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Crow definisce paradossali le ipotesi di trasmissione genetica, e Crow e Annett

ritengono che l'eziologia della Schizofrenia sia da riferire all'agnosic right shift gene,

un gene che determinerebbe anomalie della lateralizzazione funzionale emisferica.

Il paradigma organicistico ipotizza dunque che le cause delle malattie mentali siano

da reperire in “danni” o “lesioni” della struttura biochimica del cervello, e da qui il

tentativo di ripararli chimicamente tramite l’ausilio dei farmaci.

L’uso dei farmaci, nelle psicosi come negli altri disturbi mentali, spesso non dà i

risultati previsti. Non funzionando o ad esempio non danno lo stesso risultato

terapeutico, ad esempio nelle diverse forme schizofreniche. Non agiscono su tutti i

malati nella medesima misura e quando invece funzionano richiedono un continuo

adeguamento delle dosi, fino addirittura a smettere l’efficacia terapeutica dopo un

certo periodo di somministrazione.

Antonino Pennisi propone una tesi evoluzionista: le psicosi schizofreniche si

manifesterebbero solo negli uomini dopo la comparsa del linugaggio, quindi non

sarebbero riducibili a turbe del sostrato organico, ma imputabili a modalità esistenziali

di significazione e di creazioni della realtà dovuti all'uso delle rappresentazioni

linguistiche. La presenza accertabile o meno di una qualsiasi forma di lesione

fonda la prima importante discriminazione tra le patologie del cervello e i

disturbi della mente.

I disturbi mentali vanno differenziati dalle altre patologie di natura organica che

trovano esplicita localizzazione, come le neuropatie. Nelle manifestazioni a carico del

SNC è implicita l’origine organica dei disturbi, ed è quindi necessario distinguere tra

patologie neurologiche, disturbi mentali e manifestazioni a carico del SNC.

1.2.3. Patologie accertabili e disturbi “invisibili”.

Seconda discriminazione: le patologie del cervello sono il risultato di una

lesione organica, in quanto accertabili. I disturbi della mente, in assenza di

tale lesione, risultano essere invisibili.

1.2.4. Patologie oggettive e disturbi soggettivi.

Tutte le malattie che interessano i vari apparati organici si contraddistinguono per la

unitarietà dei sintomi rilevabili obiettivamente. Nelle malattie mentali l’entità

patologica, la prognosi e la terapia assumono una connotazione singolare e addirittura

personale. Terza discriminazione: le patologie del cervello si caratterizzano

per l’oggettività, l’univocità e l’universalità delle manifestazioni cliniche. I

disturbi della mente si caratterizzano, viceversa, per la soggettività e la

singolarità dei disturbi.

1.2.5. Eventi morbosi e sintomi manifesti.

In genere la comparsa di ogni entità patologica è preannunciata da precisi sintomi

clinici. Nelle malattie neurologiche di origine traumatica è individuabile il danno

provocato dalla lesione, proprio dai sintomi. La presenza di una lesione cerebrale delle

aree cerebrali funzionalizzate al linguaggio determinerà, in base all’entità e alla

localizzazione del danno, delle manifestazioni che sono appunto le diverse forme di

afasia. Nel caso delle malattie mentali, invece, ciò che in alcune circostanze può

assumere il carattere di una entità psicopatologica vera e propria, può in altre

circostanze essere considerato un sintomo, o viceversa.

Quarta rilevante discriminazione: nelle patologie del cervello, come in tutte

le altre patologie organiche, siamo in grado di riconoscere e distinguere

stabilmente la differenza che intercorre tra l’evento morboso e la sua

manifestazione. Nei disturbi della mente, viceversa, la distinzione fra sintomo

ed entità patologica risulta mutevole e legata al rapporto col quadro

nosologico che si impone.

1.2.6. Comorbilità e continuum psicopatologico.

Se un individuo è particolarmente sfortunato potrà sviluppare contemporaneamente

più malattie a carico dello stesso organo. La comorbilità è infatti, la presenza

contemporanea e senza possibilità di correlazione eziopatogenetica di eventi patologici

diversi.

Anche in questo caso le malattie mentali si contraddistinguono rispetto al resto

delle patologie organiche, e le psicopatologie possono esistere in comorbilità con altri

eventi morbosi. E’ possibile riscontrare malattie mentali in comorbilità con altre

affezioni organiche pure a carico del cervello.

Quinta discriminazione: nelle psicopatologie oltre alla probabilità della

comorbilità ci imbattiamo nella possibilità del passaggio per intensificazione

o aggravamento da una forma più semplice ad una forma più invalidante,

questo determina la linea di continuità fra tutti i disturbi mentali.

Ad esempio: Disturbi d'ansia – Disturbi dell'umore – Disturbi psicotici

L’ultima differenza tra le patologie del cervello e i disturbi della mente la ritroviamo

nei trattamenti terapeutici e nella prognosi.

1.3. Semeiotica dei disturbi mentali

1.3.1. Ideazione delirante.

Le idee deliranti che caratterizzano gli stati mentali delle psicopatologie fissano

costantemente il flusso delle rappresentazioni su un unico pensiero. Nel tempo

l’ideazione esclusiva e monotematica si ipertrofizza sempre più con l’assimilazione di

interpretazioni risolvendosi nella produzione di una credenza abnorme, e tutto questo

si traduce nel delirio.

