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Riassunto esame Rapporti interculturali della Cina, prof. Flavia Solieri, libri consigliati Cina e Cristianesimo, J. Gernet, Storia della Cina Moderna J. Osterhammel più altri saggi

Riassunto per l'esame di Rapporti interculturali della Cina a Urbino, corso di Laurea Magistrale indirizzo CIDI, basato su appunti personali e studio autonomo di tutti i testi e materiale consigliato dal docente Flavia Solieri: Cina e Cristianesimo, J. Gernet, Storia della Cina Moderna J. Osterhammel. Il tutto è integrato con un approfondimento sui saggi, sempre consigliati... Vedi di più

Esame di Rapporti interculturali della Cina docente Prof. F. Solieri

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politico-sociali della storia grazie alla quale vennero confiscate le terre dei signori fondiari e suddivise tra i

contadini. Il 43% della complessiva superficie coltivabile cambiò proprietario e il 60% della popolazione delle

campagne poté incrementare la propria proprietà, con il contadino medio che divenne il tipo predominante nei

villaggi. Con la conclusione della riforma agraria nel 1953 era scomparsa la signoria fondiaria e abolito il sistema

di signoria rurale esistente da secoli. La gentry era annientata in quanto classe e alcuni dei suoi rappresentanti

erano stati uccisi. La riforma agraria fu soprattutto una rivoluzione politica che assicurò al nuovo regime

l’appoggio di almeno 300 milioni di contadini. I suoi effetti economici furono meno radicali; nei villaggi non

scomparvero le differenze tra ricchi e poveri ed essa non contribuì ad aumentare notevolmente la produzione

complessiva del settore agricolo. Lo Stato rafforzò però la sua presa sul commercio interno, sull’economia estera,

sulle finanze e sull’industria. Entro il 1956 le restanti imprese private nel settore moderno vennero nazionalizzate,

si riuscì a estirpare il consumo di oppio, a eliminare le tracce della decadenza occidentale a Shanghai e negli ex

porti aperti lungo la costa e a liberare le donne dal repressivo sistema familiare confuciano grazie alla legge sul

matrimonio del 1950.

L’eliminazione della presenza economica missionaria occidentale dimostrò la risolutezza e forza d’azione del

nuovo regime e per il momento la Cina non era interessata a relazioni diplomatiche, dando a intendere che il

mantenimento delle relazioni economiche dipendeva esclusivamente dal rispetto delle condizioni formulate dalla

Cina. Gli Stati Uniti si sottrassero a una simile umiliazione tramite il non riconoscimento.

Dopo l’inizio della guerra di Corea, Truman inviò la settima flotta statunitense nello stretto di Formosa e la Cina

vide in ciò una misura di ampia portata, acusando immediatamente gli Stati Uniti di aggressione. Ebbe inizio

un’esacerbata ostilità tra Stati Uniti e Cina rossa, e sino alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Usa e

Repubblica Cinese avvenuta il 1 gennaio 1979, la questione di Taiwan era destinata a rimanere il principale

punto di contrasto tra Beijing e Washington.

La guerra di Corea fu accanto alla guerra indocinese e alla guerra del Golfo, una delle più sanguinose e gravida di

conseguenze sul piano politico mondiale tra tutte le guerre dell’epoca “postbellica”, l’unica in cui si scontrarono

due grandi potenze senza mezzi termini; Seoul venne quasi completamente distrutta. Fu una guerra civile

sconfinata in una dimensione internazionale, le cui radici risalivano all’anno della liberazione dalla dominazione

coloniale giapponese nel 1945 e i moventi dei singoli attori non sono ancora stati del tutto chiariti. Nel 1950 in

tutta l’Asia fu avvertibile un inasprimento dell’atteggiamento americano, con la “teoria del domino” che avrebbe

determinato in misura ossessiva la politica statunitense in Asia, fino al culmine rappresentato dalla guerra in

Vietnam. Il Giappone venne definitivamente inserito all’interno del fronte anticomunista, e la Corea costituì il

caso d’applicazione di gran lunga più significativo della nuova dottrina di arginamento militare.

La Repubblica popolare non nutriva intenzioni aggressive verso i paesi confinanti, era impegnata nella riforma

agraria che aveva allora preso il via; ma doveva aspettarsi non soltanto una minaccia per Shanghai e per la costa

orientale; al contempo anche una perdita dello stato cuscinetto della Corea del Nord, se non addirittura una

minacciosa avanzata contro la Manciuria. La decisione di entrare in guerra, fu in prima linea il risultato di un

riflesso difensivo nato dal fallimento delle intimidazioni. Allorché la guerra di Corea terminò con un armistizio

nel luglio 1953 in Asia erano stati azionati gli scambi politico-mondiali per il resto del decennio. La Repubblica

popolare cinese aveva dimostrato la propria capacità come potenza militare che non si lasciava provocare e sapeva

difendere le proprie frontiere. Si era però allo stesso tempo resa conto delle debolezze della sua organizzazione e

strategia militari a cui tentò di porre rimedio negli anni successivi modernizzando l’esercito.

Negli anni 1954-55 e 1958 scoppiarono crisi relative al possesso di piccole isole localizzate davanti alla costa

cinese, che furono trasformate con l’aiuto americano in fortificazioni dell’artiglieria, anche se gli Stati Uniti non

diedero corda a Jiang Jieshi che con i suoi numerosi tentativi cercava di coinvolgerli in un’aggressione contro i

banditi comunisti. Tra le due potenze regnava una sorta di ostile coesistenza, stabilizzata da una reale politica

delle due Cine da parte degli Stati Uniti e da una visibile disponibilità al compromesso nella questione Taiwan da

parte di Beijing. Più tardi nel 1963 gli Stati Uniti accettarono ufficialmente il fatto di dover convivere in maniera

duratura con un regime comunista in Cina e con ciò erano definitivamente sepolti i sogni di riconquista di Jiang

Jieshi. I principali obiettivi di politica estera della giovane Repubblica popolare erano la sicurezza della propria

integrità territoriale compreso il recupero di Taiwan, il ripristino di una libertà d’azione in politica estera, nonché

la creazione di un’autonoma difesa nazionale e il gruppo dirigente cinese credette di poter raggiungere questi

obiettivi tramite il semplice appoggio all’Unione Sovietica. Il 14 febbraio 1950 venne firmato un trattato di pace,

amicizia e aiuto reciproco, nonché una serie di accordi economici. L’Unione Sovietica era il principale paese

confinante con la Cina e la più forte potenza militare euroasiatica e ci si potevano attendere più che da altri paesi

aiuti economici. Non esistevano alternative all’alleanza sovietica, era inevitabile per ragioni strategiche,

economiche e ideologiche.

Stalin, alleato con il capo del partito nord-coreano aveva esposto la Repubblica popolare a un rischio di sicurezza

e l’aveva coinvolta in una guerra che essa non aveva voluto, contro la più grande potenza mondiale. Stalin fornì

certo le armi necessarie, ma se le fece pagare con interessi e circa la metà dei crediti che la Cina ottenne dall’Urss

negli anni ’50 vennero spesi per la guerra di Corea, e la parte restante utilizzata per la ricostruzione economica.

