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RIFORMA AGRARIA DEL 1950 E DISTRUZIONE DELLA CLASSE DEI

PROPRIETARI TERRIERI

Fin dal suo ripiegamento nelle campagne nel 1927, il Partito comunista cinese ha avuto l’occasione

di definire e applicare numerose politiche di riforma agraria.

Mao Zedong stabilisce che per determinare l’appartenenza di classe alla campagna bisogna seguire

non il criterio dell’estensione delle terre possedute, ma del rapporto tra il lavoratore e la terra che

sfrutta.

Mao distingue così quattro classi:

1. I proprietari terrieri, generalmente assenteisti, che vivono della rendita che i contadini

versano loro

2. I contadini ricchi, che sfruttano una parte della loro proprietà e affittano il resto

3. I contadini medi, che possiedono terra sufficiente per le proprie necessità

4. I contadini poveri e i braccianti, costretti a vendere la propria forza lavoro per sopravvivere

Durante la guerra di resistenza contro il Giappone, il Partito comunista, desideroso di ottenere

l’appoggio di tutte le forze nazionali, ha risparmiato i contadini ricchi e avuto riguardo per i

proprietari terrieri.

La legge agraria del 28 giugno 1950 prevede provvedimenti abbastanza moderati: le terre che

appartengono ai proprietari terrieri vengono confiscate, ma ai contadini ricchi vengono risparmiate

le terre che lavorano direttamente e confiscate quelle che danno in affitto.

Le terre confiscate devono essere distribuite ai contadini poveri e ai braccianti.

I proprietari terrieri riceveranno un lotto di terra uguale a quello degli aventi diritto.

Gli obiettivi della riforma non sono solo economici, ma anche sociali e politici.

L’importanza che il Partito attribuisce al trasferimento delle terre consiste non nell’operazione in sé,

ma nella violenza con cui è accompagnata.

Queste violenze mirano sia ad eliminare fisicamente la classe dei proprietari terrieri, sia a stabilire

un’alleanza tra i contadini e il nuovo potere rivoluzionario.

Tuttavia, nell’autunno del 1950 l’impegno della Cina nella guerra di Corea trasforma la situazione,

provocando una radicalizzazione della politica e un inasprimento della campagna di riforma agraria.

Gli espropri raggiungono anche i contadini ricchi ed alcuni contadini medi, e ciò non deve

trasformarsi in transazioni amichevoli.

LA LEGGE SUL MATRIMONIO E LA LIBERAZIONE DELLE DONNE

La legge sul matrimonio mira ad emancipare milioni di donne oppresse dal sistema familiare

confuciano.

Come nella maggior parte delle società agrarie tradizionali, la famiglia cinese è di tipo patriarcale e

si basa su una gerarchia di obblighi e diritti ineguali.

In Cina il sistema patriarcale è stato elaborato e sostenuto dal Confucianesimo, la famiglia

armoniosa è al centro del pensiero confuciano e alla base della sua organizzazione sociopolitica.

La sposa, che non viene consultata sulla scelta del marito, deve abbandonare la sua famiglia, e

all’arrivo nella casa dei suoceri viene trattata come un’estranea e come una serva dalla suocera.

Inoltre deve partorire figli maschi che garantiscano il proseguimento della stirpe.

Dall’inizio del XX secolo i costumi si sono un po’ evoluti, infatti, con il Movimento del 4 maggio

1919 gli intellettuali si sono opposti alla morale confuciana e hanno rivendicato all’individuo il

diritto di disporre di sé stesso.

La legge del 1950 vieta le unioni tra bambini, fissa l’età minima per contrarre il matrimonio a 20

e l’infanticidio, stabilisce il

anni per gli uomini e a 18 per le donne, condanna il concubinato

divorzio per semplice reciproco consenso e privilegia gli interessi della donna in caso di

separazione.

La legge sul matrimonio è conosciuta dai contadini come la “legge sul divorzio”, poiché vengono

pronunciate migliaia di sentenze di divorzio all’anno, ed anche come la “legge delle donne”, perché

sono quasi sempre le donne a chiedere il divorzio.

Di fronte ad una resistenza generalizzata, il Partito lancia nel 1953 una campagna importantissima

per far applicare la legge, ma ormai le sedute di lotta contro i mariti tirannici sono deserte.

più l’accento sul divorzio, ma sull’armonia coniugale, che promette

La propaganda non mette

l’uguaglianza tra i partner.

Si impone un nuovo ordine regolato da un codice sessuale rigido quanto la morale confuciana, il

potere del capofamiglia viene sostituito da quello del Partito, che interviene nel regolamento degli

affari personali e familiari.

I MOVIMENTI DEI “TRE E CINQUE CONTRO” E

L’ASSOGGETTAMENTO ALLA BORGHESIA DEGLI AFFARI

Nel 1949 la borghesia affaristica rappresenta la forza dominante nelle grandi città costiere.

Fin dal 1947 molti capitalisti, spaventati da una possibile vittoria comunista, avevano trasferito le

proprie ricchezze a Hong Kong e a Taiwan.

Alcuni imprenditori, tuttavia, hanno scelto di restare e aderire al nuovo regime, e grazie a loro i

la maggior parte dell’eredità industriale dei porti aperti.

comunisti raccoglieranno

I nuovi dirigenti, infatti, sanno che per un po’ di anni dovranno affidarsi alle competenze di questi

imprenditori, poiché la guerriglia rurale non li ha preparati a prendere direttamente in mano la

direzione di imprese, delle quali comprendono l’importanza economica ma di cui non conoscono il

funzionamento.

I capitalisti cinesi vengono divisi in due categorie: i capitalisti “burocrati” e i compradores, ossia

e dei giapponesi, e i capitalisti “nazionali patrioti”.

collaborazionisti del Guomindang

I buoni capitalisti saranno trattati bene, li si incoraggia ad amministrare le proprie imprese e perfino

a svilupparle e crearne di nuove. sviluppa e l’attività del settore privato cresce.

Grazie a questi provvedimenti, il mercato interno si

Ma allo stesso tempo il controllo dello Stato si estende sulle imprese capitalistiche attraverso il

prelievo fiscale, assegnazioni di materie prime, lavoro a cottimo e ordinazioni di prodotti finiti.

L’integrazione politica progredisce parallelamente, secondo le direttive del Programma comune del

1949.

In un regime fondato su una coalizione che riunisce, accanto al Partito comunista, un certo numero

di piccoli partiti “borghesi democratici”, la borghesia è rappresentata dall’Associazione democratica

di Cina per la costruzione nazionale, detta anche Partito Democratico.

Esso dispone anche di un’organizzazione professionale, la Federazione shanghaiana dell’industria e

del commercio.

Questa federazione è un’organizzazione di massa, incaricata di trasmettere alle autorità i desideri

della comunità d’affari e controllare l’applicazione della politica di governo.

Il compromesso tra il regime e la borghesia non si rivela sfavorevole ad essa.

Al contrario, man mano che la loro situazione economica si assesta, gli imprenditori accettano

sempre più malvolentieri gli interventi dello Stato nei loro affari, e vi oppongono una resistenza

occulta, come sabotaggio degli ordinativi ufficiali, frode fiscale, storno per altre produzioni di

materie prime assegnate dallo Stato nel quadro di un contratto ufficiale, corruzioni dei quadri e dei

sindacalisti incaricati di organizzare la politica economica del governo.

Fra questi contrattacchi, riassunti con lo slogan dei “Cinque veleni”, ciò che preoccupa

maggiormente il governo è la corruzione dei quadri.

La risposta del Partito comunista dimostra loro che non si può confondere il nuovo regime con

quello dei signori della guerra o del Guomindang.

nell’agosto 1951 contro i quadri colpevoli di corruzione, di

La campagna di rettifica lanciata

sperpero e di burocratismo, battezzata la campagna dei “Tre Contro”, è rivolta in secondo luogo

contro i capitalisti stessi, accusati di provocare il cattivo comportamento dei funzionari.

dei “Cinque Contro” inizia nel dicembre 1951.

La campagna

I capi delle imprese sono invitati a fare autocritica e a confessare le frodi, le ruberie e i sabotaggi

che hanno commesso.