La strutturazione della convinzione delirante origina dai caratteri premorbosi del

soggetto. Il delirio può svilupparsi partendo dalle vulnerabilità dei caratteri del

soggetto. I germi dell’idea cominciano a scuotersi in coincidenza con un evento,

spesso banale, dalla cui singolare interpretazione prenderà corpo tutta la struttura

rappresentativa. Le conclusioni a cui giunge sembrano al malato blindate nella

certezza, indiscutibili e infalsificabili. Ormai ogni fatto succede a causa della vicenda

immaginata. Il delirio, dunque, si riferisce all’ideazione o al pensiero cogente ed

esclusivo, che si origina attraverso una interpretazione assolutamente singolare della

realtà, e alle convinzioni o credenze non condivise che ne conseguono.

Alcuni autori hanno tentato di spiegare la natura psicopatologica delle varie

modalità del delirare. Da una parte il malato pare smarrire l'individualità della

percezione personale, e i limiti delle relazioni psicologiche con gli altri, o si lascia

assorbire dalla rivendicazione petulante delle proprie prerogative personali.

Nelle psicopatologie, più che il delirio, ritroviamo manifestazioni deliranti in base a

determinati temi. La nosologia psichiatra discrimina i temi del delirio in bizzarri (non

plausibili e comprensibili) e lucidi (plausibili). Contenuti bizzarri sono la paura del furto

del pensiero, o il timore della lettura del pensiero.

I contenuti deliranti lucidi sono caratterizzati da forme di psicosi come il Disturbo

Delirante, della Paranoia e del Disturbo Depressivo Maggiore e tra i temi principali

troviamo quello di persecuzione e di grandezza. Nel delirio di persecuzione il soggetto

proietta i propri limiti e fallimenti personali sugli altri, oggettivando nei suoi

persecutori tutto il suo risentimento, proliferando sospetto e diffidenza, ed esamina

l'agire degli altri per scovare potenziali minacce. Non per caso sente ingiuriato, vittima

di inganni o complotti. Il delirio di grandezza esalta le qualità che questi soggetti

ritengono di avere, sino a credersi, addirittura, depositari di capacità o poteri speciali.

Alcuni enfatizzano la propria origine nobiliare o eletta. Per quanto riguarda la gelosia, i

malati costruiscono ''scientificamente'' i motivi della loro gelosia.

Dunque al delirante il tentativo di razionalizzazione risulta fittizio che lo porta ad

enfatizzare un processo inutile, cedendo così alla ragionevolezza.

“Percezioni” allucinatorie.

1.3.2.

La percezione è un fenomeno psichico che riguarda i processi cerebrali di

comprensione o di elaborazione delle sensazioni. Le allucinazioni sono esperienze

percettive o meglio dispercettive dovute ad impressioni o sensazioni in mancanza di

reali stimolazioni, avvertite esclusivamente dal soggetto.

1.4. Classificazione delle malattie mentali

1.4.1. Prime classificazione psichiatriche: Kraepelin.

La storia della psichiatria è relativamente recente. In Europa essa comincia a

delinearsi intorno alla seconda metà del Settecento con i primi manicomi o ricoveri per

folli. Le insanie mentali erano, tuttavia, ben conosciute sin dall’antichità, e ricoveri o

ospizi per malati e criminali erano diffusi già nel Medioevo, con lo scopo di isolare tali

soggetti in quanto ritenuti pericolosi per la comunità.

L'anno di svolta è il 1793, quando Philippe Pinel, dispone la leggendaria liberazione

dei folli dalle catene. In questo momento inizia la consapevolezza di poter restituire ai

folli la dignità di malati. Inizia lo studio sistematico delle psicopatologie, e il tentativo

di recupero terapeutico dei malati mentali.

Alla fine dell’Ottocento la svolta si deve a Kraepelin, che rappresenta una pietra

miliare nella storia dello studio delle malattie mentali. Kraepelin si pone il problema di

rinvenire le caratteristiche sintomatologiche che unificano tutti i soggetti psicotici,

indipendentemente dalle espressioni personali della malattia mentale. Si interroga

sull’andamento e sull’esito, nel lungo periodo di tempo, dell’affezione morbosa

mentale cercando di spiegare i disturbi mentali rifuggendo dalle suggestioni

organicistiche in voga. Kraepelein inizialmente differenzia e raggruppa tutti quei

disturbi mentali che non sembrano completamente riconducibili ad alterazioni del

funzionamento psicologico, ma che lasciano trasparire la loro natura prettamente

biologica. Egli discrimina prioritariamente i disturbi mentali originati da cause

organiche da quelli in cui, viceversa, la componente psicogenica appare predominante.

Differenzia ulteriormente i Disturbi mentali riconducibili a cause biochimiche, dai

Disturbi mentali da decadimento organico. Nella prima classe di disturbi trovano posto

quelle malattie organiche che possono provocare una sintomatologia psichiatrica. Nella

seconda classe di disturbi abbiamo, invece, altre malattie con evidente eziologia

organica, deterioramento e vari stadi di demenza.

La separazione all’epoca più discussa fu quella tra il gruppo della Dementia praecox

e quello dei Disturbi maniaco-depressivi. Il quadro psicotico della Dementia praecox è

segnato da sintomi psicopatologici tipici come deliri, allucinazioni e alterazioni

cognitive e comportamentali. Questa sindrome è marcata dall’insorgenza precoce

(spesso durante l’adolescenza), e dal decorso e dall’epilogo prevedibilmente

catastrofici. Kraepelin fa rientrare nel quadro psicopatologico della Dementia praecox

le Forme ebefreniche, che esordiscono nell’età giovanile; le Forme catatoniche,

caratterizzate dall’immobilità o dalla rigidità posturale; le Forme paranoidi, con le

manifestazioni deliranti principalmente di persecuzione e di grandezza.