Più di due quinti di tutti gli investimenti industriali fatti durante il primo Piano quinquennale (1953-1957)

andarono a progetti caldeggiati dai sovietici, ma ad eccezione delle licenze e dei piani tecnici, l’Unione Sovietica

si fece pagare i propri aiuti. I crediti sovietici erano vincolati a tassi d’interesse più bassi dei prestiti che all’epoca

la banca mondiale concedeva a paesi in via di sviluppo, ma le loro scadenze erano più corte. La Cina dovette

spendere una gran parte della propria capacità agricola e industriale per il pagamento dei debiti civili e militari

contratti con l’Urss, che in questo modo conquistò l’accesso a materie prime di cui aveva urgente bisogno.

Esisteva sicuramente un rapporto ineguale tra le due potenze e non è possibile stabilire chiaramente quale dei due

partner trasse maggiore profitto; sicuramente la Prc non avrebbe potuto ottenere da nessun altro paese moderne

tecnologie industriali in quantità neppure lontanamente simili.

Non mancarono tuttavia le critiche da parte cinese al Piano quinquennale, accusato di essere una copia della

politica di sviluppo stalinista con un forte accento su industria pesante, tecnologie ad alta intensità di capitale,

sviluppo urbano e direzione dittatoriale della produzione tramite quadri tecnici. Fu soprattutto disapprovato il

fatto di aver trascurato l’agricoltura; crebbe la preoccupazione di divenire troppo dipendenti dall’estero e di

conseguenza troppo vulnerabili, e nel 1960, quando l’Urss in un momento particolarmente sfavorevole per la

Cina ritirò i rimanenti esperti e sciolse numerosi accordi di cooperazione si sarebbe visto giustificato quel timore,

con danni considerevoli.

Quesro passo di rottura non fu il risultato di una crisi della collaborazione economica, ma culminò in esso un

processo di tensioni molteplici e stratificate che non risulta ancora del tutto chiarito. Molto più importanti erano

invece le divergenze ideologiche.

Il fatto che i due maggiori Stati socialisti del mondo si osservassero vicendevolmente con crescente scetticismo e

permettessero a considerazioni di prestigio e a differenze tattiche di evolvere verso un insanabile antagonismo

strategico-ideologico, dipese essenzialmente dalla loro reciproca posizione all’interno del sistema internazionale.

Il rifiuto del 1958 da parte dell’Urss di fornire armi nucleari alla Cina venne interpretato come dichiarazione di

diffidenza e come sabotaggio di una politica estera cinese indipendente. Alla fine del decennio l’Urss apparve agli

occhi cinesi come un alleato estremamente inaffidabile, mentre nell’ottica di Mosca la Prc appariva come un

partner non meno imprevedibile. Nel 1960 a Mosca ci fu un violento scontro tra Chruscev e Deng Xiaoping,

durante il quale il primo non cessò di attaccare personalmente Mao, assente in quell’occasione. Alcuni partiti

appoggiarono le posizioni cinesi, ma a parte l’Albania che si schierò incondizionatamente dalla parte della Cina,

essa rimaneva isolata all’interno del mondo comunista. L’alleanza cino-sovietica conclusa dieci anni prima non

sussisteva più che sulla carta. Il conflitto tra Cina e Unione Sovietica modificò in termini fondamentali il posto

della Cina nel mondo e pose termine alla dipendenza cinese dall’esterno e condusse al contempo il paese in un

isolamento politico mondiale. Il nuovo tipo di dipendenza dall’Unione Sovietica venne risentito come

insopportabile nella misura in cui la Cina vide limitata la propria libertà d’azione in politica estera e sotto la

guida maoista nell’ambito del Grande Balzo del 1958 cominciò a realizzare un modello sociale che divergeva

considerevolmente da quello sovietico: collettivizzazione non soltanto della proprietà del suolo, ma in parte

anche della vita sociale nell’ambito di un improvviso passaggio al comunismo. Sotto la protezione di Mosca, il

modello di sviluppo cinese non avrebbe potuto essere realizzato allo stato puro e alla Repubblica popolare, posta

di fronte a un duraturo confronto con gli Stati Uniti, non rimase altra alternativa che la dissociazione. Il famoso

⾃自⼒力更⽣生)

slogan “rinascita a partire dalle proprie forze” (zili gengsheng era espressione di convinzioni

fondamentali e razionalizzazione di una situazione d’emergenza.

In campo di politica estera, il gruppo dirigente di Beijing tracciò i contorni di un quadro della situazione

mondiale e formulò una serie di dottrine relative alla politica estera: negli anni ’50 venne proclamata la dottrina

dei “due campi”, secondo cui sarebbe esistita nel mondo una contraddizione principale tra il blocco capitalista e

quello socialista; a questa subentrò la teoria delle “zone intermedie”, secondo la quale il potere di entrambi i

blocchi avrebbe potuto essere delimitato dai paesi del Terzo Mondo e dai paesi dell’Occidente industrializzato

non vincolati a patti di alleanza; in seguito all’avvicinamento agli Stati Uniti si optò per una “teoria dei Tre

Mondi”, dove entrambe le potenze furono classificate come Primo Mondo; gli Stati dell’Europa occidentale e

orientale, Giappone, Canada e Australia formavano il Secondo Mondo e il Terzo Mondo, al quale la Cina

dichiarò di appartenere.

Mentre il rapporto con l’Unione Sovietica andò visibilmente peggiorando, continuò a sussistere l’ostilità nei

confronti degli Stati Uniti, e la diplomazia cinese sembrava ormai possedere un margine d’azione soltanto nei

paesi del Terzo Mondo. La Rpc aveva ora la fama di un paese moderno, intento a svilupparsi in maniera

esemplare, attento a intrattenere moderate e buone relazioni di vicinato, conseguenza di un fermo rifiuto del

colonialismo nei propri metodi di politica estera, un paese che non era un mero burattino di Mosca, che sapeva

difendere in maniera eccellente gli interessi dell’intera Asia e principale portavoce di un Terzo Mondo.

Gli Stati Uniti mancarono il loro obiettivo che era l’isolamento internazionale della RPC, e l’abile diplomazia di

Zhou Enlai sfruttò le correnti neutraliste in Asia a favore degli interessi di sicurezza cinesi.

