Arte e scienza in Leonardo da Vinci
La vita
Leonardo nacque a Vinci il 15 aprile 1452 da Ser Piero Notaio e da una Caterina della quale si sa poco o niente. Il padre passò attraverso quattro matrimoni, di cui solo gli ultimi due fecondi di figliolanza. Poco si sa della fanciullezza dell’artista: nel ’67 o nel ’69 era a Firenze e frequentava la bottega del Verrocchio, che non abbandonò nel ’72, quando già risultava iscritto nella Compagnia degli scrittori fiorentini. Questo primo periodo di attività annovera “L’Annunciazione” e “L’Adorazione dei magi”.
Nel 1482 si trasferisce a Milano agli ordini di Ludovico il Moro, dove si dedica a opere estremamente varie, tra architettura, ingegneria, pittura. Dipinge “La Vergine delle rocce”. Comincia però a farsi strada in lui l’interesse per la scienza, che lo spinse a studiare e ristudiare il latino. L’invasione a Milano da parte delle truppe francesi di Luigi XII diede inizio al periodo delle sue instabili dimore.
Leonardo fu a Venezia nel 1500, dove per conto appunto dei Veneziani, visitò il confine orientale dell’Isonzo per studiarne le capacità difensive. Sempre nel 1500 tornò a Firenze dove dipinse la “Sant’Anna”. Nel 1502 viaggiò tra Urbino e le città romagnole, dove studiò per conto di Cesare Borgia le opere fortificate.
Godé pure della stima di Niccolò Machiavelli ed ebbe incarichi dalla Repubblica Fiorentina, che gli commissionò “La Battaglia di Anghiari” purtroppo distrutta ancor prima di essere compiuta. Nel 1506 tornò a Milano a lavorare per conto del Governatore francese Carlo D’Amboise. Nel 1507 lo stesso Luigi XII ottenne dalla Repubblica Fiorentina che Leonardo passasse a suo servizio.
Dopo il crollo del dominio francese, egli tornò a Roma, dove nel 1516 lavorò agli ordini di Giuliano de Medici, fratello del Papa. La sua produzione artistica in tutto questo periodo andò diminuendo, mentre aumentavano gli interessi scientifici. Il nuovo Re, Francesco I, lo volle presso di sé, offrendogli come residenza il palazzo di Cloux in Amboise. Lì Leonardo trascorse serenamente gli ultimi tre anni della sua vita. Il 2 maggio 1519 muore tra le braccia del fedelissimo Francesco Melzi, a cui aveva già lasciato la sua eredità.
Il tirocinio
Se si vuole tracciare qualche linea della storia interiore o almeno individuare le principali caratteristiche del pensiero di Leonardo, occorre rifarsi al suo ingresso nella bottega del Verrocchio. Chi pensa che nelle botteghe dei pittori si imparasse solo a disegnare, si domanda incredulo come potesse egli riunire in sé così tanti interessi e abilità, che dalla pittura sembrano lontani o addirittura divergenti. Non a caso infatti Leonardo è conosciuto con l’aggettivo “universale”.
È opportuno però collocarlo in un’altra tipologia di insegnamento, quello dell’arte meccanica. Introducendo il figlio nella bottega del Verrocchio, Ser Pietro da Vinci, non lo avviava soltanto all’arte pittorica, ma a qualcosa di assai più vasto che doveva farne un tecnico-artista. E faceva in modo che potesse essere chiamato, oltre che a dipingere, anche a scolpire, a costruire una chiesa, un palazzo, una fortezza, un ponte, macchine da guerra, dighe.
D’altra parte, anche Ghiberti nei suoi Commentari, raccomandava il pittore di ammaestrarsi nella grammatica, storia, geometria, filosofia, medicina, astrologia, prospettica, anatomia… Nella mente di Leonardo s’erano così avvicinate tutte queste arti, che dopo soli 3 lustri di attività a Firenze, egli si dichiarò in una lettera al Moro, “capace di compiere tutte le opere che si richiedevano ad un ingegnere”.
Omo sanza lettere
Gli sperimentatori, come Leonardo, in contatto con le scienze tecniche e teoriche, avevano il problema di non avere un’adeguata preparazione letteraria. Essi erano generalmente uomini volgari e “sanza lettere” (come si definisce lo stesso Leonardo), cioè privi di una sicura conoscenza del latino, che era la lingua ufficiale della scienza. Ovvero l’accesso insostituibile al mondo dei libri. Dichiarava lui stesso di essere “omo sanza lettere”, e con ciò non intendeva di essere incolto, bensì solamente di essere contrapposto e lontano ai letterati la cui cultura era tutta mnemonica e si fondava su astratte deduzioni filosofiche.