In un raggruppamento a parte trovano posto i Disturbi maniaco-depressivi che

pongono in rilievo le turbe dell’umore in alternanza ciclica di stati ora melanconici, ora

euforici (gli stati maniacali sono riferibili all’umore impropriamente euforico

accompagnato da deliri di grandezza).

Infine le Forme miste presentano stati ciclici e periodici, cioè da picchi euforici

alternati alle cadute melanconiche.

Sia i disturbi psicotici che i disturbi dell’umore vengono distinti da quelle costruzioni

deliranti lucide che esprimono la follia nelle sue manifestazioni più pure. La follia sta

tutta in quel sistema di credenze, di pregiudizio integralista, di interpretazioni, o

meglio di distorsioni, soggettive che si ripercuotono nelle relazioni con la realtà

psicologica e sociale. Il delirio costituisce la manifestazione minima, comune,

costante, necessaria ed esclusiva che sottende tutti i disturbi mentali.

Troviamo poi i deliri di persecuzione, grandezza e gelosia.

Conclude la classificazione kraepeliniana gli Stati psicopatici, forme morbose ad

eziologia psicogenica, ma con decorso e soluzione, in genere, benigni. Stati psicopatici

sono le diverse forme di Fobie ed ossessioni con eccessivo investimento affettivo o

ansioso, oppure le Forme impulsive che affliggono quei soggetti che non possono

resistere all’attuazione di comportamenti compulsivi. E, ancora, i disturbi di controllo

degli impulsi della libido che inducono alle Deviazioni sessuali.

1.4.3. Nosologia psichiatrica: il DSM-IV

L’esigenza clinica di avere, anche per la nosografia psichiatrica, riferimenti

scientifici, sistematici, rigorosi ed universali, è trasferita nella classificazione del DSM-

IV, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, pubblicato a cura della

Psychiatric Association. La cui prima edizione del DSM venne pubblicata negli Stati

Uniti nel 1952.

l criteri diagnostici, i sintomi e i disturbi mentali, proposti nel manuale, sono il

risultato dell’analisi e della misurazione statistica dei dati epidemiologici rilevati nel

corso di decenni in tutto il mondo. Individuati i disturbi mentali, questi vengono

codificati e classificati nell'apposita classe di appartenenza e identificati tramite un

numero di codice-psicopatologia specifico nel manuale, per favorire le diagnosi

differenziali con altre patologie neurologiche o con manifestazioni a carico del SNC.

Al codice-psicopatologia corrisponde una dettagliata scheda nosografica descrittiva

contenente, i sintomi che devono soddisfare i criteri diagnostici della malattia e quelli

che ne fanno escludere la diagnosi. In funzione delle manifestazioni cliniche osservate

si differenziano così le diverse tipologie di disturbi mentali, come anche i disturbi

mentali dalle neuropatologie o dalle patologie organiche con manifestazioni sul SNC.

Ogni singolo disturbo psicopatologico risponde ad un quadro di riferimento clinico

comprendente una serie di sintomi o di condizioni che devono essere presenti per

poter formulare la diagnosi. L’assenza parziale o totale di essi, escluderà la presenza

della malattia mentale.

Essendo però l’unico “strumento” di valutazione diagnostica dei disturbi mentali il

colloquio clinico, è facile notare possibili difficoltà connesse all’uso del manuale.

Intanto, nonostante l’utilizzo di interviste strutturate e standardizzate,

l’interpretazione dei segni clinici può non essere univoca o variare in funzione di chi

osserva (criterion variance). In secondo luogo, i pazienti o i parenti intervistati

possono simulare o manipolare le informazioni (information variance). Ciononostante,

l’approccio descrittivo-classificatorio del DSM-IV, attraverso i cinque livelli di

valutazione di cui si serve, permette di controllare l’eventuale ambiguità diagnostica.

La procedura di valutazione diagnostica secondo i cinque assi del DSM-IV, in linea di

principio, non si differenzia granché dalle altre prassi di giudizio clinico. In seguito ad

una serie di incontri e di colloqui psichiatrici, con il paziente e con i familiari, il medico

disporrà di alcuni elementi utili che gli consentiranno di porre già un primo giudizio

diagnostico riferibile ai criteri di valutazione multi assiale del DSM-IV.

I criteri di valutazione del primo asse impongono allo specialista di indicare la

tipologia dei “Disturbi Clinici o Altre condizioni che possono essere oggetto di

attenzione clinica”. Lungo il secondo asse trova collocazione tutta la gamma dei tratti

che contraddistinguono i Disturbi di Personalità, ovvero la presenza di Ritardo Mentale.

Situazioni di comorbilità, o di “correlazione” tra i disturbi mentali e le patologie

organiche, giustificano l’inserimento di queste ultime nel terzo asse di giudizio

nosologico. I fatti e le esperienze che sembrano aggravare la vulnerabilità del soggetto

alla malattia mentale, saranno annotati dallo psichiatra sul quarto asse diagnostico.

L’utilizzo di apposite schede, come la “Scala per la Valutazione Globale del

Funzionamento, VGF” e la “Scala di Valutazione del Funzionamento Sociale e

Lavorativo, VFSL”, consente al medico di poter vagliare, nel quinto asse, l’evoluzione

clinica del paziente e soprattutto del suo disturbo.

