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Riassunto esame storia dell'America latina, prof. Nocera, libro consigliato Stati Uniti e America Latina dal 1823 ad oggi, Nocera

Riassunto per l'esame di storia dell'America latina e del prof. Nocera, basato su appunti personali e studio autonomo del testo cosigliato dal docente Stati Uniti e America Latina dal 1823 ad oggi, Nocera. Gli argomenti trattati sono i seguenti: guerra contro il Messico, II guerra mondiale, Washington, Emancipazione latinoamericana e premesse della dottrina Monroe, La dottrina Monroe, La guerra messicano-statunitense,... Vedi di più

Esame di Storia dell'America latina docente Prof. R. Nocera

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statunitensi, metteva in guardia al calcare la mano a Cuba e dall’impantanarsi in una lunga sanguinosa e costosa

lotta contro un movimento indipendentista.

Più che una vittoria militare, rappresentò una battaglia simbolica che impressionò e suscitò preoccupazioni

nell’America Latina tutta, anche perché rafforzò negli Stati Uniti il sentimento di superiorità razziale degli

anglosassoni nei confronti dei latini. La percezione dell’America Latina nel discorso politico-culturale e

nell’opinione pubblica consapevole nordamericana poggiarono su tre assi principali:quelli della governabilità, della

diversità razziale e del binomio progresso-modernità. Meta soprattutto di viaggiatori, la regione fu considerata

come terra incapace di raggiungere la maturità politica. Il meticcio tra bianchi, indios e neri spiegava, in sostanza, il

ritardo dell’America Latina e la difficoltosa assimilazione dei popoli latinoamericani al mondo della “civiltà” e del

“progresso”. Nel 1898, la questione razziale e la sbandierata diversità tra i due mondi influenzò anche i vicini del

Sud. L’inizio del conflitto tra Washington e Madrid comportò una più netta polarizzazione: i conservatori

appoggiarono senza riserve il paese europeo, il liberali gli Stati Uniti. Per i primi, Spagna e America Latina

dovevano unirsi per arrestare l’avanzata della razza anglosassone nel subcontinente. Per l’America Latina non c’era

altra scelta che solidarizzare con la Spagna.

Dopo il Trattato di Parigi, la Casa Bianca inviò a Cuba Leonard Wood come governatore militare, che inaugurò una

politica che esplicitava chiaramente come si potesse procedere a una correlazione tra investimenti stranieri,

allargamento degli scambi commerciali a condizioni di favore e controllo politico. Una delle prime decisioni fu

quella di convocare un’Assemblea costituente, eletta nel 1900,per dare al popolo cubano una carta costituzionale a

carattere formalmente democratico, che sanciva la nascita di una repubblica presidenziale e garantiva il suffragio

universale maschile, un presidente eletto a suffragio diretto e la separazione tra Stato e Chiesa. Veniva creato un

governo civile, subordinato al potere militare statunitense. Washington occupò l’isola fino al maggio del 1902 e

solo dopo aver obbligato i cubani ad accettare l’inserimento nella Costituzione di un clausola discriminatoria,

l’emendamento Platt, con il quale si riservava il diritto di intervenire ogni qualvolta fosse minacciata

l’indipendenza dell’isola e considerasse opportuno farlo per proteggere “la vita, le proprietà o le libertà

individuali”. La Casa Bianca otteneva, inoltre, il possesso di basi militari a Cuba. L’emendamento Platt esplicitò

pure che da quel momento in poi gli Stati Uniti erano orientati nei Carabi e in America centrale. La zona non era

completamente al riparo e preclusa alle intromissioni di altre potenze europee. Dal punto di vista economico

poterono appropriarsi rapidamente dell’intero ciclo produttivo saccarifero. Nel 1903 interveniva il Trattato di

reciprocità commerciale, disciplinante il sistema di dai e tariffe preferenziali tra i due paesi. Cuba “otteneva”, su

una magra lista di articoli esportati negli Stati Uniti, una riduzione del 20% delle tariffe doganali a fronte di una

riduzione del 25 al 40% per una serie interminabile di importazioni dal potente vicino.

Nascita di uno Stato. Panama e il canale interoceanico

A partire dal 1898, la dottrina Monroe da “veto” negativo fu convertita in una positiva rivendicazione dell’interesse

statunitense alla “stabilità” dell’America Latina. Del resto, proprio il conflitto con la Spagna, segna storicamente

l’inizio per gli Stati Uniti di una stagione imperialista. Con la perdita di Cuba e Porto Rico l’influenza spagnola

scompare dallo scacchiere americano. Gli Stati Uniti, oltre ad crescere la loro presenza economica, aumentavano

anche il loro peso strategico attraverso l’installazione di una base navale a Cuba, nelle Isole Vergini e nell’area

dell’istmo di Panama. E proprio in quest’ultima zona, essi sperimentarono tutto il loro acquisito potenziale politico,

diplomatico e militare, i occasione della costituzione dello Stato di panama, separarsi dalla Colombia per la

questione del canale interoceanico. Il consolidamento del rimato emisferico degli Stati Uniti avvenne durante i due

mandati presidenziali di Theodore Roosevelt (1901-09), il quale, in politica estera, fu un abile capo.

La principale rea geopolitica nella quale Roosevelt avrebbe messo in pratica la sua filosofia fu l’emisfero

americano e, in particolare, la zona centroamericana e caraibica dove era ancora sul tappeto la questione della

costruzione del canale interoceanico. Il canale si inseriva perfettamente nel nuovo disegno imperiale.

Nel 1880, la Colombia, aveva concesso ad una società francese creata dall’ingegnere Ferdinand Lesseps la

realizzazione di un canale interoceanico che, però, non fu portato a termine. Era nata, nel 1893, un’altra compagnia

anch’essa destinata all’insuccesso. Fu allora che gli Stati Uniti subentrarono nell’operazione. Dapprima

denunciarono il Trattato Clayton Bulwer siglando con la Gran Bretagna il 18 novembre 1901 un nuovo accordo, il

Trattato Hay-Pauncefote, con il quale Londra accettava che gli Stati Uniti costruissero autonomamente un canale, a

condizione però di garantire la parità di trattamento ad altre nazioni e la libertà di transito.

Ma ancora irrisolto rimaneva il nodo del tracciato più idoneo. A Washington era giunto il momento di decidere se

puntare sul Nicaragua, o sulla regione di Panama. A tal scopo, nel 1899 il Congresso aveva istituito un’altra

commissione tecnica, la Isthmian Canal Commission che nel 1901 indicò il Nicaragua. Ciò nonostante, alla fine,

ebbero la meglio i panamensi (guidati dall’ingegnere francese Philippe Bunau Varilla

Individuata la zona per la realizzazione dell’opera, nel 1903, gli Stati Uniti stipularono con il rappresentante

diplomatico colombiano a Washington Tomàs Herràn, un’intesa (Trattato Hy-Herràn) che cedeva loro in affitto per

cento anni una fascia di territorio larga dieci miglia tra i due oceani all’altezza dell’istmo di Panama, in cambio di

10 milioni di dollari e un canone annuale di 250000 dollari, e che riconosceva, altresì, al governo statunitense il

diritto non solo di costruire il canale, ma anche di installarvi delle fortificazioni. Tuttavia, il Senato colombiano,

non ratificò il trattato, giudicando le condizioni in contrasto con la Costituzione, lesive della sovranità nazionale ed

eccessivamente favorevoli a Washington e, quindi, la rinegoziare. A quel punto la Casa Bianca decise di

appoggiare militarmente gli indipendentisti panamensi, intervenendo in un conflitto civile.

Il novembre 1903, i “ribelli” sostenuti dagli Stati Uniti proclamarono l’indipendenza della Repubblica di Panama.