Con l’acutizzarsi del contrasto cino-sovietico si modificò il carattere della politica estera cinese verso il Terzo

Mondo, e iniziò un’attività politica cinese verso l’Africa nera; la RPC, uno dei paesi con il più basso reddito pro

capite del mondo si trasformò in dispensatrice di aiuti allo sviluppo, cercando di conquistare una maggioranza di

paesi favorevoli all’ammissione cinese all’ONU. Ci fu un tutto nella politica mondiale, dove i popoli della prima

zona intermedia dovevano ora essere guidati nella lotta contro l’imperialismo americano e sempre più anche

contro il revisionismo sovietico, ma di fatto la realtà fu meno radicale della teoria. L’obiettivo cinese era far sì che

non cessasse la guerra in Vietnam che indeboliva l’America, senza però permettere che il conflitto raggiungesse il

punto a partire dal quale sarebbe stato necessario un diretto intervento cinese, come nel 1950 in Corea. Tuttavia

tra il 1965 e il 1969 gli aiuti miliari sovietici al Vietnam del Nord furono da sette a dieci volte superiori a quelli

cinesi; emerse che il prestigio di Beijing e le sue possibilità materiali non bastavano per condurre una politica

mondiale ricca di successo e fu particolarmente inquietante il fallimento della politica cinese in Asia. La più

grande sconfitta fu la scelta dell’Indonesia, grande vicino asiatico, di appoggiarsi agli Stati Uniti.

Se gli anni ’50 erano stati un’epoca di relativi successi per la politica estera cinese, gli anni successivi al 1960

furono all’insegna del fallimento e non scaturirono istruzioni per portare avanti una politica estera proficua.

Il primo esperimento con una bomba atomica costruita senza l’aiuto straniero del 1964 fu per il mondo un

segnale della competenza e autoconsapevolezza dei cinesi e per alcuni anche quello di una minaccia fatale, che

non riuscì però ad accrescere in misura significativa né l’area di manovra della politica estera cinese, né la

sicurezza nazionale. Nessuno degli obiettivi principali in politica estera era stato raggiunto: libertà d’azione,

annessione di Taiwan, riconoscimento internazionale, sicurezza.

La rivoluzione culturale cominciò a manifestarsi sul piano della politica estera quando alla fine del 1966 furono

richiamati numerosi ambasciatori e soltanto dopo il 1969 il servizio diplomatico fu lentamente ricostruito. La

partecipazione della Cina al commercio internazionale raggiunse in quegli anni il suo punto più basso, venne

messa al bando l’influenza culturale straniera, e la conoscenza di realtà estere o di lingue straniere era sufficiente

per giustificare brutali persecuzioni. La rivoluzione culturale venne dichiarata ufficialmente conclusa nel corso del

IX Congresso del partito nell’aprile 1969, tuttavia il potere rimase nelle mani di Mao Zedong e dei suoi alleati e

il periodo dei dieci anni terrificanti terminò solo con la morte del grande presidente nel 1976 e con l’arresto della

Banda dei quattro, avvenuta quattro settimane dopo.

Il 1979 fu l’anno che segnò il passaggio alla politica di riforme dall’alto, sotto la guida di Deng Xiaoping e con

esso ebbe inizio il congedo dall’ideale dell’uomo dal modello sociale e dal concetto di politica maoista, passando

a una ridefinizione del posto della Cina nel mondo.

Se il presidente Mao fosse morto nel 1956 non vi sarebbero stati dubbi riguardo alla sua capacità di grande guida

del popolo; se fosse morto nel 1966, un’ombra graverebbe sui suoi meriti, ma le sue prestazioni sarebbero

comunque giudicate molto positive, ma dal momento che egli è morto nel 1976, non è possibile salvare la sua

reputazione.

L’esplosione che fece uscire la Cina dall’isolamento diplomatico avvenne sulla scena della persistente crisi del

sistema della rivoluzione culturale: 1971 ammissione della RPC all’ONU e espulsione dei rappresentanti di Jiang

Jieshi dall’organismo internazionale; 1972 presidente Nixon in Cina e ripristino delle relazioni diplomatiche tra

Cina e Giappone, 1973 prima visita di un capo di Stato dell’Europa occidentale. Tanto gli Stati Uniti quanto la

RPC si erano venuti a trovare in un vicolo cieco per quanto riguardava la politica estera, con la guerra in

Vietnam che diventava sempre più costosa e non poteva essere vinta; mentre in Cina l’accentuarsi

dell’accerchiamento da parte dell’Urss, oltre al trattato d’amicizia stretto da quest’ultima con l’India. Dal 1968in

poi a Beijing, l’Unione Sovietica fu considerata il più pericoloso avversario della Cina e l’avvicinamento agli Stati

Uniti rimase l’alternativa a una possibile intesa con Mosca soltanto in presenza di condizioni simili a quelle di

una capitolazione.

Tramite l’avvicinamento agli Stati Uniti si sperò di stimolare la rivalità tra le due superpotenze e di sventare

un’intesa russo-americana a spese della Cina. Con l’ingresso della Cina all’ONU, la Repubblica popolare perse il

suo ruolo di pari all’interno del sistema internazionale paria, ruolo nel quale era stata spinta durante la guerra di

Corea e fece per la prima volta l’apparizione sul teatro mondiale uno Stato cinese indipendente e ambizioso.

Negli anni ’70 si sentiva molto parlare di un triangolo tra Washington, Beijing e Mosca, che aveva sostituito

l’allora struttura bipolare, ma che non ha retto però il confronto con la realtà. La Cina non era una potenza

mondiale con un raggio d’azione globale come Stati Uniti e Urss sulla base di nessun criterio, eccetto quello

dell’autoconsapevolezza dei suoi politici, distanti dalla realtà e le relazioni tra le tre ipotetiche potenze erano

contrassegnate da uno sviluppo estremamente differenziato. Gli Stati Uniti erano l’unico polo che intratteneva

rapporti abbastanza buoni con gli altri due, che invece continuavano a combattersi violentemente; erano perciò

gli unici in grado di condurre una politica di equilibrio nell’ambito del triangolo. Tra il 1972 e il 1978 la Rpc

risultò, sul piano di politica estera, di gran lunga più dipendente dagli Stati Uniti che viceversa, tanto che dopo la

fine della guerra indocinese nel 1975 la sua influenza nella regione non aveva più una diretta ragione di esistere

per gli americani.

La posizione cinese migliorò soltanto quando nel 1979-80 il processo di distensione si arrestò per motivi del

tutto diversi dalla propaganda cinese, escludendo una nuova politica di confronto e la Rpc avanzò di un rango

all’interno della gerarchia degli amici dell’America. Jimmy Carter annunciò il riconoscimento diplomatico della

Repubblica popolare a partire dal 1 gennaio 1979 e la contemporanea rottura delle relazioni con Taiwan; la

“carta cinese” era in primo luogo una mossa contro l’Urss, e nel 1980 gli Stati Uniti resero nota la loro

disponibilità a fornire alla Cina equipaggiamento militare e le accordarono lo statuto di nazione più favorita. La

Repubblica popolare venne improvvisamente corteggiata dagli Stati Uniti e quando poi la nuova guerra fredda si

globalizzò, la Rpc perse nuovamente importanza all’interno della strategia americana, con il Giappone che tornò

ad essere il principale partner della sicurezza americana in Asia.