I criteri di valutazione multi assiale del DSM-IV, per quanto riguarda le diagnosi, i

trattamenti terapeutici e la prognosi dei disturbi mentali, servono al clinico, con

l’ausilio del primo e del secondo asse, innanzitutto per discriminare fra loro le diverse

forme psicopatologiche. Egli si serve, inoltre, del terzo asse, per discriminarle

ulteriormente, dalle altre forme patologiche di natura organica. Gli altri due, il quarto

e il quinto asse, hanno la funzione, viceversa, di integrare le conclusioni sul quadro

morboso con la considerazione della storia personale del soggetto e con il suo

tentativo di “reazione” alla malattia e ai trattamenti terapeutici e riabilitativi.

Attraverso la valutazione diagnostica secondo i cinque assi, si offre una descrizione

dettagliata di ogni singolo disturbo psicopatologico specificandone le modalità

semeiotiche, le altre eventuali manifestazioni psicopatologiche associate in

comorbilità, la prognosi, il possibile decorso e, infine, il programma dei trattamenti

terapeutici previsti dai protocolli indicati. Il riferimento al DSM-IV consente al medico

di confrontare comparativamente i dati rilevati: l’età di insorgenza del disturbo, il

sesso del paziente, la familiarità della malattia ecc. così da stabilire la probabile

vulnerabilità del soggetto allo sviluppo del disturbo mentale.

La classificazione del DSM-IV annovera anche patologie diverse dai disturbi mentali,

come le patologie cerebrali, comprese quelle di origine degenerativa quali le Epilessie,

il Morbo di Parkinson e la Corea di Huntington.

1.4.3.1. Disturbi d’Ansia

Gli stati di attivazione dell’organismo come l’ansia, l’emozione e la paura, sono

immediatamente dimostrati dai correlati fisiologici, le cui manifestazioni, vanno da

lievi e “controllate” ad intense ed evidenti. Lo stato d’ansia diventa problematico

quando anziché preparare all’azione la impedisce, trasformandosi in stato ansioso o

addirittura in angoscia, portando l’attuazione di comportamenti immotivati.

L’esposizione ai ritmi frenetici della vita quotidiana determina livelli d’ansia sempre

crescenti, tanto che i vissuti ansiosi che li accompagnano possono essere ritenuti, in

un certo senso, abbastanza “comuni”.

Le stesse condizioni morbose, indicate da Freud come nevrosi, vengono classificate

nel DSM-IV come Disturbi d’Ansia. Nei Disturbi d’Ansia non troviamo gli elementi che

evidenziano una ideazione esclusiva o delirante. La differenza resta attribuibile ai

momenti, circoscritti o totalizzanti, di coinvolgimento o di attenzione che i sintomi

psicopatologici impongono e alla maniera con cui questi influenzino i vissuti soggettivi.

Nella maggior parte delle sindromi ansiose o fobiche i sintomi che contraddistinguono

il quadro morboso riguardano eccessivi, e spesso immotivati, livelli d’ansia con

sentimenti di paura ingiustificati che investono l’assetto emotivo del soggetto,

influenzando la condotta di quest’ultimo, attraverso attacchi d’angoscia o addirittura di

panico, preoccupazione esagerata del proprio stato di salute o fuga da situazioni o

luoghi “pericolosi”.

Il soggetto, comunque, conserva la consapevolezza del carattere morboso delle sue

manifestazioni., rendendosi perfettamente conto degli eccessi di cui più o meno

spesso cade vittima, riuscendo anche a parlarne, e ritenendo che sarebbe ragionevole

evitarli.

Come accade per le altre psicopatologie, anche nei Disturbi d’Ansia l’eziologia

rimane tutt’ora ignota e non è imputabile a danni o lesioni organiche evidenti del SNC.

Così come avviene per la depressione, anche gli stati ansiosi possono dominare

esclusivamente il quadro morboso, e costituire i Disturbi d’Ansia, mentre in altre

possono essere considerati sintomi accessori, ad esempio della schizofrenia, qualora il

quadro psicopatologico sia dominato da altri segni.

 Il Disturbo d’Ansia Generalizzato è caratterizzato da condizioni scarsamente

motivate che vanno via via intensificandosi, dai sentimenti di semplice preoccupazione

a imponenti stati di irrequietezza o persino di tensione, accompagnati da aumento del

battito cardiaco.

 Disturbo da Attacco di Panico Improvvise manifestazioni ansiose o fobiche,

anche notturne, dominate dalla sensazione terrificante di essere in imminente

pericolo, anche di vita.

 Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo è caratterizzato da rituali ripetitivi o

preventivi, di tutti quei pensieri e comportamenti ossessivi che occupano, in precisi

momenti della giornata, il soggetto nell’esecuzione di azioni ricorrenti, assolutamente

costrittive ed imprescindibili per il “controllo” degli stati ansiosi o angoscianti.

 Disturbo di Somatizzazione. La sua storia ha radici ottocentesche. Riguarda

l’isteria, in genere delle signore, per le sindromi dolorose persistenti e di varia natura,

alla convinzione di essere affetti da patologie organiche. L’esagerazione delle difficoltà

sessuali ed altri sintomi tipici arricchiscono il quadro morboso e sono denunciati dal

“paziente” sostanzialmente per richiedere più attenzione alla propria persona.

 Le manifestazioni morbose ansiose dove si cerca di evitare situazioni percepite

o giudicate pericolose, distinguono le sindromi fobiche. Ritrovarsi in situazioni di

disagio per il timore di fallire o di esporsi al giudizio degli altri, possono impedire

parzialmente o del tutto il comportamento del soggetto o scatenare persino condotte

di fuga, questi casi sono assimilabili alla cosiddetta Fobia Sociale.

 Esistono inoltre anche casi di Fobia Specifica, in cui la situazione o l’oggetto

evitati hanno una connotazione ben precisa.