Per mobilitare gli operai, vengono inviate nelle imprese delle squadre di lavoro costituite da membri

del Partito, e gli scontri fisici con i capitalisti si moltiplicano.

La pressione diventa così forte che un certo numero di padroni decidono di suicidarsi.

I capitalisti ritenuti colpevoli sono condannati a pagare enormi somme, di cui in genere non

dispongono.

Impossibilitati a finanziare le proprie imprese, i capitalisti sono costretti a rivolgersi alle banche

ufficiali per ottenere dei prestiti, e agli uffici governativi per ottenere dei contratti.

Così, quando il Partito comunista decide di nazionalizzare le imprese, non incontra nessuna seria

resistenza. RIEDUCAZIONE DEGLI INTELLETTUALI

Quanto agli intellettuali, il partito vuole costringere a una stretta ortodossia e a servire le loro

attività ai propri obiettivi.

di stimolare la loro creatività e il loro spirito d’iniziativa, molto importanti per la

Ma cerca anche

costruzione nazionale. letterato correggere l’ideologia dei governanti per migliorare il

Nella società confuciana, spettava al

loro esercizio. 1919, è apparsa una concezione più autonoma dell’attività

Con il movimento del 4 maggio

intellettuale, derivata dall’Occidente.

Scrittori e filosofi pretendono di essere indipendenti da ogni potere politico, tuttavia il patriottismo

li spinge ad accettare l’autorità di un regime che potrebbe essere in grado di salvare il paese,

arretrato e diviso. appartengono all’apparato,

Il divorzio si accentua allora tra gli intellettuali che guidati da Zhou

Yang, e i compagni di viaggio rimasti a Shanghai, riuniti nella Lega degli scrittori di sinistra, che

resistono all’influenza del Partito sulla creazione letteraria.

Per ottenere il loro appoggio, il Partito ricorre sia alla seduzione che all’intimidazione, ha concesso

agli intellettuali più illustri dei seggi alla Conferenza politica consultiva del popolo cinese nel 49 e

ne fatto eleggere qualcuno come deputato all’Assemblea nazionale popolare nel 54.

Ma la massa degli intellettuali deve sottomettersi alla campagna di riforma del pensiero.

Essa denuncia l’imperialismo culturale e condanna l’ammirazione per gli Stati Uniti che molti

intellettuali avevano nutrito.

Esorta tutti gli intellettuali a respingere i valori tradizionali confuciani e le aspirazioni borghesi,

liberali e individualistiche che hanno preso in prestito dall’Occidente.

Per essere iniziati al marxismo e al pensiero di Mao Zedong, i letterati devono tornare a scuola e

partecipare a gruppi di studio, riunioni e dibattiti.

Il modello culturale imposto dal Partito si ispira strettamente al modello sovietico: pone l’accento

sulla formazione scientifica e tecnica, agganciandosi a una rete di istituti e centri di ricerca.

Viene fondata l’Accademia delle scienze, la cui direzione è affidata al filosofo Guo Moruo.

Le scuole e le università adottano i programmi e i manuali sovietici.

L’obiettivo è innanzitutto quello di produrre tanti diplomati quanti sono necessari per colmare le

mancanze dell’economia nazionale.

L’equilibrio così stabilito tra il potere e gli intellettuali si rivela instabile, e viene denunciata la

sovietizzazione del sistema educativo e lo sfruttamento dei contadini.

Il Partito, da parte sua, si accorge che anche se la maggior parte degli intellettuali ha accettato il

non ha cambiato i metodi di lavoro acquisiti dall’Occidente.

marxismo-leninismo,

Ne 1954 si assiste così a un rilancio del movimento di riforma del pensiero, costellato da una serie

di casi che rendono più profonda la divisione tra gli intellettuali e il regime.

Il primo di questi casi è quello di Yu Pingbo, critico letterario che si ostina a vedere nel romanzo

“Il sogno della Camera Rossa”

classico un racconto romantico, piuttosto che una critica contro la

vecchia società.

In seguito è la volta di Feng Xuefeng, criticato per aver sostenuto Yu Pingbo e aver sostenuto

l’indipendenza di tono della rivista che dirige.

Ma il caso più violento è quello di Hu Feng, che ha denunciato il dogmatismo degli intellettuali

burocrati del Partito.

Accusato di tradimento a vantaggio del Guomindang e delle potenze imperialiste, viene arrestato e

scompare.

Con questa campagna la comunità intellettuale viene ridotta al silenzio, e perde ogni speranza che

aveva sul nuovo regime. CAPITOLO 3

LA COSTRUZIONE ECONOMICA: IL PRIMO PIANO

QUINQUENNALE

LA RICOSTRUZIONE E IL LANCIO DEL PRIMO PIANO

QUINQUENNALE

Il nuovo regime mette in opera un sistema di requisizione e di distribuzione che assicura

l’approvvigionamento delle città e delle truppe, poiché da 3 a 4 milioni di uomini sono ancora sotto

le armi.

Il regime lotta quindi contro l’inflazione, introduce un tallone miglio nel nord e un tallone riso nel

sud.

La tassazione si appesantisce, l’imposta fondiaria è riorganizzata e unificata, è prelevata in natura e

rappresenta un grave onere per i contadini, che uccideranno in un anno tremila quadri incaricati

della riscossione.

La massa monetaria diminuisce, il governo si sforza di controllarla imponendo alle imprese

l’apertura di conti nella Banca di Cina e l’uso di assegni.

Infine le compagnie del commercio di Stato vendono i loro prodotti a prezzi imposti, frenando i

rialzi speculativi.

Più direttamente colpita dalle operazioni militari e dall’inflazione, la produzione industriale è

diminuita della metà in confronto agli anni della guerra.

Nel 1952 si verifica una ripresa dell’economia cinese dopo un decennio di guerre civili, che

testimonia la capacità di amministrazione del nuovo regime.

Il primo piano quinquennale comincia ufficialmente nel 1953, ma il suo contenuto viene pubblicato

solo nel 1955, quando Li Fuchun, presidente della Commissione di Stato per la pianificazione,

presenta il suo rapporto all’Assemblea nazionale popolare.

Il primo piano ha come obiettivo uno sviluppo fondato sulla crescita accelerata delle industrie,

mentre l’agricoltura dovrà contare su un’organizzazione più efficace delle forze produttive.

I pianificatori si preoccupano anche di ripristinare un certo equilibrio geografico nella ripartizione

delle zone produttrici.

I compiti che la pianificazione si prefigge sono nello stesso tempo alleggeriti e complicati dal

sottosviluppo cinese.

La debolezza dell’apparato industriale rende più semplice assegnare materiali in modo da

equilibrare la quantità e la natura dei beni prodotti da certi rami e quella dei beni necessari per la

produzione in altri rami.

La realizzazione del piano esige tuttavia la creazione di un’importante gestione economica, la cui

funzione è raccogliere le informazioni, trasmettere le direttive del centro alle imprese e di

controllarne l’esecuzione.

Così vengono fondati l’Ufficio di Stato delle statistiche, la Commissione di Stato per la

pianificazione, e la Commissione di Stato per l’economia.

Gli organi incaricati dell’esecuzione del piano sono i ministeri.

I primi anni del piano quinquennale sono quindi basati sull’organizzazione verticale per settori,

ossia che ogni settore è controllato da un ministero o un’istituzione centrale, che esercita la sua

autorità su una gerarchia di uffici regionali, provinciali e locali.

Il Ministero del Controllo di Stato, istituito nel 1954, ha il compito di vigilare sul funzionamento

regolare della burocrazia economica, di impedire gli sprechi, le collusioni tra gerarchie parallele, e

di verificare i conti delle imprese pubbliche.

Il sistema di audit, detto sistema di Harbin, inaugurato da questo ministero, sarà applicato in

Manciuria, dove servirà a contrastare l’influenza politica e il potere economico di Gao Gang e degli

esperti sovietici.

LINEA GENERALE DELLO STATO DURANTE LA TRANSAZIONE

VERSO IL SOCIALISMO

Il lancio del piano quinquennale coincide con l’abbandono della politica della Nuova Democrazia.

