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Appunti del corso monografico: prof. Napolitano L.M.

Nel settembre del 2010 si tenevano i festeggiamenti per il 150 anniversario della breccia di Porta Pia, e in quell’occasione il cardinale Bertone, presenziando alle celebrazioni, dimostrava come quell’episodio risorgimentale si fosse rivelato uno stabile strumento di concordia tra lo Stato e la Chiesa.

Negli anni '20: la questione della breccia di Porta Pia

Negli anni '20, l’episodio risorgimentale, seppure avesse connotazioni molto care alla nazione, dal punto di vista della Chiesa appariva come un esproprio. Ed è per questo che tra il settembre del 1929 e ottobre del 1930 il cardinale Francesco Borgongini Duca chiese con insistenza a Mussolini di abolire questa data in favore di quella del 7 giugno, giorno nel quale davvero si era compiuta l’unità d’Italia. Ma il Duce stesso rispose che questa festa era cara agli italiani, e senza di essa non ci sarebbero stati i Patti Lateranensi del febbraio del 1929.

D’altronde anche il Parlamento dell’epoca era fortemente anticlericale e non avrebbe permesso una tale abolizione. Ma alla successione di Gasparri, il nuovo Papa Pio IX (Achille Ratti), ritornò alla carica impartendo istruzioni precise a Bergongini, che scrisse una nota a Mussolini, fatta arrivare attraverso Dino Grandi. Mussolini ricevette il cardinale e gli fece capire che si sarebbe impegnato a presentare un disegno di legge che modificasse le attuali festività. E così successe, come titolava il “Giornale d’Italia” il 12 settembre 1930. La Santa Sede fu soddisfatta, e Mussolini accettò di perdere una battaglia in favore di più importanti.

L'azione cattolica e le relazioni italo-vaticane

  • L’azione cattolica fu per il fascismo da sempre uno dei temi caldi. E molta stampa cattolica durante il fascismo fu anche sequestrata. Lo stesso Mussolini più volte ribadì il concetto che qualora la stessa azione cattolica avesse fatto politica l’avrebbe distrutta in un sol momento.
  • Le relazioni italo-vaticane si deteriorarono subito dopo la Conciliazione, tant’è che il progetto di formazione di un “comitato liquidatore delle grane” che si occupasse della questione era più che reale. Nella primavera del 1930 parve che i rapporti migliorassero un po’. Ma nello stesso autunno, davanti allo stesso cardinale, Mussolini riferì che gli erano giunte le chiacchiere del Papa contro il regime fascista. A niente valse la pena del nunzio di smentita.
  • Mussolini non era piaciuto che l’Osservatore Romano avesse fatto correre il secondo anniversario dei Patti Lateranensi senza neanche una “parola”.

Nel settembre del 1931 Pietro Tacchi Venturi (gesuita che aveva collaborato alla stesura dei Patti Lateranensi) firmò un accordo sul ruolo dell’azione cattolica. E il cardinale Borgongini non si sentiva più adatto al suo ruolo presso il governo italiano, ma il Papa gli chiese di continuare con il suo compito e rivedere Mussolini, che “dopo aver fatto la pace” promise che ci sarebbe stata una visita al Pontefice, e a niente valse l’obiezione del nunzio su come fosse impegnato il Pontefice con i suoi esercizi spirituali.

La visita di Mussolini al Papa si ebbe l'11 febbraio 1932, e si evidenziò come la visita fosse stata più volte osteggiata dal Partito Fascista, e quindi rimandata. Il Papa lamentò della crisi del 1929, degli altri culti che l’Italia ammetteva oltre a quello cattolico.

Scampato all’attentato di Angelo Pellegrino Sbardellotto, Mussolini ricevette la visita del nunzio che si congratulava con lui, ma subito dopo quando si passò ad esaminare la questione di Finzi (accusato dal Provveditore di Napoli di essere un ebreo massone), Mussolini disse con chiarezza che l’avrebbe mandato via, così come quando parlò di Maio (ex prete, insegnante di un liceo che aveva sposato una maestra elementare ebrea), ribadì le accuse contro gli ebrei che definì “uomini delle sabbie mobili, disgregatori”.

In una visita del maggio del 1931, il Nunzio apostolico aveva parlato con Mussolini di Mons. Neveu e dei sacerdoti cattolici in Russia. In quel periodo l’Italia avrebbe concluso un accordo commerciale con l’Unione Sovietica. E il tema della propaganda bolscevica era oggetto di costante attenzione da parte della diplomazia vaticana. Anche a livello internazionale la Santa Sede cercava di contenere le possibilità di manovra dell’Unione Sovietica.