1.4.3.2. Disturbi dell’Umore.

Gli episodi depressivi non sempre indicano la presenza di un disturbo mentale

conclamato, e diventano stati psicopatologici nel momento in cui smarriscono

l’elemento motivante che le giustifica, lasciando il soggetto in balia dell’alternanza

negativa o positiva dell’umore.

La mancanza di interesse per la propria persona, per gli altri e per i fatti o le cose

che ritroviamo nella depressione endogena, segna il passaggio dai vissuti di

temporanea afflizione all’affezione morbosa stabile. Il soggetto incarna tutto il peso di

un esistenza costernata dal sentimento della “tragedia”, consumata o incombente.

Questi sentimenti costringono chi soffre di gravi stati depressivi a passare gran parte

del proprio tempo inerte e inerme, magari sprofondato in un letto.

Man mano che si riverbera il senso di colpa, il dolore esistenziale, man mano che si

fortifica la mancanza di volontà, di interessi e prospettive, comincia a cedere anche la

voglia di vivere e, con essa, l’appetito e il piacere di mangiare. Da qui al decadimento

organico o al tentativo di suicidio, spesso riuscito, il passo può essere molto breve o

può essere solo una questione di tempo.

Anche nei disturbi del tono dell’umore, l’eziologia rimane tutt’ora incerta, e non è

precisamente imputabile a danni o lesioni organiche evidenti del SNC. Gli elementi

distintivi che qualificano tali disturbi sono, dunque, la periodicità o ciclicità dei suoi

due momenti morbosi, quello depressivo e quello maniacale, e l’esito certamente

migliore, persino la guarigione, rispetto alle altre affezioni psicopatologiche.

Nella fase depressiva o unipolare, il tono dell’umore presenta solo i picchi negativi

delle manifestazioni depressive. Per gran parte della giornata, il malato appare

completamente assorbito dai sentimenti che lo affliggono e dominato dalle idee di

colpa o di svalutazione su cui rimugina continuamente.

Nella fase maniacale o bipolare, il tono dell’umore, viceversa, presenta periodi ciclici

di picchi sia negativi che positivi, con manifestazioni depressive alternate a

manifestazioni maniacali. Il malato transita da sentimenti di afflizione all’esaltazione

euforica allo stato maniacale, dove il soggetto non cede mai al dubbio, sopravvaluta le

proprie qualità e addirittura l’autostima assume una coloritura grandiosa.

1.4.3.3. Disturbi Psicotici.

Questi disturbi mentali hanno la peculiarità di presentare tutta la gamma della

classica sintomatologia psicopatologica. Nelle psicosi viene meno la consapevolezza di

malattia, e tratti tipici sono l’ideazione delirante e le impressioni allucinatorie.

Inoltre, possono esibire altri sintomi come nel caso delle alterazioni cognitive affettive

e del comportamento disorganizzato (psicosi schizofreniche).

Nelle psicosi tali sintomi possono essere categorizzati come positivi: fenomeni di

questo tipo sono appunto i deliri, le allucinazioni e l’insieme delle alterazioni cognitive,

come i disturbi della memoria o la disorganizzazione del pensiero, del linguaggio e del

comportamento.

I sintomi negativi sono caratterizzati, al contrario, da fenomeni di deprivazione o di

deterioramento del funzionamento psicologico e sociale rispetto all’esperienza

comune.

Fenomeni di quest’altro tipo sono il distacco o l’ambivalenza affettiva testimoniata

dall’apparente insensibilità del malato a qualsiasi sentimento, della perdita di interesse

per se stesso, per l’ambiente familiare o per gli altri in genere, e dal peggioramento

complessivo delle condizioni cognitive, linguistiche e della volontà.

Nel Disturbo Psicotico Breve, l’improvvisa manifestazione dei deliri, delle

allucinazioni o degli altri segni morbosi, regredisce fino a risolversi completamente in

un lasso di tempo relativamente rapido, in non più di 30 giorni.

Il Disturbo Delirante invece è più controverso. Viene diagnosticato solo in presenza

esclusiva di deliri lucidi caratterizzati da temi o contenuti di persecuzione, grandezza,

gelosia, e sono raramente accompagnati da allucinazioni.

Un altro tipo di disturbo è il Disturbo Schizoaffettivo. Le manifestazioni psicotiche

per questo tipo di disturbo sono sovrapponibili a quelle tipiche della sintomatologia

schizofrenica. L'unica differenza sta nella durata della malattia, in genere inferiore a

sei mesi, e nell’esito, che oltre ad essere favorevole, non lascia segni evidenti di

deterioramento psicopatologico.

Fra i disturbi psicotici, la Schizofrenia rappresenta sicuramente la forma di malattia

mentale più nota e senz’altro la più diffusa. Le forme morbose schizofreniche sono

segnate dalla presenza di sintomi positivi e negativi, nonché dal progressivo

deterioramento del funzionamento psicologico e sociale.

1.4.3.3.1. Schizofrenia.

Il quadro psicopatologico della Schizofrenia, che troviamo nella classificazione

nosologica del DSM-IV, ne riconosce cinque Tipi: Paranoide, Disorganizzato,

Catatonico, Indifferenziato e Residuo. Ognuno di questi risulta contraddistinto da

aspetti sintomatologici diversi dagli altri, che si riconoscono nei loro caratteri

essenziali, ovvero nella loro possibilità di manifestare i sintomi psicotici positivi o

negativi.

