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Riassunto esame Psicologia Dinamica, Docente Tagini, libro consigliato "Psicologia dinamica: i modelli teorici a confronto" (De Coro, Ortu)

Sunto Psicologia Dinamica, Docente Tagini, libro consigliato "Psicologia dinamica: i modelli teorici a confronto" (De Coro, Ortu), basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente. Principali autori trattati: Sigmund Freud, Anna Freud, Melanie Klein, Carl Gustav Jung, Mahler, Erikson, Kohut, Litchenberg, Mitchell, Fairbairn, Bowlby, Winnicott, Abraham,... Vedi di più

Esame di Psicologia dinamica docente Prof. A. Tagini

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3. Angoscia morale, relativa al Super-Io.

Le libere associazioni

Nell’analisi dei suoi pazienti, Freud notò che certe esperienze e sentimenti si dissociavano per il loro

contenuto inaccettabile, traumatico o doloroso. Freud giunse a questa conclusione attraverso il metodo delle

associazioni libere, in cui il paziente riferisce qualsiasi cosa gli venga in mente relativamente al problema

portato in analisi, senza tentare di filtrare il pensiero. Attraverso le catene associative, infatti, esperienze

dissociate e rimosse nell’inconscio stabiliscono dei legami col pensiero cosciente attraverso materiale

preconscio (almeno nella prima topica). Pertanto, le associazioni libere consentono di aggirare le difese che

pure rimangono attive. Freud cominciò a servirsi esclusivamente delle associazioni quando non poté più

riconoscere nell’ipnosi uno strumento valido dal punto di vista terapeutico. Benché utile dal punto di vista

della quantità di materiale rilevata, infatti, l’ipnosi non consentiva una conoscenza esperienziale del rimosso,

bensì una mera conoscenza intellettuale.

Abreazione, resistenza e transfert

La tecnica analitica funziona attraverso la ricerca degli stati affettivi rimossi. Una volta portato alla coscienza

lo stato affettivo inconscio, il paziente sperimenta una profonda scarica emotiva, l’abreazione, alla quale

seguirà la razionalizzazione conscia del pensiero rimosso così da neutralizzare il sintomo che su questo si era

costruito.

Freud osservò l’esistenza di difese che bloccano l’emergere di pensieri rimossi: è il fenomeno della

resistenza, ossia una forza dinamica che li reprime costantemente. Le resistenze possono essere di vario tipo

e talvolta inducono il paziente a comportamenti verbalmente violenti.

Un altro fenomeno scoperto da Freud fu il transfert, ossia il trasferimento su una persona di un conflitto, di

un desiderio inconscio o di una carica affettiva che nell’infanzia erano rivolti a persone diverse. Si tratta di

un processo comune a tutte le relazioni interpersonali, ma spesso è attuato dal paziente nei confronti

dell’analista. Al contrario, il transfert del terapeuta nei confronti del paziente è denominato controtransfert.

I sogni

Tra le associazioni prodotte dai pazienti c’erano i sogni, che Freud ipotizzò essere, al pari dei sintomi

nevrotici, soddisfacimenti camuffati di desideri conflittuali. Nel sonno, la forza dinamica che normalmente fa

sì che i pensieri inconsci non possano accedere alla coscienza si allenta parzialmente, così da gettare le

premesse per la formazione di un compromesso tra la forza che porta il desiderio alla coscienza e la forza che

ne blocca l’accesso. Tale compromesso è una forma mascherata del desiderio, e l’interpretazione inverte il

processo di formazione del sogno operato dal lavoro onirico.

Il lavoro onirico è un processo inconscio che, trasformando i pensieri da cui il sogno deriva (cioè i pensieri

del sogno, o contenuto latente) in un contenuto manifesto (che è ciò che ricordiamo del sogno), li rende

irriconoscibili e ne permette l’accesso alla coscienza in forma mascherata. Gli strumenti utilizzati dal lavoro

onirico sono definiti meccanismi onirici, e sono quattro:

1. la condensazione, che fa sì che un’unica immagine rappresenti diverse catene associative;

2. lo spostamento, che permette che gli elementi più importanti del contenuto latente vengano

rappresentati da dettagli minimi costituiti da fatti recenti;

3. la simbolizzazione, ossia una forma particolare di spostamento per cui il contenuto latente è

sostituito con un contenuto in rapporto di analogia o somiglianza formale;

4. l’elaborazione secondaria, che opera soprattutto quando il soggetto si avvicina alla veglia e quando

racconta il sogno: interviene togliendo al sogno la sua apparenza di assurdità e incoerenza colmando

lacune e tralasciando elementi apparentemente insignificanti.