L’abilità manuale e l’esperienza acquisita dopo anni di lavoro li rendeva sicuri, ma la mancanza del latino li isolava dalla tradizione scritta del pensiero scientifico. A tale difetto entrava in gioco la collaborazione con degli amici letterati, che fungevano da intermediatori tra scienza dei libri e empiria degli artisti. Basti pensare alla stessa amicizia tra Leonardo e Ludovico il Moro.
Ma quanto più in Leonardo andava accentuandosi l’interesse per la pura ricerca scientifica, tanto più andava a pesargli quella mancanza di lettere. Quindi in lui, sempre di più, cresceva l’insofferenza per la scarsa considerazione attribuita dalla cultura ufficiale alla sua attività.
Il disprezzo per ogni attività implicata al lavoro manuale risaliva al mondo antico, e alla sua divisione sociale in uomini liberi e uomini schiavi. Le arti liberali erano indirizzate alla pura contemplazione della verità; erano puro svolgimento di pensiero, esercizio delle facoltà superiori dello spirito, “discorso mentale”, avente in sé il proprio fine, senza il dovere umiliarsi nella mediazione di un fine pratico, come facevano le arti servili o meccaniche, che erano affidate a schiavi poiché richiedevano un lavoro muscolare.
A Firenze, la vita culturale era dominata dall’Accademia platonica, aristocratica e estetizzante, perciò i letterati erano ancor meno disposti ad apprezzare il lavoro dei ricercatori delle arti meccaniche. In questo clima deve essere sorto nell’animo di Leonardo un moto di ribellione contro i letterati, che reagì proclamando l’eccellenza della natura sui libri. Affermava che la pittura era vera scienza perché fondata su un concreto sistema di norme teoriche. E perché inoltre il metodo dell’esperienza dava un ulteriore valore. Questo è il senso fondamentale della polemica che occupa la prima parte del Trattato della Pittura.
L'influsso neoplatonico
Secondo l’Olschki, Leonardo abbandonò Firenze per sottrarsi all’egemonia del neoplatonismo che aveva interrotto la cooperazione tra letterati e artisti. A Milano, dove si recò nel 1482, poté muoversi più liberamente. Tuttavia anche ammettendo l’ostilità dei letterati fiorentini tra le cause del trasferimento, l’influsso dell’Accademia neoplatonica rimase indelebile nel suo spirito.
Aveva un’acuta osservazione per i fenomeni naturali, probabilmente dall’ambiente neoplatonico ricevette questo senso di un arcano mondo spirituale che muove quello della natura. Comunque, a questo apparato misticheggiante, alle mitologie pagane care alla fantasia dei neoplatonici, egli sostituì una visione nettissima e concreta dei fenomeni naturali. Anche se dentro alle immagini, sempre palpitava una forza innaturale, di cui Leonardo non seppe dare né definizione né spiegazione (egli si rifiutava di indagare la natura di ciò che sfuggiva alle “matematiche dimostrazioni”).
Questa virtù, anima o potenza spirituale, che si trova all’interno di ciò che vediamo, indica una forza oscura impercettibile ai nostri sensi ma infusa nei nostri corpi. Nel pensiero di Leonardo, il mondo spirituale (o delle virtù arcane) si oppone a quello materiale (o dell’evidenza).
La forza genera il peso
Leonardo accetta dagli antichi la concezione dei singoli elementi della materia, distinti e sovrapposti l’un l’altro con una gradazione di densità che li fa progressivamente più lievi: terra, acqua, aria, fuoco, e la misteriosa “quintessenza”. Nessuno di questi elementi ha un peso in sé. Finché ogni elemento rimane nella sua zona, a contatto solo con sé stesso, giace nella quiete assoluta. E se questa fosse la condizione del cosmo, tutto l’universo sarebbe completamente immobile e senza vita.
In Leonardo è sempre stato presente il pensiero di un centro di gravità nella terra e di un desiderio dei corpi di fermarsi su di esso; tuttavia questo è negato nel Codice Atlantico, e sostituito dal concetto di un’attrazione limitata alle singole parti di ogni elemento tra di loro.
Ovviamente dire che gli elementi si differenziano per un diverso grado di levità, è come dire che ognuno ha una sua “gravità naturale”. Ma questa, essendo assorbita o annullata dalla resistenza strutturale delle singole parti dell’elemento, cessa di essere attiva ai fini del movimento, come se non esistesse nemmeno. La conseguenza è dire che la gravità non è un fatto naturale (ordinario) ma accidentale (eccezionale). È creata dal moto, il quale, attraverso la forza, trasporta l’uno elemento nell...
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