A partire dal 1980 il tono cinese verso Mosca si moderò visibilmente e venne abbandonata la vecchia dottrina

maoista dell’inevitabilità di una nuova guerra mondiale, con l’avvio di un timido processo sino-sovietico di

distensione nel 1982, che creò per la prima volta le premesse per un reale triangolo strategico. Per Beijing agli

inizi del 1989 il maggiore ostacolo a un avvicinamento in politica estera rimase il perdurare dell’influenza

sovietica in Indocina. Il viaggio in Cina di Gorbacev condusse poi alla normalizzazione da entrambe le parti, le

relazioni tra gli Stati e tra i partiti; rapporto basato sulla non ingerenza, sulla rigorosa parità e sulla rinuncia alla

politica dell’egemonia, con un ampia smilitarizzazione della zona sino-russa, che contribuì al processo di

pacificazione di tutta l’Asia. Straordinari progressi sono stati raggiunti in molti campi di cooperazione

economica, tecnica e scientifica, con l’Unione Sovietica che ha raggiunto il quinto posto tra i principali partners

commerciali della Cina dopo Giappone, Hong Kong, Stati Uniti e Repubblica Federale Tedesca.

La generale tendenza della politica estera cinese verso l’indipendenza si è manifestata anche in campo militare,

l’ultima delle quattro modernizzazioni, ovvero la difesa del paese, con l’esercito che ha trovato una nuova

funzione, meno politica e più militare in senso specifico. La Repubblica popolare ha esteso il proprio spettro di

intimidazioni nucleari e ha creato un’efficiente flotta bellica d’alto mare. La modernizzazione militare fornisce

alla Cina i mezzi per perseguire obiettivi d’indipendenza in politica estera e una stabilità sul piano esterno,

necessaria allo sviluppo economico, due lati di un medesimo processo di crescita.

La Rpc si è trasformata da dispensatrice in beneficiaria di aiuti di sviluppo e fa ora concorrenza ad altri paesi

asiatici per ottenere appoggi da parte della banca mondiale, dei programmi delle Nazioni Unite e del governo

giapponese; nessun paese asiatico è più importante per la Cina del Giappone, i nemici giurati di un tempo sono

diventati partner senza che la Cina abbia rimosso il passato, sempre attenta a segnali di risveglio del militarismo

giapponese. Gli stretti rapporti economici con il Giappone hanno in realtà lo scopo di accelerare il recupero dei

ritardi di modernizzazione della Cina, con le due economie politiche che continuano a intrattenere un rapporto

intricato di complementarità.

La Cina dà ad intendere di considerare gli appoggi giapponesi alla sua modernizzazione come parte di un debito

storico di cui essa si attende il pagamento da parte del Giappone; non vuole nuovamente farsi ridurre a fratello

più giovane bisognoso di tutela.

Il commercio della Cina con il Giappone è però contrassegnato da un deficit cronico, risultato della rapida

integrazione di un’economia sottosviluppata all’interno dell’economia mondiale.

Dal 1978 la Cina aspira a diretti investimenti esteri, lasciando da parte un altro dogma maoista, e molte delle più

celebri concentrazioni mondiali producono oggi in Cina. L’apertura della Cina all’economia mondiale costituisce

soltanto una parte del grande esperimento riformista grazie al quale il governo post-maoista cerca di recuperare

l’arretratezza accumulata dal paese nei confronti di modelli esemplari e ammirati con ambizione quali Giappone

e Stati Uniti. Essa ha finalmente cominciato a imparare dall’Occidente come mai era precedentemente avvenuto;

dal 1978 più di 70.000 studenti sono stati all’estero e la Cina si è nuovamente aperta alla cultura mondiale. Lo

Stato e non il mercato rimane l’istanza principale nell’allocazione di capitali esteri; commercio estero e

investimenti stranieri sono ora, come prima, sottomessi a regolamentazione statale e il paese non è disposto a

farsi sfruttare nuovamente nemmeno come carta. La politica estera cinese mira all’indipendenza priva di

isolamento.

La Repubblica popolare si inserisce in una società mondiale che per molto tempo l’ha respinta e dalla quale essa

si è in parte isolata di propria iniziativa; un processo contraddittorio e gravido di rischi.

LA CINA: LONTANA O VICINA? LA PAROLA AI PROTAGONISTI

Tasso di crescita del PIL superiore all’8%, dimensione del mercato, basso costo della manodopera e popolazione

che sfiora il miliardo e tre sono solo alcuni dei motivi che rendono la Cina una meta ambita per la

delocalizzazione produttiva che ha spinto gli imprenditori italiani a cercare fortuna nel paese dalle mille

opportunità. Ma la Cina non è per tutti, poiché esistono problemi enormi di distanza culturale e linguistica, il

burocratismo e la lentezza del sistema legislativo.

Indagine empirica sulle imprese manifatturiere italiane con investimenti diretti esteri (IDE) di carattere

produttivo.

Quadro complessivo

Qual è il profilo dell’investitore italiano in Cina? Distinzione tra joint-venture (JV) e Wholly foreign owned

enterprise (WFOE). L’universo delle multinazionali italiane in Cina è assai variegato e bisogna smentire la

convinzione che solo la grande azienda disponga delle risorse necessarie per affrontare l’investimento oltreoceano

a riprova del fatto che le piccole dimensioni sono in grado di fare la globalizzazione. Le aziende intervistate

provengono dal centro-nord della penisola e il settore maggiormente rappresentato è quello a offerta ampia e

diversificata che produce apparecchi elettrici, elettrodomestici, componentistica meccanica, macchine per

l’industria, etc. seguito dai settori tradizionale, high tech e a forti economie di scala. A livello di struttura

organizzativa troviamo bilanciati i modelli funzionale e divisionale, meno frequente quella a matrice e

elementare.

L’impresa non è una realtà a sé stante ma immersa in un preciso ambiente esterno e ignorare le interconnessioni

significa rinunciare a comprendere gran parte degli orientamenti strategici della azienda stessa. Emerge una

spiccata attitudine dei nostri imprenditori verso la dimensione internazionale, e l’85% degli intervistati gestiva

già rapporti internazionali da più di dieci anni prima dell’attuale investimento in Cina.

Molto legata al successo è la scelta della strategia: la scelta prevalente è stata quella dell’invio di responsabili sul

campo, come raccomandato dalla letteratura manageriale, al fine di controllare i dipendenti e gestire le

dinamiche aziendali. Qualora inviati stabilmente dei responsabili, solo il 38% predispone corsi di training

specifici, al fine di ridurre al minimo l’effetto sorpresa.

Tra i motivi principali di investimento diretto in Cina troviamo: dimensione del mercato, basso costo della

manodopera, desiderio di ostacolare o combattere il gioco dei propri concorrenti, buona occasione e possibilità

di aggirare normative europee troppo restrittive in tema di ambiente e lavoro. I nostri investimenti si

concentrano prevalentemente nelle zone di Shanghai, Guangdong, Pechino, Shandong e Zhejiang e oltre il 40%

degli intervistati è approdato sul mercato cinese più di dieci anni fa.

Oltre la metà ha iniziato a operare in Cina tramite IDE mentre la restante metà ha sviluppato rapporti di

import-export o di fornitura prima dell’attuale investimento diretto.

