Modelli di democrazia
Introduzione alla democrazia
La democrazia (dal greco demos, popolo e kratos, governo), in generale, sebbene spesso oggetto di discussione e di polemiche, è una forma di governo in continua crescita nel mondo. Difficile da costruire e da mantenere, si è evoluta attraverso intense lotte. Dobbiamo ad Aristotele l’individuazione delle forme principali di governo a seconda del numero dei governanti: la monarchia, l’aristocrazia e la democrazia. Ad esse corrispondono le degenerazioni della tirannide, dell’oligarchia e della demagogia. Aristotele ha anche notato che non v’è una forma di governo ideale e buona per tutti, ma che essa deve adattarsi alle reali condizioni sociali.
La democrazia presuppone dei requisiti minimi che sono:
- Suffragio universale maschile e femminile
- Elezioni libere, competitive, ricorrenti
- Pluralismo partitico
- Diverse fonti di informazione
Si tratta di una forma di governo che si è sviluppata in un lungo arco di tempo, spesso passando per lotte e contrasti e le cui radici affondano in epoche lontanissime. Una delle prime forme di democrazia, storicamente riconosciuta, è quella greca dell’800 a.C. Dopodiché si dovrà aspettare il 16° secolo per riparlare di forme democratiche nate in contrapposizione ai modelli autoritari e tirannici. Il dibattito sulla natura della democrazia è stato particolarmente intenso nella tradizione intellettuale americana e europea.
Modelli di democrazia
In generale, potremmo dividere i modelli sviluppatisi su queste discussioni in due grandi categorie: quelli a democrazia diretta o partecipativa (i cittadini sono direttamente coinvolti) e quelli a democrazia liberale o rappresentativa (dove “funzionari” eletti si impegnano a rappresentare gli interessi della comunità di cittadini). Inoltre, un'altra importante distinzione si potrebbe fare tra democrazia procedurale e democrazia sostanziale. La prima si riferisce all’insieme delle regole che stabiliscono chi sia autorizzato a prendere le decisioni politiche che interessano tutta la collettività, operando con il massimo del consenso e il minimo della violenza. Queste regole, dette universali procedurali, riguardano per esempio il fatto che i membri del parlamento devono essere eletti dal popolo, istituzioni con dirigenti eletti, il governo deve godere della fiducia del parlamento, tutti i cittadini maggiorenni esprimono un voto che ha peso uguale, tutti i cittadini godono degli stessi diritti politici (suffragio universale), debbono poter scegliere liberamente tra un ventaglio di soluzioni (programmi diversi dei partiti), alle minoranze devono essere riconosciuti gli stessi diritti delle maggioranze ecc. Questi universali procedurali distinguono un sistema democratico da uno non democratico, garantiscono longevità al sistema e uguaglianza ai suoi membri (cittadini).
La concezione della democrazia
Dahl scrive: “La democrazia si basa sulla convinzione che il migliore ordine politico è quello in cui un popolo governa se stesso attraverso un corpo di cittadini qualificati, fra loro eguali, senza nessuno in grado di prevalere, che decide sulle questioni pubbliche previa analisi e discussione dei problemi, per mezzo di un sistema di voto che rispetta l’uguaglianza di tutti i cittadini”. In una concezione meramente tecnica della democrazia il popolo esiste solo nel momento in cui va a votare, va alle urne, cioè elegge i propri rappresentanti e poi torna allo stato disperso per ritornare a riunirsi alle prossime elezioni, dove potrà al massimo sfiduciare i propri governanti. La democrazia non è solo un mezzo (per governare nel rispetto della volontà della collettività) ma è anche un fine, ovvero il traguardo da raggiungere, un bene comune. Oltre a essere un insieme di regole dunque (democrazia procedurale o formale), è anche l’obiettivo a cui tendere perché preserva l’eguaglianza (economica, politica, sociale). In questo senso si parla di democrazia sostanziale. È necessario che democrazia formale e democrazia sostanziale viaggino di pari passo, insieme. Inoltre, per evitare forme degenerative, è opportuno che si tengano sempre fissi all’orizzonte i valori di riferimento, quali possono essere quelli costituzionali.