Il mantenimento di un’economia liberale sembra incompatibile con l’immenso sforzo indispensabile

al successo del piano e con le basi dottrinali del regime.

La nuova linea politica, definita da Li Weihan, implica una trasformazione radicale delle strutture di

produzione in città e in campagna.

Questa fase di transizione verso il Socialismo deve instaurare un Capitalismo di Stato, in grado di

associare imprese pubbliche e imprese private, subordinate allo Stato.

LE NAZIONALIZAZIONI NEL SETTORE INDUSTRIALE E URBANO

All’inizio del primo anno del piano quinquennale il settore dell’industria privata è già indebolito.

Il suo declino risale agli ultimi anni del regime Guomindang, anch’esso ostile all’iniziativa

capitalista. periodo il movimento dei “Cinque Contro” permette allo Stato di estendere il suo

In questo

controllo su numerose imprese, che adesso ricevono i loro ordini e le loro materie prime dagli

organi ufficiali.

L’evoluzione si conclude nel 1956 con la nazionalizzazione delle grandi e medie imprese industriali

e commerciali.

La posta delle nazionalizzazioni non è soltanto politica e sociale.

Nel quadro del sistema economico pianificato la persistenza di imprese private e piccole

cooperative rappresenta un ostacolo, ma la loro eliminazione non risolve tutti i problemi.

Le unità di produzione uscite da fusioni frettolose di piccole imprese in occasione delle

nazionalizzazioni fanno fatica a piegarsi alla disciplina e a integrarsi nella gerarchia imposta dalla

pianificazione, e in queste imprese il sistema di responsabilità individuale del direttore si stabilisce

con difficoltà. attraverso comitati, detto “Sistema di Shanghai”.

Spesso sopravvive un sistema di gestione

Questi comitati raggruppano rappresentanti del Partito Comunista, dei sindacati e delle

organizzazioni di massa.

Essi però non corrispondono agli imperativi di coordinamento imposti dalla pianificazione

quinquennale, e il ruolo svolto dai rappresentanti locali del Partito tende a far sfuggire questi

comitati alle gerarchie verticali, facendo prevalere il principio di territorialità.

LA COLLETTIVIZZAZIONE AGRARIA

La collettivizzazione agraria, decisa tre anni dopo la riforma agraria e la distribuzione delle terre ai

contadini, risponde alla necessità di risolvere le difficoltà di sfruttamento, dovute allo

spezzettamento della proprietà.

La collettivizzazione delle terre viene preparata dall’istituzione di un Sistema unificato di acquisto e

di vendita, che costringe i contadini a vendere le loro eccedenze di grano allo Stato in proporzioni e

prezzi da esso fissati.

Per placare le inquietudini e le resistenze generate da questo monopolio, lo Stato lo presenta come

un sistema di maggiore sicurezza, affermando che in caso di cattivi raccolti sarà proprio lo Stato a

vendere le granaglie a basso prezzo ai contadini.

La politica di collettivizzazione si presenta come prudente e graduale, e si basa sull’adesione

volontaria dei contadini.

Inizialmente deve far leva sull’esistenza delle squadre di aiuto reciproco.

Si tratta di squadre stagionali che, all’epoca dei grandi lavori, riuniscono i contadini poveri e medi

che mettono in comune i propri utensili e la forza lavoro.

A partire da queste squadre si formeranno innanzitutto delle cooperative di produzione agricola di

tipo inferiore, o semisocialiste, che radunano da venti a quaranta famiglie, al cui interno la

e dell’apporto iniziale in utensili e in terra.

retribuzione verrà stabilita in funzione del lavoro

In una seconda fase le cooperative di tipo superiore, o socialiste, aboliranno queste sopravvivenze di

proprietà private, e le attrezzature, il bestiame e le terre diverranno beni collettivi.

La retribuzione sarà dunque versata tenendo conto del lavoro unicamente del lavoro fornito.

Nei primi anni il programma di collettivizzazione viene eseguito con prudenza, rispettando il

principio dell’adesione volontaria dei contadini alle cooperative.

I problemi si aggravano quando Mao Zedong, nel 1955, impone una brusca accelerazione alla

formazione delle cooperative, e alla fine del 1956 il 90% dei contadini si è arruolato nelle

cooperative socialiste.

Si affida la contabilizzazione del lavoro a quadri incompetenti e incapaci di applicare un sistema di

riforme razionali.

I contadini cinesi allora reagiscono allo stesso modo dei piccoli proprietari minacciati dallo Stato

socialista, abbattendo il bestiame.

Nel suo desiderio di veder stabilizzare la produzione tra il 1950 e il 1953, il Partito Comunista ha

permesso che si instaurassero le Quattro Libertà: vendere le terre, affittare la manodopera, prestare

denaro, commerciare.

In questo modo ha incoraggiato le famiglie ad arricchirsi, ma allo stesso tempo è riuscito a

controllare lo sviluppo delle tendenze capitaliste e la rinascita di un’ideologia contadina.

La collettivizzazione agraria, nonostante le violenze da cui è accompagnata, si compie in Cina con

facilità. VALUTAZIONE DEI PRIMI RISULTATI

Il primo piano quinquennale potrebbe apparire come un successo.

Il tasso di crescita del prodotto nazionale lordo raggiunge il 9%, ma l’espansione è maggiormente

del settore industriale, a scapito di quello agricolo.

I progressi sono anche qualitativi, poiché la produzione si diversifica, e si sviluppano nuove attività

come lo sfruttamento del petrolio e la fabbricazione di concimi chimici, di acciai speciali e di

attrezzature meccaniche.

SQUILIBRI ECONOMICI E INQUIETUDINE SOCIALE

L’Unione Sovietica, dotata di ampie riserve di terre arabili, poteva permettersi di sacrificare la

crescita dell’agricoltura a vantaggio dell’industria.

Ma in Cina, dove la popolazione era maggiore e le risorse più limitate, non era possibile seguire la

stessa strategia.

L’agricoltura cinese ha in effetti molte difficoltà a soddisfare gli obiettivi imposti dal primo piano,

poiché non riesce a nutrire la popolazione.

Per risolvere il problema, l’economista Ma Yinchu raccomanda un rigoroso controllo delle nascite.

I suoi consigli vengono ascoltati e viene lanciata una campagna antinatalistica, che però si conclude

senza successo.

Il Sistema unificato di acquisto e di vendita ha permesso di raddoppiare la quantità di cereali

commercializzati, ma i prelievi operati dallo Stato riducono al minimo vitale il consumo contadino.

La crisi alimentare dell’inverno 1954-1955 e le inondazioni delle province del basso Yangzi

costituiscono un serio avvertimento.

Per soddisfare le numerose richieste di acquisto di granaglie presentate dai distretti sinistrati, le

autorità sono costrette ad aumentare i prelievi nelle zone risparmiate dalle calamità naturali,

privando così i contadini delle loro riserve.

La miseria e il panico causati dagli eccessi di questa politica portano a una grande ondata di fughe

dalle campagne. CAPITOLO 4

PRIMI DUBBI

L’EVIZIONE DI GAO GANG E DI RAO SHUSHI

Dopo più di trent’anni, il caso Gao-Rao resta avvolto nell’oscurità.

Questo caso collega tra loro due uomini che apparentemente non avevano niente in comune.

stabilito la sua base nello Shanxi all’inizio degli anni Trenta, per

Gao Gang è un partigiano che ha

poi fare carriera nell’apparato regionale del nordovest.

Nel 1945 viene eletto al Comitato Centrale, poi partecipa alla conquista della Manciuria,

assumendone la direzione nel 1949.

viene chiamato a Pechino, entra nell’Ufficio Politico e diventa presidente del Comitato di

Nel 1952

Stato per la pianificazione.

Nel 1954 viene destituito e nel 1955 viene condannato ufficialmente, ma nel frattempo si è suicidato.

si svolge nelle “zone bianche”.

La carriera di Rao Shushi invece

Dopo dieci anni di studi negli Stati Uniti, torna in Cina durante la guerra sino-giapponese, combatte

con la IV nuova armata, accanto a Liu Shaoqi.

Eletto al Comitato Centrale nel 1945, assume il comando del Partito e del governo della regione nel

1949.

