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Gli indipendenti

Nella diatriba fra Klein e A. Freud, diversi autori hanno deciso di condividere alcuni principi degli psicologi dell’Io (rappresentati da Anna Freud) e altri kleiniani. Questi autori erano detti indipendenti.

Indipendenti rispetto a Freud e Klein: Fairbairn, Winnicott (Balint)

La forza degli indipendenti fu quella di coniugare liberamente, al di fuori di rigide regole di appartenenza, le teorie kleiniane e quelle della psicologia dell’Io.

Gli aspetti che hanno in comune questi autori:

  • Rispetto alle pulsioni, sottolineano il ruolo delle relazioni oggettuali. Oltre allo sviluppo delle relazioni oggettuali, diventa importante anche il rapporto con l’ambiente.
  • Anche gli psicologi dell’Io parlano di un ambiente, ma di un ambiente non personalizzato (non è quella madre specifica con quel bambino specifico). Gli indipendenti invece idealizzano le cure materne e sottolineano l’importanza della madre reale di quel particolare bambino.
  • La psicopatologia, dato che le cure materne sono quelle che strutturano il bambino, non può essere altro che dovuta alle carenze ambientali, cioè materne.
  • Rifiuto del concetto di pulsioni di morte. Se si manifestano derivati delle pulsioni di morte (come l’aggressività), per questi autori i derivati sono legati a deficit ambientali (se un bambino o un adulto è aggressivo, questo può essere fatto risalire a deficit ambientali).
  • Tutti questi autori sottolineano l’importanza del sé del bambino. Sé inteso come vissuto soggettivo di essere io una persona.
  • Sostengono che la regressione non è solo un aspetto psicopatologico ma può essere anche benigna, cioè se la regressione avviene, non indica tanto la gratificazione del desiderio pulsionale con la sigaretta che mi metto in bocca, ma può significare che io ho necessità di comunicare ai miei oggetti (incluso il terapeuta) dei bisogni relazionali che non sono stati corrisposti durante la mia infanzia.
  • Il processo analitico viene sempre più teorizzato in termini della relazione madre – bambino.

Winnicott

Winnicott era inglese, pediatra e psicoanalista. È stato uno dei primi analisti infantili a Londra. Così come i kleiniani sostenevano che tutti noi abbiamo dei nuclei psicotici, anche Winnicott sostiene che essere troppo sani di mente significa privarsi della creatività.

Anche Winnicott aveva il problema di porsi in continuità con le teorie freudiane e dall’altro lato le teorie kleiniane e dice che Freud ha ragione per le nevrosi, la Klein per la depressione. Il problema è che in entrambe queste tradizioni si dà per scontato che esiste una persona, una personalità stabile e unitaria, un centro di soggettività.

Winnicott delinea lo sviluppo infantile in relazione a quella che chiama una madre “sufficientemente buona”. Winnicott, essendo un pediatra, nella sua concezione della psicopatologia, necessariamente parla di deficit ambientali, ma per non incorrere nell’errore di colpevolizzare il genitore di ogni forma di psicopatologia, sottolinea che le madri basta che siano “sufficientemente buone”, che le loro carenze siano:

  • Temporanee;
  • Mediated by other processes.

I piccoli fallimenti sono normali e possono aiutare il bambino, un po’ come la frustrazione freudiana, a evolvere nella relazione. Winnicott delinea tre processi, che si svolgono durante il primo sviluppo:

  • Integrazione.
  • Personalizzazione.
  • Acquisizione del principio di realtà: realizzazione.

In questo è kleiniano e non psicologo dell’Io, perché per gli psicologi dell’Io, l’Io è presente fin dalla nascita, il principio di realtà e il principio del piacere evolvono in contemporanea. Per Winnicott, invece, avviene in un secondo momento.

Basi del pensiero di Winnicott

  • La relazione madre – bambino permette al bambino di diventare un self (sé).
  • L’oggetto reale (madre) si allea con i processi maturativi del bambino, svolgendo funzioni specifiche che corrispondono ai diversi momenti dello sviluppo del bambino.
  • La madre per certi versi per Winnicott crea il proprio bambino: permette all’Io del bambino di innestarsi nel corpo attraverso la personalizzazione, permette al bambino di scoprire se stesso e permette al bambino di creare l’oggetto.
  • Richiama il fatto che le forze maturative del bambino si alleano con ciò che fa la madre, permettendo al bambino di sviluppare il suo potenziale di essere creativo e spontaneo e non accondiscendente verso l’ambiente, non un falso Sé.

Lo sviluppo emozionale primario e le funzioni dell’ambiente

Winnicott parla di un sé centrale, già presente alla nascita, che grazie alle cure materne può svilupparsi verso un sé individuale e intero, in grado di percepire la differenza tra un me e un non – me. Il Sé conduce alla consapevolezza di se stessi e dunque ha il significato di esperienza soggettiva (non indica una struttura psichica).

Per Winnicott esiste fin dalla nascita un Io, non ben sviluppato, che raccoglie, organizza ed elabora le esperienze, che inizialmente sono solo percezioni e sensazioni. Questo permette l’emergere di una realtà psichica personale. Siccome l’Io del bambino alla nascita è estremamente debole, ha bisogno di una dipendenza quasi assoluta dall’Io della madre. Alla base della forza dell’Io stanno e buone cure materne, che consentono al bambino un’esperienza di continuità dell’essere.