Sessualità infantile

Le rimozioni, nel modello freudiano, sono per la maggior parte di natura sessuale, riconducibili alla libido.

Essa, contrariamente a quanto si pensasse prima della nascita della psicoanalisi, è presente nel bambino: si

manifesta attraverso una sessualità non genitale e mossa esclusivamente dal principio di piacere.

Le rimozioni sessuali sono spesso alla base delle nevrosi, per cui Freud introduce inizialmente la teoria della

seduzione infantile, secondo cui alla radice di ogni nevrosi c’è l’introduzione prematura alla sessualità

nell’esperienza del bambino. Ben presto, però, Freud mette in discussione questa teoria, sostenendo che

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molti dei ricordi di eventi reali connessi alla seduzione infantile erano piuttosto ricordi di fantasie. Freud

elabora quindi la teoria della sessualità infantile.

Freud propone una sequenza di fasi evolutive psicosessuali dall’infanzia all’adolescenza, laddove il termine

sessuale è usato per indicare qualcosa di fisicamente piacevole. Tali fasi evolutive sono differenziate in base

alla zona del corpo attraverso cui la pulsione sessuale manifesta se stessa in un preciso momento (zona

erogena).

Fase orale: tra i 18 e i 24 mesi circa. Lo sviluppo sessuale ha inizio in questa fase con la nascita e si

concentra nella zona orale, in quanto è nella bocca che si concentra la libido. È infatti la bocca l’organo con

cui il bambino entra in contatto con la madre (attraverso il suo seno) e con il mondo, maturando

un’esplorazione di tipo nutritivo. Le fissazioni relative a questa fase derivano dalla lunghezza

eccessivamente breve o lunga di questo periodo e hanno un elemento in comune: una particolare inclinazione

verso comportamenti che coinvolgono il cavo orale (mangiare quando si è tristi, parlare molto, fumare, bere,

mordere). Dal punto di vista comportamentale, l’orale tende ad essere cinico, dominare le situazioni e cadere

nel vittimismo, ma anche all’introversione e ad essere avido in tutta una serie di attività: nella lettura, nel

mangiare, nel consumare rapporti eccetera. La fase orale comprende due sottostadi evolutivi e consecutivi:

 stadio orale: caratterizzato da passività, remissione e dipendenza.

 stadio sadico-orale: con la comparsa dei denti, il bambino comincia a provare piacere nel mordere e

masticare gli oggetti: è un periodo caratterizzato da dinamismo e aggressività e dall’uso massiccio

del no.

Fase anale: tra i 18 e i 36 mesi circa. In questo periodo gli interessi del bambino si spostano dalla zona orale

a quella anale, in concomitanza con l’acquisizione del controllo delle funzioni sfinteriche. Il bambino prova

appagamento nel gestire i movimenti sfinterici in autonomia, e in essi trova il soddisfacimento delle pulsioni

imparando così a sviluppare autostima e autonomia. I conflitti con i genitori riguardo al controllo degli

sfinteri possono portare ad una fissazione anale o, se molto intensi, ad un carattere anale (con tratti ossessivo-

compulsivi).

Fase fallica: fra i 3 e i 6 anni circa. Nella fase fallica l’energia della libido si sposta dalla regione anale alla

regione genitale. In seguito ha inizio il complesso di Edipo per i maschi e di Elettra per le femmine.

Periodo di latenza: fra i 7 e ai 9 anni. Per quanto Freud non riconosca questa come una fase psicosessuale

“dormiente”), ne evidenzia l’importanza,

vera e propria (perché in essa la libido è in quanto i bambini

sviluppano le amicizie con persone dello stesso sesso e focalizzano l’attenzione sulle trasformazioni fisiche

tipiche di questo periodo.

Fase genitale: comprende pubertà e adolescenza, periodi che vedono il ritorno della sessualità e

l’integrazione dei precedenti stadi di fissazione libidica nella sessualità genitale adulta.

