Esame psicologia sociale
Introduzione: Cos'è la psicologia sociale?
Gordon Allport: è un “tentativo di comprendere e spiegare come i pensieri, i sentimenti e il comportamento degli individui siano influenzati dalla presenza reale, immaginata o implicita di altri individui”. La psicologia sociale si propone di comprendere il comportamento sociale degli individui attraverso l’analisi sia delle caratteristiche proprie dell’individuo (personalità, processi mentali...), sia delle influenze esterne (l’effetto dell’ambiente sociale).
Amerio: è la “disciplina che connettendo l’analisi dei processi psicologici degli individui con l’analisi delle dinamiche sociali nelle quali questi sono coinvolti, studia i modi e le forme con cui l’esperienza, l’attività mentale e pratica e i comportamenti si articolano con il contesto sociale.
Lo sviluppo storico
1.1) Le origini
Il percorso che ha portato alla nascita della psicologia sociale è caratterizzato da due tendenze:
- Approccio centrato sull’individuo: predilige l’analisi delle funzioni e dei processi individuali.
- Approccio centrato sul sociale: richiama il ruolo determinante delle strutture e delle relazioni sociali per l’esperienza e il comportamento individuale.
Nel XIX secolo, il fondatore della sociologia e padre del metodo positivista, Auguste Comte, sostenendo che la società e le tematiche sociali avrebbero dovuto essere studiate in maniera scientifica, con gli stessi procedimenti delle scienze naturali, contribuì a porre le basi della psicologia sociale. Fu però Emile Durkheim a porre le basi per la psicologia sociale, proponendo la trattazione di fenomeni collettivi.
LeBon (1895): pubblicò “La psychologie des foule”, in cui analizzò il comportamento delle folle, sostenendo che tale comportamento poteva risultare pericoloso perché per la loro natura impulsiva le folle sono poco influenzate dalle leggi e dalle istituzioni e le persone sono dominate dalla mentalità della folla. Secondo LeBon pensieri e sentimenti delle persone si annullano generando una sorta di anima collettiva sorretta da un inconscio collettivo. Alla base di tale fenomeno ci sono 3 meccanismi:
- Il contagio mentale che porta alla propagazione di sentimenti e azioni in un contesto collettivo
- Responsabilità ridotta a difficoltà
- La suggestionabilità secondo cui la mente individuale tende a regredire a un livello più primitivo ed essere di conseguenza più facilmente attratta da capi carismatici e uomini d’azione, capaci di generare e soddisfare il senso di potenza che caratterizza le folle.
1.2) Gli inizi
Norman Triplett (1897): realizzò il “primo” esperimento di psicologia sociale, confrontando i bambini che svolgevano un compito da soli ad altri che eseguivano lo stesso compito in presenza di altre persone. Egli scoprì che i bambini in presenza di altre persone svolgevano il compito più velocemente, poiché scattava in loro un istinto alla competizione.
1908: anno in cui negli Stati Uniti furono pubblicati i primi due manuali di psicologia sociale:
- “An Introduction to Social Psychology” (McDougall): spiegava il comportamento sociale facendo ricorso alla biologia e analizzava il ruolo degli istinti nel produrre le emozioni primarie in risposta agli stimoli del mondo sociale.
- “Social Psychology” (Edward Ross): analizzava fenomeni sociali più complessi (folla, cultura…)
Floyd Allport (1924): formulò una distinta definizione di psicologia sociale, sostenendo che “la psicologia sociale è parte della psicologia dell’individuo”, e quindi egli riteneva che i fenomeni sociali potevano essere studiati a partire dall’analisi delle persone.
1.3) Gli sviluppi
Hovland e Sears (1940): proposero e verificarono una teoria secondo la quale le persone si comportano in modo aggressivo con un capro espiatorio per scaricare le proprie frustrazioni. La Seconda Guerra Mondiale esercitò una profonda influenza sugli studi teorici e sulle ricerche psicologico-sociali.
Gli psicologi si interessarono all’idea che la vicinanza tra individui appartenenti a gruppi diversi possa generare considerazione e rispetto reciproco. Infatti, nonostante una politica ufficiale di segregazione tra soldati bianchi e soldati neri, le condizioni dei combattimenti rendevano difficile la separazione, poiché i soldati dovevano poter contare l’uno sull’altro durante gli scontri armati.
