Le prime formulazioni di un cattolicesimo liberale, che sosteneva la possibilità e l’opportunità di affermare i valori della religione nel quadro delle libertà costituzionali, si ebbero nella Francia degli anni Venti con Félicité de Lamennais che, assieme a Jean-Baptiste Henri Lacordaire e al conte Charles de Montalembert, fondò la rivista L’Avenir, la quale si proponeva di suscitare un moto di riforma all’interno della Chiesa per indurla ad abbandonare i sogni teocratici.
Il programma dei cattolici liberali era generalmente improntato a notevole moderazione. Loro principale obiettivo era quello di salvare la Chiesa dai pericoli derivanti da una troppo stretta identificazione con l’Antico Regime. Sebbene il loro laicismo non si spingesse ad invocare la completa separazione fra Chiesa e Stato (più di stampo protestante), per i cattolici liberali lo Stato doveva non solo rispettare i diritti della Chiesa, ma in primis anche mantenere un carattere cristiano alla sua legislazione (matrimonio ed istruzione), pur assicurando piena libertà alle altre confessioni religiose.
Queste idee, per quanto moderate, non potevano però essere accettate dai vertici ecclesiastici, fautori del processo di riaffermazione dell’autorità della Chiesa e del suo magistero sulle masse popolari, specie contadine. Papa Gregorio XVI condannò duramente ogni apertura liberale ed allora Lamennais si ribellò, approdando ad un socialismo cristiano. Altri, infine, cercarono di trasferire il loro impegno sul terreno sociale. Frédéric Antoine Ozanam fu il fondatore nel 1833 della Società San Vincenzo de’ Paoli, che riuniva, con fini assistenziali e caritativi, numerosi esponenti dell’aristocrazia e dell’alta borghesia. Ozanam ebbe il merito di inaugurare una nuova corrente, quella del cattolicesimo sociale.
Il pensiero socialista
La diffusione in Europa delle ideologie socialiste rappresentò una risposta al diffondersi del processo di industrializzazione, alla crescita del proletariato di fabbrica ed alle nuove dimensioni assunte dalla questione sociale. Il nucleo centrale del socialismo stava nella convinzione che, per superare i mali e le ingiustizie del capitalismo industriale, non era sufficiente la pratica delle riforme dall’alto, né tantomeno il ricorso alla carità ed alle iniziative filantropiche. Era necessario colpire alla radice i principi informatori della società capitalistica-borghese e sostituirli con i valori della solidarietà e dell’uguaglianza, mettendo sotto controllo i processi produttivi in modo da orientarli verso il soddisfacimento dei bisogni dell’intera collettività: costruire insomma una società completamente nuova, non solo nelle istituzioni, ma anche – e soprattutto – nelle strutture economiche.
Rispetto alle esperienze protosocialiste di More e Campanella, il socialismo ottocentesco faceva continuamente riferimento alla nuova realtà dell’industrialismo. Robert Owen tentò dapprima di mettere in pratica le sue idee nel suo stabilimento-modello di New Lanark, Scozia, e poi si dedicò all’organizzazione delle Trade Unions, cercando di promuoverne l’unificazione a livello nazionale. In questo modo si fece promotore di cooperative di consumo fra i lavoratori.
Completamente diversa fu l’esperienza di Claude-Henri de Saint-Simon, aristocratico formatosi nell’Ancien Régime, che fu uno dei primi a capire appieno la novità dell’industrialismo ed ad esaltarne le potenzialità di progresso. Egli teorizzò l’avvento di una società liberata da ogni forma di parassitismo e governata dai tecnici e dai produttori. Le sue teorie furono sviluppate dai suoi seguaci: alcuni ne colsero gli aspetti capitalistici e tecnocratici, altri s’impegnarono in senso socialista, cercando di fondare su di esse una vera e propria religione laica. In questa seconda versione, il sansimonismo esercitò una notevole influenza sul pensiero socialista successivo, ma anche su alcuni settori della sinistra democratica.