Quest’ultima si affrettava a siglare con il neonominato ministro plenipotenziario e inviato straordinario della

Repubblica di Panama e Washington, Bunau Varilla, un accordo - il Trattato Hay-Bunau Varilla - sulla base del

testo respinto dal Parlamento colombiano, trattato che concedeva agli Stati Uniti “l’uso, l’occupazione e il controllo

perpetui” di una fascia di territorio istmico di 10 miglia. In cambio, gli Stati Uniti elargivano a Panama 10 milioni

di dollari e, inoltre garantivano l’indipendenza di Panama da eventuali attacchi colombiani. I lavori per la

costruzione del canale iniziarono nel 1904 e si conclusero nel 1914. La soluzione della questione del canale

assicurava agli Stati Uniti il controllo delle rotte mercantili interoceaniche e il ruolo di garanti del libero commercio

tra le grandi potenze. Proprio mentre gli stati Uniti si trovarono alle prese con la vicenda panamense, si verificarono

alcune tensioni tra nazioni latinoamericane e potenze europee che minacciarono proprio la supremazia statunitense

e imposero una rivisitazione degli obiettivi della dottrina Monroe e una politica ancora più interventista. Ci si

riferisce alla seconda crisi venezuelana del 1902-03 e a quella dominicana del 1905.

Per difendere gli interessi dei loro creditori, i governi di gran Bretagna e Germania, a cui si aggiunse l’Italia-

inviarono navi da guerra per bloccare i porti venezuelani,-, procedendo poi a catturare la maggior parte della flotta

nazionale, a far sbarcare truppe nel poro di la Guayra e a bombardare (i tedeschi) Puerto Cabello per ottenere la

restituzione dei crediti. Roosevelt rispose mobilitando la flotta statunitense di stanza nei Carabi, invocando il

rispetto della dottrina Monroe, e invitando le parti a trovare un’intesa. Il presidente statunitense, dopo aver respinto

la richiesta del dittatore Castro a fare da mediatore arbitro della crisi, esortò le parti in causa a rivolgersi alla Corte

internazionale dell’Aia. Ma fu solo dopo alcune settimane che le tre potenze europee e il governo di Caracas

trovarono finalmente un’intesa sulle modalità dell’arbitrato. Nel 1904, la Corte dell’Aia si pronunciò sulla disputa

imponendo al Venezuelani pagare 8 milioni di dollari ai creditori stranieri.

Il big stick del poliziotto nordamericano

E’ in quest’ottica che va inquadrato quello che sarà noto in seguito come “corollario Roosevelt” aggiunto alla

dottrina Monroe. Sollecitato dalle crisi venezuelana e dominicana, fu enunciato nel discorso del presidente al

Congresso nel dicembre del 1904. Roosveelt dichiarò che “la cronica trasgressione della legge e della morale che

porta all’allentamento dei legami distintivi della società civilizzata” avrebbero potuto costringere gli Stati Uniti, in

nome della dottrina Monroe, ad esercitare in America Latina “un potere di vigilanza”. Il corollario Roosevelt si

richiamava esplicitamente alla dottrina Monroe, trasformandola in strumento preventivo e interventista. Se

l’enunciazione del 1823 aveva indicato una netta separazione tra Vecchio e Nuovo Mondo, il corollario partiva dal

presupposto che vi fosse una crescente interdipendenza tra Europa e Stati Uniti basata sulla forza e la civiltà. Non si

deve pensare che gli Stati Uniti non si curassero affatto delle reazioni alla loro politica aggressiva. Roosevelt guidò

il suo paese nel nuovo secolo con pugno fermo e deciso, profondamente consapevole della grandezza già raggiunta

e delle prospettive future, e portando a compimento un processo iniziato prima della sua ascesa alla presidenza. Il

passaggio dall’espansionismo del “destino manifesto” all’imperialismo del big stick era cominciato, infatti, già

nell’ultimo decennio dell’Ottocento.

IL POTERE DEL DENARO, LA FORZA DELLE ARMI

La diplomazia del dollaro

La politica del big stick fu associata ad un’altra condotta, apparentemente meno aggressiva, dal successore di

Roosevelt, Howard taft (1909-13). Questi, infatti, fu molto più interessato, rispetto al suo predecessore, a

sviluppare un’intesa politica di espansione dell’influenza finanziaria e bancaria degli Stati Uniti soprattutto nel

bacino caraibico e in America centrale. Taft e il segretario di Stato Philander Knox avevano ottime relazioni con

l’establishement finanziario di Wall Street. Entrambi erano convinti che si dovessero approfondire le

collaborazione fra il governo e i grandi gruppi capitalistici del paese impegnati all’estero, collaborazione che era

cominciata già prima della loro ascesa al potere.

In politica estera Taft e Xnox furono in strettissima intesa con gli investitori privati nazionali, il corollario

Roosevelt e i principali indirizzi dell’amministrazione precedente. Essi si avvalsero di un altro corollario alla

dottrina Monroe, che puntava l’indice contro la costituzione di sfere di 2influenza economica” da parte di aziende

non americane. L’ispiratore di questa nuova appendice , fu il presidente della Commissione Affari Esteri del

Senato, il repubblicano Henry Cabot Lodge. Nel 1912 quest’ultimo promosse una risoluzione, in base alla quale gli

Stati Uniti non avrebbero tollerato la presenza di imprese non americane in zone “strategiche” del continente. Da

allora in pi, il divieto di interferenza negli affari emisferici non sarebbe stato limitato solo agli Stati, estendendosi

anche alle imprese private extracontinentali.

Taft pose al centro dell’azione dl suo governo gli investimenti all’estero, usando il capitale statunitense come

strumento di penetrazione. Questo tipo di azione diplomatica risultava in linea con l’imperialismo praticato allora

dalle principali potenze mondiali. Gli Stati Uniti non fecero altro che adeguarsi alla condotta , consentendo così ai

gruppi finanziari e bancari di agire spesso senza alcun freno, soprattutto nell’area centroamericana e caraibica. Le

pressioni politiche della Casa Bianca resero le economie degli Stati della regione estremamente vulnerabili alle

decisioni degli operatori e dei dirigenti nordamericani. In tal senso, Taft diede concretezza e un preciso indirizzo

alla linea adottata per la prima volta da Roosevelt nella Repubblica Dominicana. Egli perfezionò il modello

sperimentato dal suo predecessore, offrendo ai paesi in difficoltà economica, prestiti con i quali pagare i propri

debiti, in cambio della gestion3e delle oro finanze e dogane. Come nel caso dell’isola caraibica, sarebbe stato,

infatti, un amministratore statunitense ad occuparsi di riportare la necessaria disciplina finanziaria e fiscale.

Un altro intervento deciso da Taft si ebbe in Nicaragua. Nel 1909, il presidente nicaraguese di orientamento

nazionalista, Josè Zelaya Santos, si mostrava sempre più ostile nei confronti degli interessi di Washington, al punto

che la Casa Bianca ritenne che stesse per lanciarsi in interventi armati nei paesi vicini. Gli Stati Uniti finirono per

appoggiare un movimento insurrezionale contro Zelaya. Quest’ultimo passò al contrattacco ma commise l’errore di

far fucilare due avventurieri nordamericani. La Casa bianca protestò, ruppe le relazioni con il Nicaragua ed inviò

alcune navi da guerra, costringendo Zelaya a dimettersi. Seguirono un paio di mesi turbolenti, con sbarco di

marines e alcuni cambi alla guida de paese e l’ascesa al potere di Adolfo Dìaz. Questi sottoscrisse un accordo in

base al quale il Nicaragua riceveva un prestito di 15 milioni di dollari da un consorzio di banche nordamericane, ma

affidava il controllo delle dogane ad un amministratore statunitense.

In Nicaragua, Haiti, Honduras, gli Stai Uniti intervennero militarmente. E lo fecero per estromettere le potenze

europee, per ragioni economico-commerciali. Nel 11899, dalla fusione di due delle più importanti compagnie

nordamericane nacque la United Frui Company (UFCO), che rappresentò l’epilogo di un lungo periodo di lotte tra

ditte rivali per accaparrarsi le posizioni migliori. Queste compagnie erano note come El Pulpo, la Piovra, a causa

del loro modo di agire, delle dimensioni dei loro tentacoli. Se al momento della sua nascita aveva n capitale sociale

di circa 11 milioni di dollari, un quarto di secolo dopo la UFCO poteva già vantare investimenti nell’area

centroamericana e caraibica per un valore di 100 milioni. Nel tempo la UFCO vide crescere sempre più il proprio

potere economico, e l’influenza politica in s tutta l’area centroamericana e caraibica, a Panama come in Honduras e

in Guatemala.

