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L'America Latina agli Stati Uniti

Sino ai primi dell'Ottocento, Washington non si mostrò interessata agli affari dei suoi vicini del Sud. Non poteva essere altrimenti per due motivi: gli Stati Uniti erano una nazione ancora giovane, che aveva sfidato il potere dell'impero britannico e che non poteva sentirsi completamente al riparo da eventuali ritorni di fiamma da parte di Londra; una nazione che aveva la necessità di concentrare la propria azione diplomatica in Europa per controbilanciare le iniziative britanniche tese a debilitare la sua posizione nel sistema internazionale; essi avevano la percezione che il rafforzamento dei vincoli con i territori ispano-americani non era di primaria importanza per il loro futuro sviluppo.

Espansione negli Stati Uniti meridionali

Una prima manifestazione di intraprendenza da parte degli Stati Uniti in ambito interamericano si ebbe nella parte più meridionale dei loro confini, a sud-ovest, cioè in Florida e Louisiana. In entrambe le circostanze, i territori in questione furono acquistati, cioè "conquistati senza guerre", per usare una celebre frase del presidente Thomas Jefferson. Nel caso della Louisiana essa era appartenuta alla Francia sino al 1763, anno in cui quest’ultima la cedette alla Spagna, che denunciava grande difficoltà nel mantenimento dei suoi possedimenti americani. Alla debolezza della Spagna si deve la firma, nel 1795, del Trattato di San Lorenzo (o trattato Pinckney) in base al quale Madrid concedeva agli Stati Uniti il diritto i navigazione sul Mississippi e la possibilità di deposito a New Orleans, accettando che il confine meridionale nordamericano con la Florida occidentale fosse fissato all’altezza del 31° parallelo.

Ma, nel 1800, la Spagna cedette alla Francia napoleonica il territorio della Louisiana. Intenzionato a ripristinare la situazione esistente fino ad allora, il governo nordamericano attuò una controffensiva diplomatica. A tal fine, il presidente Jefferson inviò nel 1803 James Monroe (allora governatore della Virginia) in missione a Parigi con l’obiettivo di convincere le autorità francesi a riconfermare quanto previsto con il Trattato di San Lorenzo del 1795 ed eventualmente a vendere gli Stati Uniti New Orleans e territori a est della città. Napoleone accolse le richieste e cedette tutta l’area in cambio di 11,25 milioni di dollari e della cancellazione del debito francese, che ammontava a 3,75 milioni di dollari. Nel 1811 la Louisiana fu dunque ammessa come Stato dell’Unione. Per Washington rappresentava un consistente ampliamento territoriale garantendo il controllo del Mississippi e l’accesso al Golfo del Messico.

L'acquisto della Florida

Per quanto riguarda il secondo "acquisto" nel 1810, i coloni anglo-americani che si erano stabiliti nella Florida occidentale si erano sollevati proclamando la "Repubblica della Florida occidentale". Il presidente nordamericano James Madison temeva la rappresaglia dei francesi, visto che sul trono spagnolo in quel momento sedeva il fratello di Napoleone, e degli inglesi che avevano sostenuto le recriminazioni di Madrid. Il 3 gennaio del 1811, Madison chiese al Congresso di autorizzarlo ad occupare temporaneamente i possedimenti spagnoli allo scopo di evitare che fossero assegnati a un’altra nazione. Il Congresso acconsentì, approvando un documento noto come Risoluzione del non trasferimento.

Emancipazione latinoamericana e premesse della dottrina Monroe

Negli anni in cui gli Stati Uniti si ingrandivano territorialmente si registrarono le lotte per l’indipendenza dei possedimenti spagnoli in America Latina (1810-26). Dinanzi a questi fermenti Washington mantenne una condotta prudente, pronunciandosi solo a cose fatte a favore delle nuove repubbliche. La posizione di neutralità non impedì il commercio con gli insorti o l’aiuto finanziario alla loro causa. Con il passare degli anni, la presidenza Monroe si mostrò sempre meno persuasa di dover attendere la fine delle ostilità prima di pronunciarsi ufficialmente e gli Stati Uniti divennero il primo paese che riconobbe formalmente i nuovi Stati latinoamericani. Le resistenze maggiori alla definizione di un nuovo assetto provennero dall’Europa, ancora restia ad accettare l’emancipazione latinoamericana.