Le pressioni del regime fascista

Non poche furono le adesioni al regime fascista. E spesso lo stesso regime fece parecchie pressioni affinché il clero partecipasse alle ricorrenze fasciste, come per esempio titolava “Il Giornale d’Italia” il 15 settembre del 1935. L’adunata delle forze del Regime. Istruzioni ai parroc per il suono delle campane. Così come il diniego del Governo della trasmissione per radio di prediche e conferenze (vedi Gemelli, marzo 1931).

Curioso fu anche l’episodio di Montella (Avellino) dove il clero fu costretto a lavorare per riparare delle strade. E non avendo ricevuto risposta in seguito al ricorso del Mons. Misuraca verso il Ministro dell’Interno, la “cosa” fu risolta a livello locale.

Nei discorsi di Mussolini era forte il tema ereditato dalla prima guerra mondiale della “vittoria mutilata” e dei compensi di guerra non pagati, oltre che del dinamismo della Germania e di alcuni conflitti con la Francia. Borgoncini proprio in un colloquio del 1930 chiese allo stesso Mussolini se avesse fatto la guerra, ma il duce replicò che non era questa la sua intenzione.

Nel maggio del 1938 Hitler avrebbe compiuto la sua prima visita a Roma, e il protocollo diplomatico italiano cominciò a preparare la visita con molto anticipo. Mussolini era rimasto impressionato dalla visita a Berlino nel 1937, il passo dell’oca e le parate militari. Anche i giornali fecero conoscere i desiderata del Governo italiano per addobbare balconi e finestre. Anche via della Conciliazione, ad un passo dal Papa, si sarebbe dovuta orlare con croci e bandiere tedesche.

Ma un tale affronto non poteva essere sopportato e il cardinale Pacelli convocò l’ambasciatore Pignatti di Custoza per prospettargli la “sconvenienza della cosa”. Il Vaticano temeva che con l’arrivo di Hitler si potessero infiltrare “pellegrini” poco desiderabili, e ospitati peraltro in strutture religiose, e quindi protetti dall’extraterritorialità. Poiché in molti istituti religiosi erano ospitati stranieri religiosi di tutte le età e di tutte le nazionalità, non pochi di tendenze politiche contrarie ai Regimi vigenti nei loro paesi di origine. In quel momento la dichiarazione degli stessi vescovi austriaci che avevano consigliato ai cattolici di votare l’Anschluss veniva ripudiata dal papa Pio XI. E lo stesso vietò ai vescovi di partecipare a qualsiasi cerimonia in favore di Hitler. Poi, il 1 maggio 1938 parti in villeggiatura per Castel Gandolfo.

La visita di Hitler fu dunque fatta passare deliberatamente sotto silenzio da tutta la stampa della Santa Sede. E gli attacchi al papa arrivarono oltre che dalla stampa fascista anche da quella tedesca.

Le leggi razziali del 1938

All’indomani delle Leggi Razziali del 1938, la Chiesa prendeva chiara posizione contro di esse. “Esiste una unica razza umana universale e con essa e in essa, delle diverse variazioni.” Ma Ciano, avendo ricevuto Borgongini, ribadiva la necessità di evitare la nascita di meticci (ricordando la questione dell’Etiopia) e insieme ci metteva gli ebrei, che venivano espulsi da tutte le parti. E così teorizzava una sorta di razza ariana italica esente da difetti di altre razze.

Ma sul tema dei matrimoni misti, anche tra cattolici ed ebrei lo stesso Pacelli (che sarebbe diventato Papa con il nome di Pio XII) aveva preparato una relazione “sub segreto” riguardante le trattative italo-vaticane per attenuare gli effetti delle Leggi Razziali Italiane. La presa di posizione della Chiesa Cattolica Italiana, come fa notare Renzo De Felice (storico del fascismo), risale già al 1928, un decennio prima delle leggi razziali. E infatti il Cardinale di Stato Pacelli, in esecuzione degli ordini del papa, indirizzava una “Nota di Protesta” verso il Governo. E Ciano incalzava le minacce dicendo che il papa avrebbe dovuto pensarci bene se indirizzare una enciclica contro il fascismo. E la protesta, in effetti, non tardò ad arrivare. E così Pio XII, come il maresciallo Petain temeva, protestò formalmente per il trattamento degli ebrei francesi.

Molte fonti diplomatiche confermano che Pio XI si sentiva “mal ricompensato” di tutto ciò che aveva fatto per l’Italia. E Pio XII serbò e continuò senza dubbio l’opera del suo predecessore contro il razzismo e l’antisemitismo.

  • È solo oggi che le carte vaticane arricchiscono il dibattito che non è stato privo di speculazione e polemiche che si possono trarre delle conclusioni sul rapporto tra la Chiesa cattolica e la Germania Nazista.