La prima guerra mondiale

A metà degli anni dieci del Novecento il sistema internazionale veniva scosso da un conflitto bellico, tale da

investire tutto il globo, compreso gli Stati Uniti. Dopo, i paesi maggiormente sottoposti all’influenza

nordamericana si accodarono alle posizioni espresse da Washington, dichiarando guerra alla Germania (Cuba, Haiti

e America centrale), linea seguita anche dal Brasile. Argentina, Cile, Colombia, Messico, Venezuela continuarono

sulla strada della neutralità, mentre Bolivia, Perù, Ecuador e Uruguay assunsero una posizione intermedia, infatti si

limitarono a rompere le relazioni diplomatiche con la Germania. Dunque, l’America Latina non si strinse tutta

attorno agli Stati Uniti.

La Prima guerra mondiale rappresentò per l’America Latina una vicenda lontana. Ciò nonostante ,e conseguenze

sulle loro economie si rivelarono significative. Il bisogno degli Stati belligeranti di prodotti agricoli e materie

prime, di cui l’area era tradizionalmente esportatrice, favorì una crescita delle esportazioni di molte nazioni. Il

periodo di crescita sperimentato da molti paesi della regione durante il conflitto fu però, breve. La fine della Prima

guerra mondiale mise in difficoltà le economie latinoamericane, come l’America Latina, si trovarono in una

situazione molto vulnerabile di fronte al collasso del commercio internazionale. Solo nel comparto industriale, il

primo dopoguerra testimoniò una fase di crescita. L’accentuazione della penetrazione statunitense rappresentò

un’altra conseguenza rilevante del conflitto. A differenza dell’imperialismo britannico, nel caso statunitense il

capitale si sarebbe diretto principalmente verso tutto il settore primario di esportazione, cioè nell’industria

mineraria e nella produzione agricola, dai servizi e dalle banche.

Il graduale passaggio dal dominio economico della gran Bretagna e quello degli Stati Uniti avvenne già durante la

Prima guerra mondiale, quando si verificò un aumento consistente degli scambi commerciali, tra il colosso del

Nord e i paesi del subcontinente. Il fenomeno si perfezionò all’indomani della fine del conflitto. Nel periodo

compreso tra il 1913 e il 1929, infatti, gli scambi commerciali tra gli Stati Uniti e i paesi latinoamericani crebbero

ad un ritmo molto sostenuto. New York aveva rimpiazzato Londra come centro finanziario mondiale e adesso le

repubbliche latinoamericane si rivolgevano al potente vicino per i prestiti e per gli investimenti. Gli Stati Uniti, in

sintesi, esercitavano una supremazia politica ed economica solo nella zona del “Mediterraneo americano”, mentre

nel resto della regione erano ben lungi dal condizionare la vita politica o le scelte strategiche dello sviluppo

economico nei paesi dove si dirigevano i loro capitali. La situazione cambiò negli anni venti e trenta al punto tale

che, nel 1939, la maggior parte degli investimenti statunitensi era concentrata nei paesi dell’America meridionale.

Il dopo Wilson e gli anni venti

Per tutti gli anni venti seguì la stagione di governo del partito repubblicano. Sul versante interno, la leadership

repubblicana si caratterizzò per una condotta sostanzialmente conservatrice con una fiducia nel mondo degli affari,

mentre su quello della politica estera e delle relazioni internazionali, essa segnò un’inversione di tendenza rispetto

alla dirigenza democratica, con il ritorno al tradizionale isolazionismo che, in quegli anni, si definì come persistente

sforzo per promuovere al massimo le attività economiche all’estero con il minimo costo politico. In America Latina

gli Stati Uniti continuarono a seguire lo stesso tipo di politica, definita da Wilson della “porta chiusa” agli interessi

non americani. Pur non facendosi più promotrice di interventi armati, Washington mantenne truppe nelle aree

geografiche più vicine. Nella Repubblica Dominicana, nel 1916, la Casa Bianca impose un accordo che assegnava

ad organi nordamericani il compito di riscuotere e distribuire i dazi doganali. Questa manovra comportò la presenza

diffusa di funzionari statunitensi in numerose istituzioni. Anche quando, nel 1924, il potere fu restituito ai

dominicani, gli Stati Uniti non uscirono di cena lasciando alcuni contingenti militari con il compito di organizzare

le Forze armate. Ad Haiti, l’occupazione, iniziata nel 1915, si protrasse più a lungo, sino al 1934.

Le amministrazioni statunitensi repubblicane cominciarono a ricorrere sempre meno allo strumento militare. La

condotta della Casa Bianca si fece più discreta, ma non meno invasiva, poggiando u l’invio di missioni di esperti

finanziari. Dopo la fine dell’occupazione militare nella Repubblica Dominicana seguiva, nell’agosto del 1925, il

ritiro dal Nicaragua. Bisognò attendere il mese di gennaio del 1933 per assistere l ritiro definitivo delle truppe di

occupazione statunitensi dal suolo nicaraguese.

Le forze politiche locali, in vista del ritiro delle truppe nordamericane, avevano trovato un’intesa in base alla quale

la presidenza era andata al conservatore Carlos Solòrzano e la vicepresidenza al liberale Juan Bautista Sacasa. Ma

alcuni mesi dopo questo accordo era stato spazzato via dal golpe del generale Emiliano Chamorro, poi costretto da

Washington a dimettersi e a lasciare il posto al conservatore Adolfo Dìaz. Ma i liberali non accettarono

‘imposizione della Casa Bianca, reclamando che la presidenza fosse assegnata a Sacasa. Così presero le armi contro

i conservatori e, grazie alle truppe guidate dal generale Josè Maria Moncada, giunsero rapidamente a controllare

circa la metà del territorio nazionale.

Al fianco dei liberali si schierò Augusto Cèsar Sandino. Il “generale degli uomini liberi”, secondo la definizione del

1928 di Henri Barbuse, dopo aver trascorso i primi anni venti dapprima in Honduras e in Guatemala e poi in

Messico, ritornò in Nicaragua nel 1926. Nonostante l’appoggio dl governo statunitense con il solito pretesto di

difendere la vita e gli interessi dei cittadini statunitensi, Adolfo Dìaz non riuscì a sconfiggere Moncada. Gli Stati

Uniti furono costretti nel maggio del 1927 a siglare con quest’ultimo un accordo in base al quale Dìaz avrebbe

terminato il suo mandato in cambio della convocazione di elezioni per l’anno seguente, sotto la supervisione delle

truppe nordamericane. Moncada accettò l’intesa, consegnando le armi e diventando l’anno successivo capo dello

stato, dopo aver vinto le consultazioni.

Non approvando il compromesso politico, Sandino iniziò una lotta con connotazione antimperialista che ben presto

raccolse attorno a sé consenso e popolarità nel paese e all’estero. L’Esercito difensore della sovranità nazionale da

lui guidato, raggiunse le 6000 unità, pari ad alcune sconfitte, ma poi prese ad avere la meglio. Le truppe americane

si trovarono in grande difficoltà, intensificarono l’opera repressiva, giungendo anche a bombardare i territori

contesi all’esercito sandinista. Ma alla fine, gli Stati Uniti furono costretti a lasciare il comando delle operazioni

alla Guardia nazionale, creata nel 1927 e addestrata da istruttori statunitensi. Lo scontro si fece più duro. Non

riuscendo a sconfiggere gli insorti, la Casa Bianca annunciò il rientro dell’esercito dal Nicaragua dopo le lezioni

del 1932, che videro la vittoria di Sacasa e la sua conseguente ascesa alla presidenza della Repubblica.