I ricercatori scoprirono che i soldati bianchi che avevano combattuto insieme a soldati di altri gruppi etnici, avevano atteggiamenti migliori nei confronti delle altre razze rispetto a quelli che non avevano vissuto questa esperienza.
Gordon Allport (1954): pubblicò “La natura del pregiudizio”, in cui sosteneva l’“ipotesi del contatto”.
Sherif (1953/1955): fece studi analizzando le dinamiche di gruppo in un campo estivo per ragazzi, concludendo che esistevano due condizioni fondamentali in grado di ridurre il pregiudizio tra gruppi differenti: la cooperazione e gli obiettivi comuni.
Negli ultimi anni l’ambito di ricerca della psicologia sociale si è esteso e diversificato. Nel 1966 fu fondata l’associazione europea di psicologia sociale sperimentale (EASP). Maggiori esponenti furono Tajfel e Moscovici. Dagli anni ‘90 sono stati messi a punto nuovi approcci e sono andate affermandosi le neuroscienze sociali.
1.4) Metodi sperimentali
Nell’esperimento il ricercatore manipola deliberatamente una variabile, definita variabile indipendente, per poi verificare l’effetto della manipolazione su una seconda variabile, definita variabile dipendente ossia variabile misurata i cui cambiamenti sistematici dipendono dall’influenza della variabile indipendente.
L'etica della ricerca
2.1) Benessere dei partecipanti
È fondamentale che il benessere fisico e psicologico dei partecipanti sia salvaguardato. Sebbene non sia difficile determinare se uno studio risulti fisicamente dannoso per un partecipante, è meno facile determinare il grado di danno psicologico.
2.2) Inganno
È importante che i partecipanti non conoscano gli obiettivi della ricerca. Per tale ragione molti studi di psicologia sociale implicano una qualche forma di inganno. Molti esperimenti fanno ricorso anche a un collaboratore (o complice), qualcuno che sembri un partecipante qualsiasi di un esperimento, ma che è invece un “attore”, complice dello sperimentatore ovvero segue un copione preparato dallo sperimentatore per verificare un’ipotesi particolare. Alla fine però ai partecipanti viene rivelato l’obiettivo reale dell’esperimento.
2.3) Riservatezza
Ai partecipanti a ricerche di psicologia sociale si chiede spesso di rivelare informazioni di natura personale o intima. Gli studiosi sono tenuti a comunicare che tali informazioni non verranno condivise con nessun altro.
2.4) Consenso informato e debriefing
Solitamente si chiede il consenso totale e spontaneo per iscritto al partecipante, prima dell’inizio della ricerca. I partecipanti vengono inoltre informati che sono liberi di abbandonare l’esperimento in qualunque momento. Al termine dell’esperimento c’è il debriefing, in cui viene rivelato ai partecipanti il vero fine dell’esperimento. Il debriefing è utile sia agli sperimentatori sia ai partecipanti, infatti aiuta il ricercatore a capire le impressioni dei partecipanti e in tal modo aiuta a interpretare i risultati e fornisce idee per lo sviluppo di ricerche future.
L'attribuzione
La spiegazione del comportamento altrui (ossia l’attribuzione della causalità alle azioni che osserviamo) è oggetto d’indagine della ricerca sulla cognizione sociale, ossia i processi di pensiero attraverso i quali conosciamo le altre persone.
Lo scienziato ingenuo
Secondo Heider (1958) gli individui sono motivati da due bisogni primari:
- Il bisogno di una visione coerente del mondo
- Il bisogno di esercitare un controllo sull’ambiente.
Heider riteneva che questi bisogni potevano indurre gli individui a comportarsi come scienziati ingenui; infatti come uno scienziato, l’individuo, dotato di capacità logico-razionali, raccoglie i dati necessari alla conoscenza di un certo oggetto e giunge a conclusioni logiche sui fenomeni. Questo complesso di idee e modelli può essere descritto come teoria dell’attribuzione.
La teoria dell'attribuzione
L’attribuzione causale, secondo Heider, è un bisogno fondamentale dell’individuo poiché conferisce significato al suo mondo, lo rende comprensibile, definibile e prevedibile, riducendone, quindi, l’incertezza.