Negli Stati Uniti si registravano una forte diffidenza e una buona dose di razzismo nei confronti dei latinoamericani. Malgrado ciò la Casa Bianca era consapevole che la situazione in atto in America Latina rappresentava una grande opportunità in termini di profitti per l’accesso ai mercati e alle risorse naturali di cui era ricco il subcontinente. Un intervento europeo a difesa dell’impero spagnolo poteva mettere a repentaglio questa opportunità, e fu per questo motivo che il governo nordamericano riconobbe per primo gli Stati di nuova indipendenza e formulando quella che sarà poi nota come dottrina Monroe.

La dottrina Monroe

Dottrina che è probabilmente il documento di politica estera statunitense più noto e durevole, con il quale Washington ha per la prima volta esplicitato i propri disegni egemonici sulle Americhe. Si tratta di un indirizzo elaborato dal segretario di Stato Quincy Adams e illustrato dal presidente James Monroe nel suo messaggio al Congresso del 2 dicembre 1823. La dottrina teorizzò la netta contrapposizione tra il Vecchio Mondo delle monarchie e il Nuovo Mondo delle repubbliche, manifestò la volontà di Washington di non intromettersi nelle questioni delle singole nazioni europee e del Vecchio Continente nel suo complesso.

Per contro, negava alle potenze europee il diritto di fondare nuove colonie nell’emisfero occidentale e di intervenire negli affari interni di nazioni indipendenti del continente americano. Le parole del presidente Monroe esprimevano il timore di una nazione in fasce e debole, a già allora con grandi ambizioni. La dottrina altro non era che una dichiarazione unilaterale degli Stati Uniti più in funzione antieuropea che in favore di una solidarietà continentale e non escludeva l’intenzione di estendere l’egemonia statunitense sul continente. Essa non impedì alle potenze europee di intervenire in varie occasioni in America Latina. Altrettanto elastica fu la sua applicazione in relazione ai blocchi navali che inglesi e francesi effettuarono nell’area del Plata tra la fine degli anni trenta e l’inizio degli anni quaranta.

La dottrina non aveva alcun valore dal punto di vista del diritto internazionale e fu accolta in Europa con un misto di derisione e disappunto, mentre nei territori latinoamericani suscitò un moderato interesse.

La guerra messicano-statunitense

Dopo gli acquisti della Louisiana e della Florida l’espansione territoriale degli Stati Uniti nel XIX secolo si realizzò sostanzialmente a spese del Messico. Con il Trattato di Guadalupe Hidalgo del 2 febbraio del 1848, che poneva fine a circa due anni di conflitto tra le due nazioni confinanti, quella latinoamericana fu costretta a cedere il Nuovo Messico e l’Alta California, ricevendo in cambio 15 milioni di dollari. Il trattato fissava il confine tra i due paesi lungo il Rio Grande fino al El Paso del Norte (sul 32° parallelo).

Gli avvenimenti del periodo 1846-48 sono di primaria importanza. Però non tutto filò liscio e non solo per quanto riguarda il versante delle relazioni messicano-statunitensi. Infatti, le tensioni profonde con il Messico alimentarono ancor di più le discussioni interne riguardo i limiti del processo espansionista. Il paese era spaccato in due, da una parte gli oppositori e dall’altra i fautori di nuove acquisizioni territoriali. A metà dell’Ottocento, i secondi trovarono nuova linfa in un efficace slogan destinato a diventare un concetto chiave della politica estera nordamericana, vale a dire il manifest destiny. L’espressione, coniata nel 1845, indicava il presunto diritto-dovere di espandersi sempre più a sud al fine di diffondere la libertà e il principio dell’autogoverno.

Negli ambienti politici statunitensi non mancarono però voci contrarie di crescita imperiale. Ciò perché sullo sfondo dello scontro tutto interno alla classe politica incombevano la questione della schiavitù e una frattura tra il Sud schiavista e il resto del paese. Secondo molti il Trattato Adams-de Onìs aveva rappresentato la tappa finale della fase d'espansione. Con questo accordo gli Stati Uniti avevano guadagnato l’accesso al Pacifico ma abdicato a qualsiasi rivendicazione sui territori sud-occidentali e in particolare sul Texas. Il dibattito era incentrato sulla diffusione o meno della schiavitù e aveva scatenato un’aspra contesa politica tra favorevoli e contrari al sistema schiavistico presente nel Sud.

Ciò che accadde nei territori sud-occidentali accentuò le divisioni interne e non giocò a favore di coloro che si opponevano all’espansionismo. Subito dopo l’indipendenza dalla Spagna, coloni nordamericani cominciarono a stabilirsi nello Stato messicano del Texas. L’insediamento proseguì in base a specifiche leggi di colonizzazione emanate nel paese latinoamericano che permettevano di acquistare terre fertili a prezzi molto vantaggiosi, con i soli obblighi di rispettare la Costituzione messicana e la religione cattolica, nonché il divieto di introdurre schiavi (che non fu mai rispettato). Il Texas, legato alla produzione del cotone e alla speculazione finanziaria, divenne molto attraente per i coloni anglo-americani che vi si riversarono in gran numero.