Le vicende nicaraguesi erano il segnale di una turbolenza politica che mal si conciliava con gli interessi

statunitensi. E a nulla era servito il tentativo della Casa Bianca di sviluppare un’azione più decisa al fine di

stabilizzare l’area centroamericana. Un altro passo verso il graduale abbandono del “corollario Roosevelt” e il

metodo dell’intervento militare s ebbe con il “memorandum Clark sulla dottrina Monroe” del 17 dicembre 1928.

esso stabiliva che la dottrina Monroe era un’enunciazione rivolta agli Stati Uniti e non a quelli latinoamericani. Al

fine di rendere meno conflittuali le relazioni con gli altri governi del continente, quello statunitense fece allora

ricorso sempre più al panamericanismo, che permetteva di stemperare, in un contesto istituzionale, le diffidenze e

allo stesso tempo offriva uno strumento di pressione indiretto. De furono le conferenze che si tennero nel decennio,

quella di Santiago 81923) e quella dell’Avana (1928).

Nella Conferenza di Santiago si giunse al Trattato per evitare o prevenire i conflitti tra gli stati Uniti americani

(Trattato Gondra). Firmato dagli stati Uniti e dalla maggior parte delle repubbliche latinoamericane. La seconda

conferenza, quella dell’avana, vide la presenza di una folta delegazione statunitense, guidata dal presidente

Coolidge in persona, il che non impedì che fosse caratterizzata dal tentativo di alcuni Stati latinoamericani in

particolare dell’Argentina, di ottenere una condanna dall’intervento negli affari interni di un paese membro: Gli

Stati Uniti si opposero a tale manovra. L’atmosfera che si respirò all’Avana nel 1928 rappresentò l’indicatore più

efficace della presenza e della diffusione di sentimenti antistatunitensi.

VERSO IL NUOVO ORDINE AMERICANO

La politica del “buon vicinato”

Nonostante i tentativi egli anni venti tesi a garantire la pace in caso di dispute tra gli Stati, nella prima metà degli

anni trenta si ebbe un grave conflitto tra America Latina, la guerra del Chaco che vide opposti Bolivia e Paraguay.

La vicenda si complicò quando si tramutò in una disputa tra due compagne petrolifere, la Standard Oil operante in

Bolivia e la Royal Dutch Shell attiva in Praguay. Bisognose entrambe di uno sbocco al mare per il trasporto, le de

compagnie alimentarono la controversia, assegnando alla stessa il carattere, oltre che di guerra di confine, di

conflitto petrolifero. Se si tiene conto che la Standard Oil era di proprietà statunitense e a Shell britannica, si

comprende come la contesa altro non fosse che una manifestazione della competizione in atto fra l’imperialismo

nordamericano e quello britannico.

Il conflitto fu segnato dall’incapacità del presidente Daniel Salamanca e dell’Alto comando boliviano di gestire le

operazioni militari. Dopo un’interminabile serie di insuccessi, il giovane maggiore Germàn Busch, nell’opporsi alla

decisione di Salamanca di sostituire i vertici militari, attuava, il 27 novembre 1934, un colpo di mano. Il liberale

Josè Tejada Sorzano diveniva il presidente. Il 12 giugno dell’anno seguente a Buenos Aires veniva firmato

l’armistizio che sanciva la sconfitta della Bolivia, la fine delle ostilità era stata possibile grazie alla mediazione

assicurata da Argentina e Cile, cui si unirono in seguito, gli Stati Uniti. La Bolivia entrava in una fase di turbolenza

politica, mentre in Paraguay il fatto i non essere riusciti a ricavare vantaggi territoriali dalla conclusione del

conflitto determinava il diffuso convincimento di aver subito una “vittoria mutilata”. Pesarono in tal senso le

pressioni che la Standard Oil esercitò sui negoziati di pace al fine di ottenere che la zona conquistata dal Paraguay

rimanesse sotto controllo boliviano.

La guerra del Chaco si concluse quando, negli Stati Uniti, il democratico Franklin Delano Roosevelt, era al suo

terzo anno di governo. Asceso alla presidenza, nel 1933, nei confronti dell’America Latina si assistette a un

significativo cambio di rotta, con il varo della cosiddetta politica di “buon vicinato”, basata sul principio del non

intervento negli affari latinoamericani. La svolta della politica d buon vicinato fu in un certo senso attuabile perché

era mutata l’immagine dell’America Latina nel discorso imperiale nordamericano. Negli anni trenta, il

panamericanismo si consolidò. Il nuovo corso trovò immediata attuazione alla VII Conferenza panamericana che si

tenne nel 1933 a Montevideo. Il segretario di Stato Cordell Hull accettò la proposta di un accordo con il quale i

paesi membri si impegnavano a rinunciare a intervenire negli affari interni di un altro Stato.

Ma furono alcune decisioni successive a sgombrare il campo dagli equivoci. Il 29 maggio 1934, gli stati Uniti

negoziavano con Cuba l’annullamento dell’emendamento Platt, mentre il 15 agosto i militari nordamericani si

ritirarono definitivamente da Haiti. Con questo provvedimento cessava, ad eccezione della base di Guantànamano a

Cuba, la presenza di truppe statunitensi sul suolo di un’altra nazione del continente. Nell’VIII Conferenza

panamericana, che si tenne a Lima, nel 1938, gli Stati Uniti riuscirono a riportare un discreto successo, ottenendo

l’adesione dei vicini del Sud alla linea politica estera perseguita da Washington. L’atto più importante fu la

Dichiarazione di Lima che enunciava la solidarietà delle repubbliche americane prevedendo la sicurezza o

l’integrità territoriale di un paese membro.

Il nazionalismo degli anni trenta

Le inquietudini che caratterizzarono gli anni trenta e che derivarono in gran parte dalla crisi economica del 1929, si

tramutarono in una spinta nazionalistica che fece della lotta all’imperialismo straniero, un cavallo di battaglia del

recupero della dignità. In Messico ciò avvenne durante la presidenza di Càrdenas (1934-40), che segnò un netto

cambiamento di tendenza rispetto al passato. L’economia messicana continuava a dipendere dai prodotti estrattivi,

argento e petrolio. La quasi totalità delle importazioni proveniva dagli Stati Uniti, principale destinatario. Negli

anni trenta le compagnie del settore erano straniere, soprattutto inglesi, e meno numerose, statunitensi. Fino

all’ascesa di Càrdenas, la questione dello sfruttamento dei giacimenti petroliferi ad opera delle compagnie straniere

era stata gestita dai governi messicani. La scintilla che portò ad una modifica sostanziale della situazione fu una

questione salariale, che vide contrapposte le compagnie straniere e i lavoratori messicani. Dopo lunghe

negoziazioni, nel 1942 i vari governi trovarono una soluzione, favorevole agli interessi messicani, che sanciva il

risarcimento ad un livello decisamente inferiore alle richieste avanzate dalle compagnie. Càrdenas procedeva,

infine, alla creazione di una compagnia statale, la petròleos Mexicanos (PEMEX):

La penetrazione nazifascista e gli equilibri strategici continentali

Durante la seconda metà degli anni trenta le relazioni internazionali furono scosse da politiche aggressive fasciste.

Per gli Stati Uniti la preoccupazione nasceva dalla sfida montante del fascismo alla democrazia liberale e dalla

diffusione dell’ideologia fascista nei paesi americani. L’apprezzamento per i regimi fascisti europei erano

perfettamente in linea con alcune caratteristiche di fondo delle realtà latinoamericane. Ad alimentare l’interesse

contribuivano anche la presenza di consistenti colonie di immigrati tedeschi e italiani in America Latina. Questi

aspetti furon amplificati dall’ascesa al potere di Antònio de Oliveira Salazar in Portogallo e di Francisco Franco in

Spagna, dal favore dimostrato dalle gerarchie ecclesiastiche che nel fascismo trovarono nuova linfa per il loro

conservatorismo. Washington seppe sfruttare al meglio questo clima di agitazione. La minaccia rappresentata dal

nazifascismo fu, infatti, notevolmente ingigantita durante la guerra e gli Stati Uniti riuscirono a strumentalizzarla

per promuoverei loro interessi strategici in America Latina. Essa servì, per legittimare la creazione di un sistema di

difesa regionale gestito dagli Stati Uniti.

La questione era però complessa. Sul finire degli anni trenta, il rischio che la politica di potenza europea potesse

estendersi anche al continente americano costrinse l’amministrazione Roosevelt a ripensare al concetto di sicurezza

emisferica. La diplomazia statunitense non poteva più ignorare che i progressi tecnologici e militari rendevano

possibile un’offensiva fin dentro i confini dei paesi americani. L’inquietudine degli Stati Uniti non era priva di

fondamento. Nel 1939, dal punto di vista strategico ed economico, gli Stati Uniti potevano contare su una

condizione di supremazia solo nel “circuito caraibico” (Carabi, America centrale, Colombia, Venezuela e Messico).