Nel 1952 viene chiamato a Pechino assieme a Gao Gang, viene nominato direttore al dipartimento

dell’Organizzazione del Comitato Centrale e siede alla Commissione di Stato per la pianificazione,

presieduta da Gao Gang.

scompare dalla scena politica assieme a quest’ultimo.

Infine

Sembra che essi, all’interno della Commissione di Stato per la pianificazione, si siano opposti alla

politica di riequilibrio che favoriva le regioni del nord e dell’ovest, a danno di quelli che erano stati

poli di modernizzazione, Shanghai e Manciuria, di cui Gao Gang e Rao Shushi erano i responsabili.

Quanto a Gao Gang, è possibile che le sue tendenze filosovietiche lo abbiano avvicinato a Peng

Dehuai. limitano ad accusarli di aver creato “regni

I testi che annunciano la loro destituzione si

indipendenti”, ossia di aver usato le strutture regionali di potere, che controllavano, per imporre i

loro punti di vista al centro. sulle zone

Inoltre Gao Gang, con la sua teoria del primato delle basi rivoluzionarie e dell’esercito

bianche, avrebbe mirato a consolidare i propri meriti e mettere in cattiva luce Liu Shaoqi e Zhou

Enlai, di cui il primo aveva diretto l’azione clandestina del Partito nelle regioni occupate dai

giapponesi e dai nazionalisti, e il secondo aveva servito come ufficiale di collegamento con il

governo di Chiang Kai-shek a Chongqing.

L’INSTABILE FAZIONALISMO DEGLI ANNI 1955-1956

Dopo il cattivo raccolto del 1954 e le difficoltà di rifornimento dell’inverno 1954-1955, i dirigenti

hanno preso coscienza della necessità di rimediare al ritardo dell’agricoltura.

Ma i mezzi con cui pensano di servirsi non sono gli stessi, e la crisi scava opposizioni tra radicali e

moderati.

Mao Zedong raccomanda l’accelerazione della collettivizzazione nelle campagne, e per lui questo è

un mezzo sicuro per aumentare la produzione.

A questo si aggiungono argomenti di ordine politico e ideologico.

Occorre evitare che si ricostituisca una classe di contadini ricchi e appagare le aspirazioni dei

contadini poveri.

I punti di vista di Mao non sono però condivisi da tutti i dirigenti del Partito, e infatti economisti e

pianificatori danno prova di molta prudenza.

Li Fuchun, nel suo Rapporto sul primo piano quinquennale, prevede che nel 1957 soltanto un terzo

delle famiglie contadine si sarà unito alle cooperative di forma inferiore, e il vice primo ministro

Deng Zhihui afferma che bisogna tenere conto delle capacità limitate di inquadramento e rispettare

il principio di adesione volontaria dei contadini alle cooperative.

Inoltre Liu Shaoqi sostiene che il ritmo della collettivizzazione è condizionato dai progressi della

meccanizzazione agricola, e la consegna di attrezzature meccaniche moderne alle fattorie collettive

può suscitare l’adesione volontaria dei contadini.

Nel dibattito che ne deriva, Mao Zedong prevale.

Il sesto plenum allargato del VII Comitato Centrale approva l’accelerazione della collettivizzazione.

“Piano

Mao Zedong, forte del suo successo, nel 1956 lancia il Dodecennale per lo sviluppo della

produzione agricola”.

La produzione deve aumentare del 150% tra il 1956 e il 1967, e per questo si aumenterà la

superficie coltivata e la produttività, grazie all’uso di concimi, semine intensive etc.

della manodopera ormai riunita all’interno

La realizzazione del piano si basa sulla mobilitazione

delle strutture collettive.

Ma per operare questa mobilitazione, le incertezze di alcuni dirigenti contrastano con l’entusiasmo

dei quadri locali. l’attuazione del nuovo

I dirigenti denunciano gli sprechi e gli abusi di potere che accompagnano

programma, il cui maggior esempio è la sovrapproduzione di aratri muniti di vomere e doppio

versoio, inadatti al terreno cinese, e la mancanza dell’acciaio per la realizzazione dei progetti di

primaria importanza.

Così l’opposizione della maggioranza pone rapidamente fine a quest’esperienza, e il 4 Aprile 1956

una circolare congiunta del Comitato Centrale e del Consiglio degli affari di Stato richiama i

comitati di Partito, gli uffici del governo e i quadri delle cooperative alla prudenza e alla

ragionevolezza.

LE INIZIATIVE DI MAO: DAL “PROBLEMA DELLA COOPERAZIONE

AGRICOLA” AI “DIECI GRANDI RAPPORTI”

“Sul

Il discorso del luglio 1955 problema della cooperazione agricola”, segna il ritorno di Mao

Zedong sulla scena politica.

Dal 1949 infatti Mao si è tenuto da parte, e non ha assunto un ruolo diretto nell’assunzione di

decisioni.

A lui si deve inoltre la critica al modello sovietico, perché quando gli altri dirigenti vogliono

dall’adozione di questo modello, Mao comincia già ad

rimediare agli squilibri provocati

allontanarsene. “Sui Mao attira l’attenzione sull’agricoltura e sull’industria

Nel suo discorso dieci grandi rapporti”,

leggera, più redditizie e vantaggiose per i consumatori.

zone costiere e a ripristinare l’individualità delle amministrazioni regionali,

Esorta a riabilitare le

paralizzate dalla pianificazione.

IL FRAGILE COMPROMESSO DELL’VIII CONGRESSO DEL PARTITO

L’VIII Congresso consolida il successo del regime nei suoi primi anni, ossia ricostruzione politica

ed economica del paese, progresso dell’industrializzazione e completamento della collettivizzazione.

Riafferma la coesione della direzione collettiva e fa prevalere una linea generale moderata.

cancellati, e i cambiamenti avvenuti all’interno del

Tuttavia i conflitti dei mesi precedenti non sono

gruppo dirigente lasciano supporre che l’equilibrio raggiunto nel 1956 avrà breve durata.

Mao Zedong si assicura in effetti la possibilità di far prevalere i suoi progetti, ma nell’VIII

Congresso rimane in disparte.

Il disgelo cinese tuttavia non è solo un prodotto della destalinizzazione, infatti fin dal gennaio 1956

Zhou Enlai, durante un discorso che esamina i rapporti tra il Partito e gli intellettuali, afferma che

bisogna lasciare maggiore libertà, creatività e tempo agli studiosi, agli scrittori e agli scienziati.

“Lasciate

Mao Zedong allarga questo tema nel discorso che i Cento Fiori sboccino”.

La politica di apertura raggiunge anche i contadini ricchi e gli ex proprietari terrieri, autorizzati a

unirsi alle cooperative da cui erano stati sempre esclusi.

Il XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica non ha un impatto immediato sulla

vita politica cinese, ma fornisce ad alcuni dirigenti di Pechino l’opportunità di richiamare Mao

Zedong agli obblighi della direzione collettiva.

Quando si apre l’VIII Congresso del Partito Comunista cinese, Mao Zedong si trova quindi sulla

difensiva ed è costretto a fare delle concessioni.

Durante il congresso si discute su tre problemi:

1. Il ruolo di Mao Zedong nella direzione

L’estensione da dare al movimento di liberazione avviato a gennaio

2.

3. La definizione di nuovi orientamenti economici dopo le critiche rivolte al Primo Piano

Quinquennale e alla strategia del piccolo Grande Balzo in avanti

Sul primo punto, il congresso si conclude con un declino del prestigio del presidente, e il

riferimento al pensiero di Mao Zedong, che era stato istituito come principio di base, viene

eliminato.

Il segretariato del Partito, da organismo politico presieduto dallo stesso Mao Zedong, diventa un

organo amministrativo, incaricato di guidare l’organizzazione del Partito, presieduto da Deng

Xiaoping.

Mao Zedong esprime l’intenzione di ritirarsi in una posizione di secondo piano per permettere agli

Permanente dell’Ufficio Politico di svolgere un ruolo più attivo.

altri membri del Comitato

Questo trasferimento di autorità all’interno del gruppo dirigente del Partito dovrà essere

accompagnato dalla sostituzione di Mao Zedong a capo dello Stato.