A distanza di pochi anni le autorità messicane si resero conto che la situazione stava sfuggendo di mano. Fu così che, nel 1830, fu approvata una legge che proibiva l’immigrazione nordamericana e ribadiva il divieto della schiavitù. Tuttavia, Città del Messico non riuscì a contrastare concretamente la colonizzazione statunitense.

Lo scenario mutò quando il generale Antonio López de Santa Anna, asceso per la prima volta al potere in Messico nel 1833, decise di estendere le prerogative e competenze federali a scapito di quelle dei singoli Stati (misura che colpiva anche il Texas). Dopo una prima rivolta nel 1835, e soprattutto dopo la proclamazione dell’indipendenza da parte degli insorti texani nel marzo dell’anno seguente, Santa Anna decise di ricorrere alla forza inviando l’esercito. Durante combattimenti Santa Anna fu catturato e venne costretto a firmare un accordo in cui ordinava la ritirata dell’esercito messicano riconoscendo l’indipendenza del Texas, che nel 1837 otteneva il benestare di Washington.

Il governo statunitense considerò prematuro procedere all’annessione del Texas. Un primo tentativo fu fatto nel 1844, quando il presidente John Tyler negoziò con i texani un trattato di annessione che fu respinto dal Senato statunitense. Un secondo episodio si registrò l’anno seguente, alimentando la tensione tra Stati Uniti e Messico. L’iniziativa fu del presidente James Polk, che riuscì a mettere d’accordo fautori e oppositori della ripresa dell’espansionismo. Nel 1845, il Texas divenne il 28° Stato della confederazione. La risoluzione venne considerata un atto ostile dal governo messicano e causò una rottura delle relazioni diplomatiche tra i due paesi. Il 13 gennaio 1846 il presidente Polk inviò l’esercito guidato dal generale Zachary Taylor alla foce del Rio Grande (il conteso confine texano) cui il Messico rispose nell’aprile del 1846 mobilitandosi.

Poco dopo, Città del Messico attaccò le forze nordamericane lì dislocate. In realtà, la Casa Bianca non era entusiasta della soluzione militare. Gli Stati Uniti ottennero facili vittorie. L’esercito nordamericano riuscì, nel settembre del 1847, ad occupare anche la capitale messicana. I successi militari alimentarono nuovi appetiti espansionistici e persino la nascita di un movimento, l’All Mexico Movement, che reclamava l’annessione di tutto il territorio del vicino del Sud. Le divisioni interne, convinsero alla fine Polk a giungere ad un accordo di pace con il Messico, il Tratto di Guadalupe Hidalgo, in base al quale il confine meridionale del Texas veniva posto sul Rio Grande, mentre la California e il Nuovo Messico passavano agli Stati Uniti. Tale ingrandimento riprese pochi anni dopo. Il trattato, infatti, aveva lasciato in sospeso la delimitazione dei confini, affidandola ad una commissione bilaterale paritetica che si riunì l’anno seguente.

Ancora lontani da Washington, così vicini a Londra

Gli Stati Uniti avevano incrementato considerevolmente il loro territorio. L’attenzione di Washington si spostava sui Carabi. In tal seno vanno considerati, per esempio, i vari tentativi fatti per l’acquisto di Cuba dalla Spagna. L’interesse per l’isola caraibica non andò mai scemando in linea con la teoria del cosiddetto “frutto maturo” formulata, nel 1823, di Quincy Adams, secondo cui più gli Stati Uniti si estendevano a sud, più Cuba, come una mela che per forza gravitazionale cade per terra, sarebbe stata attratta nella confederazione statunitense.

Oltre che sui Carabi, a metà del secolo gli Stati Uniti ambivano ad estendere la loro influenza pure sull’America centrale. In tal senso, la Casa Bianca riteneva fondamentale assumere il controllo delle rotte commerciali interoceaniche, così come valorizzare e facilitare i traffici marittimi. A questo scopo si prevedeva la costruzione di un canale tra l’Atlantico e il Pacifico per evitare la difficile circumnavigazione dell’America meridionale. La Gran Bretagna si era procurata un possedimento in America centrale e aveva occupato San Juan e l’Isola Tigre nel Golfo di Fonseca (Honduras). Da lì, si poteva controllare l’istmo.

