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Il nemico alle porte: quando Vienna fermò l'avanzata ottomana

La percezione dei Turchi come nemici del cristianesimo è precedente all’arrivo dei Turchi Ottomani in Europa (1354), uno dei canali di comunicazione era l’Ungheria. Infatti, nel 1354 gli Ottomani ricevettero dai Selgiuchidi un territorio nella parte più occidentale del loro dominio, vicino a Costantinopoli. Qui ebbero modo di svilupparsi come guerrieri di frontiera, accrescendo a poco a poco il loro territorio, e perciò i contatti tra Bizantini e Ottomani divennero via via più diretti.

Nel giro di quarant’anni dal primo insediamento nell’Anatolia nord-occidentale, gli Ottomani avevano rovesciato i rapporti: ora era Costantinopoli ad avere paura dei suoi vicini. Nel 1396 la crociata di Nicopoli, condotta malamente, portò a una rovinosa sconfitta. E nel 1453, con la conquista ottomana di Costantinopoli, l’immagine della crudeltà turca andò rafforzandosi.

Gli Ottomani consideravano gli imperatori del Sacro Romano Impero come usurpatori di un titolo che competeva loro di diritto, mentre gli Asburgo credevano fosse loro dovere restaurare Roma nell’est. Lo scontro definitivo tra Occidente ed Oriente era radicato dalla rivendicazione da parte di ambedue le parti di essere le eredi di un impero defunto. Infatti, sia Asburgo che Ottomani erano nuovi al potere ed erano ansiosi di radicare la loro autorità in antiche origini.

Lo scontro non avvenne dopo la conquista ottomana di Costantinopoli poiché c’era l’Ungheria a dividere i due stati, ma nel 1490 con la morte di Mattia, re ungherese, la potenza di questo stato si sgretolò.

Parte prima

Capitolo 1

Per la campagna del 1683, i fabbricanti di tende del Corpo Imperiale fornirono più di 15.000. Le armi non erano trasportate dai soldati durante la marcia, ma erano trasportate su carri trainati da buoi. Forniture di cibo fresco erano situate in ogni accampamento in cui sostavano, l’esercito portava con sé greggi di pecore e macellai pronti a fornire carne fresca in ogni momento.

I giannizzeri erano i soldati del sultano e anche gli ispirati soldati di Dio: essi infatti non condividevano solo vincoli militari ma anche l’entusiasmo di una comune fede nell’Islam.

Capitolo 2

Mehmet IV era alla ricerca di un trionfo che potesse essere alla pari con le imprese dei suoi antenati: per raccogliere un esercito abbastanza forte per la guerra in Occidente, bisognava richiamare risorse da molte parti dell’impero e anche oltre. La vittoria dunque non dipendeva da un superiore corpo di generali quanto dal fatto di seguire una collaudata formula tradizionale.

Gli attacchi della fanteria ottomana raramente comportavano manovre o formazioni, ma erano assalti a capofitto contro il nemico, che vacillava sotto una pioggia di frecce e di colpi di moschetto.

L’alleanza tra Ottomani e Tartari, cementata per la prima volta nel XV secolo, era diventata un insostituibile complemento dei giannizzeri e della cavalleria, poiché i Tartari erano cavalieri resistenti in grado di spostarsi con notevole velocità e di attraversare a nuoto corsi d’acqua. Essi non portavano armature ingombranti, né armi da fuoco e raramente le spade, ma scoccavano frecce nel giro di pochi secondi mentre cavalcavano a piena velocità; evitavano però lo scontro corpo a corpo, preferendo il combattimento a distanza.

Capitolo 3

Quando non erano in corso guerre vere e proprie, continuava senza sosta la piccola guerra fatta di incursioni sul confine via terra o via mare dai corsari: esse erano un assalto continuo all’Europa. L’impero ottomano non poteva risultare sconfitto e una battaglia perduta diventava un impegno per le generazioni successive a vendicare l’affronto.

Nel settembre 1529, gli Ottomani, dopo la conquista di Buda ad opera del sultano Suleiman, si presentarono davanti a Vienna. Questo primo assedio di Vienna durò un mese: gli Ottomani erano privi di artiglieria pesante, scarsamente forniti di uomini e attrezzature per lo scavo. Gli uomini scavarono trincee in prossimità della porta Carinzia, ma dopo due settimane non riuscirono a produrre brecce di notevole importanza.

