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Sunto di sociolinguistica, prof. L. Mori

Libro consigliato: Introduzione all’italiano contemporaneo. Vol. 2 (La variazione e gli usi), Sobrero

Le varietà del repertorio Gaetano Berruto

Cap. 1 Il repertorio linguistico degli italiani

L’italiano è la lingua nazionale del nostro paese ma non tutti gli italiani parlano (solo) italiano. È vero che di norma sono ritenuti parlanti nativi dell’italiano tutti coloro che hanno come lingua della socializzazione primaria l’italiano o un dialetto del gruppo italo-romanzo; ma la differenza strutturale tra alcuni dialetti italiani e l’italiano standard è del tutto comparabile a quella fra altre grandi lingue romanze e l’italiano. Anche se negli ultimi anni la distanza tra varietà del dialetto e l’italiano è diminuita a causa dei processi d’italianizzazione (specie nel lessico).

I dialetti italiani quindi sono varietà linguistiche a sé stanti e non semplici varietà dell’italiano. E il repertorio linguistico degli italiani, l’insieme delle varietà di lingua a disposizione della comunità parlante italofona, deve tener conto di questa molteplicità nazionale, poiché non esiste un unico repertorio linguistico panitaliano che sia valido per tutti gli italiani. Tuttavia un tratto unificatore tra la molteplicità di repertori, in effetti, esiste: tutti hanno la presenza dell’italiano e delle sue varietà.

Possiamo dunque dire che i due diasistemi fondamentali che compongono il repertorio italiano sono la lingua nazionale e il dialetto. Il rapporto funzionale e di status che intercorre fra essi sembra presentare alcuni tratti della diglossia (: la ripartizione del repertorio fra una varietà linguistica alta, per gli usi scritti formali, e una varietà linguistica bassa, per gli usi parlati informali). Trumper propone la distinzione tra macrodisglossia (che avviene in aree e in classi sociali in cui il dialetto è forte) e microdisglossia (dialetto debole).

Tuttavia, nei casi italiani, manca un requisito importante, quello secondo cui, di norma, solo la varietà bassa è la lingua della conversazione ordinaria e della socializzazione primaria: in Italia, in effetti, è piuttosto normale che vengano impiegati nel parlato quotidiano sia la varietà bassa che quella alta e anzi, il dialetto, ritenuto poco prestigioso, si sta via via italianizzando.

Quindi il repertorio italo-romanzo medio può definirsi una situazione di bilinguismo endogeno (o endocomunitario: di origine interna, non è frutto di migrazioni) a bassa distanza strutturale (che è sicuramente inferiore alla distanza che intercorre nei repertori bilingui classici) con dilalia (entrambe le varietà sono impiegate nella conversazione quotidiana e con uno spazio relativamente ampio di sovrapposizione).

Cap. 2 Varietà dell’italiano: dimensione di variazione e gamma di varietà

Le dimensioni fondamentali della variazione sincronica della lingua sono la variazione diatopica (area geografica in cui viene usata la lingua), variazione diastratica (strato o gruppo sociale a cui appartengono i parlanti), variazione diafasica (situazione comunicativa nella quale si usa la lingua), variazione diamesica (canale attraverso il quale la lingua viene usata; secondo alcuni non sarebbe una dimensione di variazione autonoma ma sempre legata alla “situazione di comunicazione”).

Le quattro dimensioni di variazione costituiscono degli assi di riferimento lungo i quali si possono ordinare le varietà compresenti nello spazio di variazione dell’italiano contemporaneo. Ogni asse può essere concepito come un continuum che unisce due varietà contrapposte come poli estremi fra cui si collocano varietà intermedie:

  • Asse della dimensione diatopica: italiano standard normativo a base fiorentina – italiano regionale fortemente dialettizzante
  • Asse della dimensione diastratica: italiano colto ricercato – italiano popolare basso
  • Asse della dimensione diafasica: italiano formale aulico – italiano informale trascurato
  • Asse della dimensione diamesica: italiano “scritto-scritto” – italiano “parlato-parlato”

Nella situazione italiana è difficile separare la variazione diatopica da quella diastratica. Infatti, le varietà native si definiscono come quelle varietà di una lingua che ciascun parlante acquisisce nella socializzazione primaria ed esse sono sempre varietà socio-geografiche determinate. A tutti gli elementi della lingua, o a tutte le produzioni linguistiche, può essere assegnato in linea di principio un valore sulle quattro dimensioni.