La polis greca: la democrazia dei greci
Le città greche del I secolo a.C., sono piccole città-stato sviluppatesi sulla costa e quindi esposte al traffico marittimo. È proprio grazie ai fiorenti traffici marittimi, al commercio, che si sviluppano sempre più favorendo la nascita e la crescita di gruppi di piccoli proprietari che pian piano diventano una realtà sempre più importante contribuendo alla difesa della città. Con il fiorire delle attività commerciali, dei traffici e con l’aumento della ricchezza, si fa poi sempre più importante il mercato degli schiavi. Le città greche a quei tempi avevano una forte tradizione schiavista. Gli schiavi facevano i lavori più umili e più fisici lasciando del tempo libero ai cittadini propriamente detti (che erano i maschi con più di 20 anni, a prescindere dalla loro condizione sociale o dai loro possedimenti. Non erano considerati cittadini attivi e quindi non avevano diritti politici, le donne, gli stranieri/immigrati e gli schiavi). Ben presto si crea nelle polis greche un forte sentimento di identità, rafforzato dallo sviluppo dell’alfabetizzazione e con la concezione dello stato e della comunità. Dall’epoca dei tiranni si diffondono nuove forme di governo dove sono gli stessi cittadini a essere protagonisti, facendosi portatori e difensori dei propri interessi, partecipando attivamente e direttamente alle decisioni, elevandosi così ad uno status eticamente superiore.
Si dice che la prima forma di democrazia sia nata a Chilo verso la metà del VI secolo a.C. Non vi è una ragione unica predominante che spieghi la nascita di questa forma di governo, in effetti si parla di concause. La ristrettezza delle città che erano piccole e consentivano un’interfaccia diretta dei cittadini: le notizie circolavano velocemente e non vi erano sovrastrutture tali da rendere difficile l’intervento dei singoli. La piazza, l’agorà era spesso il luogo in cui si incontravano i cittadini per discutere, legittimamente, sulle problematiche e trovare opportune soluzioni. Il demos aveva il potere sovrano e la gente partecipava in modo diretto agli affari dello stato. La virtù civica si raggiunge subordinando la vita privata a quella pubblica. L’interesse dello stato, della comunità, viene prima di quello individuale: solo vivendo in questo modo ci si realizzava e si viveva onorevolmente.
Critiche e limiti della democrazia greca
Non esisteva distinzione tra popolo e governo ma, semmai, si trattava di autogoverno, ovvero era il popolo stesso che si riuniva e sceglieva quale leggi darsi. La libertà, in contrapposizione alla tirannia, passava per la consapevolezza che le leggi, decise insieme, dovessero poi essere rispettate da tutti, senza distinzioni ma in accordo al principio di uguaglianza. La cittadinanza, nel suo complesso formava il corpo più importante della comunità: l’assemblea. Aveva un quorum di circa 6000 cittadini e si riuniva circa 40 volte l’anno deliberando sui temi più importanti (finanza, tassazioni, affari esteri, guerre, ecc.). si decideva preferibilmente all’unanimità, sebbene fosse ammesso anche la votazione a maggioranza per le questioni più difficili. Essendo l’assemblea molto numerosa, un consiglio di 500 si occupava degli aspetti organizzativi: si noti che presidenti, funzionari, giudici erano cariche elettive, di breve o brevissima durata, retribuite e a rotazione. Era a tutti gli effetti un sistema efficiente, che aveva in se molti aspetti di modernità e pure vide la sua decadenza, per via di alcuni limiti.
La piena partecipazione al dibattito politico era subordinato al possesso di buone capacità oratorie che servano per rappresentare e imporre le proprie idee di fronte a una platea estesa. I dibattiti e gli scontri di idee assumevano spesso una forma assai personale e giungevano, talvolta, all’eliminazione fisica dell’oppositore. Nell’assemblea si creavano attorno a vari leader gruppi rivali che si davano battaglia e che usavano tutti i mezzi a loro disposizione per sottomettere gli altri: complotti, assassini, erano all’ordine del giorno. La solidità delle piccole città-stato, poi, era spesso fortemente condizionata dagli esiti degli scontri militari.