Di questi abbiamo da tempo una descrizione tecnica dettagliata e schematica,

proposta da Andreasen nel suo “Scale per la valutazione dei sintomi positivi (SAPS) e

negativi (SANS)”, che consentono di formulare la diagnosi di Schizofrenia. I sintomi

positivi sono costituiti dalle idee o esperienze deliranti, dalle “percezioni” allucinatorie,

dal “disturbo formale positivo del pensiero” e dal comportamento disorganizzato. Tra i

sintomi negativi ritroviamo, invece, “l’appiattimento affettivo, l’alogia, l’apatia,

l’anedonia e la compromissione dell’attenzione”.

La scala di valutazione (SAPS) descrive gli otto segni della compromissione del

corso formale del pensiero e del linguaggio.

La tangenzialità si evidenzia quando il malato “risponde di traverso”, parlando

d’altro, alle domande che il medico gli pone durante il colloquio psichiatrico.

Se invece il paziente si lascia prendere dal fluire del suo discorso, saltando tuttavia

arbitrariamente da un pensiero all’altro, siamo in presenza del deragliamento. La

tendenza ad abbandonare una rappresentazione mentale per sposarne un’altra senza

alcun rapporto con la prima costituisce la distraibilità.

Quando nel corso del colloquio il paziente commetterà grossolani errori deduttivi o

di ragionamento, il disturbo formale del pensiero rientrerà nella categoria

dell’illogicità.

Gli altri quattro segni sembrano coinvolgere la produzione linguistica. Se il

linguaggio del malato diventa incomprensibile, il disturbo viene definito incoerenza

linguistica. Se passa da riferimenti imprecisi alla descrizione di dettagli addirittura

minuziosi si parla di circostanzialità. La logorrea caratterizza l’andamento “libero” del

discorso. Chiudono i disturbi formali del linguaggio schizofrenico la presenza di lunghe

stringhe di frasi, molto simili alle filastrocche, in cui le parole stanno assieme per

assonanza.

I sintomi negativi delle psicosi schizofreniche manifestano fenomeni di deprivazione

o deterioramento del funzionamento psicologico e sociale del malato. La scala di

valutazione (SANS) descrive i cinque segni clinici che attestano la compromissione

schizofrenica residuale.

Oltre alla tendenza all’autoisolamento in sé, il paziente cede anche la coloritura

emotiva ed affettiva che ancora riusciva a mantenere. L’evidente distacco assunto

nelle diverse “forme” di espressione verbale e non verbale, testimoniano vissuti ormai

abbandonati all’appiattimento o ottundimento affettivo, che si ripercuote sui processi

cognitivi che appaiono segnalati dall’alogia o disturbo formale negativo del pensiero.

La perdita di ogni sorta di interesse, di passione, anche per i piccoli fatti di cui si

riempie la quotidianità, dipendono dall’apatia che “paralizza” gli schizofrenici.

La compromissione dell’attenzione consegue allo stato di deterioramento funzionale

complessivo in cui versa, spesso irrimediabilmente, il malato.

Nella schizofrenia tipo Paranoide l’assetto sintomatologico prevalente è costituito

dal delirio di persecuzione, dal delirio di grandezza e dalle sensazioni allucinatorie in

genere uditive.

Nella schizofrenia di tipo Disorganizzato spiccano le altre manifestazioni dei

sintomi positivi, ovvero il disturbo formale positivo del pensiero e le alterazioni del

comportamento.

Nella schizofrenia di tipo Catatonico le evidenze sintomatologiche sono

prevalentemente negative, con balzi psicomotori che vanno dall’assoluta immobilità

alle stereotipie verbali, posturali e comportamentali.

Nella schizofrenia di tipo Indifferenziato, al di là dei caratteristici sintomi positivi e

negativi, non troviamo elementi per poterla qualificare in uno degli altri tipi specifici.

Molto diffusa fino al decennio scorso, la schizofrenia di tipo Residuo definiva

manifestazioni psicotiche osservate in malati ormai cronicizzati da una lunghissima

malattia, dovuta a interi lustri passati da internati nei manicomi, ovviamente

contraddistinta esclusivamente da segni negativi.

1.4.3.4. Disturbi Dissociativi e di Personalità.

I Disturbi Dissociativi e i Disturbi di Personalità si contraddistinguono nettamente

dagli altri tipi di disturbi.

Nella classificazione del DSM-IV assumono una caratterizzazione nosologica labile e

meno definita, perché non presentano deliri o allucinazioni, né sintomi positivi o

negativi. Non sono tali da richiedere l’intervento clinico e non sono granché sensibili

alle varie forme di trattamento terapeutico.

In particolare nei Disturbi Dissociativi le manifestazioni psicopatologiche

prevalenti riguardano “la sconnessione delle funzioni, solitamente integrate, della

coscienza, della memoria, della identità o della percezione dell’ambiente”.

Mentre il disturbo di personalità multipla, porta il soggetto a provare esperienze di

sdoppiamento dell’identità personale.

Altra manifestazione tipica di queste forme psicopatologiche è costituita dal

Disturbo di Depersonalizzazione. Il soggetto che ne soffre dichiara che in certe

circostanze percepisce di perdere il contatto con la sua realtà personale, avendo la

sensazione di vivere esperienze a lui estranee.

Queste affezioni morbose vengono con una intensità tale da impedire qualsiasi

funzionalità psicologica e sociale agli individui.

1.4.3.4.1. Disturbo Paranoide di Personalità o Paranoia.

La struttura di personalità del paranoico appare visibilmente inflessibile. Spiccano le

disposizioni caratteriali alla diffidenza, alla sospettosità, la propensione alla

simulazione o addirittura alla bugia palese e, facilmente, all’aggressività.