Quanto al problema dei rapporti tra i partiti comunisti al potere e le masse, la sua gravità è

sottolineata dalle sommosse in Polonia nel 1956 e la rivolta ungherese, scoppiata proprio mentre si

svolge l’VIII Congresso.

I dirigenti cinesi sono d’accordo sulla necessità di porre rimedio al male, ma le diagnosi che

espongono sul problema non concordano, e i rimedi prescritti sono diversi.

Per Liu Shaoqi le contraddizioni derivano da un sistema sociale avanzato e da metodi di produzione

arretrati.

Il compito prioritario è dunque sviluppare e modernizzare la produzione.

Quanto alla rettifica dello stile del lavoro politico, essa deve mirare al soggettivismo che affligge i

quadri, che si danno ad un’esecuzione cieca e sistematica della teoria marxista, e devono quindi

essere sottoposti a critiche e autocritiche, per riconoscere i propri errori e correggerli.

Mao Zedong pensa invece che i rapporti di produzione siano ancora imperfetti, e affinché

l’economia possa progredire, occorre correggerli e migliorare lo stile del lavoro politico ed

eliminare il burocratismo.

Quest’ultimo si è molto sviluppato, e i quadri pubblicano direttive senza sapere se siano applicabili

o meno.

Ma Mao Zedong non riesce a far passare i suoi punti di vista, e il Congresso approva la rettifica

all’interno del partito, così come è raccomandata da Liu Shaoqi.

L’ultimo scacco per Mao è il Rapporto sul secondo piano quinquennale, presentato da Zhou Enlai,

che respinge ogni strategia di Grande Balzo in avanti e sostiene un ritmo ragionevole di sviluppo.

Il rapporto viene approvato dal Congresso.

LA CAMPAGNA DEI CENTO FIORI E LA FINE DEL CONSENSO

SOCIALE

Nonostante il discorso di Mao Zedong che esorta i Cento Fiori a sbocciare risalga al 1956, soltanto

nel 1957 la campagna di liberalizzazione assume il carattere di un movimento di massa.

Nell’inverno 1956-1957 si viene a sapere che la politica di liberalizzazione sta per essere lanciata, e

che il Partito, sottoposto a rettifica, dovrà mostrare maggiore flessibilità e moderazione

nell’esercizio del potere.

Lo stimolo a questo rilancio viene da Mao Zedong, che è appoggiato da Liu Shaoqi, Deng Xiaoping

e Zhou Enlai.

I liberalizzatori intendono migliorare le relazioni tra il potere e le masse, per prevenire sommosse

simili a quelle della Polonia e dell’Ungheria.

Ma questa politica incontra l’opposizione di molti quadri, i quali temono che ciò indebolisca

l’autorità del Partito e le loro stesse posizioni.

Il loro portavoce è Cheng Qitong, direttore aggiunto del dipartimento di politica generale dell’Apl,

che esprime la preoccupazione che la liberalizzazione possa mettere in discussione il ruolo della

letteratura e delle arti al servizio della politica.

È allora che Mao Zedong interviene a favore di questa liberalizzazione, pronunciando il suo

discorso Sulla giusta soluzione alle contraddizioni all’interno del popolo, in cui riconosce la

nella società dopo l’instaurazione del socialismo.

persistenza di contraddizioni

Tuttavia le contraddizioni all’interno del popolo sono secondarie, e non si possono confrontare con

quelle che oppongono il proletariato alla borghesia o il campo socialista ai paesi capitalisti, o i

colonizzati all’imperialismo.

popoli

Queste contraddizioni principali o “antagoniste” nascono tra il popolo e i suoi nemici, e devono

essere risolte con l’eliminazione degli oppositori.

Le contraddizioni che, dopo la rivoluzione, si mettono in luce tra il Partito e le masse, devono essere

risolte con la critica e l’autocritica, senza usare la forza o ricorrere ai metodi staliniani.

LA SOCIETA’ CINESE ALL’EPOCA DEI CENTO FIORI

Liu Shaoqi, durante un grande viaggio che effettua in sei province nel marzo del 1957, ha modo di

osservare da vicino le incertezze dei contadini, il malcontento operaio, le lamentele dell’ambiente

studentesco e la diffidenza degli intellettuali.

In campagna la raccolta dei cereali del 1956 è stata mediocre e i risultati economici della

mobilitazione deludenti.

La politica di liberalizzazione è stata accompagnata da eccessi difficilmente controllabili, il rapido

susseguirsi di strategie opposte ha creato molta instabilità.

Le difficoltà di gestione delle cooperative, molte delle quali non sono riuscite a redigere un bilancio

d’impresa alla fine del 1956, hanno spinto ad adottare un sistema di retribuzione egualitario, più

facile da effettuare ma malvisto da molti contadini.

Sul piano economico la politica di interessenza materiale è lenta a portare i suoi frutti.

Nella primavera del 1957 molti contadini ancora dipendono dalle assegnazioni di grano effettuate

dallo Stato, nel quadro del Sistema unificato di acquisto e di vendita.

Le conseguenze sociali di questa politica preoccupano i dirigenti, il lavoro collettivo è trascurato,

tutte le cure vanno al campicello privato, mentre i campi delle cooperative sono dimenticati.

L’inquietudine rurale non minaccia il regime né la collettivizzazione, ma mette in risalto l’ostilità

dei contadini verso gli obiettivi collettivistici del regime, manifestata dal deterioramento dei

rapporti tra la popolazione contadina e i quadri locali.

In città il malcontento si esprime in modo più esplicito, caratterizzato da rallentamento dei ritmi di

lavorazione, assenze e ritardi non motivati, mancanza di manutenzione delle attrezzature etc.

La Conferenza nazionale dei lavoratori progressistica cercato di far adottare le pratiche stacanoviste

ad operai molto riluttanti.

L’estensione del salario a cottimo accresce i privilegi dell’élite operaia, mentre a causa del

rallentamento della crescita industriale, i giovani operai vedono allungarsi la durata

dell’apprendistato che li destina a trattamenti umilianti e salari bassi.

Quanto ai vecchi intellettuali, essi ancora risentono della campagna contro Hu Feng e del

Movimento per lo sterminio dei controrivoluzionari nascosti, lanciato nel giugno 1955.

La politica nei confronti degli intellettuali si è però ammorbidita da quando Zhou Enlai li ha esortati

a una collaborazione più stretta con il Partito.

Mentre scienziati e tecnici rispondono all’appello del ministro, gli intellettuali si tengono sulle loro.

Occorreranno le assicurazioni di Mao Zedong, quelle di Lu Dingyi, direttore del dipartimento della

Propaganda del Comitato Centrale e l’intervento di Zhou Yang, responsabile dei problemi di

letteratura nel Partito, affinché certi scrittori accettino di prendere la parola.

Essi denunciano il carattere sterilizzante della dottrina del realismo socialista e insorgono contro il

controllo burocratico imposto alle attività creative.

L’ESPLOSIONE CONTESTARIA E LA REPRESSIONE ANTIDESTRISTA

In seguito alla direttiva pubblicata il 1° maggio dal “Quotidiano del Popolo”, viene lanciato il

movimento di rettifica, che durerà fino al 7 giugno.

Avvengono delle contestazioni, ma a differenza delle aspettative di Mao Zedong, i contestatori non

si limitano ad attaccare lo stile di lavoro dei comunisti, il loro burocratismo e il loro soggettivismo,

ma se la prendono con la natura e il ruolo stesso del Partito.

Denunciano la sua struttura monolitica, la confusione tra i suoi ingranaggi e l’apparato statale,

insorgono contro il monopolio dell’informazione che i membri del Partito riservano a sé stessi, e

rivendicano la riforma delle istituzioni e la possibilità che i partiti “democratici” svolgano un vero

ruolo politico.

In questo contesto gli scrittori e gli intellettuali dell’establishment non fanno sentire molto la

propria voce.

Coloro che negli anni 40 e 50 avevano contestato contro il potere, adesso temono di esporsi alla

repressione che, come sanno per esperienza, segue ogni liberalizzazione.

Tuttavia alcuni elementi della giovane generazione, guidati da Liu Shaotang, attaccano la

burocrazia letteraria nella persona di Zhou Yang e richiedono la riabilitazione di Wang Shiwei e di

Hu Feng.