Platone fu uno dei più grandi e importanti critici della democrazia greca. Secondo il filosofo infatti uno stato doveva essere governato da pochi. Egli spiega quali siano i principali difetti della democrazia nella sua opera Repubblica, attraverso due metafore: quella del capitano della nave e quella del guardiano della bestia. La nave deve essere guidata da chi ha particolari capacità e competenze, dal capitano e non invece da chi non ha né l’esperienza né la conoscenza necessaria per l’arte della navigazione. Una nave in cui tutti parlano e decidono è una nave senza rotta destinata alla deriva. L’ordine, la disciplina, il rispetto delle regole, la decisione e l’assunzione di scelte anche difficili non può che esser fatta da un gruppo ristretto (attenzione, non da una sola persona, perché la tirannia allo stesso modo non conduce la nave da nessuna parte. Egli teorizzava in maniera pioneristica l’idea di uno stato misto). Con seconda metafora, quella del guardiano della bestia (che rappresenta il popolo) dice Platone che è necessario conoscere intenzioni, desideri e opinioni del popolo per poterlo controllare. E gli unici che hanno queste facoltà sono i filosofi.
Declino e influssi della democrazia greca
In tutti i casi la polis ateniese e il suo modello democratico a partecipazione diretta scompaiono (a causa dei motivi detti, motivi interni e esterni: aumento costi guerre, sofisticazione armamenti, impiego di mercenari a cui stati autoritari più estesi e organizzati riuscivano meglio a far fronte; affermazione dell’homo credens in contrapposizione all’homo politicus) e alcune sue caratteristiche saranno poi rintracciabili nella Roma repubblicana, dove però, a differenza di quanto accadeva in Grecia, il sistema era essenzialmente oligarchico. Quindi dopo il tramonto del modello democratico delle città-stato greche si deve attendere lo sviluppo del repubblicanesimo rinascimentale per ritrovare una partecipazione attiva della popolazione e il ritorno in auge della sovranità popolare.
La tradizione repubblicana
La tradizione repubblicana rinascimentale, come molti dei filoni del pensiero politico, non fu tuttavia unitaria. Possiamo individuare due grosse tendenze del repubblicanesimo: la repubblica civico-umanistica (o repubblica di sviluppo) e la repubblica protettiva. Gli intellettuali appartenenti al primo gruppo vedono la partecipazione politica quale mezzo per lo sviluppo dei cittadini come esseri umani (la cittadinanza si sviluppa attraverso la partecipazione politica. In questo modello la funzione legislativa, data dalla partecipazione diretta dei cittadini, è separata da quella esecutiva. Vicinanza con la democrazia classica della polis greca), mentre quelli appartenenti al secondo gruppo vedono la partecipazione politica quale mezzo strumentale alla protezione degli interessi dei cittadini (o i cittadini si governano da soli o saranno governati da altri. Partecipazione politica funzionale alla libertà. Il potere è bilanciato tra popolo, aristocrazia e monarchia attraverso una costituzione o tramite un governo misto. La cittadinanza partecipa attraverso l’elezione di rappresentanti che rispondono a un consiglio).
- Repubblicanesimo di sviluppo: Marsilio da Padova, Rousseau, Wollstonecraft
- Repubblicanesimo protettivo: Machiavelli, Montesquieu, Madison
Marsilio da Padova
Marsilio da Padova, nel suo Defensor Pacis, sosteneva che le leggi dovevano essere scritte da tutto il popolo o dalla sua parte più significativa attraverso un’assemblea popolare. Egli si pose in netta contrapposizione con i poteri forti dell’epoca osteggiando sia ogni forma di monarchia che il potere temporale della chiesa. Essere vicini a Marsilio, a quei tempi, significava essere accusati di sovversione. Per Marsilio, la forma di governo più giusta era quella dell’autogoverno: il fatto che sia il popolo a decidere per sé stesso è garanzia di scelte fatte nella direzione del bene comune, del resto, dice Marsilio, nessuno può far scelte che potrebbero nuocere a sé stesso. Marsilio in linea con la democrazia classica ateniese concepiva il cittadino come colui che partecipa alla vita politica, per il perseguimento del bene comune.
Machiavelli
Machiavelli rappresenta un esempio di intellettuale che appartiene alla corrente del repubblicanesimo protettivo. Nelle sue opere (Il Principe e i Discorsi) egli afferma che le principali forme di governo conosciute, monarchia, aristocrazia e democrazia tendono a degenerare per cui serve un mix di esse, un governo misto per poter conseguire le virtù. La partecipazione del cittadino però non è scontata (il cittadino è pigro) non è insita nell’uomo ma deve essere vista come un mezzo per raggiungere il fine. Il cittadino deve essere stimolato con l’imposizione della legge e incoraggiando il culto religioso.