L’ideazione è rigida e priva di alcun riferimento autocritico, attenta solo alla difesa

delle proprie prerogative personali e vissute come costantemente esposte alle minacce

e alle offese degli altri. Il sistema delirante domina il pensiero e l’esistenza di questi

soggetti, catalizzandosi intorno ai nuclei di persecuzione e di grandezza, da cui

possono specificarsi altri temi come la gelosia.

La natura della personalità paranoica è fissata costantemente su due poli di un

rancore mai sopito per il presunto nemico, e un risoluto compiacimento narcisistico.

A differenza degli psicotici che, seppure in preda a stati d’agitazione, raramente

diventano aggressivi ed altrettanto difficilmente commettono delitti, i paranoici, spinti

dalla necessità della difesa, usualmente premeditano e scattano nella “reazione”

conservativa.

La deflagrazione aggressiva del paranoico affonda nel pregiudizio e

nell’interpretazione erronea dell’ideazione delirante. L’omicidio viene perpetrato ai

danni della persona che incarna la minaccia potenziale. Il malato può trovare

“giustificazione” in ideali deliranti etici o morali per motivare il gesto come

“ineccepibile”. Tendenzialmente litigiosi e puntigliosi, questi soggetti sono pronti a

reagire per difendersi da presunte offese, torti o danni subiti, per poi scandalizzarsi

per la notifica delle accuse di reato di cui si sentono vittime nell’esercizio della

legittima difesa, e perciò non imputabili o non punibili.

1.4.4. Psicopatologie nell’adolescenza.

L’adolescenza è una fase della vita, la ''terra di mezzo'' tra infanzia ed età adulta,

ed è caratterizzata da importanti cambiamenti sia fisiologici che fisici. Emerge il

bisogno di rendersi autonomi, di separarsi dalla tutela dei genitori e di individuarsi

come persone tra le altre persone.

Questo processo può indurre l’adolescente a sviluppare vulnerabilità personali e a

manifestare condotte inadeguate, se non disturbate, ed in questo caso non bisogna

considerarle come disturbi psicopatologici conclamati. Il ragazzo che manifesta turbe

comportamentali, vive esperienze relazionali disturbate in un ambito nel complesso

“deviante”. Queste manifestazioni sono considerate l’effetto di un più generale disagio

vissuto all'interno dell'ambiente psicologico e sociale di appartenenza: personale,

familiare o scolastico.

Si parla di condotte inadeguate dell’adolescenza, una serie di disturbi del

comportamento come quelli della condotta alimentare, le turbe psicosomatiche, il

deficit nel controllo degli impulsi, l’abuso di sostanze, i comportamenti psicosociali

devianti, l’acting-out e altri meno diffusi.

Per quanto riguarda i disturbi del comportamento alimentare (anoressia e bulimia),

l'incremento dei casi è stato considerato legato alla diffusione di certe tendenze o

modelli pubblicitari. In realtà bisogna sfatare queste idee. Possono ovviamente essere

anche in relazione all’idealizzazione di un modello, ma più spesso sono determinati dal

rifiuto della propria identità che comincia a plasmarsi in questo periodo. Si

materializza un processo perverso con cui l’adolescente cerca di controllare, attraverso

il cibo lo sviluppo del proprio corpo, quindi lo status all’interno della famiglia e del

contesto sociale.

Attraverso quello che possiamo definire un linguaggio del corpo, gli anoressici

esprimono il loro profondo disagio assieme all’incapacità di verbalizzarlo. Questi

disturbi investono, insomma, la consapevolezza della necessità “evolutiva” del

passaggio all’identità individuale adulta. I disturbi del comportamento alimentare

sembrano dominati dalla logica del kamikaze, cioè da vere e proprie manifestazioni

deliranti che, nello stesso momento in cui esaltano, distruggono.

Gli studi epidemiologici dimostrano che la possibilità di sviluppare tutto il ventaglio

delle malattie mentali, si situa in età comprese fra i 18 e i 50 anni circa. Esempi di

psicopatologie “precoci” sono, oltre i disturbi del comportamento, gli stati ansiosi e le

psicosi. Mentre quelle più “tarde” sono rappresentate dagli episodi depressivi o

maniacali.

1.5. Trattamenti terapeutici e orientamenti riabilitativi.

A differenze delle patologie da eziologia organica riconosciuta, nelle psicopatologie

non si ha un trattamento terapeutico univoco. Le cause delle diverse forme di

psicopatologie sono ancora ignote, e le manifestazioni sintomatologiche non sono

uguali per tutti i soggetti malati dello stesso disturbo, come anche lo sviluppo e

prognosi delle turbe psichiatriche, estremamente individuali.

Tutto ciò impone trattamenti terapeutici diversi da quelli delle altre patologie

organiche, in altri termini, trattamenti soggettivi.

Nei disturbi mentali “la guarigione” non si può intendere come recupero integrale.

L’obiettivo prefissato resta la speranza di un recupero per compensazione. Lo scopo

non è la guarigione completa, ma un recupero funzionale, psicologico e sociale del

soggetto, tale da permettergli relazioni, esperienze e vissuti dignitosi.

Parliamo dunque di trattamenti terapeutici integrati o di network assistance, attuati

attraverso l’intervento di equipe multidisciplinari composte dalla contemporanea

presenza di psicologi, psichiatri, pedagogisti, assistenti sociali ed altro personale

sanitario, con presa in carico globale del paziente e del contesto familiare di

appartenenza. Di tali trattamenti fanno parte le psicoterapie, la terapia farmacologica,

in casi particolari la terapia elettroconvulsivante (ECT) e tutte le successive iniziative

di welfare e di self-help riabilitativo.