Il rapporto tra le dimensioni di variazione è tale che esse agiscono l’una dentro l’altra (la diastratia dentro la diatopia, la diafasia dentro la diastratia e la diamesia dentro la diafasia), basti pensare ai gerghi o i linguaggi settoriali che si definiscono contemporaneamente sull’asse diastratico, in quanto propri di certi gruppi sociali, e sull’asse diafasico, in quanto svolgenti una particolare funzione in date classi di situazioni comunicative. (Vedi esempi dei punti di riferimento del continuum pluridimensionale delle varietà.)

Con neo-standard si intende la varietà di lingua comunemente usata dalle persone colte che ammette come pienamente corretti alcune forme che tempo fa non facevano parte della “buona lingua”.

Cap. 3 Il continuo e il discreto nelle varietà dell’italiano

Continuum: presenza di una scala di varietà avente agli estremi due varietà ben distinte e fra queste una serie di varietà in cui ciascuna sfuma impercettibilmente nell’altra senza che sia possibile stabilire confini ben delimitabili fra l’una e l’altra.

Se non sembrano esserci molti dubbi sul fatto che, nella situazione italiana, le varietà dell’italiano e le varietà del dialetto non possono far parte dello stesso continuum in quanto presentano proprietà strutturali differenti, non vi è pieno accordo sulla reale natura di continuum delle varietà dell’italiano.

Quello dell’italiano è piuttosto un “continuum con addensamenti”, una gamma di varietà sufficientemente ben identificabili ma senza dei confini troppo netti fra di loro, in cui ciascuna varietà è contrassegnata, oltre che da un certo numero di tratti tipici diagnostici, in buona parte da un particolare infittirsi e co-occorrere di tratti che sono peraltro condivisi da più varietà.

Ogni varietà, quindi, è costituita da:

  • Tratti comuni a tutte le varietà
  • Tratti comuni ad alcune varietà
  • Tratti peculiari a quella determinata varietà (che sono in minoranza: “a noi ci piace” = italiano popolare o parlato colloquiale)

Il continuum ad addensamenti italiano è pluridimensionale, a variazione non lineare. I tratti linguistici inoltre sono variabili anziché categorici quindi in ogni varietà c’è ulteriore variabilità interna; dall’altro lato la frequenza dei tratti variabili può essere un aspetto significativo per caratterizzare le varietà.

Ogni elemento della lingua è caratterizzato da una certa posizione nel continuum, in quanto si estende lungo una certa gamma di varietà. Bisogna tuttavia fare una distinzione tra elementi neutri (non marcati) che fanno parte del nucleo comune, o perché sono propri di un’ampia fetta delle varietà; ed elementi marcati su una o più dimensioni, perché tipici di alcune od una sola varietà.

Il carattere di marcatezza sociolinguistica accompagna ogni elemento del diasistema assegnandogli un valore all’interno del repertorio linguistico, ed è connesso con gli atteggiamenti dei parlanti e la relativa stratificazione sociolinguistica delle varietà.

La continuità raggiunge il massimo nella variazione diafasica, dove si passa impercettibilmente da una varietà situazionale all’altra, scendendo e salendo lungo la scala dei registri, senza confini discreti.

Cap. 4 Modelli del repertorio

Finora abbiamo analizzato solo le varietà interne alla lingua italiana. Ma il repertorio medio degli italiani comprende anche il dialetto, anch’esso suddiviso in varietà. E bisogna dunque dar conto della collocazione di tali varietà rispetto a quelle dell’italiano stabilendo i rapporti che intercorrono tra loro.

Pellegrini nel suo modello riconosce quattro varietà fondamentali del repertorio:

  • Italiano standard o comune
  • Italiano regionale
  • Dialetto regionale (koinè dialettale)
  • Dialetto locale

Le varietà individuate vanno intese come punti di riferimento stabiliti su diversi continua che riassumono le diverse dimensioni di variazione, articolate su due (dia)sistemi linguistici (italiano, dialetto).