Complesso edipico

La fase fallica coincide col periodo d’insorgenza del complesso edipico, che prende il nome dalla nota

tragedia di Sofocle. In psicoanalisi con il termine complesso si indica un aggregato, totalmente o

parzialmente inconscio, di immagini, desideri e sentimenti che influisce in modo rilevante sulla vita

psicoaffettiva del soggetto. Il termine fu introdotto non da Freud, ma da Jung nel corso degli studi

sull’associazione mentale: facendo associare parole a partire da una parola introduttrice, il soggetto allunga il

tempo di risposta quando la parola richiama qualche complesso in cui è emotivamente implicato. Come

l’Edipo di Sofocle, secondo questa teoria ogni bambino è destinato ad essere coinvolto in una dramma

familiare: l’amore per la madre e l’ambivalenza nei confronti del padre, ambivalenza che si manifesta

talvolta attraverso l’affettuosità e la tendenza all’identificazione, talvolta con ostilità e gelosia per il fatto che

ostacola la sua vicinanza con la madre. Le ambizioni del bambino sono tuttavia destinate ad essere represse a

causa dell’angoscia di castrazione da parte del padre: il bambino imparerà allora a indirizzare la sua

sessualità verso altre donne, a sublimare gli impulsi e identificarsi col padre. L’interiorizzazione dei valori

genitoriali, ossia la nascita del Super-Io, accompagna la risoluzione del complesso edipico e tiene sotto

controllo la sessualità infantile. Per Freud il complesso edipico è universale e la sua risoluzione modella in

maniera significativa la personalità dell’individuo.

Per quanto riguarda le bambine, Freud prendeva in considerazione l’esistenza di un trauma parallelo ma

fondamentalmente differente, denominato da Jung complesso di Elettra: anche la sessualità della bambina è

inizialmente diretta verso la madre, ma durante la fase fallica fa una scoperta, quella di essere priva del pene.

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A quel punto la bambina accusa la madre di questo fatto e dirige la sua libido non più verso di lei, ma verso

il padre.

I meccanismi di difesa

I meccanismi di difesa sono strategie inconsce che proteggono l’individuo da un affetto doloroso.

Rimozione: è la reclusione nell’inconscio di contenuti inaccettabili, nonché la prima forma di difesa ad

essere messa in atto (le altre forme di difesa sono chiamate in causa quando la rimozione fallisce).

Proiezione: processo per cui idee o impulsi indesiderati vengono negati e attribuiti ad altri; ad esempio la

proiezione di un impulso aggressivo può trasformarsi in una fobia sociale.

Formazione reattiva: è un meccanismo di difesa che serve a negare gli impulsi attraverso il rafforzamento

del loro opposto; il soggetto adotta un atteggiamento diametralmente opposto al proprio desiderio o

impulso inconscio (ad esempio, mantenere una deferenza eccessiva verso qualcuno che si odia).

Diniego: meccanismo di difesa con cui il soggetto rifiuta di riconoscere esperienze penose, impulsi, dati di

realtà o aspetti di sé.

Negazione: quella modalità per cui contenuti rimossi possono accedere alla coscienza alla sola condizione di

essere negati.

Spostamento: trasferimento di contenuti affettivi da un elemento ad un altro.

Isolamento: termine utilizzato per due diversi meccanismi di difesa. Da una parte ci si riferisce alla

rimozione del solo affetto di un ricordo. Dall’altra alla separazione di un pensiero da tutti i pensieri che

l’hanno preceduto o seguito

Sublimazione: soddisfazione di un impulso attraverso il suo utilizzo per uno scopo socialmente accettabile.

Umorismo: l’umorismo affronta conflitti e fonti di stress enfatizzandone gli aspetti ironici o divertenti.

Intellettualizzazione: è un meccanismo che porta a interpretare il mondo in modo astratto, generico e

distaccato. Compare in adolescenza con lo scopo di arrestare le tempeste pulsionali per mezzo dell’intelletto.

Ascetismo: la paura degli istinti porta ad isolarsi dal mondo esterno.

Carl Gustav Jung

Carl Gustav Jung, uno degli allievi più brillanti di Freud, si distinse per la posizione critica che assunse nei

confronti della teoria pulsionale e per essere il fondatore di una nuova scuola di pensiero psicoanalitico, la

psicologia analitica, definita anche psicologia complessa in quanto basata sul paradigma della complessità,

che include il riconoscimento della parzialità e storicità di ogni posizione teorica, in particolare sancendo il

ruolo che l’osservatore ha nella costruzione di un sistema teorico.

La causa maggiore della rottura tra Jung e Freud fu il rifiuto da parte di Jung del pansessualismo freudiano,

ossia il rifiuto della concezione per cui al centro del comportamento psichico degli esseri viventi vi è l’istinto

dell’uomo il tratto caratteristico più importante è la combinazione della

sessuale. Nella concezione junghiana

causalità con la teleologia. Il comportamento dell’uomo non è condizionato soltanto dalla sua storia

individuale, ma anche dai suoi fini e dalle sue aspirazioni. Sia il passato come realtà, sia il futuro come

potenzialità, guidano il nostro comportamento.