Rousseau
Rousseau, dall’altro lato, può essere citato quale rappresentante del repubblicanesimo di sviluppo. Questi critica la democrazia classica, quella ateniese poiché sostiene che in quel caso non si fosse proceduto a una netta divisione tra funzione legislativa e funzione esecutiva ottenendo così instabilità. I cittadini, sostiene Rousseau, devono obbedire a un sistema di leggi e regole che sono state stabilite in base a un accordo pubblico, essendo obbligabili solo verso una legge che essi stessi si sono dati tenendo in mente il bene comune. Una sorta di contratto sociale stipulato liberamente.
Liberalismo e democrazia protettiva
Gli esponenti principali del liberalismo che si sviluppa tra XVII e XVIII secolo sono John Locke e Thomas Hobbes. Si tratta di una tradizione che si sviluppa per far emergere i valori di libertà (in tutte le sue forme) contro il sistema assolutistico, la protezione dei diritti naturali e l’intolleranza religiosa. Non è un percorso facile quello del liberalismo. Deve infatti scontrarsi con il potere temporale della chiesa e con i regimi assolutistici. Il principale problema su cui discute, poi, ruota intorno all’interrogativo di come garantire libertà e diritti con uno stato che deve fare il suo dovere e deve amministrare la sua capacità coercitiva. Hobbes, nella sua principale opera sosteneva che l’uomo per natura tende a perseguire i suoi interessi e che solo uno stato forte poteva prevenire i pericoli in cui si incorrerebbe se si lasciassero i cittadini a loro stessi, cioè liberi di agire secondo le loro inclinazioni. Locke e Montesquieu (di Montesquieu è nota la famosa teoria della separazione dei poteri), invece, credevano che si dovessero porre degli argini al potere dello stato.
Su questo solco si inserisce la cosiddetta “democrazia protettiva” di cui i maggiori rappresentanti sono Madison (uno dei maggiori artefici della costituzione americana) e James Mill (1830). L’assunto generale, dunque, della democrazia protettiva è che i cittadini vogliono essere protetti dai governanti e l’uno dall’altro. Vogliono la garanzia che coloro che governano perseguano politiche che siano coerenti con gli interessi complessivi dei cittadini. La sovranità, in questo modello, appartiene al popolo che la esercita per mezzo di rappresentanti. Regolari elezioni, voto segreto, competizione tra fazioni, poteri dello stato impersonali e divisi in esecutivo, legislativo e giudiziario, costituzione, sono tutte garanzie della libertà. Libertà che si esprime attraverso la proprietà privata dei mezzi di produzione e tramite la libera concorrenza.
Democrazia di sviluppo
Dall’altro lato troviamo, invece, la democrazia di sviluppo il cui massimo rappresentante è John Stuart Mill. Il convincimento di fondo qui è che la partecipazione alla vita politica è necessaria non solo per proteggere gli interessi individuali, ma anche per creare una cittadinanza informata, impegnata e capace di svilupparsi. Le capacità individuali si sviluppano appieno solo attraverso la partecipazione e il coinvolgimento politico. Caratteristiche fondamentali della democrazia di sviluppo sono la sovranità popolare e il suffragio universale con voto proporzionale. Libertà di opinione, di pensiero, diritti individuali garantiti, controlli costituzionali che garantiscono la limitazione del potere statale. Gli eletti sono nettamente separati dalla sovrastruttura di tecnici e amministratori, vale a dire che assemblea parlamentare e burocrazia pubblica devono rimanere separati. La cittadinanza è coinvolta attraverso il voto, i dibattiti pubblici e la partecipazione alla funzione giudiziaria. Lo stato è presente ma non invadente, lascia campo libero alla libera iniziativa e alla libera concorrenza.
La democrazia diretta e la fine della politica
Marx ed Engels (operano nel 1800) criticavano senza riserve l’idea di uno stato liberale “neutrale”, l’idea cioè di uno stato minimo che deve dare spazio alla libera concorrenza al libero mercato e all’iniziativa privata. Secondo loro in un’epoca di capitalismi industriale, ovvero in una fase in cui il fatturato, i beni di produzione e la ricchezza sono concentrati nelle mani di pochi, non è possibile che lo stato resti neutrale. La loro posizione si pone, dunque, in antitesi rispetto a quello di John Stuart Mill che teorizzava appunto lo stato democratico.
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