Emerge da tali modelli che l’asse più caratteristico dell’attuale situazione linguistica italiana è quello diatopico con riconoscimento, da parte di tutti gli autori, di una tensione tra l’italiano standard della tradizione letteraria e una forma comune, di uso della lingua standard in parte nuova, ma soprattutto ben più radicata nella comunità di quanto fosse nel passato e anche il riconoscimento dell’esistenza di una varietà sub-standard ben consolidata, l’italiano popolare.

Berruto afferma che il dialetto presenta una gamma di variazione minore rispetto alla lingua, su tutte e tre le dimensioni fondamentali di variazione (in diatopia per la minore estensione geografica dell’area occupata dai parlanti; in diafasia data la specializzazione del dialetto agli impieghi parlati e informali; diastratia dato che la differenza sociale fra un parlante colto e uno incolto sarà meno evidente nel dialetto che non nell’italiano). Mentre la gamma di funzioni dell’italiano è aperta verso il basso, quella del dialetto è chiusa, o quantomeno limitata, verso l’alto: non essendo usato il dialetto per funzioni alte o elaborate si è atrofizzato quanto a mezzi verbali propri per realizzare funzioni elaborate. Il grado di standardizzazione ridotto o assente per il dialetto fa sì che ci sia una grande differenziazione e variabilità interna (si vedano le differenze tra dialetto di città e quello di campagna).

Berruto propone un modello con quattro varietà di dialetto fondamentali:

  • Letterario
  • Urbano
  • Locale rustico
  • Gergale (forme marcatamente espressive del dialetto e veri e propri gerghi di mestiere, gruppi emarginati etc…)

Semplificando un po’ le cose (ed evitando di tener conto della complessità della dimensione diafasica, dunque considerando ogni parlante come una varietà socio-geografica determinata) possiamo considerare come cardini del repertorio linguistico italo-romanzo: l’italiano medio (standard dell’uso comune colto), l’italiano popolare (regionale), dialetto italianizzato, dialetto locale rustico.

Cap. 5 Tra italiano e dialetto

Il settore di contatto e confine, nel repertorio, fra l’italiano e il dialetto è indubbiamente assai problematico ma è chiaro che la lingua egemone abbia degli influssi sia morfologici che fonologici sul dialetto. In particolar modo il dialetto italianizzato si può ritenere correlato plurivocamente con le dimensioni fondamentali di variazione. Innanzitutto esso è una varietà diafasica in quanto la presenza di italianismi aumenterà quanto più il discorso riguarda fatti della società moderna e lontani dagli ambiti semantici tipici del dialetto; è una varietà diatopica in quanto si può dire che il dialetto urbano è più italianizzato di quello dei piccoli centri. Tuttavia la compenetrazione tra dialetto e italiano è reciproca.

La morfologia e la forma morfonologica della parola costituiscono generalmente il discrimine che permette di assegnare gli elementi all’uno o all’altro sistema, e di dire, nei casi di mescolanza di formativi, che un termine molto dialettizzato è pur sempre ancora italiano o, viceversa, che un termine molto italianizzato è ancora dialetto.

L’italianizzazione del lessico rappresenta l’aspetto più vistoso di interferenza e indebolimento strutturale del dialetto, e non vanno dimenticati ingressi anche di prestiti e calchi dalla lingua dominante, infatti la lingua di prestigio solitamente presenta un raggio d’azione molto più vasto, specie nei settori della società moderna, mentre il bagaglio lessicale dei dialetti si è specializzato per servire ambiti di esperienza differenti e più chiusi. Il lessico è comunque il livello più interessato mentre più si scende tra i livelli della lingua e più le strutture sono solide. Ad esempio il livello fonetico è ancora lontano dall’italianizzazione in quanto il dialetto viene imparato durante la socializzazione primaria.

Possono esistere varietà di italiano fortemente dialettalizzate, quelle in cui l’impressione è di un italiano pronunciato da contadino in cui ogni parola è in dialetto con la finale lunga, ma non è possibile parlare di sistemi ibridi o di creoli casalinghi. Bensì ciò attesta la presenza dell’enunciazione mistilingue (o commutazione di codice), discorso che attinge contemporaneamente ai serbatoi linguistici dell’italiano e del dialetto. La differenza tra commutazione di codice ed enunciazione mistilingue è che la prima riguarda unità testuali e sintattiche di alto livello e svolge una precisa funzione discorsiva, mentre nella seconda non troviamo tale funzione.