Fu nella Francia di Luigi Filippo che il socialismo conobbe i suoi più ampi sviluppi teorici, talvolta assestandosi su posizioni decisamente utopistiche. Quella di Charles Fourier era un’utopia radicalmente anti-industriale che mirava non solo ad assicurare un’equa distribuzione delle risorse, ma anche a risolvere il problema della felicità individuale attraverso una nuova concezione del lavoro. A tal proposito egli pensava ad una società organizzata in tante piccole comunità autosufficienti dal punto di vista economico.
Rigorosamente collettivista era invece l’utopia tracciata da Etienne Cabet nel Viaggio a Icaria (1842). Egli fu uno dei primi ad usare il termine “comunismo”. Comunista si definiva anche Auguste Blanqui, instancabile organizzatore di trame rivoluzionarie per abbattere il sistema borghese: fu lui il primo ad elaborare il concetto di “dittatura del proletariato”.
Louis Blanc è considerato il capostipite del socialismo riformista, essendo convinto che la soluzione dei mali del capitalismo poteva venire solo da un intervento dello Stato come regolatore. Il più importante intervento doveva consistere nella creazione di ateliers sociaux (officine, opifici sociali) che avrebbero dovuto il doppio scopo di combattere la disoccupazione e di soppiantare progressivamente le imprese private.
Pierre-Joseph Proudhon, autore del saggio Cos’è la proprietà? (1840), cui rispose provocatoriamente “un furto”, sviluppò il suo pensiero in direzione di un cooperativismo a sfondo anarchico più che socialista. Negli anni Trenta e Quaranta le idee socialiste conobbero una certa diffusione anche in Germania, dove trovarono sostenitori non tanto nell’ancora scarso proletariato industriale, quanto in piccoli gruppi di intellettuali e di artigiani. Dato che le condizioni politiche della Confederazione germanica lasciavano poco spazio all’espressione del dissenso, i nuclei socialisti si organizzarono soprattutto all’estero.
Nel 1847 uno di questi gruppi, la Lega dei comunisti, affidò l’incarico di stendere il suo manifesto programmatico a due giovani intellettuali: Karl Marx e Friedrich Engels. Engels aveva studiato le opere degli economisti classici; Marx era invece insoddisfatto da un’attività puramente speculativa, convinto che il compito degli intellettuali non era quello di “interpretare il mondo” ma di “cambiarlo”.
Nel Manifesto dei comunisti (1848), Marx ed Engels si fecero assertori di un nuovo socialismo – da loro definito “scientifico” in opposizione a quello utopistico di Saint-Simon – che univa una fortissima carica rivoluzionaria ad un solido fondamento economico e filosofico. Il nucleo fondamentale del “socialismo scientifico” – che Marx avrebbe poi sviluppato ne Il Capitale – sta in una concezione materialistica e dialettica della storia, vista essenzialmente come un susseguirsi di lotte di classe, di scontri fra interessi economici. I rapporti economici costituiscono la struttura di ogni società. Le ideologie e le istituzioni politiche, a cominciare dallo Stato, sono solo sovrastrutture che servono ad organizzare ed a legittimare il dominio di una classe sulle altre.
Secondo i due pensatori la borghesia avrebbe svolto, nella fase della sua ascesa, una funzione rivoluzionaria, dando vita al capitalismo industriale. Al contempo avrebbe però suscitato contraddizioni che non riuscirebbe più a risolvere, producendo il suo antagonista storico, il proletariato. Ribellandosi al sistema capitalistico, il proletariato non ha da perdere nulla “se non le proprie catene”: è dunque una classe naturalmente rivoluzionaria. Una volta organizzata, la classe operaia profitterà dell’inevitabile crisi del capitalismo ed...
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Riassunto esame Storia, prof. Bongiovanni, libro consigliato Storia contemporanea. Il Novecento, Sabbatucci, Vidott…
-
Riassunto esame Storia Contemporanea, Prof. Pinna Pietro, libro consigliato Storia contemporanea. L'Ottocento, Giov…
-
Riassunto esame Storia contemporanea, Prof. Zinni Maurizio, libro consigliato Storia contemporanea: l'Ottocento, Gi…
-
riassunto esame Storia dell'800 e del 900, prof De Fort, libro consigliato Storia contemporanea. L'Ottocento, Sabb…