Di fronte a questo flusso di critiche, il Partito fa un brusco voltafaccia.

Il Quotidiano del Popolo denuncia coloro che vogliono servirsi della campagna di rettificazione per

condurre una guerra di classe.

Ormai le critiche sono accettabili solo se sono vantaggiose per l’unità, per la costruzione socialista e

per la direzione del Partito.

La via è dunque aperta alla campagna antidestrista pianificata dagli oppositori di Mao Zedong, ossia

Liu Shaoqi e Peng Zhen.

Le personalità “democratiche” sono costrette a fare umilianti autocritiche, e i ministri Zhang Bojun

e Luo Longyi sono destituiti.

L’epurazione raggiunge gli ambienti politici, la stampa e i circoli intellettuali.

Chu Anping abbandona il ruolo di redattore capo del giornale “Chiarezza”, centinaia di migliaia di

persone sono mandate in campagna e nei campi di rieducazione.

La repressione che si abbatte sui circoli letterari è molto violenta: e le vittime principali sono i

nemici di Zhou Yang e gli scrittori della vecchia generazione .

Il Partito si accanisce in particolare contro la scrittrice Ding Ling, accusata di cospirazione, e viene

inviata in un campo di rieducazione attraverso il lavoro.

Vittorioso, Zhou Yang esorta gli intellettuali a continuare la riforma del proprio pensiero, non più

limitandosi a partecipare a sessioni di spiegazione politica e ideologica, ma andando in campagna o

nelle fabbriche a condividere il lavoro dei contadini e degli operai.

CAPITOLO 5

LA VIA CINESE: IL GRANDE BALZO IN AVANTI E LA

ROTTURA SINO-SOVIETICA

UTOPIA E PRAGMATISMO

Il Grande Balzo in avanti del 1958 riprende molti elementi della strategia volontaristica messa alla

prova nella primavera 1956.

Il Secondo Piano Quinquennale (1958-1962) non è mai stato applicato.

A partire dall’inverno 1957-1958 si abbozza una mobilitazione generale, preludio al lancio ufficiale

del Grande Balzo nel maggio 1958.

Ciò che caratterizza la nuova strategia è innanzitutto l’ambizione degli obiettivi, ossia un raccolto di

450 milioni di tonnellate di cereali nel 1957, e il raddoppiamento della produzione di acciaio in un

anno.

La realizzazione di questi miracoli è affidata alle masse.

Gli investimenti in lavoro completeranno gli investimenti in capitali, la manodopera rurale sarà

adibita ad attività industriali locali o a grandi lavori di irrigazione e di costruzione di strade e ponti.

La forza lavoro così liberata permetterà di sviluppare le infrastrutture senza intaccare il surplus

agricolo, almeno in teoria.

In pratica quest’appello alle masse, lanciato in un mondo poco penetrato dalle tecniche moderne,

implica il ricorso ai procedimenti artigianali e alle tecnologie intermedie.

ATTUAZIONE DELLA NUOVA STRATEGIA ECONOMICA

Il lancio del Grande Balzo in avanti è stato reso possibile da un riallineamento delle forze politiche

nel corso di un vertice tenuto durante il terzo plenum dell’VIII Comitato Centrale riunito dal 10

settembre al 9 ottobre 1957.

Quando si apre il plenum, il prestigio di Mao risente ancora del fallimento della campagna dei

Cento Fiori da lui lanciata nella primavera precedente.

I principali rapporti sui problemi economici e sociali sono affidati ai conservatori, Zhou Enlai e

Chen Yün.

Ma l’unico rapporto ad essere pubblicato sarà quello sulla campagna di rettifica presentato da Deng

Xiaoping, in quella circostanza portavoce di Mao Zedong.

In effetti la tendenza conservatrice lascia il posto a una maggioranza radicale, sostenuta dall’arrivo

di segretari provinciali devoti a Mao.

Uno dei fattori di quest’inversione di tendenza è il riavvicinamento tra Mao Zedong e Liu Shaoqi,

che si trovano d’accordo sulla necessità di un cambiamento della politica economica e condividono

lo scetticismo sul modello sovietico.

L’esplosione dei Cento Fiori ha convinto Mao Zedong e Liu Shaoqi che non possono contare sulle

élites intellettuali cinesi per fornire la dirigenza necessaria a uno sviluppo pianificato secondo

metodi complessi. pianificazione staliniana nell’URSS, dove Nikita

Infine la rimessa in questione del sistema di

Krusciov ha iniziato a decentrare l’amministrazione economica ed esortato ad un aumento della

produzione di carne e di latte, incoraggia Mao e Liu nella loro rivalutazione della politica

economica cinese.

Il ritorno a una strategia di sviluppo accelerato assume la forma di un rilancio del Piano

Dodecennale per lo sviluppo della produzione agricola, proposto da Deng Xiaoping nel suo

rapporto al terzo plenum.

Alla fine del terzo plenum, tuttavia, i rapporti di forze rimangono ancora incerti, e ciò si riflette

nell’ambiguità delle misure di decentramento adottate.

L’importanza attribuita al problema del decentramento riflette la violenza delle rivalità e della lotta

per il potere.

Se tutti i partecipanti si accordano sulla necessità di una riforma amministrativa, conservatori e

radicali non la pensano allo stesso modo.

Per i pianificatori del governo centrale, occorre mantenere una direzione unificata, ma limitare il

ruolo degli organi di coordinamento e restituire responsabilità e iniziative ad altri agenti, come le

autorità provinciali.

Soltanto i settori vitali, come industrie pesanti e costruzioni per la difesa nazionale, continueranno

ad essere amministrati dal centro.

Mao Zedong parla invece di un decentramento più spinto e per un trasferimento delle responsabilità

a vantaggio quasi esclusivo delle autorità provinciali.

In questo modo spera di indebolire i pianificatori del governo centrale, ostili a lui, a vantaggio dei

quadri locali, favorevoli a lui.

Il terzo plenum dà una parziale soddisfazione ai radicali: le autorità provinciali ottengono il

controllo sulle industrie dei beni di consumo, mentre le industrie pesanti resteranno sotto il

controllo dei ministeri centrali.

Ma le autorità provinciali avranno un diritto di controllo sulle imprese importanti delle loro

circoscrizioni territoriali, delle quali il centro si riserva la gestione.

Si tratta del sistema della direzione duale: centrale-regionale.

La preparazione politica per l’attuazione del Grande Balzo in avanti continua sul terreno delle

grandi campagne di mobilitazione ideologica e di rafforzamento della dirigenza.

I contadini ricchi, accusati di capitalismo, sono perseguitati, i quadri locali, attaccati agli interessi

della comunità contadina, sono eliminati per destrismo.

DALL’ALTA MAREA DEL SOCIALISMO AL SUO CONSOLIDAMENTO

Il fervore ideologico e produttivistico del Grande Balzo raggiunge il suo apice nelle settimane dopo

la conferenza di Beidahe.

Questo fervore si confonde con lo slancio patriottico generato dal confronto sino-americano nello

stretto di Taiwan.

Aumentare la produzione e resistere all’imperialismo sono due aspetti della stessa lotta.

Per scongiurare la paura di una guerra nucleare, Mao Zedong chiama all’arruolamento in massa

delle milizie popolari, che nel gennaio 1959 contano 220 milioni di membri.

Ogni comune ha le sue truppe che si dedicano alle armi, alla disciplina e alla vita comunitaria, il

contadino diventa un “soldato del fronte agricolo” e i quadri locali sono i generali di questi eserciti

di produzione.

La flessibilità presente al tempo del primo quinquennio scompare con il Grande Balzo, i mercati

liberi sono soppressi, e il commercio ufficiale si riduce a vantaggio di quello locale.

I contadini, privati dei loro campicelli e delle loro rendite, non hanno più libertà di scelta

nell’assegnazione delle risorse e nelle coltivazioni, e possono solo sottostare alla volontà del Partito,

così per come si esprime negli ordini dei dirigenti e come la interpretano i quadri zelanti, ignoranti e

brutali, incaricati di attuarla.