Il Cardinale Orsenigo, che succedeva a Pacelli, e come nunzio di Berlino resse la Nunziatura fino al 1946, vide un periodo decisivo della storia del Novecento. Non abuseremo del concetto di “colpevole silenzio” del Vaticano. Ma uno dei punti di forza è il doppio ruolo di Orsenigo. Da una parte Nunzio per la Santa Sede e dall’altra decano del corpo diplomatico accreditato presso il Reich.

Cesare Orsenigo, come scrive Monica Maria Biffi, cresce in ambiente borghese con profonde radici cristiane. Allievo di Rosmini, e amico di Achille Ratti (Pio XI) viene nominato nel 1922 dallo stesso Pio XI internunzio in Olanda, per tre anni. Poi verrà inviato a Budapest, e nel 1930 succede a Pacelli a Berlino.

Nel 1930 Orsenigo in un suo rapporto scriveva come la Germania era diventata la meta preferita della propaganda bolscevica. I figli dei comunisti frequentano la scuola professionale, un tempo proibita, solo con il subdolo intento di fare propaganda antireligiosa. Anche il governo Bruning è sempre più debole. L’opposizione della destra si fa ogni giorno sempre più forte.

Orsenigo in occasione di un testo per un discorso per il Capodanno 1932, nel quale erano presenti diplomatici di tutto il mondo, scriveva a Pacelli, che avrebbe dovuto mantenere un atteggiamento laico (in vista del fatto che “nazioni non ancora cristiane” come la Cina e il Giappone) e auspicava la necessità di un benessere mondiale, basato sulla cooperazione pacifica tra le nazioni.

Hitler si era professato cristiano, ma il Vaticano non riteneva ciò rassicurante, poiché non aveva parlato di una confessione precisa. Molti preti cattolici, contro il divieto episcopale, si erano iscritti al partito nazionalsocialista. E la Santa Sede aveva paura che si potesse formare una “chiesa berlinese” staccata da quella di Roma. Nel luglio del 1933 la Santa Sede e il Reich firmarono un Concordato, ma da come oggi appare più che evidente dall’apertura delle carte vaticane e dei documenti, non vi fu mai una vera pace, né un riconoscimento del nazismo.

Secondo noi, la “pubblica accusa” antivaticana non ha tenuto conto di importanti circostanze, che qui elenchiamo.

  • Il Concordato del 1933 tra il Reich e la Santa Sede sopravvive a Hitler e viene riconosciuto valido e vigente il 26 marzo 1957 da una sentenza della Seconda Corte del Tribunale costituzionale federale tedesco, come l’unico trattato internazionale concluso con la Germania Hitleriana tuttora valido.
  • Vari altri atti giuridici del secondo dopoguerra, compiute da governi democratici di destra, centro e sinistra, hanno sempre riconosciuto valido il Concordato.

Da tutto ciò si può desumere che il Concordato non può essere considerato come una prova della complicità filo-nazista. Se così fosse stato, la Germania Federale se ne sarebbe sbarazzata subito dopo la guerra, come accadde ai Patti Sovietici del 1939.

Orsenigo non amava gli attacchi frontali, e come diplomatico non voleva provocare dissensi. Anche nel discorso per il Capodanno del 1934, quando Hitler aveva ormai assommato su di sé tutte le cariche, Orsenigo scriveva che le “intenzioni di pace” di Hitler avevano catturato tutti i diplomatici presenti. Ma che alcuni rilevavano antiche paure, soprattutto adesso che la Francia aveva abbandonato la Società delle Nazioni per i conflitti con gli altri paesi vincitori. Era anche il periodo dell’Anschluss, sventato per il solo intervento dell’Italia che aveva mandato le truppe al Brennero a difesa dell’Austria. E dunque la posizione del nunzio a Berlino si faceva ardua.

E nel discorso del Capodanno del 1935, Orsenigo insistette con Hitler sull’urgente desiderio di pace nel mondo augurando a Hitler stesso ogni bene per il suo Paese (Hitler era di origine austriaca).

Intanto nella Germania del 1935 Hitler aveva varato la coscrizione obbligatoria, e nonostante in Europa tutti avessero cercato un mezzo efficace per contenere il dinamismo tedesco i risultati non erano stati esaltanti. La Società delle Nazioni non raggiungeva i risultati richiesti. E in questo clima le mosse della Santa Sede dovevano essere molto caute. E mentre i diplomatici accreditati a Berlino non rifiutavano le numerosissime occasioni ufficiali, Orsenigo spesso trovava il modo di non intervenire. E anche il discorso per il Capodanno del 1935 fu cauto. E c’è anche da chiedersi, visto che Orsenigo non aveva il classico curriculum dei diplomatici, se non risentisse e soffrisse per questa enorme responsabilità di questa sede molto svantaggiata.