Solo il 10% dichiara di non aver avuto brutte sorprese, in quanto presenti numerosi ostacoli: distanza culturale,

problemi linguistici, forte burocratizzazione, sistema legislativo, inadeguatezza del personale locale, carenza delle

infrastrutture, fenomeni di corruzione, tutti originariamente non previsti.

In prevalenza troviamo joint-ventures, che permettono di penetrare il mercato con l’appoggio di un partner

locale, motivato dall’esigenza di trovare un appoggio in loco a livello di informazione, posizionamento sul

mercato e interconnessioni con l’ambiente esterno. La selezione della controparte rappresenta un punto

estremamente delicato nei casi di JV e vale la pena dedicare particolare attenzione alla scelta iniziale. Le selezioni

sono avvenute principalmente secondo il criterio strategico, organizzativo, human skills, geografico, finanziario.

La scelta di un investimento 100% in proprio si giustifica nella volontà da parte della multinazionale di esercitare

un maggiore controllo sulla diffusione della tecnologia, proteggendo i propri segreti commerciali, insieme a

grande flessibilità. Un terzo degli intervistati è giunto all’investimento autonomo dopo un’insoddisfacente JV.

A livello di gestione la maggior parte delle JV si caratterizzano per direzione italiana e personale cinese. In

generale il grado di soddisfazione degli investitori pare piuttosto elevato, anche se l’esperienza della JV risulta

segnata nel 60% dei casi da molti problemi: difficoltà di gestione del personale, necessità di creare una rete

commerciale contando solo sulle proprie forze.

Le case histories

Esperienza di quattro imprese italiane protagoniste di successi e insuccessi in Cina.

1.Suolificio Capri S.p.a.; azienda marchigiana con forte orientamento verso l’estero, con attività di produzione e

vendita in Cina, Romania e India. La Cina appare come mercato di sbocco per l’alto numero di consumatori;

nasce la WFOE a Hangzhou con l’obiettivo di produrre suole in loco, commercializzandole ai clienti taiwanesi

che si si erano trasferiti in Cina; investimento 100% italiano. Il prodotto realizzato in Cina si rivela più che

soddisfacente, la manodopera locale sotto la supervisione di un tecnico italiano si dimostra veloce

nell’apprendimento e abile nella realizzazione. I problemi riguardano la localizzazione della filiale, troppo

distante dalla regione del Guangdong dove sorgono le fabbriche di scarpe; occorre posizionarsi vicino ai propri

clienti perché il mercato cinese presenta enormi distanze da percorrere. La WFOE aperta nel 2000 chiude nel

2004.

2. Stonefly S.p.a, azienda veneta leader nella produzione di calzature casual confort, progetto di commercializzare

calzature in Cina, oltre a produrre abbigliamento e accessori uomo. Attiva su scala planetaria con punti vendita

in tutto il mondo. Il progetto in Cina nasce con l’idea di aprire 50 punti vendita, da portare presto a 120, con

l’obiettivo di conquistare il mercato locale, con il consumatore cinese molto sensibile all’acquisto di brand

internazionali nel campo della moda. Costituzione di JV, per avere un appoggio in loco, con sede a Hong Kong a

partecipazione cinquanta-cinquanta. Nonostante il progetto sia ancora alle fasi iniziali, l’azienda si dichiara

soddisfatta, elencando molteplici ritorni e anche la collaborazione con il partner locale sembra felice, in quanto

partono da un territorio comune e possiedono skills complementari.

3. Socotherm, azienda veneta che opera su scala internazionale con stabilimenti produttivi in tutto il mondo per

la fornitura di rivestimenti anticorrosivi per tubazioni per il trasporto di petrolio, gas e acqua. Primi contatti con

la Cina negli anni ’90, territorio allora vergine per i prodotti tecnologici e con la realizzazione del primo gasdotto

i cinesi decidono di sperimentare questo rivestimento high tech, con una JV a partecipazione uguale. Esito

drammatico; la parte cinese risparmia sui materiali, le attrezzature si rompono e la commessa non è soddisfatta. I

rapporti tra i due soci diventano presto tesi. Il problema di fondo è che occorre il benestare del socio per

prendere qualunque decisione e qualora le cose non vadano bene risulta difficile correggerle. L’azienda deve

accollarsi tutti i debiti del partner. Le autorità locali utilizzano due pesi e due misure nel giudicare connazionali e

stranieri e le guanxi costituiscono un elemento fondamentale in Cina. Verso la fine degli anni ’90 la Socotherm si

procura un nuovo incarico per la realizzazione di un gasdotto-oleodotto e il buon esito del lavoro conferisce

nuovo slancio alla direzione aziendale che inaugura WFOE. La mancanza di un partner non comporta ostacoli e

l’azienda si muove grazie a un interprete. Nessun problema nel gestire i rapporti con il personale cinese;

l’importante è motivarli e stimolare attaccamento all’azienda.

4. Techint, azienda lombarda con forte orientamento verso i mercati esteri, posizione di spicco nella siderurgia

italiana e internazionale. Con più di 100 società in più di 30 paesi del mondo; produzione di acciaio,

realizzazione di impianti/infrastrutture, energia e servizi. L’interesse per la Cina nasce vista la sua ottima

posizione nel mercato dell’acciaio, con ottime prospettive di crescita per gli anni futuri. Ostacoli: distanza

culturale. Alla fine si rivela vincente una strategia “dal basso” che concentra gli sforzi sulla promozione delle

proprie tecnologie e della qualità dei prodotti; la Techint vince l’appalto per la realizzazione del primo forno

Consteel a Guiyang, seguito da altri dieci progetti che la rendono il primo esportatore straniero in Cina. L’Ufficio

di Rappresentanza si trasforma in WFOE. È essenziale apportare modifiche ai processi produttivi, investendo in

un massiccio training della manodopera cinese a opera di italiani, forte elemento di motivazione per i cinesi.

Mano a mano che la produzione migliora si decide di produrre in loco anche quei componenti più complessi che

venivano ancora importati dall’Italia. Nasce Timec, JV a Tianjin.

A partire dal 1978 la RPC ha imboccato un cammino di forte ristrutturazione interna e apertura verso l’esterno,

incentivando l’afflusso di capitale straniero e l’insediamento di investimenti diretti. Ma la Cina non è per tutti:

ombre dell’operare in un paese che presenta davvero mille opportunità, purché le imprese siano in grado di

coglierle, un paese che molti tendono ancora a sottovalutare, ma che risulta lontano, lontanissimo, per tutti

coloro che non lo sanno affrontare nel modo giusto e per cui non esiste una ricetta universalmente valida.

LA DIFFICILE ARTE DELLA NEGOZIAZIONE IN CINA

In ogni processo di negoziazione tra persone appartenenti a culture diverse è fondamentale conoscere e rispettare

i reciproci tratti culturali. Negoziazione: processo tramite cui due parti cercano di risolvere il conflitto di

razionalità e di interesse.

In Occidente prevale il ragionamento analitico step by step di causa effetto; in Oriente prevale un ragionamento

consensuale, guidato dalla realizzazione dell’armonia e basato su una visione olistica e condivisa della decisione.