Nondimeno, anche inqu3est’area Washington doveva fare i conti con una politica sempre più aggressiva da parte

delle potenze totalitarie, in particolare della Germania, molto attiva in Guatemala, ma anche in Costa Rica,

repubblica Dominicana, Honduras e Colombia.

Lo scoppio della guerra e la neutralità delle Americhe

Il 1 settembre 1939 la Germania invadeva la Polonia. Due giorni dopo la Gran Bretagna e la Francia dichiaravano

guerra a Berlino. Alla fine del mese di settembre, la Polonia veniva completamente smembrata dai paesi vicini. Per

milioni di latinoamericani questi avvenimenti non ebbero quasi alcuna rilevanza. Il conflitto minacciava le fonti di

approvvigionamento, i mercati di esportazione e i servizi di credito. Il 5 settembre, la repubblica di Panama

formulò l’invito per una conferenza interamericana. Nel frattempo, le repubbliche latinoamericane decisero misure

di emergenza per tenere sotto controllo i prezzi delle merci importate e per prevenire eventuali speculazioni.

La Conferenza di Panama si tenne nel 1939. Tre i principali temi in discussione: la neutralità, la salvaguardia della

pace dell’emisfero occidentale e la cooperazione economica. Nella Dichiarazione generale di neutralità le

repubbliche americane affermarono la loro intenzione di non voler essere implicate nel conflitto europeo. Ma il

provvedimento più importante fu la stesura di una lista, la Statutory o Black List, in cui furono inserite le ditte

tedesche quelle delle nazioni neutrali che intrattenevano scambi con la Germania. Gli effetti della statutory List

furono scarsi fino al 1941, quando anche l’amministrazione Roosevelt stabilì la sua Proclaimed List o Black List.

Le imprese che caddero vittime di questa guerra commerciale incontrarono grandi difficoltà ad ottenere permessi di

navigabilità e licenze che certificassero che le loro merci inviate in Europa. Questo sistema scatenò la protesta di

molti Stati latinoamericani. La Dichiarazione di Panama stabilì una zona di sicurezza lungo le coste americane da

cui furono escluse le acque territoriali del Canada e quelle delle colonie (Olanda, Francia e Gran Bretagna).

Meno controversa fu la decisione di creare il Comitato consultivo economico e finanziario interamericano, con sede

a Washington. Esso avrebbe dovuto prendere in considerazione tutti gli aspetti della cooperazione, in particolare in

merito alla protezione delle istituzioni finanziarie ed economiche, all’espansione della produzione industriale e

agricola e del commercio interamericano. Il provvedimento più importante della Conferenza di panama riguardò la

creazione della zona di sicurezza. Tutti i paesi del “circuito caraibico” rafforzarono le loro misure di difesa;

rinunciarono ai rapporti con missioni militari tedesche e offrirono a Washington le proprie postazioni aeree e

navali. Alla fine del 1939, gli stati Uniti erano così riusciti a stabilire un effettivo controllo aereo e navale dell’area.

La diminuzione degli scambi con i paesi del Vecchio Mondo fu compensata, a partire dal 1941, da una crescita

significativa di quelli con gli Stati Uniti, la cui economia rimase l’unica in grado di assorbire il commercio della

regione.

L’amministrazione di Roosevelt, consapevole dell’importanza di evitare il controllo delle economie, si adoperò per

il lancio di un programma di cooperazione economica interamericana. Dal momento che l’approvvigionamento di

materiale strategico rappresentava la principale priorità per gli Stati Uniti, nel giugno 1940 l’amministrazione

Roosevelt creava la Metals Riserve Company e la Rubber Riserve Company allo scopo di stimolare proprio la

produzione delle materie prime ritenute indispensabili alla guerra: i paesi latinoamericani, non implicati nel

conflitto, ne furono i principali partner.

Unite contro le potenze dell’Asse

Nella prima metà del 1940 si susseguirono voci di possibili colpi di Stato architettati da elementi nazisti presenti in

Uruguay al Cile, dalla Bolivia al Costa Rica. Quasi tutte le nazioni latinoamericane, in particolare quelle

dell’America meridionale, arrivarono alla conferenza combattute tra la volontà di esprimere la loro solidarietà

emisferica e la consapevolezza di un’Europa dominata dal nazismo. Non stupisce così che l’argentina annunciasse

la sua ferma opposizione a siglare accordi militari o che il Cile dichiarasse di essere saldamente ancorato alla

neutralità. Nonostante le resistenze dell’Argentina- e in parte del Cile- nel luglio si giunse alla stesura dell’Atto

dell’Avana, che sarebbe entrato immediatamente in vigore. Il documento stabiliva la creazione di un Comitato di

emergenza composto da un membro per ciascuna repubblica. Esso si sarebbe riunito su richiesta di uno qualsiasi

dei paesi firmatari e avrebbe assunto l’amministrazione di un possedimento attaccato o minacciato. In caso di

pericolo, una o tute le repubbliche americane avrebbero potuto agire senza aspettare la convocazione del comitato.

La Conferenza dell’Avana è da considerarsi una tappa intermedia verso la lotta al nazifascismo. Non stupivano le

resistenze di alcune cancellerie. Tra questi si segnalavano Argentina e Cile, che mantennero una discreta autonomia

nella conduzione della loro politica estera. In Argentina si oscillava tra coloro che desideravano continuare la

collaborazione con la Gran Bretagna, per contenere l’espansione statunitense, e coloro,invece, che sostenevano

fosse giunto il momento di cambiare alleanza e puntare decisamente sul colosso nordamericano. Il comportamento

dell’argentina dimostrava che vi erano alcuni Stati latinoamericani che tendevano a guardare gli eventi

internazionali con prudenza e circospezione. Per altri, l’unica scelta possibile era quella di accettare le richieste

degli Stati Uniti, in cambio di consistenti aiuti finanziari e di programmi di assistenza e consulenza. La conferenza

di Rio de Janeiro fu un successo per l’amministrazione Roosevelt, se si esclude la questione della rottura delle

relazioni diplomatiche. La conferenza perfezionò il sistema della cooperazione, disciplinando ogni settore, da

quello economico-finanziario a quello commerciale. Dal punto di vista strategico ed economico-commerciale, solo

l’Argentina manteneva legami con l’Europa (Gran Bretagna) e si rifiutava di seguire le direttive impartite da

Washington.

La fine del conflitto

Nei mesi successivi alla Conferenza di Rio l’attenzione del dipartimento i Stato fu tutta concentrata sul Cile e

sull’Argentina. Se il primo cedeva nel gennaio 1943, rompendo le relazioni diplomatiche con i paesi dell’Asse, la

repubblica pratense continuò sulla sua strada, incurante delle pressioni statunitensi, per quasi tutta la durata della

guerra. Gli Stati Uniti le tagliarono ogni tipo di aiuto. Furono accentuate l pressioni sulla Gran Bretagna affinché si

decidesse a rompere i legami con il suo tradizionale partner latinoamericani. In Argentina, il governo di Ràmon S.

Castillo era dovuto ad una sfiducia che gli Stati Uniti non fossero in grado di fornire adeguata protezione. Nel

giugno del 1943, però, il panorama politico interno fu turbato da un golpe promosso da una parte delle Forze

armate. Alla base del golpe di Stato vi erano influenze esterne come la rivalità con il Brasile e, conseguentemente,

l’intenzione dei militari di recuperare la distanza che separava l’Argentina dal Brasile. Castello aveva cercato di

riavvicinarsi agli alleati favorendo come suo successore Robustiano Patron Costas, legato agli interessi statunitensi.