3.1) I tipi di attribuzione
La distinzione fondamentale tra i tipi di attribuzione è interno-esterno (locus della causalità).
Un’attribuzione interna (o attribuzione personale) è una spiegazione che individua una causa interna all’individuo (personalità, umore, capacità, attitudini e sforzo). Per attribuzione esterna (o attribuzione situazionale), intendiamo qualunque spiegazione che individui una causa esterna all’individuo (le azioni degli altri, la natura della situazione, il caso, le pressioni sociali).
Oltre alla distinzione fondamentale tra attribuzioni interne ed esterne, Weiner introdusse altre due dimensioni indipendenti: la stabilità e la controllabilità.
- La stabilità si riferisce al grado in cui le cause sono relativamente stabili e permanenti (es. capacità naturali) rispetto a condizioni temporanee e transitorie (es. stato di ebbrezza).
- La controllabilità indica in quale misura le cause possono essere influenzate dagli attori (es. lo sforzo) oppure essere imprevedibili (es. il caso).
Compiere attribuzioni
4.1) La teoria dell’inferenza corrispondente
Secondo la teoria dell’inferenza corrispondente di Jones e Davis (1965), si cerca di attribuire l’azione compiuta da un attore a una caratteristica stabile della personalità. Si presuppone infatti che le persone preferiscano le attribuzioni interne (attribuzioni disposizionali), rispetto a quelle esterne (attribuzioni situazionali), perché il primo tipo di conoscenza è più affidabile e attendibile per prevedere un comportamento futuro.
Secondo Jones e Davis viene stabilita un’attribuzione disposizionale elaborando tre tipi di informazione:
- Desiderabilità sociale: si riferisce al grado in cui il comportamento osservato rispetta oppure viola le norme sociali. Nel caso di comportamenti socialmente indesiderabili è più probabile un’attribuzione interna.
- Scelta: se il comportamento in questione sia scelto liberamente oppure no. Un’attribuzione interna è più probabile quando la persona osservata ha scelto liberamente un dato comportamento, poiché è molto più probabile che sia il risultato di una caratteristica della personalità o di un’attitudine sottostante, anziché il risultato di una minaccia o incitamento.
- Effetti non comuni: quando un comportamento ha un’unica conseguenza e non una serie di possibili conseguenze si può considerare come avente effetti non comuni. Un’attribuzione interna è più probabile quando il risultato di un comportamento ha un effetto unico (effetto non comune).
Recentemente la teoria dell’inferenza corrispondente ha perduto parte del successo a causa di alcuni limiti evidenti, come il riferimento a esempi singoli di comportamento e l’attenzione su attribuzioni interne.
4.2) Il modello della covariazione
Il modello della covariazione di Kelley è più flessibile, infatti è in grado di spiegare sia le attribuzioni interne sia le attribuzioni esterne.
Secondo Kelley la causalità viene attribuita utilizzando il principio della covariazione, che afferma che se qualcosa deve essere considerata la causa di un comportamento particolare deve essere presente, quando il comportamento è presente e assente, quando il comportamento è assente (perciò deve co-variare).
Per giungere a un’attribuzione interna o esterna, secondo il modello della covariazione, sono necessari tre tipi di informazione di:
- Consenso: si riferisce a quanto la reazione delle altre persone nella scena sia simile a quella della persona bersaglio. (altre persone si stanno comportando allo stesso modo?) La presenza di questa informazione implica una causa situazionale. L’assenza di questa informazione implica una causa disposizionale.
- Coerenza: riguarda quanto la persona bersaglio reagisca in modo simile in situazioni diverse. (si comporta ripetutamente nello stesso modo?) La presenza di questa informazione implica una causa disposizionale. L’assenza di questa informazione implica una causa situazionale.
- Distintività: relativa a quanto la persona bersaglio reagisca in modo simile in contesti sociali diversi. (si comporta nello stesso modo anche in contesti diversi?) La presenza di questa informazione implica una causa disposizionale. L’assenza di questa informazione implica una causa situazionale.