La distruzione degli organi incaricati delle statistiche porta i responsabili ad affidarsi a cifre

irrealistiche.

Sulla base di statistiche sbagliate, i dirigenti del Partito decidono nell’autunno 1958 di ridurre le

superfici coltivate a cereali, causando un deficit di 25 milioni di tonnellate di grano.

I dirigenti di Pechino insegnano ai contadini come sfruttare al meglio le loro terre, così viene

pubblicata la Carta per l’agricoltura, attribuita a Mao, che illustra in otto parole il codice del

progresso agricolo secondo lo schema del Piano Dodecennale:

1. Lavori idraulici (shui)

2. Concimi (fei)

3. Miglioramento dei suoli (tu)

4. Selezione delle sementi (zhong)

5. Seminagione intensiva (mi)

6. Lotta contro gli insetti e le malattie delle piante (hai)

7. Perfezionamento degli utensili (gong)

8. Miglioramento della gestione (guan)

I quadri locali usano il proprio zelo per far rispettare queste raccomandazioni, anche se le

coltivazioni intensive esauriscono il suolo e le arature profonde portano gli strati infecondi in

superficie.

Ma nell’autunno 1958 la priorità si sposta verso la produzione di acciaio, e Mao Zedong fissa la

produzione di acciaio a 10,7 milioni di tonnellate per il 1958.

Per inculcare la nuova moralità, il sistema di educazione viene profondamente riformato.

Nasce così il sistema misto, metà studio e metà lavoro, accanto agli istituti tradizionali si aprono

scuole condotte dal popolo, dove gli studi si alternano con il tirocinio e l’esercizio almeno di

un’attività produttiva.

La fase di consolidamento si apre con il sesto plenum dell’VIII Comitato Centrale, riunito a Wuhan.

La risoluzione sulle comuni tempera l’entusiasmo degli ideologi, ricorda che l’avvento del

Comunismo è ancora lontano e che, nell’attesa, le comuni devono seguire il principio “a ciascuno

secondo il proprio lavoro” e limitare l’entità delle distribuzioni gratuite.

L’organizzazione delle comuni popolari in tre livelli: squadre di produzione, brigate e comuni, è

generalizzata.

Il ruolo di questi gradi sarà precisato nel quadro di movimento di rettifica delle comuni.

La ritirata

DETERIORAMENTO DELLE RELAZIONI SINO-SOVIETICHE

I fattori geopolitici che conferiscono il suo carattere secolare alla rivalità russo-cinese spiegano la

gravità e la durata del conflitto, che contrappone le due potenze a partire dal 1960.

Questo conflitto manifesta la difficoltà di collocare la Cina in rapporto all’Unione Sovietica.

Essa è troppo vasta e pesante per essere un semplice satellite, e troppo povera e debole per essere

riconosciuta come partner di eguale rango.

La morte di Stalin, che non ha mai nascosto il suo disprezzo per i Cinesi, è occasione di un breve

periodo sereno nelle relazioni sino-sovietiche.

Paradossalmente, dalla destalinizzazione nascono le prime difficoltà.

Fino alla fine del 1957, le esitazioni cinesi di fronte alle iniziative di Nikita Krusciov sono

temperate da considerazioni di interessi politici, ma a partire dal 1958 il conflitto tra partiti si

trasforma in un conflitto tra Stati, che sfocia nella rottura, apertamente consumata nel 1960.

LA FIORITURA DELL’ALLEANZA

La scomparsa di Stalin, il 5 marzo 1953, instaura rapporti più calorosi tra la Cina e l’Unione

Sovietica.

Questa fioritura si manifesta con l’accoglienza amichevole riservata a Nikita Krusciov in occasione

della sua visita a Pechino nel 1954.

Nel corso di questa visita, le disposizioni dei trattati ineguali sono annullate, la base di Port-Arthur

ritorna alla Cina, i Sovietici rinunciano alla loro parte nelle compagnie miste nel Xinjiang, vengono

creati collegamenti ferroviari tra il Turkestan Cinese e il Turkestan Russo, tra la Cina del nord e la

Mongolia Esterna.

L’anno successivo i due paesi firmano un accordo di cooperazione per l’uso pacifico dell’energia

nucleare. consolidata durante la guerra di Corea, si mantiene dopo l’armistizio

La solidarietà sino-sovietica,

di Panmunjom, nel contesto della Guerra Fredda.

Questa solidarietà non impedisce però alla Cina di condurre una politica estera originale.

di Ginevra alla conferenza di Bandung, la Cina cerca di dare un’immagine di una

Dalla conferenza

potenza insieme rivoluzionaria e ragionevole, desiderosa di contribuire alla stabilità delle relazioni

internazionali in Asia e nel mondo.

L’adesione della Cina alla coesistenza pacifica comincia con il trattato sino-indiano, firmato nel

1954.

Questo trattato regola diversi problemi commerciali bilaterali, e sanziona il riconoscimento formale

da parte dell’India della sovranità cinese sul Tibet, e l’accettazione da parte della Cina dei principi

di non ingerenza e di non aggressione, che i paesi dell’Asia meridionale intendevano proporre come

base della coesistenza pacifica.

Ma il ritorno della Cina sulla scena internazionale avviene in occasione della conferenza di Ginevra,

in cui Zhou Enlai si propone come il difensore della pace in Asia.

Egli cerca di limitare l’influenza americana e di impedire al Vietnam di raccogliere interamente

l’eredità dell’Unione Francese.

Durante la conferenza di Bandung, nel 1955, 19 nazioni africane e asiatiche, emergenti dal dominio

coloniale, affermano la propria volontà di non essere più trascinate nella scia delle grandi potenze, e

di sottrarsi alla politica dei blocchi.

La Cina si presenta come una di queste, e Zhou Enlai parla a favore della distensione.

LE ESITAZIONI CINESI DI FRONTE ALLA DESTALINIZZAZIONE

Stalin aveva manifestato solo diffidenza nei confronti dei comunisti cinesi, ed era stato necessario

attendere la sua scomparsa perché sbocciasse l’alleanza sino-sovietica.

Tuttavia è proprio il movimento di destalinizzazione, lanciato al XX Congresso del Partito

Comunista dell’Unione Sovietica, che causerà la fine di quest’alleanza.

I comunisti cinesi sono arrivati al potere servendosi, secondo la dottrina, di vie poco regolari, ossia

della rivoluzione contadina e della guerra nazionale.

Hanno mostrato un attaccamento formale molto forte all’ortodossia marxista-leninista, in quanto

conferiva alla loro iniziativa il marchio di un socialismo scientifico, internazionalmente

riconosciuto.

Nikita Krusciov al XX Congresso solleva tre problemi:

1. Denuncia di Stalin e del culto della personalità

2. Principio della coesistenza pacifica tra i due blocchi

3. Possibilità di un passaggio non violento al socialismo

I cinesi inizialmente si limitano solo a commentare il primo, ma a partire dal 1960 si incentreranno

sul principio della coesistenza pacifica.

Ma siccome all’inizio del 1956 sono proprio loro a perseguire ancora la politica di distensione che

hanno inaugurato alle conferenze di Ginevra e Bandung, non possono dichiararsi contro la

coesistenza.

Pur denunciando alcuni gravi errori di Stalin, i dirigenti cinesi affermano che il dirigente sovietico

ha portato un contributo importantissimo alla causa del marxismo-leninismo.

Prendendo le difese di Stalin, essi vogliono proteggere Mao Zedong e il loro regime dalle critiche,

tenendolo al riparo dall’accusa di tirannia personale.

E infatti l’VIII Congresso del Partito Comunista sottolinea il carattere collegiale della direzione

cinese e fa apparire Mao Zedong come un semplice primus inter pares.

L’ultimo problema, che per i cinesi non aveva molta importanza all’inizio della destalinizzazione,

assume ai loro occhi un’importanza nuova nel corso del 1957.

Quest’evoluzione è legata al fallimento della loro politica di apertura verso Taiwan e gli Stati Uniti.

Chiang Kai-shek, cercando di prevenire che la Repubblica Popolare Cinese sfruttasse i tumulti anti-

americani scoppiati a Taiwan, afferma che devono tenersi dalla parte americana applicando la loro

contro il comunismo e l’imperialismo.

politica nazionale

La radicalizzazione che accompagna il movimento antidestrista, scoppiato a Pechino poco dopo,

distrugge ogni prospettiva di riunificazione pacifica.