Ma, dopo aver deposto Castillo, i militari posero alla presidenza il generale Arturo Rawson, poi esautorato in

favore del generale Pedro Pablo Ramìrez. Il loro progetto mirava a creare un governo che avrebbe ridato prestigio

al paese. Ramìrez fu alla guida di un governo composto quasi esclusivamente di ufficiali ma divisi fra nazionalisti

e liberali. Il presidente argentino cercò un compromesso con l’amministrazione nordamericana, poi sotto la

minaccia di Washington di un embargo totale, fu costretto nel 1944, a rompere le relazioni con Germania e

Giappone.

Questa decisione provocò un nuovo cambio, la presidenza passava al generale Edlmiro J.Farrell. Il suo governo si

dimostrò molto più tenace del precedente, ma le relazioni tra Argentina e Stati Uniti, si aggravarono. La situazione

migliorò parzialmente con la nomina a sottosegretario per gli Affari panamericani di Nelson Rockefeller, fautore di

un riavvicinamento tra i due Stati in funzione soprattutto dell’organizzazione del futuro assetto mondiale. Di tenore

radicalmente diverso furono i rapporti degli Stati Uniti con Brasile e Messico. Dopo Pearl Harbor, quest’ultimo

ruppe le relazioni con le potenze dell’Asse, concesse facilitazioni alla marina statunitense per l’uso di basi sul suo

territorio e, a partire dal gennaio 1942, collaborò con gli Stati Uniti in una commissione congiunta di difesa.

Con l’assenso di Washington, il Messico inviò una squadriglia aere al fronte del pacifico dove arrivò nella

primavera del 1945 partecipando al bombardamento delle postazioni giapponesi nelle Filippine. In termini di

partecipazione attiva al conflitto, le scettro spettava, tuttavia, al Brasile, che fu il partner privilegiato da

Washington, da cui ricevette aiuti. Alla Conferenza di Rio, il Brasile ruppe le relazioni diplomatiche. La lotta al

nazifascismo portò non pochi benefici dal punto di vista economico per le repubbliche latinoamericane. Brasile e

Messico furono i paesi che godettero maggiormente delle agevolazioni messe a disposizione dagli Stati Uniti. Non

si può dire altrettanto nel caso dell’Argentina, che fu l’unico paese a non fruire dei vantaggi.

L’immissione dell’America Latina nella guerra fredda

Le ripercussioni della guerra nel continente americano

La Seconda guerra mondiale, si chiuse per gli Stati Uniti con un bilancio più che incoraggiante anche in America

Latina. La Casa Bianca aveva esteso il suo controllo su tutto il continente americano. Il conflitto determinò un

mutamento rispetto agli anni trenta. In seguito all’aggravarsi della crisi tra le potenze europee, la Casa Bianca

considerò urgente stabilire un blocco commerciale emisferico autocontrollato e isolato dalle minacce economiche e

militari provenienti dall’esterno. Per fare ciò occorreva creare un sistema di accesso privilegiato per gli Stati Uniti

ai materiali strategici e alle risorse agricole dell’America Latina. La politica di “buon vicinato” si prestò a tale

scopo.

Il controllo dell’emisfero fu intensificato dopo i 1935 a causa ella penetrazione politico-economica della Germania

nazista in America Latina. L‘espansione tedesca e giapponese rischiava di mettere a repentaglio le fonti di

approvvigionamento dell’industria statunitense. I paesi latinoamericani riuscirono ad affrontare (e superare) con

relativa facilità le conseguenze provocate dal conflitto ma solo grazie all’intervento statunitense. Quando, dopo la

fase bellica, quest’aiuto venne meno, entrarono in una fase recessiva. Essi, infatti, persero il mercato europeo. La

riorganizzazione economica del continente fu solo un aspetto dell’impianto egemonico predisposto durante la

guerra agli Stati Uniti. Una prima bozza del nuovo ordine americano fu ufficializzata alla IV Conferenza dei

ministri degli Esteri delle repubbliche americane d Chapultepec (Città del Messico) sui problemi della guerra e

della pace, nel marzo 1945. In Messico ci si proponeva di perseguire tre obiettivi fondamentali:

- intensificare la collaborazione bellica con gli alleati nella fase finale della lotta all’Asse;

- definire il futuro del sistema panamericano e la sua integrazione nella nascente Organizzazione delle

Nazioni Unite;

- rafforzare la cooperazione economica regionale.

I documenti più importanti furono l’Atto di Chapultepec, che affermava il principio che un attacco contro tutti i

paesi membri; e la Declaraciòn de Mèxico, nella quale si enunciava che la pace e la democrazia avrebbero dovuto

guidare le relazioni tra le nazioni della comunità americana. Uno dei punti più controversi fu quello relativo alla

futura organizzazione internazionale. I paesi del subcontinente criticarono il progetto sottoscritto da Stati Uniti e

Gran Bretagna, Cina e Unione sovietica e in base al quale si stabilì che l’ente che stava per nascere sarebbe stato

composto da un’assemblea generale, un Consiglio di sicurezza, un Segretario generale, una Corte internazionale di

giustizia e un Consiglio economico e sociale.

Sebbene gli Stati latinoamericani si impegnassero a garantire il loro sostegno alla Conferenza delle Nazioni Unite

che si sarebbe svolta a San Francisco, Chapultepec rese manifeste le profonde divisioni esistenti tra la Casa Bianca

e i suoi alleati meridionali. Si scontravano due opposte visioni. Quella degli stati Uniti e quella regionalistica delle

nazioni del Sud.

Viva la democrazia

Gli anni compresi tra la metà del 1944 e la metà del 1946 furono caratterizzati da tre distinti fenomeni:

democratizzazione, spostamento a sinistra dell’arena politica, attivismo del mondo del lavoro. Quasi dovunque i

dittatori lasciarono il potere, si ebbe una discreta mobilitazione delle forze popolari. Il caso più emblematico della

democratizzazione in America Latina fu quello del Brasile, dove terminava la stagione dell’Estado Novo. Rilevante

fu, in tal senso, il ruolo svolto dall’ambasciatore statunitense Adolf Berle Jr, la cui opposizione convinse il dittatore

ad abbandonare il potere. Anche in Argentina, gli Stati Uniti cercarono di interferire nelle vicende politiche interne.

Ma, in questo caso, l’azione dell’ambasciatore Spruille Braden non riuscì ad impedire l’ascesa alla presidenza del

colonnello. L’11 febbraio 1946, il dipartimento di stato pubblicò il famoso Blue Book, cioè una raccolta di

documenti in cui accusava l’Argentina per i legami con la Germania nazista durante la guerra. Esso si rivelò però

controproducente, poiché il futuro presidente ebbe gioco facile nel dimostrare che il Libro blu altro non era che una

prova della sfacciata interferenza statunitense, mossa che lo portò trionfalmente alla vittoria. Alla fine della guerra

comunque, la casa Bianca si rifiutò di concedere ai dittatori ancora al potere assistenza finanziaria e aiuti militari.

Alla base dell’espansione del comunismo in America latina vi era stata l’alleanza in funzione anti Asse tra Stati

Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica. Dovunque i partiti marxisti avevano appoggiato i regimi al potere.

Il ritorno dei dittatori

Nell’insieme la democratizzazione ebbe vita breve. A partire dal 1947 e soprattutto dal 1948, le classi dirigenti

attuarono una svolta reazionaria. Ciò fu possibile perché il clima di aperture democratiche non era riuscito a scalfire

il potere delle classi dominanti. Alla fine della guerra, essi si attivarono per recuperare interamente il controllo

politico e sociale. Quasi dovunque si riprese a reprimere leader sindacali. Gli Stati Uniti abbandonarono il loro

impegno per la democrazia man mano che si accentuava il loro coinvolgimento in Europa e le democrazie

latinoamericane si dimostrarono sempre più ostili, per l’influenza del nazionalismo, all’egemonia nordamericana.