Gli errori di attribuzione
In molti casi le persone non usano queste regole complesse e non compiono procedure elaborate quando si creano un’impressione degli altri. Gli errori di attribuzione descrivono la tendenza a compiere, in contesti particolari, un tipo di attribuzione, interna o esterna, invece di un’altra. Tre degli errori più documentati sono: l’errore fondamentale di attribuzione, l’effetto attore-osservatore e le attribuzioni a vantaggio del sé (self-serving).
5.1) L’errore fondamentale di attribuzione
L’errore fondamentale di attribuzione descrive la tendenza a compiere attribuzioni interne la maggior parte delle volte in cui viene descritto il comportamento altrui, e ciò è dovuto al fatto che le altre persone sono la cosa percettivamente più saliente nel nostro campo visivo.
5.2) L’effetto attore-osservatore
La tendenza ad attribuire il comportamento di altre persone a cause interne e il nostro comportamento a cause esterne viene definito effetto attore-osservatore. Questo fenomeno può essere spiegato ancora una volta dalla salienza percettiva, infatti, la maggior parte delle volte, la nostra attenzione non è rivolta a noi stessi, ma al contesto o alla situazione in cui ci troviamo, che diventa la fonte d’informazione più accessibile.
5.3) Attribuzioni a vantaggio del sé
Anche le motivazioni volte a esaltare se stessi o il proprio gruppo (attribuzioni intergruppo) possono falsare le attribuzioni, tanto che per eventi positivi, ad esempio i successi, le attribuzioni sono interne, mentre per quelli negativi le attribuzioni sono esterne. Questo perché un tale tipo di attribuzione protegge e conserva la nostra autostima o rafforzano la visione positiva dei gruppi dei quali facciamo parte, rispetto ad altri gruppi, e perciò contribuiscono a farci sentire gratificati dall’appartenenza a un gruppo.
Rappresentazioni sociali
Esistono altre prospettive che costituiscono una base ulteriore sulla quale costruire un senso della realtà, senza il bisogno di regole di attribuzione complesse, le rappresentazioni sociali. Secondo la teoria delle rappresentazioni sociali di Moscovici (1961), la comprensione della causalità viene trasformata e trasmessa attraverso la comunicazione fino a trasformarsi in pensiero diffuso e condiviso. Le rappresentazioni sociali sono idee condivise su vari temi; possono derivare da teorie formali che vengono poi trasformate in conoscenza popolare attraverso la comunicazione tra gli individui oppure i giornali, i media o la letteratura.
La cognizione sociale
Cognizione sociale è un termine molto ampio che descrive le modalità con le quali le persone codificano, elaborano, ricordano e utilizzano le informazioni nei contesti sociali allo scopo di comprendere il comportamento altrui.
L'economizzatore cognitivo e lo scienziato ingenuo
Abbiamo visto come le persone abbiano un desiderio di base di dare un senso al mondo, comprenderlo, e poter prevedere che cosa accadrà. Uno dei modi in cui le persone provano a farlo è di spiegarsi causa ed effetto, operando come scienziati ingenui (Heider).
Tuttavia in molti casi le persone non si servono di regole complesse e non si addentrano in processi troppo elaborati quando si formano un’impressione sugli altri. L’affidarsi a semplici indizi per esprimere giudizi rapidi e facili è indicativo della prospettiva dell’economizzatore cognitivo (Fiske e Taylor, 1991), che tende a risparmiare tempo e fatica nel formulare giudizi. Quindi gli individui a volte sono economizzatori cognitivi anziché scienziati ingenui, preferendo la facilità e la velocità alla precisione.
Euristiche
Gli economizzatori cognitivi utilizzano alcune euristiche come scorciatoia invece di far ricorso a processi mentali lunghi ed elaborati.
6.1) Euristica della rappresentatività
L’euristica della rappresentatività è un modo semplice e veloce di dividere le persone in categorie. Se da una parte valutare la rappresentatività rispetto a un prototipo di categoria può spesso rivelarsi un buon metodo per fare inferenze su qualcuno, dall’altra, come ogni altra euristica, è soggetta a errori.
In particolare c’è la fallacia delle probabilità di base, ossia la tendenza a ignorare informazioni statistiche (probabilità di base) a vantaggio delle informazioni sulla rappresentatività.
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