Inizialmente le pulsioni dell’Es non sono percepite dal bambino come provenienti da fonti interne o esterne e se l’Io del bambino non è abbastanza forte, queste pulsioni possono divenire prorompenti per lo sviluppo dei meccanismi mentali primitivi. Secondo Winnicott le pulsioni dell’Es sono utilizzabili solo quando il bambino ha un’organizzazione psichica.

Dalla dipendenza all’indipendenza

Winnicott parla di tre fasi fondamentali dello sviluppo:

  • Dipendenza assoluta: secondo Winnicott non ha senso parlare del neonato in termini di unità, ma bisognerebbe parlare di un’organizzazione dinamica individuo – ambiente, poiché il bambino piccolo non ha ancora un sé individuale e non percepisce ancora la realtà esterna. In altre parole, nella fase di dipendenza il bambino non può essere concettualizzato, osservato, capito, in assenza dell’oggetto (madre). In questa fase il bambino non sa che esiste qualcosa oltre a lui e non ha ancora consapevolezza delle cure materne.
  • Dipendenza relativa: parte più o meno dai 6 mesi ai 2 anni. Il bambino gradualmente emerge dal proprio ambiente, con il quale inizialmente è in stretto contatto, e la madre comincia a operare piccoli fallimenti nei confronti del figlio. Questa dipendenza relativa la possiamo mettere in relazione con la posizione depressiva, infatti la Klein postula che la posizione depressiva inizia fra i 4 e i 6 mesi. Il bambino cresciuto in un ambiente sufficientemente buono diventa più consapevole delle cure materne e dei suoi bisogni. Inoltre, emerge la capacità di distinguere il non – me dal me.
  • Indipendenza: è qui totalmente kleiniano: l’oggetto (madre) viene introiettato e si costituisce come oggetto intero.

Dalla non – integrazione all’integrazione, dal “non – io, all’io sono”

Si riferisce all’integrazione dell’Io. Per Winnicott il bambino nasce con un io non ancora interiorizzato. Il neonato nasce in uno stato di non integrazione primaria che riguarda sia l’assenza del senso di tempo sia di una percezione di se stesso come collocato nello spazio. Il bambino quindi non è in grado di comprendere di essere sempre se stesso nel tempo, ad esempio quando dorme o è sveglio.

All’inizio della vita il bambino ha dei “brandelli” di esperienze diffuse (freddo, fame, caldo ecc.) verso l’integrazione dell’Io. L’Io raccoglie le informazioni dal mondo interno ed esterno (kleiniano e psicologo dell’Io) e le organizza, ma all’inizio questa organizzazione dei brandelli di esperienza avviene grazie alla madre, è lei che funge da Io del bambino, la madre costituisce l’Io del bambino (anche negli psicologi dell’Io c’è un Io ausiliario).

Questa integrazione dei brandelli di esperienza, creare una continuità tra i diversi stadi di esperienza, che il bambino fa del mondo interno ed esterno, avviene grazie alle cure materne. Il compito materno è il cosiddetto “holding”, che in italiano viene tradotto come “fornire un ambiente supportante, un sostegno” o riprendendo la concezione bioniana “contenimento”.

La madre organizza l’esperienza che il bambino fa grazie a un suo stato biologico particolare. Il contenimento fa riferimento sia al tenere il bambino al riparo da eventi imprevedibili, e quindi traumatici per il suo senso di continuità dell’esistere, sia a prendersi cura dei bisogni fisiologici del figlio.

  • È fondamentale che l’ambiente, in particolare la madre, inizialmente si sintonizzi con il potenziale innato del figlio e si adatti al suo ritmo personale, offrendogli ciò di cui ha bisogno.

La capacità della madre di sintonizzarsi con i bisogni del figlio è espressione di un particolare stato mentale, detto “preoccupazione materna primaria”, in cui la madre entra verso la fine della gravidanza e che dura qualche settimana dopo il parto.

In altre parole, le madri prima della nascita e per un certo periodo dopo, si identificano completamente con il bambino, si ritirano con il resto dell’ambiente e sono completamente identificate. Questo stato di empatia esasperata materna permette alla madre di captare i bisogni del bambino e di creare questa continuità delle esperienze del bambino. Winnicott utilizza anche la definizione di madre normalmente devota, per indicare che la capacità della donna di adattarsi ai bisogni del figlio appartenga alla maggior parte delle madri.

  • La madre quindi risulta sufficientemente buona quando è in grado di rispondere ai bisogni mutevoli di crescita del figlio. Questo significa che oltre ad adattarsi inizialmente ai bisogni di dipendenza del bambino, deve anche in un secondo momento venire meno alla totale affidabilità iniziale con cambiare dei bisogni del figlio.

Il neonato è per la maggior parte del tempo non integrato e non è mai completamente integrato.

Continuità dell’esistere

Winnicott dice che il bambino non è sempre solo in preda dei bisogni fisiologici, ci sono degli stati in cui il bambino non esprime alcun bisogno e in quei momenti il compito materno è quello di creare una presenza non impegnativa, non intrusiva rispetto al vissuto del bambino. Quando il bambino non è in preda a bisogni, il bambino può costruire una continuità fra i suoi momenti, le sue esperienze se la madre è presente ma non in maniera intrusiva, dando al bambino la percezione di essere solo.

In quei momenti, secondo Winnicott, quando c’è quiete e non è in preda all’Es, il bambino può tornare a uno stato di non – integrazione. Pian piano la madre tramite l’holding gli ha creato dei nessi, ma quando è in stato di quiete il bambino...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/07 Psicologia dinamica

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