L’obiettivo ultimo dei cinesi è sempre quello di enfatizzare l’impegno di un lingo periodo e l’armonia tra le parti

coinvolte.

Tre regole:

-Enfasi olistica: da sì che i cinesi considerino tutti gli aspetti collegati con una decisione, considerandola come

parte del tutto senza prestare attenzione al concetto di efficienza. La negoziazione è vista come una discussione

simultanea di tutti gli argomenti collegati alla decisione al fine di giungere a una soluzione integrata. Da ciò

deriva il bisogno continuo di fare check con i propri superiori e non discutere i problemi uno a uno, bensì

affrontare simultaneamente la discussione. Il negoziatore cinese vuole conquistare il cuore del partner mentre il

negoziatore occidentale mira a conquistare la ragione, e anche da ciò derivano tempi lunghi per ogni processo

negoziale in Cina, un approccio lento e costante, dove ogni problema viene gestito in gruppo nel rispetto della

forma e dell’etichetta confuciana. Si ricercano i vantaggi per il gruppo, più importanti del livello di profitto

atteso dai singoli individui. Il successo dipende dalla creazione di consenso all’interno del gruppo, ed è

indispensabile il ruolo dell’uomo gerarchicamente più in alto. Spesso tra i vantaggi per il gruppo c’è anche la

protezione di ogni suo singolo membro, perciò il manager cinese sente il bisogno di non esporsi e di essere

sicuro.

I cinesi lasciano la prima mossa al partner occidentale, per poi rilanciare e fare controfferte su basi concrete e

sono capaci di spingere le fasi di negoziazione all’infinito, fino a portare la controparte a cedere. Neanche dopo la

firma del contratto la negoziazione si può considerare conclusa veramente, perché all’insorgere del primo

problema essa viene riaperta. È importante dunque stabilire obiettivi comuni e chiarire in che modo si intende

raggiungerli seguendo una strategia di lungo periodo senza dare nulla per scontato.

Stabilire i primi contatti d’affari non è semplice, poiché la presentazione ufficiale è ritenuta dai cinesi una

condizione imprescindibile per dar vita a qualsiasi rapporto d’affari e non ci si può mettere in contatto con

un’azienda seguendo il percorso diretto, ma bisogna necessariamente passare tramite un intermediario. Dal punto

di vista cinese, la negoziazione non si svolge mai con i singoli negoziatori ma con l’intera organizzazione da essi

rappresentata; è quindi fondamentale instaurare buoni rapporti con i propri interlocutori. È buona abitudine

distribuire il proprio biglietto da visita a chiunque venga presentato, offrendolo con un piccolo inchino e

tenendolo con due mani. Il biglietto dell’interlocutore cinese va messo in evidenza e non deve assolutamente

essere usato per prendere annotazioni personali.

Per i primi sopralluoghi è bene inviare una delegazione costituita da persone rappresentanti molti ruoli

all’interno dell’azienda ed è opportuno garantire una continuità del gruppo, evitando la continua alternanza di

soggetti. È necessario dare ai cinesi una chiara idea delle relazioni gerarchiche esistenti tra le persone sedute al

tavolo, anche se essi si aspettano di trattare sempre con il top manager. Altra figura importante è quella del

portavoce, che può essere anche l’interprete e deve saper svolgere in maniera adeguata il ruolo di intermediario

per qualsiasi imprevisto, dato che per i cinesi è impensabile rivolgere lamentale direttamente al capo.

Quando è la delegazione cinese a venire in Italia, essi riescono ad ambientarsi molto facilmente ma al tempo

stesso si aspettano molto dall’ospitante italiano, quindi non solo spese di viaggio, vitto e alloggio pagate, ma

anche essere accompagnati durante le escursioni.

Durante la negoziazione si alternano diverse fasi suddivise in quattro momenti: durante la prima fase

l’interlocutore occidentale si sforza di spiegare le proprie ragioni alla controparte cinese, spesso arroccata in un

atteggiamento passivo, col fine di creare uno stato d’armonia generale e di spirito d’amicizia, anche se agli

occidentali questa fase non sembra dare nessun risultato in termini di realizzazione degli affari; l’abilità

dell’interlocutore cinese sta proprio nel togliere le redini del gioco a chi è maestro in quel gioco e mano a mano

che la negoziazione prosegue si manifestano diverse modalità di partecipazione con maggiore intensità di

coinvolgimento da entrambe le parti, che cercano di muoversi verso una più attenta definizione dei programmi.

Il tempo per i cinesi sembra poter scorrere senza fretta e il cammino verso la conclusione della trattativa è lungo e

tortuoso. I bravi negoziatori devono avere una profonda conoscenza di tutti gli aspetti tecnici e dei dettagli

organizzativi. I negoziatori cinesi gestiscono ogni problema all’interno del proprio gruppo cercando consenso e

benefici reciproci. Le priorità cinesi spesso sono rappresentate da implicazioni a lungo termine che l’interlocutore

occidentale non riesce a cogliere e si crea un intoppo al lineare svolgimento della trattativa. I cinesi astutamente

utilizzano il primo accordo, spesso tenuto in poca considerazione, come strumento per evitare di accettare aspetti

innocenti e scontati nell’ambito generale di quell’accordo di discussione, ma giudicati a loro parere contrari e

lesivi dello spirito dell’accordo stesso.

I cinesi sono molto orgogliosi della propria cultura e cercano in ogni occasione di dimostrarne l’unicità, tanto

che ogni negoziazione è preceduta da una lunga fase di conoscenza del patrimonio storico-artistico del luogo,

esperienze culinarie e momenti conviviali. Il concetto che la Cina sia unica diventa un aspetto fondamentale

quando si arriva al tavolo delle trattative, e le tecniche di negoziazione usate normalmente qui non possono essere

utilizzate. Un negoziatore impreparato rischia di trovarsi scoraggiato proprio nel momento più importante della

trattativa, anche se non si deve rinunciare alle proprie conoscenze occidentali, in modo da combattere ad armi

pari.

Nella fase iniziale della negoziazione i cinesi presentano le loro condizioni essenziali per la conclusione

dell’accordo e bisogna accettare quelle ritenute ragionevoli, e opporsi con determinazione a quelle ritenute

inaccettabili, perché una volta accettate le richieste diventa molto difficile tornare sui propri passi.

La negoziazione in Cina è un processo molto lungo e mentre l’occidentale vorrebbe concludere il prima possibile,

i cinesi temporeggiano; per questo il team occidentale deve essere preparato ad affrontare sessioni di negoziazione

anche molto lunghe: la pazienza è una dote essenziale per negoziare in Cina e accelerare risulta piuttosto

controproducente. È invece importante far credere alla parte che si è disposti a rinunciare all’accordo qualora non

si arrivi a una soluzione in tempi ragionevoli.