Gli Stati Uniti reagirono siglando con le autorità colombiane nel 1846, il Trattato Bidlack, che assegnava a Washington il diritto di transitare a fini commerciali attraverso l’istmo di Panama a patto, però, di rispettare la sovranità colombiana.

Sino a quel momento, gli Stati Uniti e Gran Bretagna nessuna delle due azioni si trovava in posizione privilegiata rispetto all’altra. Al fine di evitare che la competizione in atto sfociasse in una crisi, nel 1850, siglarono il Trattato Clayton Bulwer con cui si impegnavano reciprocamente a non esercitare un controllo esclusivo su questa grande opera una volta che fosse stata costruita. Il trattato prevedeva la neutralità dell’istmo, il divieto di fortificarlo militarmente, piena uguaglianza in merito ai diritti di transito. Gli Stati Uniti accettavano di siglare un’intesa con la prima potenza mondiale del periodo, mettendo da parte i sogni di grandezza.

Il processo espansionista caldeggiato dai fautori del “destino manifesto” non fu messo di punto in bianco in soffitta. Esso proseguì grazie all’iniziativa di alcuni avventurieri, i filibustieri, che nelle loro incursioni promossero con la forza nuove acquisizioni territoriali. L’orizzonte geopolitico di questi personaggi fu l’America centrale e caraibica, vista come una regione arretrata, governata da politici incapaci e corrotti.

Il più noto filibustiere fu William Walzer che, nel 1855, si lanciò alla conquista del Nicaragua a capo di una spedizione e riuscì ad impadronirsi del potere e a farsi eleggere l’anno seguente presidente della Repubblica. Sostenitore della superiorità della razza bianca e fautore della schiavitù, in patria Walzer divenne una specie di eroe popolare. Il suo successo ebbe vita breve. Dinanzi alla controffensiva delle forze politiche locali, nel 1857 Walker fu costretto a lasciare il Nicaragua e a riparare negli Stati Uniti. Poco dopo, però, si lanciò in nuove imprese, l’ultima delle quali, nel 1860, in Honduras, gli costò la vita.

Al di là delle iniziative dei filibustieri, con il Trattato Clayton-Bulwer nell’area centroamericana regnò una sorta di pax anglo-americana. Ciò nonostante la Casa Bianca non evitò di volgere lo sguardo più a sud, indirizzando il proprio interesse anche nei paesi dell’America meridionale. A Londra gli Stati Uniti furono considerati più che altro come una tigre di carta, in ascesa ma non ancora in grado di sfidare la supremazia britannica.

Si può sostenere che una caratteristica delle relazioni tra queste due parti delle Americhe durante l’Ottocento fu l’indifferenza reciproca. Solo a partire dagli anni Novanta, gli Stati Uniti cominciarono a proporsi come uno dei principali importatori delle materie prime locali e fornitore di prodotti finiti, nonché investitore diretto. A cavallo dei secoli XIX e XX, essi irruppero prepotentemente sulla scena anche sul piano politico-diplomatico e iniziarono a registrarsi pure le prime manifestazioni di antiamericanismo e di preoccupazione nelle capitali del Sud per l’eccessiva esuberanza del vicino Nord. Ma per tutto l’Ottocento fu Londra a dettare l’agenda continentale. La Gran Bretagna aveva solide basi economiche e politiche e poteva fare affidamento su una presenza di più lunga data, risalente sostanzialmente alla fine del dominio spagnolo.

Nella prima metà del XIX secolo la penetrazione della Gran Bretagna in America Latina (soprattutto del Messico, Perù, Cile, Argentina e Brasile) si era verificata esclusivamente nella sfera mercantile, in quella politica. A partire dalla seconda metà dello stesso secolo, la sua influenza si estese ai governi latinoamericani, alla sfera della finanza. Da allora, oltre al settore commerciale e a quello bancario, il capitale britannico si diresse anche verso quello ferroviario. Ma se, per gran parte dell’Ottocento la Gran Bretagna fu la potenza egemone in America Latina, a quel punto il subcontinente era oggetto del desiderio degli Stati Uniti e della Francia. Tra le nazioni del subcontinente esisteva una forte rivalità in relazione proprio ai vincoli commerciali con Londra, mentre quest’ultima aveva tutto l’interesse a contrastare progetti di unione dal momento che avrebbero reso meno agevole la sua penetrazione commerciale.

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Scienze politiche e sociali SPS/05 Storia e istituzioni delle americhe

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Jasminef di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'America latina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi L'Orientale di Napoli o del prof Nocera Raffaele.
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