1.5.1. Psicoterapie di Insight e Psicoterapie di Cambiamento.

Le psicoterapie con trattamento individuale, familiare o di gruppo, integrano o a

volte rimpiazzano le altre forme di terapia come quella farmacologica.

Le Psicoterapie ad Insight, come la psicoanalisi o come il modello psicodinamico,

interpretano il sintomo come espressione dell’esperienza soggettiva, e considerano il

comportamento e le manifestazioni sintomatiche sia di origine interna (psichica), che

esterna (di interazione ambientale e sociale). Si focalizzano sulla funzione dinamica ed

energetica della vita psicologica in toto, tendendo alla ristrutturazione della

personalità del soggetto che si sottopone agli incontri attraverso l’utilizzo di tecniche

ed interventi a lungo termine.

Le Psicoterapie di Cambiamento trattano l’evidenza del sintomo reputandolo il

nucleo psicopatologico principale di qualsiasi disturbo psichico. Quest’approccio teorico

presuppone la natura cognitivo-comportamentale del malessere psicologico, efficace

nella ristrutturazione e nella rivelazione sintomatica delle condotte e delle esperienze

inadeguate. In tale modalità d’intervento il terapeuta predispone situazione di

problematizzazione comportamentale e relazionale. Gli incontri si articolano in modo

flessibile, precisando fin da subito le tappe e gli obiettivi strategici che dovrebbero

consentire il cambiamento del ruolo del “paziente”.

Tali modelli psicoterapici non mirano alla completa risoluzione di tutte le

problematiche disturbanti, ma si prefiggono di migliorare la comunicazione, e chiarire i

ruoli per favorire l’autonomia e l’adattamento della persona. Psicoterapie di

cambiamento sono quelle ad indirizzo comportamentista, cognitivista, relazionale,

funzionale, sistemico-strutturale o familiare.

I trattamenti con Psicoterapie ad Insight hanno una durata a medio-lungo termine,

mentre le Psicoterapie di Cambiamento prevedono un rapporto più limitato nel tempo.

In entrambi i casi le sedute o gli incontri hanno una frequenza prevalentemente

settimanale della durata di circa un’ora.

1.5.2. Trattamenti farmacologici e terapia elettroconvulsivante (ECT).

Il trattamento terapeutico farmacologico aspira ad incidere biologicamente sulle

cause patologiche “riconosciute”. I farmaci utilizzati sono costituiti da molecole che

agiscono sul SNC a livello dei recettori e dei neurotrasmettitori sinaptici come la

dopamina e la serotonina. Tali molecole influenzano i processi psichici esplicando una

funziona detta psicotropa e a seconda del principio d’azione sono distinti in classi

terapeutiche diverse.

Una prima classe di farmaci è costituita dagli ansiolitici che hanno generalmente un

effetto sintomatico sugli stati ansiosi, sedativo e di induzione al sonno. Nella seconda

classe troviamo i farmaci antidepressivi, utilizzati nella cura dei disturbi del tono

dell’umore.

Nella classe delle molecole elettive abbiamo i neurolettici o gli antipsicotici che

svolgono una funzione sintomatica e “curativa” degli stati maniacali. L'ultima classe di

molecole è formata dagli antiepilettici e dagli antiparkinsoniani, adoperati, oltre che in

neurologia proprio per il trattamento delle Epilessie e del Morbo di Parkinson, anche in

psichiatria, dove fungono dai vettori chimici da associare ai neurolettici. La terapia

farmacologica, quando necessaria, non ha una durata rigidamente programmabile.

Per il trattamento di alcuni sintomi tipici dei Disturbi dell’Umore, l’alternanza di stati

depressivi e maniacali, è stata riproposta la nuova terapia elettroconvulsivante (ECT),

consistente in una stimolazione attuata in anestesia generale, attraverso l’uso di

elettrodi applicati sulla testa, del SNC con potenziali elettrici in grado di indurre una

convulsione generalizzata.

I protocolli di cura che prevedono le stimolazioni tramite ECT si avvalgono di serie

di almeno sei ripetizioni, che si attuano per integrare il trattamento farmacologico.

Nonostante l’utilizzo della nuova tecnologia, la terapia elettroconvulsivante resta

sempre un intervento con margini di rischio tali da richiedere un rigoroso controllo

medico-specialistico.

Negli stati ansiosi, depressivi, maniacali e nelle psicosi, le opzioni a favore del

trattamento farmacologico o di quello elettroconvulsivante permettono, nella fase

caratterizzata dal momento acuto della malattia, il primo approccio relazionale al

paziente, spesso in stato confusionale o in preda a comportamenti aggressivi.

Purtroppo i trattamenti terapeutici integrati - psicoterapie, farmaci o ECT - si sono

rivelati assolutamente inutili ed al momento, nulla possono nella cura e nemmeno nel

controllo delle manifestazioni e delle idee deliranti lucide.

1.5.3. Modelli di network assistance e di self-help riabilitativo.

Gli orientamenti riabilitativi attuali cercano, attraverso esperienze di co-

modificazione e di ri-formazione delle interpretazioni dei vissuti personali, di far

riacquisire nuove modalità relazionali ed esistenziali, offrendo al paziente la possibilità

per uscire dalla modalità d’ideazione e dell’espressione e dalle relazioni deliranti.


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MFallout

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze della Comunicazione per il Marketing e la Pubblicità
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MFallout di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicopatologia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Cardella Valentina.

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