Le soluzioni proposte dall’interlocutore occidentale vengono quasi sempre rifiutate senza spiegarne i motivi; per

questo essi devono cercare di acquisire quante più informazioni possibili sui partner cinesi, con il fondamentale

referente cinese, una persona considerata neutrale dai cinesi e con il carisma necessario per svolgere un ruolo di

mediazione tra le due parti.

Il rispetto per la gerarchia è fondamentale per condurre una corretta interazione con la controparte cinese; ad

esempio durante le riunioni essi rispettano la gerarchia e nessuno parla se non direttamente interrogato dal capo;

stessa cosa dovrebbero cercare di fare gli occidentali. La lentezza cinese deriva anche dall’aspettativa di condurre

tutte le fasi della negoziazione con il top management occidentale, che invece preferisce mandare alle prime

riunioni i giovani manager privi di reale potere decisionale, visto però dai cinesi come un segnale di scarsa

educazione.

Bisogna anche ricordare sempre quanto sia importante per i cinesi “salvare la faccia”, mantenendo intatta la

propria immagine pubblica, a cui si collega direttamente l’enfasi posta sul rischio di perderla. Quando le

trattative si incagliano, i cinesi invitano la controparte a riposare o chiudono l’incontro dicendo che faranno

ricerche approfondite a proposito.

Quando finalmente si giunge alla fase di stipulazione del contratto, questo assume significati completamente

diversi da quelli occidentali, secondo cui la firma conclude il ciclo negoziativo. In Cina invece il singolo contratto

ha un significato ben più ampio, perché unito al rapporto più importante che si è venuto a consolidare, una

relazione d’amicizia. È per questo che nulla si conclude definitivamente, poiché la relazione è destinata a crescere,

in nome delle guanxi, reciproca obbligazione che deriva dall’essere connessi a qualcuno tramite una terza persona.

L’atteggiamento di eccessiva cortesia con cui il cinese si pone ai nostri occhi quando la negoziazione muove i

primi passi è in realtà strumentale al crearsi di questo rapporto speciale che avvolgerà e arricchirà di significato la

relazione di amicizia stessa.

LA PAURA DELLA CINA

La Cina ha fatto irruzione nella politica italiana, ma lo scontro sarà politico ed economico, non militare.

L’allargamento della libertà economica viene spesso visto come dittatura del mercato e dell’economia, e in un

paese come l’Italia, dove si privilegiano tante società chiuse, che in questo modo possono solo rallentare e non

arrestare i tempi del loro inevitabile declino. Si tratta di una deriva psicologica ancora prima che politica e la

forza del mercato risiede non tanto nel convincere gli attori a entrare nel proprio gioco, quanto nel rischio di

emarginazione, suprema forma di violenza da parte del mercato. La globalizzazione è probabilmente la

trasformazione più notevole della storia.

La paura della Cina ha ripreso vigore anche perché mancano i canoni di interpretazione per il principale partner

commerciale di Unione Europea e Stati Uniti. Le potenze in ascesa hanno sempre assunto atteggiamenti assertivi

provocando violenti rivolgimenti nella relazioni internazionali, ma la Cina esiste nelle sue dimensioni attuali da

più di 2000 anni e la dirigenza cinese è molto più flessibile e sottile di molti precedenti aspiranti al ruolo di

grande potenza.

La Cina contribuisce alla stabilità del sistema finanziario internazionale, con i paesi sviluppati che comprano

prodotti cinesi a prezzi molto bassi, aumentando il potere d’acquisto dei cittadini da un lato e contenendo

l’inflazione dall’altro. I cinesi comprano aziende invece che conquistare territori, e i risparmi cinesi sono

indispensabili per gli equilibri del bilancio americano.

Nel 2001 l’Italia aveva visto come un successo l’adesione della Cina al WTO, evento di cui fu sottovalutata la

portata e che ha sconvolto tutti gli equilibri dell’economia globale, suscitando tensioni e paure e solo con ritardo

la nostra classe imprenditrice si è accorda delle possibilità offerte dalla Cina. Per la prima volta nella storia

moderna la spinta preponderante nell’economia mondiale nasce dai paesi che fino a ieri erano periferia. Oggi

l’Europa rischia la marginalità per l’ascesa di nuovi protagonisti con la Cina al centro, stentando a trovare una

risposta politica, nella ricerca di una soggettività internazionale. Più efficace è la risposta economica, ma l’Italia

non ha una strategia consolidata per partecipare alla grande sfida: il secolo cinese. Altri paesi hanno capito con

maggiore lucidità che la crescita economica e demografica verrà dall’Asia ed è quindi indispensabile per Italia e

Europa connettersi con le zone più dinamiche del mondo.

Anche in campo culturale siamo indietro, con il governo cinese che offre ogni tipo di incentivi per invogliare i

suoi studenti che studiano all’estero a tornare in patria dopo la laurea.

La Cina attira capitali per la qualità e i costi della sua forza lavoro, unita alla capacità del paese di mobilitare in

modo produttivo le risorse necessarie. Ma il capitalismo cinese non lascia tutto al mercato; controlla innanzitutto

il suo movimento di capitali, evitando flussi e riflussi speculativi di denaro attraverso i propri confini, mettendosi

al riparo dai conflitti commerciali. Per bruciare le tappe i cinesi acquistano aziende, acquisiscono manager

occidentali con esperienza e si appropriano di tradizioni, tecnologie e competenze.

La Cina non è solo il minaccioso concorrente che invade il mondo, vista come la patria della concorrenza sleale,

dei falsi, della pirateria industriale, dove non ci sono i sindacati, si sfrutta il lavoro minorile e non vengono

rispettati i diritti umani. In realtà è il terzo mercato di importazione dopo Stati Uniti e Unione Europea, con il

70% del suo PIL in settori liberalizzati e aperti agli stranieri; diventeranno presto il primo mercato dei prodotti

di lusso, superando America e Giappone. Il prodigioso sviluppo ha creato un nuovo ceto sociale che ha un livello

di consumi comparabile a quello dell’Europa. Interi settori dello stile italiano hanno conservato in patria i

mestieri più sofisticati e creativi, ma producono in Cina. Le esportazioni cinesi ha buon mercato hanno

danneggiato alcune nostre attività industriali, come il tessile.

La strategia non può essere quella della chiusura, perché una nuova guerra fredda commerciale in Asia invece che

in Europa sarebbe sterile e ci priverebbe di grandi opportunità. La Cina ha aderito al WTO, che pur tutelando la

libertà di commercio, impone agli Stati alcune severe regole di buona condotta; conviene perciò coinvolgerla

nella gestione della globalità attraverso regole sempre più stringenti. Una gestione dell’economia globale secondo

regole di equità e prevedibilità può essere tuttavia ottenuta solo grazie all’azione dell’Unione Europea.