Varietà diamesiche, diastratiche, diafasiche Gaetano Berruto

Cap. 1 Una distinzione preliminare: italiano scritto e italiano parlato

Problemi di definizione Proprietà generali retrostanti: Come abbiamo detto la dimensione diamesica non è propriamente una dimensione accanto alle altre bensì attraversa le altre dimensioni e ne è attraversata al contempo. Lo scritto ed il parlato hanno caratteristiche che impongono una serie di limitazioni nella strutturazione del messaggio. Il parlato è molto più indessicale e legato alla specifica interazione interindividuale. Inoltre hanno anche funzioni differenti.

I fattori che bisogna tenere in considerazione per tracciare le proprietà generali che differenziano il parlato e lo scritto ai diversi livelli d’analisi sono:

  • Il grado di pianificazione del discorso (max. scritto/min. parlato)
  • Il modo pragmatico di organizzazione del testo, in cui le esigenze della semantica prevalgono su quelle della buona formazione sintattica per il parlato, al contrario per lo scritto
  • Lo stretto legame con il contesto e in particolare con i partner dell’interazione per l’orale; la distanza comunicativa per lo scritto.

Il tratto unificatore che consente di interpretare gran parte delle differenze fra parlato e scritto è rappresentato dall’opposizione tra “vicinanza comunicativa” (caratteristica del parlato) e distanza comunicativa (caratteristica dello scritto).

Differenze tra scritto e parlato

Caratteristiche del parlato: prosodia, fenomeni intonativi, paralinguistica etc…

Caratteristiche dello scritto: i fatti grafici (interpunzione, maiuscole, sottolineature, etc…)

Tutto il resto è costituito da cose comuni che eventualmente si differenzieranno per la scelta di forme diverse mediante cui realizzare una certa unità o regola (ripetizioni lessicali più comuni nel parlato, scelta del lessico nello scritto).

Le descrizioni correnti di una lingua di cultura sono di solito basate sulla forma tipica dello scritto (di registro formale), e così vale anche per l’italiano. Per questo conviene tenere lo scritto come punto di riferimento, senza però necessariamente postulare una diversità di valore, dignità o potenza tra i due modi di manifestazione (la lingua parlata è altrettanto organizzata e complessa di quella scritta ma è composta in modo diverso), e andiamo a vedere in quali punti, e come, il parlato se ne differenzia significativamente. Prenderemo in considerazione l’impromptu speech, il “parlare improvvisato” quotidiano non formale.

Tratti del parlato

Prosodia: I gruppi tonali (curve melodiche unitarie prodotte fra due pause almeno potenziali) non sono casuali ma suddividono i blocchi d’informazione.

Fonologia: ovviamente è propria ed esclusiva del parlato. La differenziazione tra parlato e scritto è massima a livello della testualità e della pragmatica.

Caratteristiche della trascrizione di un testo parlato:

  • Molti sintagmi nominali determinati da frasi relative-cambiamenti di micro-progettazione
  • Pause esitative
  • Ripetizioni
  • Segnali di attenuazione della portata dell’affermazione (diciamo…)
  • Fatismi per sollecitare consenso (no?, eh?, vero?)
  • Dispositivi di contatto con l’interlocutore (guarda, senti, ascolta)
  • Particelle modali che esprimono fondamentalmente l’atteggiamento del parlante nei confronti del contenuto della propria enunciazione o che enfatizzano o attenuano il valore dell’affermazione (davvero, veramente, proprio, un po’)
  • Forte ricorso alla deissi e largo affidamento all’implicitezza nello sviluppo e nell’instaurarsi della coerenza tematica attraverso pronomi clitici o addirittura l’assoluto implicito
  • Presenza di autocorrezioni

Sintassi

Tre ambiti nei quali si avverte differenza tra il parlato e lo scritto standard:

  • Sintassi del periodo: il parlato preferisce la paratassi (coordinate e giustapposizione asindetica) all’ipotassi (subordinate: poche e di basso grado) e la realizzazione dei nessi di subordinazione (e coordinazione) è affidata a una gamma minore di forme e congiunzioni rispetto allo scritto standard (cong. coordinanti: e, dopo, ma, però, ma però/cong. Subordinanti: siccome, perché, quando, mentre, se e come).
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher NDR di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Sociolinguistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi Internazionali di Roma - UNINT o del prof Mori Laura.
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