E’ per questo motivo che per tutti gli anni cinquanta, regimi conservatori e antidemocratici furono percepiti come il

miglior strumento per proteggere gli interessi statunitensi. Così le dittature rimaste al potere accentuassero la loro

condotta autoritaria. In questo scenario risalta il caso della Colombia, dove si ebbero gravi turbolenze politiche che

portarono all’assassinio del leader liberale Jorge Eliècer Gaitàn nell’aprile del 1948. Dalla dura repressione delle

forze politiche democratiche, il tutto al fine di preservare il potere delle classi dei politici conservatori. La

principale preoccupazione per la Casa Bianca era rappresentata dalla penetrazione dei “rossi” nei sindacati

latinoamericani, poiché si riteneva che essi minacciassero gli interessi statunitensi. I sindacati, controllati o meno

dai comunisti, furono percepiti, pertanto, coma una forza potenzialmente destabilizzante e ostile allo sviluppo

capitalistico. L’amministrazione nordamericana non dovette faticare molto né intervenire direttamente:bastò far

capire alla classe dirigente del subcontinente quale fosse la strada da seguire. L’adozione negli stati Uniti di alcune

misure come il Taft-Harley Act del giugno 1947, chiarì alla èlite latinoamericane che la disciplina del mondo del

lavoro e l’anticomunismo erano gli imperativi da assolvere senza esitazioni. Alla testa della campagna

anticomunista vi fu l’American Federation of Labor, la cui azione portò in rapida sequenza alla spaccatura della

Confederaciòn de Trabajadores de America Latina. Risulta chiaro che per Washington la rimozione dei marxisti

dalla scena politica e sindacale rappresentava un rafforzamento della democrazia; anzi, come il fascismo durante la

guerra, il comunismo era considerato incompatibile con la democrazia.

Gli Stati Uniti abbandonano i vicini del sud

Gli Stati Uniti erano diventati una potenza mondiale con interessi e preoccupazioni globali. Essi dovevano pensare

non tanto agli affari emisferici, quanto a quale ordine mondiale fosse maggiormente conveniente ai loro interessi,

alla luce di un’accentuazione dei contrasti con l’Unione Sovietica. La dottrina Truman del 1947 fu elaborata

proprio sulla base della percezione di una minaccia sovietica all’Europa, in particolare alla Grecia e alla Turchia.

Il nemico continentale

Fuori il comunismo dalle Americhe

Nel 1950, Gorge Kennan effettuò il suo primo ed unico viaggio in America Latina. Il dirigente sosteneva che le

attività dei comunisti rappresentavano la minaccia più seria, grave e urgente per gli interessi statunitensi in America

Latina. Essi stavano tentando, secondo Kennan, di introdurre nell’emisfero occidentale un sistema politico ostile a

quello nordamericano. Sulla base di questa considerazione, invitava il governo a non essere “indulgente” nei

confronti delle loro attività, né a a farsi troppi scrupoli in merito ai metodi da usare per sconfiggerli. Anzi, l’unica

risposta possibile consisteva nella dura repressione della sinistra marxista. Sarebbero stati sufficienti la

“penetrazione” dei comunisti per minacciare gli interessi strategici ed economici del potente vicino del Nord.

Inoltre, chiunque non fosse al lato degli Stati Uniti era un loro nemico.

L’evoluzione della competizione con l’URSS e le prime crisi internazionali sembravano giustificare tanto

allarmismo. Una riprova si ebbe in occasione della guerra di Corea, quando le due superpotenze si trovarono per la

prima volta, nel secondo dopoguerra, a doversi misurare militarmente. La guerra di Core scoppiò nel 1950. Cuba ed

Ecuador, allora membri non permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU, appoggiarono senza indugi le

risoluzioni del 1950, con le quali le Nazioni Unite si pronunciarono in difesa della Corea del Sud. Per stringere a sé

tutti gli altri partner latinoamericani, il segretario di Stato Acheson chiese la convocazione di una conferenza dei

ministri degli Esteri americani, che i tenne a Washington nel 1951 Tuttavia, per questa guerra, i governi

latinoamericani erano disposti a fornire solo un supporto “morale” al loro vicino del Nord.

La guerra incoraggiò gli Stati Uniti a concludere patti di assistenza militare bilaterali con i suoi alleati meridionali.

Truman nel maggio del 1950, aveva autorizzato un programma di aiuti militari per l’emisfero occidentale

approvando il documento NSC 56/2. L’anno seguente, con il Mutual Security Act, il congresso stanziò 38.150.000

dollari per l’assistenza militare diretta all’America latina. Tali intese furono concluse tra la fine

dell’amministrazione Truman e il primo mandato presidenziale di Dwight D. Eisenhower. Quest’ultimo sembrò

subito intenzionato a voler imprimere una svolta nei rapporti con le nazioni del subcontinente, innanzitutto sul

versante della lotta al comunismo. Eisenhower scelse come suo segretario di Stato John Foster Dulles. Eisenhower

e Dulles erano ferventi anticomunisti. Il presidente comprese che l’emergere nei paesi in via di sviluppo di un

rigoroso ed energico nazionalismo rappresentava una delle caratteristiche più rilevanti del sistema internazionale

del secondo dopoguerra. Con il nazionalismo “in marcia”, le potenze occidentali non potevano sperare di

preservare a lungo lo status quo.

L’amministrazione Eisenhower formulò le linee guida della sua politica regionale attraverso un documento

incentrato sulle ripercussioni che la guerra fredda, il presunto espansionismo dell’Unione Sovietica all’interno di

ciascun paese producevano nell’emisfero occidentale. Gli Stati Uniti avrebbero cercato di allineare i vicini

meridionali nella lotta contro l’Unione Sovietica e la sovversione del comunismo. Einsenhower avrebbe offerto

finanziamenti e assistenza militare ai regimi latinoamericani, anticomunisti, compresi quelli dittatoriali.

Washington si aspettava che i paesi latinoamericani sostenessero la sua posizione alle Nazioni Unite, eliminassero

la minaccia interna comunista. La Casa Bianca si lanciò nella sfida di “sradicare”il comunismo dalle Americhe.

L’amministrazione Eisenhower sposò in pieno il programma di aiuti militari predisposto al precedente governo,

ciò, però avvenne on lentezza.

La rivoluzione boliviana

Si trattava di rendere il continente sicuro dalla minaccia del comunismo e e di trasformare il sistema panamericano

in un’alleanza anticomunista. La casa Bianca ottenne l’assenso dei paesi latinoamericani all’approvazione della

dichiarazione di Caracas, vero e proprio manifesto anticomunista. Eisenhower e i suoi consiglieri erano convinti

che i comunisti potessero facilmente penetrare nelle istituzioni politiche e sociali di ogni nazione latinoamericana.

Essi cedettero che questa situazione fosse giunta al limite in Guatemala, dove, secondo il dipartimento di Stato, il

presidente era diventato uno strumento dei comunisti. La rivoluzione boliviana del 1952, invece, con la sua riforma

agraria, poteva essere tollerata: era essenzialmente nazionalista, non ledeva i principali interessi economici

statunitensi e, soprattutto, non aveva alcun legame ideologico con il comunismo internazionale. La rivoluzione

boliviana venne gestita in maniera diversa fra il 1953 e il 1961, gli Stati Uniti concessero alla Bolivia aiuti

economici, al paese andino fu offerta più assistenza che ad ogni altra nazione della regione. Fornendo sostegno

economico alla Bolivia, l’amministrazione Eisenhower poteva smentire l’accusa di connivenza con i regimi

dittatoriali e di preferenza per lo status quo. In più poteva mettere a tacere le voci che la responsabilizzavano per il

rovesciamento del governo in Guatemala. La Casa Bianca era convinta di non avere a che fare, a differenza del

Guatemala, con dei “fanatici rivoluzionari: il presidente Paz Estenssoro e il vicepresidente Hernàn Siles Zuazo

erano esponenti della classe media e rappresentavano l’ala moderata del MNR:

Il golpe in Guatemala

La percezione delle dinamiche politiche interne e del pericolo in atto e la conseguente reazione degli Stati Uniti

furono completamente differenti nel caso del Guatemala dove, agenti diretti dall’URSS si stavano organizzando per

sovvertire il paese e trasformarlo in una testa di ponte dell’imperialismo sovietico in America Latina. In Guatemala,

al 1944, al potere c’era Juan Josè Arèvalo. Questi aveva perseguito il programma tipico di un governo di

centrosinistra, rivolto a ridimensionare a povertà della stragrande maggioranza della popolazione. Nel 1951,

Arèvalo fu sostituito dal colonnello Jacobo Arbenza Guzmàn. Il nuovo presidente intendeva accelerare il processo

d trasformazione, mettere mano alla riforma agraria. Arbenz era convinto che l’arretratezza del suo paese

dipendesse dall’ineguale distribuzione della terra. La riforma si proponeva di rivedere la ripartizione della terra al

fin di sviluppare l’agricoltura capitalista attraverso l’aumento del settore dei piccoli agricoltori, proteggendo al

contempla maggioranza delle imprese commerciali.