All’inizio di ottobre però sembrava che la città fosse sul punto di cadere, se non fosse stato per l’arrivo di un contingente di mercenari guidati dal conte Niccolò Salm che andò in aiuto di Vienna. Il 14 ottobre, dopo che la neve prese il posto della pioggia torrenziale, gli Ottomani furono costretti alla ritirata. Ciò creò un terrore degli Ottomani in Occidente che si diffuse attraverso pamphlet e stampa.

La ferocia era un’arma da guerra e fu usata da entrambe le fazioni.

Nel 1568, i successori di Suleiman concordarono una tregua con gli Asburgo a Edirne ed essa fu rinnovata tre volte per impedire che ci fossero guerre e assedi globali, anche se ogni anno ci fu una stagione di incursioni di una “piccola guerra” (1568-1593). Mentre gli Ottomani fecero poco per migliorare le loro difese, gli Asburgo investirono in elaborate fortificazioni fisse finanziate con nuove tasse. Questi investimenti modificarono la natura della guerra sulle frontiere orientali. Infatti, l’attacco delle fortezze è il solo mezzo di conquista e conservazione, poiché la vittoria di una battaglia lascia ai vincitori un momentaneo controllo, ma solo la presa della fortezza assicura l’intero paese.

Le nuove fortezze asburgiche erano costruite in maniera tale che fossero d’ostacolo all’avanzata ottomana e costituissero anche una buona base per far avanzare la frontiera verso est. La tregua fu rotta nel 1593 poiché sia gli Ottomani che gli Asburgo erano stufi della situazione di guerra-nonguerra. Dopo un’ulteriore tregua stipulata nel 1606, gli Ottomani affrontarono una lunga guerra contro la Persia, mentre nel 1618 gli Asburgo lanciarono un contrattacco contro i protestanti che avevano preso il controllo di Praga e della Boemia.

I comandanti asburgici erano più capaci di qualsiasi omologo generale ottomano poiché sotto di loro c’era una vera e propria catena di comando che scendeva dal comandante agli ufficiali, sconosciuta ai ranghi ottomani. La guerra ottomana dipendeva dall’abilità professionale e dalla determinazione delle unità combattenti e non tanto dalla capacità e preparazione dei generali.

In Occidente, la guerra era diventata una specie di filosofia, mentre in Oriente era una tradizione complessa. L’Occidente si risolse a organizzare una notevole potenza di fuoco per neutralizzare la forza offensiva dei giannizzeri. Anche i Turchi svilupparono una notevole abilità con le armi da fuoco e sempre più venivano addestrati all’uso del moschetto come tiratori scelti. I soldati ottomani tra XVII e XVIII secolo possedevano uno spirito di corpo e fedeltà al reggimento che gli uomini occidentali non possedevano.

Gli Ottomani erano convinti che il loro modo di guerreggiare fosse il migliore, il più onorevole e il più coraggioso e non erano sicuri che il modo occidentale fosse migliore.

I comandanti ottomani avevano molto meno controllo dei loro uomini di quanto ne avessero i comandanti asburgici, e questa fu una debolezza fatale: i comandanti turchi si trovarono a fronteggiare uomini che avevano imparato l’arte militare durante la Guerra dei Trent’anni.

Le esperienze scritte nelle storie delle campagne ottomane inducevano a pensare che il punto migliore per i Turchi per lanciare un attacco su Vienna fosse passando attraverso la loro provincia meridionale della Stiria.

L’avanzata verso Vienna nel 1663 era stata fermata dall’ostinata difesa di una fortezza asburgica di Neuhäusel. Infatti, quando il castello cadde, la stagione era già troppo avanzata per intraprendere un assedio più impegnativo (come era successo a Köszeg nel 1532, Eger nel 1552, Szigetvár nel 1566). Perciò, per la campagna del 1664 il Gran Visir scelse di non attaccare lungo la linea del Danubio ma di avanzare per la strada meridionale e salire al nord attraverso l’Ungheria.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

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