Ma un altro nunzio sarebbe stato gradito a Berlino, città a maggioranza protestante? O avrebbe acuito i conflitti? Molto spesso le minute dei discorsi di Orsenigo venivano corrette dallo stesso Pacelli, all’epoca segretario di Stato, e fatte passare come volontà dello stesso Papa. Anche nel Capodanno del 1937 il suo discorso inneggiò alla pace. Ma quello era anche l’anno dell’enciclica contro l’hitlerismo (Mit brennender Sorge) prima e il comunismo dopo (Divini Redemptoris). Anno molto difficile per i rapporti Stato tedesco e Chiesa di Roma. E d’altronde il discorso che ne seguì per il Capodanno del 1938 fu molto sobrio e preoccupante. Interpretato dai giornali americani come se Pio XI avesse voluto dare un ammonimento a Hitler. E lo stesso Orsenigo qualche mese prima in occasione dei festeggiamenti per il compleanno del cancelliere, non vi aveva preso parte.

E l’ultimo discorso dell’ultimo capodanno di pace, quello del 1939, risentiva molto del momento. La conferenza di Monaco, di tre mesi prima che aveva decretato il passaggio dei Sudeti alla Germania da parte della Cecoslovacchia, era sembrato come se le potenze democratiche accondiscendessero per l’ultima volta alla richiesta del dittatore tedesco, e nella percezione di Orsenigo un “vero giorno di piena e completa letizia”.

Anche se in realtà ad Orsenigo sfuggivano tante cose, come il fatto che i cecoslovacchi non erano stati affatto consultati e che l’intero testo era una bozza tedesca. Anche se molti diplomatici considerarono il passaggio dei Sudeti come la migliore soluzione possibile. La realtà era molto meno rosea di quello che appariva. E lo stesso Pacelli consigliava ad Orsenigo di abbassare i toni e non fare poesia.

Dagli archivi emergono dunque documenti che fanno capire come Pacelli controllasse personalmente tutto quello che arrivava da Berlino. E di come la sostituzione di Orsenigo non sarebbe stata facile, sia per l’esperienza che ormai aveva su quel territorio che per l’energia che ci metteva. La crisi della politica concordataria tra Stato tedesco e Santa Sede già all’indomani del Concordato era ormai un dato di fatto.

Pio XII è sempre stato un Papa “sotto attacco”. Nel 2010 alcuni quotidiani davano notizia di un paio di dispacci diplomatici (scoop) che alcuni ricercatori (G.Casarrubea e M.Cereghino) avevano trovato a Londra qualche settimana fa. Altro che beatificazione di Pio XII!! Il lavoro però di questi quotidiano fu solo di puro sensazionalismo. In realtà questi dispacci diplomatici erano già stati resi noti nel 1964, Di Nolfo li ha pubblicati sul suo libro, e si trovano tradotti anche su internet. Il documento in questione di Tittman (vice rappresentante di Roosevelt in Vaticano) vi troviamo la preoccupazione del Papa circa la sorte di Roma, e la presenza di bande comuniste che potrebbero commettere violenze tra la partenza dei tedeschi e l’arrivo degli Alleati a Roma.

Non c’è traccia sulla tragica razzia degli ebrei romani, ed è questa l’accusa del quotidiano in questione, Corriere della Sera, e della Stampa. Orbene vi fu un secondo documento diplomatico, quello di Osborne (ministro britannico a Roma). In questo documento il ministro esortava Pacelli a difendere gli ebrei ungheresi pubblicamente. La risposta del papa fu che negli stessi giorni riceveva anche esortazioni per denunciare pubblicamente gli abusi compiuti dai russi sulle popolazioni dei Paesi Baltici. Il papa assicurò ad Osborne che così come per gli ebrei la denuncia contro i russi sarebbe rimasta anonima. Per Osborne una tale dichiarazione era da intendersi come “assenza di ogni condanna verso i crimini nazisti” visto che non si potevano comparare i crimini russi con quelli nazisti. Quindi dall’interpretazione che ne diedero i quotidiani del 2010 era meglio tacere per il papa!! In realtà quello che successe fu altro.

Tutte le accuse sul silenzio del Papa per la deportazione degli ebrei romani nel documento di Tittman in realtà risiedono in un errore di datazione. In Vaticano non c’era un’ambasciata o una rappresentanza ufficiale americana. Tittman a differenza di M. Taylor che era il contatto diretto tra Roosevelt e il Papa non aveva un proprio servizio di cifratura. E così si affidava al collega britannico Osborne. Osborne inviò il documento di Tittman in data 19 ottobre, ma come testimoniano i registri vaticani, Tittman fu ricevuto dal papa in data 14 ottobre, due giorni prima del 16, data della deportazione degli ebrei romani.

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Scienze politiche e sociali SPS/06 Storia delle relazioni internazionali

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher cristina575 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle relazioni internazionali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Napolitano Matteo Luigi.
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