Ciò nonostante fu giudicata dalla Casa Bianca come un pericolo per i suoi obiettivi strategici. A spingere verso

questa valutazione giocarono interessi economici. Il più grande proprietario terriero e principale datore di lavoro

privato del paese era la ditta United Fruit Company di Boston che operava in Guatemala e che era sempre stata

strettamente legata alla classe dominante locale. La società statunitense si oppose energicamente alla riforma

agraria. Non avrebbe potuto agire diversamente, dal momento ce avrebbe dovuto subire l’espropriazione di buona

parte degli ettari di erra che possedeva. Non potendo far nulla, la United Fruit Company, pretendeva che il prezzo

pagato all’atto dell’acquisto circa due decenni prima, fosse rivalutato. Il governo fu contrario. La compagnia fu

spalleggiata dall’amministrazione Eisenhower che reclamò una compensazione immediata e notevolmente più alta.

In merito alla questione, ripetutamente denunciata da Washington, dell’infiltrazione comunista nel governo e nello

Stato guatemalteco, occorre segnalare che il peso politico-elettorale del partito Guatemalteco de Trabajo non era

affatto significativo. Secondo stime statunitensi, infatti, i suoi membri erano poco più di 500 nel1952. la coalizione

che sosteneva il governo era formata da 51 deputati al Congresso e solo 4 erano comunisti. Questi ultimo non

avevano cariche di governo ma solo alcun mansioni importanti nell’amministrazione pubblica. Insomma, i seguaci

di Mosca non dominavano il Guatemala. Le accuse di Washington erano esagerate, se si considera che il governo

guatemalteco non procedette a scambiare i rappresentanti diplomatici con l’URSS, decise di mantenere le missioni

militari statunitensi; sostenne la posizione nordamericana all’ONU in occasione della guerra di Corea, il paese

rimase profondamente legato agli Stati Uniti.

Eppure, l’amministrazione Eisenhower non ebbe dubbi sul fatto che il governo guatemalteco fosse dominato dai

comunisti. Non ricevendo soddisfazione, passò ai fatti, sviluppando segretamente un piano per destabilizzare e

rovesciare Jacobo Arbenz. Due furono le tappe principali di questa operazione: la Conferenza panamericana

tenutasi a Caracas nel 1954 e l’invasione di un corpo di controrivoluzionari addestrati dalla CIA. La Conferenza, su

pressione della Casa Bianca, pose all’ordine del giorno la discussione di una rivoluzione che prevedesse un’azione

continentale contro il comunismo internazionale. Però, non tutto era filato liscio. I governi latinoamericani non

avrebbero tanto facilmente boicottato il Guatemala. In breve, gli Stati del subcontinente r4igettavano il punto di

vista dell’amministrazione Eisenhower ce il comunismo in America Latina costituisse un’aggressione esterna.

L’ostilità dei latinoamericani scaturiva anche dalla ferma volontà di difendere il principio del non intervento. A

Washington non rimaneva che scendere in campo, ma senza ledere la suscettibilità dei partner meridionali; senza

violare il principio del non intervento. La soluzione cadde su un’operazione coperta.

Il nome in codice dell’iniziativa segreta della CIA n Guatemala fu Operation Success L’invasione ebbe luogo nel

giugno 1954 quando circa 200 esiliati, guidati dal tenente colonnello Carlos Castello Armas attraversarono il

confine tra il Guatemala e Honduras. La CIA svolse un’intensa campagna di propaganda, tramite potenti stazioni

radio installate in Honduras, al fine di far credere alla popolazione guatemalteca che la lotta fosse cruenta e diffusa;

ricorse al bombardamento della capitale. Il colonnello Castello Armas divenne presidente. Il nuovo regime non

riuscì, però a pacificare il paese né a durare: Armas fu assassinato nel luglio 1957. Seguì una lunga fase di

instabilità politica.

La rivoluzione cubana

Le vicende che seguirono la caduta di Arbenz in Guatemala sino all’affermazione della rivoluzione cubana, si può

concludere che l’intervento della CIA ebbe effetti contraddittori per la Casa Bianca. Portò alla rimozione di un

governo considerato ostile e mise in guardia tutte le capitali latinoamericane sul grado di determinazione di

Washington nella lotta contro il comunismo nelle Americhe, creò un eccesso di fiducia per le operazioni coperte.

Gli Stati Uniti s lasciarono, così, al di là delle ripercussioni politico-economiche interne all’isola caraibica e del

mutamento delle storiche relazioni cubano-statunitensi, introdussero un elemento di novità costituito dalle

ambizioni dell’Unione Sovietica in America Latina. La rivoluzione castrista fece crescere rapidamente le mire di

Mosca di poter finalmente mettere un piede nell’emisfero occidentale.

L’amministrazione Eisenhower non aveva alcuna intenzione di assecondare Castro. Avrebbe voluto orientare le sue

scelte, un po’ come era avvenuto con rivoluzionari boliviani, ma sottovalutò da un lato l’abilità del leader cubano:

dall’altro, il consistente consenso popolare di cui godeva la rivoluzione e ll forte sentimento antistatunitense. La

condotta seguita dagli Stati Uniti fu influenzata da molti fattori e tra questi un ruolo importante giocò sicuramente

la geografia, cioè l’estrema vicinanza di Cuba alle coste nordamericane della Florida, e i considerevoli interessi

economici: sino al 1959 Cuba era di fatto un prolungamento caraibico degli Stati Uniti, dove i capitali

nordamericani svolgevano la parte del leone, dalle raffinerie di zucchero, a servizi pubblici.

Castro non era comunista quando entrò trionfante all’Avana nel gennaio del 1959. Anzi, i rapporti con il partito

comunista locale, erano stati improntati ad un reciproca diffidenza. La rivoluzione cubana nacque con

un’ispirazione fortemente nazionalista e antimperialista, non marmista. Fidel abbracciò il marxismo, solo a partire

dal 1961, quando le relazioni cubano-statunitensi si deteriorarono irreparabilmente per una escalation di eventi. Da

una parte la decisione dell’Avana di mettere in pratica il su programma rivoluzionario senza esitazioni; dall’altra la

ferma volontà di Washington di non riconoscere alcun cambiamento e d contrastare con ogni mezzo a sua

disposizione il radicalismo castrista.

L’Unione Sovietica si era dimostrata alquanto indifferente al principio. Inizialmente la rivoluzione cubana fu

percepita dall’Unione Sovietica elusivamente come processo antiyankee: nella lotta contro l’oppressione

dell’imperialismo statunitense. L’interessamento sovietico per Cuba fu fortemente influenzato dalla possibilità che

gli stati Uniti si riprendessero in un certo senso ciò che sentivano gli fosse stato indebitamente sottratto. Un


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di storia dell'America latina e del prof. Nocera, basato su appunti personali e studio autonomo del testo cosigliato dal docente Stati Uniti e America Latina dal 1823 ad oggi, Nocera. Gli argomenti trattati sono i seguenti: guerra contro il Messico, II guerra mondiale, Washington, Emancipazione latinoamericana e premesse della dottrina Monroe, La dottrina Monroe, La guerra messicano-statunitense, La guerra ispano-americana del 1898, Panama e il canale interoceanico, La I guerra mondiale, Il nazionalismo degli anni '30, La rivoluzione boliviana, Il golpe in Guatemala, La rivoluzione cubana, la presidenza Nixon, Il Cile da Allende a Pinochet, La presidenza Carter, La presidenza di Ronald Reagan, guerra fredda, Il primo Bush, Clinton, Gorge W. Bush


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue, letterature e culture dell'Europa e delle Americhe
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Jasminef di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'America latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Napoli L'Orientale - Unior o del prof Nocera Raffaele.

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