La politica di coesistenza praticata dalla Cina trova qui i propri limiti.

Inoltre, in occasione del lancio dei due sputnik sovietici nel 1957 convince Mao Zedong che le

forze del socialismo sono diventate superiori a quelle dell’imperialismo, come afferma di fronte alla

Conferenza mondiale dei partiti comunisti, riunita a Mosca nel novembre 1957.

Questa conferenza ha lo scopo di riaffermare l’unità e la vitalità del campo socialista sotto la

direzione dell’Unione Sovietica.

Ma dietro le dichiarazioni ufficiali, i contrasti sino-sovietici si approfondiscono.

sovietici sono in contrasto sull’atteggiamento da tenere nei confronti dell’imperialismo,

Cinesi e

cioè degli Stati Uniti.

I sovietici sono spaventati dalla leggerezza con cui Mao Zedong immagina la scomparsa di metà del

genere umano, in caso di apocalisse nucleare, in cui resterebbe in vita solo la metà socialista

dell’umanità.

Per i sovietici l’avvento delle armi nucleari, considerata la loro potenza distruttiva, deve portare a

e gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica devono cooperare per

una distensione Est-Ovest, il

mantenimento della pace mondiale.

Nonostante le divergenze politiche, il compromesso è ancora possibile durante la conferenza di

Mosca.

Nikita Krusciov, che ha bisogno dell’appoggio della Cina nel campo socialista, non esita a pagarne

il prezzo.

Con l’accordo segreto per la difesa, firmato il 15 ottobre 1957, si impegna ad aiutare la Cina ad

acquisire le conoscenze scientifiche e tecnologiche necessarie alla creazione di un armamento

e al di fuori del quadro dell’accordo, ha promesso di consegnare

nucleare, alla Cina un esemplare di

bomba atomica.

DAL CONFLITTO TRA PARTITI AL CONFLITTO TRA STATI

Nei mesi che seguono la conferenza di Mosca, quando il conflitto ideologico si approfondisce con

l’inizio del Grande Balzo in avanti e l’istituzione delle comuni popolari concepite come una

scorciatoia verso il Comunismo, la cooperazione tra governi scompare.

Infatti la Cina e l’Unione Sovietica si trovano su fronti opposti per motivi di interesse nazionale.

Nell’estate 1958 la crisi dello stretto di Taiwan alimenta quest’antagonismo crescente.

La campagna per la liberazione di Taiwan viene lanciata mentre viene mobilitato l’entusiasmo

popolare per il Grande Balzo in avanti.

Si intensificano i bombardamenti sugli isolotti di Quemoy e Matsu, non protetti dai trattati di

sicurezza firmati tra gli Stati Uniti e la Cina.

Gli Stati Uniti tuttavia appoggiano Chiang Kai-shek, inviando rinforzi militari a Quemoy.

Il 6 settembre, dopo alcuni giorni di estrema tensione, la Cina, isolata, è costretta a tornare indietro.

L’appoggio sovietico, su cui ha contato, si manifesta solo con una lettera inviata da Krusciov al

presidente Eisenhower.

In mancanza del sostegno sovietico, la Cina si trova impossibilitata a riconquistare Taiwan, e si fa

sempre più ostile all’idea della coesistenza pacifica.

L’incidente decisivo avviene il 20 giugno 1959, quando dopo parecchi mesi di negoziati infruttuosi,

che vertono sulle modalità di controllo delle armi nucleari fornite alla Cina, che l’Unione Sovietica

decide di denunciare l’accordo segreto sulla difesa nazionale del 1957.

Si vuole riservare, Mosca

La rottura è ormai inevitabile.

LA CRISI DI LUSHAN E LA ROTTURA CON L’UNIONE SOVIETICA

La crisi che si apre in occasione dell’ottavo plenum dell’VIII Comitato Centrale, riunito a Lushan

nel 1959, mette in gioco i principali orientamenti della politica interne e della politica estera.

Lo scontro sulla strategia del Grande Balzo che oppone Mao Zedong e Peng Dehuai assume un

carattere drammatico.

Per la prima volta Mao Zedong sfrutta il suo potere personale per abbattere colui che osa criticarlo

in pubblico.

Iniziano a manifestarsi i primi sintomi di tirannia personale, contro la quale l’apparato intimorito

non si oppone, lasciando Peng Dehuai alla sua caduta.

all’opposizione alla volontà di Mao, si privano dei mezzi per

I dirigenti cinesi, rinunciando

prevenire e controllare le sbandate del Grande Timoniere.

Ormai più niente impedirà che gli errori di Mao si trasformino in catastrofi gravi.

LO SCONTRO TRA PENG DEHUAI E MAO ZEDONG

Nel luglio del 1956, quando si apre la conferenza centrale del lavoro che anticipa l’ottavo plenum,

la politica del Grande Balzo è già molto attenuata, e Mao Zedong è il primo a deplorare i disordini

dai quali è stata accompagnata fin dai suoi inizi.

Esorta a ricentralizzare i sistemi economici ed assicurare una produzione più varia e di migliore

qualità.

Ma già da parecchi anni, il disaccordo tra Mao Zedong e Peng Dehuai si intensifica sui temi

dell’esercito, della difesa nazionale e della cooperazione con l’Unione Sovietica.

Mentre Mao vuole un esercito politicizzato, ridurre i crediti militari confidando nell’armamento

nucleare, e desidera per la Cina un ruolo strategico indipendente, Peng Dehuai vuole costruire un

convenzionale moderno, e immagina l’azione della

esercito professionale, dotato di un armamento

Cina nel campo socialista, al riparo dallo scudo nucleare sovietico.

Il conflitto scoppia alla luce del sole quando Peng Dehuai scrive una lettera intitolata “Sui miei

punti di vista”, in cui critica la campagna di produzione dell’acciaio, denuncia le esagerazioni e le

falsificazioni statistiche, attribuendo la responsabilità di questi errori a Mao Zedong.

La risposta di Mao è violenta.

Nel discorso che pronuncia il 23 luglio, Mao denuncia le tendenze destriste e borghesi, e anche se

ha delle responsabilità nelle recenti difficoltà economiche, ricorda che molti altri dirigenti hanno

partecipato all’elaborazione e all’attuazione del Grande Balzo.

Al di fuori di Zhang Wentian, viceministro degli Esteri, e di Huang Kecheng, capo di Stato

Maggiore, Peng Dehuai non trova appoggio.

Tuttavia è ammirato dagli altri capi militari, e le sue idee riflettono quelle dei principali economisti

e amministratori dell’apparato centrale, come Zhou Enlai, Chen Yün e Bo Yibo.

L’ottavo plenum condanna ufficialmente la cricca antipartito di Peng Dehuai, presentato come

erede del patto Gao Gang-Rao Shushi.

Peng deve fare autocritica davanti al Comitato Centrale, perde le funzioni di Ministro della Difesa e

Huang Kecheng quelle di capo di Stato Maggiore.

Peng abbandonerà la residenza ufficiale degli alti dirigenti, e andrà a vivere da solo nella periferia

nord di Pechino, finché la Rivoluzione Culturale lo manderà in prigione e lo condannerà a morte.

POLITICIZZAZIONE DELL’ESERCITO E RILANCIO DEL GRANDE

BALZO

L’APL non ha protestato contro la cacciata del suo capo, poiché costretto a scegliere tra Peng e Mao,

non può che piegarsi.

Il nuovo ministro della difesa è Lin Biao.

Formato all’Accademia militare di Whampoa, si è unito alle forze comuniste nel 1928, si è messo in

luce durante la guerra sino-giapponese del 1938, e nella guerra di liberazione del 1947-1949.

Mao conta su di lui per ricondurre l’esercito sulla via dello zelo rivoluzionario, per farne lo

strumento della sua volontà politica.


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Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e culture orientali e africane (Facoltà di Lettere e Filosofia e di Studi Arabo-Islamici e del Mediterraneo)
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher DARIO9529 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e Istituzioni della Cina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Paderni Paola.

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