Oltre al mercato, l’altra sfida che grava sui rapporti tra Italia e Cina investe la nascita della democrazia nel cuore

della Città Proibita, con il dilemma di come combinare i principi universali, morali e giuridici con gli interessi e

le alleanze. Le Olimpiadi avrebbero dovuto essere uno stimolo a liberare non solo l’economia ma anche la società,

piuttosto che un regalo immeritato a un regime per sua natura incorreggibile. L’eliminazione delle tradizioni e

l’allineamento culturale forzato si sono verificati in tutta la Cina e il partito non accetta che ci siano movimento

organizzati, autorità alternative. Il dilemma è come atteggiarsi di fronte a regimi che credono che l’autocrazia

funzioni meglio della democrazia, che offra stabilità e migliori condizioni di sviluppo economico. La crescita ha

strappato milioni di cinesi alla miseria, ma corre ancora sul filo di un oscuramento delle libertà fondamentali.

Dobbiamo far finta di credere che i cinesi non hanno in realtà bisogno di democrazia, che essa comporterebbe

ingovernabilità e instabilità, crisi di identità, disintegrazione dello Stato? Le società occidentali sono

individualiste rispetto alle società asiatiche, segnate invece dall’impronta confuciana, ma finché la Cina resterà

una dittatura, la sua crescita non potrà essere rassicurante per i suoi vicini. Certo, il comunismo di guerra di Mao

è crollato per fare posto al mercato e il nazionalismo è tutto quello che resta, ma il fatto che la Cina decida in

modo non trasparente la rende imprevedibile e misteriosa. Ma la Cina ha bisogno di vendere sui mercati

dell’Occidente, di riceverne tecnologie e investimenti, non potrebbe più isolarsi secondo un senso di superiorità

come accadde in passato.

Sì, il problema è la Cina. No, il problema siamo noi

Che tipo di pressioni pone la Cina alla nostra economia? Il nostro paese ha una specializzazione produttiva molto

orientata su prodotti manifatturieri di tipo tradizionale in cui la Cina è diventata estremamente competitiva, sia

in conto proprio che in conto terzi. Ne deriva una forte concorrenza diretta che si sarebbe dovuta prevede e

gestire con più attenzione, in quanto l’invasione di prodotti asiatici è stata solo in parte mitigata ad accordi

specifici tra Cina e UE. Si calcola che l’Italia tra il 2001 e il 2007 abbia subito una perdita di surplus

commerciale di circa 8 miliardi di euro. La Cina è un problema soprattutto perché l’Europa ha protetto troppo e

non troppo poco il suo tessuto produttivo. La Cina fa tuttavia caso a sé per tre ragioni: transizione da un

comunismo che non c’è più a un capitalismo che non c’è ancora; strabilianti tassi di crescita da un numero di

anni ininterrotto e straordinariamente lungo; più di un miliardo di persone si sta lasciando alle spalle la povertà e

sta aumentando i consumi, ma a causa delle politiche di controllo della popolazione anche la Cina sta

invecchiando. Tutto questo pone un problema serio all’Occidente perché abbiamo capito che i barbari alle porte

non sono affatto barbari e sanno fare quello che facciamo noi, spesso meglio di noi. A entrare in crisi è il modello

occidentale, con un’Europa che per troppo tempo ha scelto di proteggere anziché innovare.

Esistono invece opportunità derivanti dalla crescita della Cina? Sono opportunità che nelle statistiche si vedono

poco; le nostre esportazioni crescono significativamente, ma con tassi più bassi di quelli realizzati in altri mercati

emergenti. C’è una specifica difficoltà a penetrare il mercato cinese, e questo si verifica anche in altri paesi

europei. D’altra parte la crescita economica è sempre un’opportunità e lo sviluppo cinese ci arricchisce attraverso

l’importazione di beni a basso prezzo e moltiplicando i bisogni.

L’Europa dovrebbe gestire in modo più attivo i rapporti commerciali con la Cina, ma siamo ancora in tempo per

farlo? Chi conta di più bello stabilire i rapporti di politica economica: alcune grandi multinazionali o i governi?

L’accelerazione dei tassi di sviluppo in Cina non sarebbe potuta avvenire senza l’enorme afflusso di investimenti

diretti esteri dall’Occidente, fenomeno che risale agli anni ’90. Il governo cinese ha cominciato a centrare gli

obiettivi di crescita solo quando sono arrivati imponenti flussi di capitali stranieri. Ad esempio, ormai quasi tutta

l’elettronica del mondo è concentrata in Cina, seppur legata a marchi giapponesi, americani, svedesi e finlandesi.

Chi ha realmente beneficiato dell’integrazione della Cina nell’economia globale? Si è spalancato un enorme

bacino di manodopera a basso costo e i cinesi hanno beneficiato del meccanismo di afflusso degli investimenti

che hanno fatto partire la loro economia, ma questa riduzione dei costi non ha portato un vantaggio per il

consumatore occidentale, quanto piuttosto un profitto aggiuntivo per le grandi aziende, che hanno trovato nella

Cina un ottimo mercato di crescita. A ciò si aggiunge il fatto che la Cina col tempo tenderà a produrre in

proprio tutto quello che le serve, come nel caso della ferrovia ad alta velocità Pechino-Shanghai. La Cina ha

sempre più interesse a detenere tutta la filiera anche nei settori avanzati e nel lungo periodo solo la Cina sarà un

winner perché l’America perderà peso nella politica mondiale.

Altri winners sono i cittadini cinesi, le cui condizioni di vita si stanno dirigendo verso gli standard minimi di

un’esistenza dignitosa; guadagnano inoltre dalla globalizzazione quelle imprese che sanno guardare al futuro con

speranza anziché con paura, mentre i losers sono i ceti politici europei che vedono erodersi la loro sfera

d’influenza sull’economia reale.

Quanto conta il gioco dollaro-euro-renminbi?

Il tasso di cambio artefatto della moneta cinese consente loro di continuare a incrementare ingenti riserve valutari

attraverso l’export e di investire massicciamente in banche americane di prima grandezza o in imprese petrolifere

europee. Un rapporto stabile tra dollaro e renminbi rientra negli interessi di corto respiro delle grandi

multinazionali per l’approvvigionamento dei prodotti a basso costo. Tuttavia pensare che tutti i problemi si

possano risolvere forzando un apprezzamento della moneta cinese è illusorio, perché Pechino sta seguendo un

graduale aggiustamento dei tassi di cambio e USA e UE non hanno strumenti per obbligare la Cina ad accelerare

questo processo. La crisi finanziaria inoltre rende ancora più difficile che l’America riesca a sganciarsi dal rapporto

con la Cina, poiché sono state le riserve finanziarie cinesi a salvare alcune delle grandi banche americane.


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scod

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Rapporti interculturali della Cina a Urbino, corso di Laurea Magistrale indirizzo CIDI, basato su appunti personali e studio autonomo di tutti i testi e materiale consigliato dal docente Flavia Solieri: Cina e Cristianesimo, J. Gernet, Storia della Cina Moderna J. Osterhammel. Il tutto è integrato con un approfondimento sui saggi, sempre consigliati dal docente.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di Laurea Magistrale in Lingue per la Didattica, l'Editoria, l'Impresa
SSD:
Università: Carlo Bo - Uniurb
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher scod di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Rapporti interculturali della Cina e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Carlo Bo - Uniurb o del prof Solieri Flavia.

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