La struttura della personalità

Jung vede nella personalità dell’individuo il prodotto e la sintesi della sua storia ancestrale. Egli pone

l’accento sulle origini dell’uomo, in quanto nasce con molte predisposizioni trasmesse dai suoi antenati,

predisposizioni che lo guidano nella condotta. I principali sono l’

La personalità consta di un certo numero di istanze e sistemi separati ma interagenti. Io,

l’Inconscio l’Inconscio l’Animus

Personale e i suoi Complessi, Collettivo e i suoi Archetipi, la Persona,

e l’Anima, l’Ombra. In particolare, l’architettura della mente ipotizzata da Jung si articola secondo tre

complesso dell’Io,

modalità di funzionamento: la coscienza (regolata dal che ha la funzione di integrare

l’esperienza soggettiva collegando le diverse isole e costruendo un’apparente continuità del senso del Sé),

l’inconscio personale l’inconscio collettivo.

e

L’inconscio personale è formato dalle esperienze che sono state rimosse, represse, dimenticate o ignorate, e

da quelle troppo deboli per lasciare una traccia cosciente nella persona. Il funzionamento dell’inconscio

8 e dell’ombra.

personale è descritto come un gioco dinamico tra le opposte istanze della persona La persona

è un complicato sistema di relazioni fra la coscienza individuale e la società, una specie di maschera che

serve da un lato a fare una determinata impressione sugli altri, dall’altro a nascondere la vera natura

riguarda insomma l’area semi-conscia dell’identificazione dell’individuo con le aspettative

dell’individuo;

della collettività, ed è pertanto adattiva. Un’eccessiva identificazione dell’Io con la persona conduce però al

soffocamento dell’individuo. L’ombra rappresenta invece la parte inferiore della personalità, la somma delle

disposizioni psichiche che non sono vissute coscientemente in quanto inconciliabili con gli altri sistemi. Si

tratta del bagaglio istintuale animale ereditato dall’uomo nella sua evoluzione filogenetica, e pertanto

simboleggia il lato animale della natura umana. L’ombra si comporta in maniera complementare rispetto alla

coscienza e può possedere qualità positive o negative. L’inconscio personale è generalmente portatore di

complessi. I complessi sono insiemi di immagini e di idee inconsce caratterizzate da una comune tonalità

emotiva: un esempio è il complesso materno. I complessi si comportano come esseri autonomi e l’Io può

esserne sopraffatto, come nel caso delle psicosi.

L’inconscio appare come il deposito di tracce provenienti dal passato ancestrale dell’uomo, gli

collettivo

In particolare, l’inconscio collettivo agisce

archetipi. attivando gli archetipi, che fungono sia da

immagini/rappresentazioni, sia da strutture biologiche motivazionali da cui originano pattern di

comportamenti. Gli archetipi sono definiti da Jung come categorie mentali e come immagini disponibili nella

struttura cerebrale ereditaria: è per questo che sono collettivamente inconsci. Due archetipi universali sono

e l’Animus, personificazioni dell’inconscio che rappresentano la coppia femminile/maschile.

l’Anima

L’archetipo femminile nell’uomo è detto Anima, quello maschile nella donna Animus.

Nella teoria della personalità di Jung, infine, occupa un posto centrale il Sé, ossia il punto centrale della

personalità intorno a cui si raggruppano tutti gli altri sistemi: esso li mantiene uniti e dà alla personalità

l’equilibrio, la stabilità e l’unità.

Jung concepiva la personalità, o psiche, come un sistema dotato di energia e solo parzialmente chiuso, perché

a esso si deve aggiungere l’energia proveniente da fonti esterne, per esempio dal mangiare. Per spiegare la

dinamica della personalità, Jung ricorre, come Freud, al concetto di libido, ma mentre per Freud la libido è

una rappresentazione energetica delle tendenze sessuali dell’uomo, per Jung il termine libido è sinonimo di

e a seconda che la libido sia diretta preminentemente verso l’interno o verso l’esterno, Jung

energia psichica,

distingue tra introversione ed estroversione.

L’atteggiamento introverso tende ad orientare la sua energia psichica verso il mondo interiore (pensieri ed

emozioni) mentre l’atteggiamento estroverso orienta la sua energia verso il mondo esteriore (fatti e persone).

Entrambi gli atteggiamenti sono presenti nella personalità, ma di regola uno di essi è dominante e cosciente,

mentre l’altro è subordinato e inconscio. s’intende un

Per Jung lo sviluppo può svolgersi in senso progressivo o regressivo. Per progressione

soddisfacente adattamento dell’Io alle richieste dell’ambiente. Se un evento frustrante interrompe il

movimento progressivo, la libido non potrà più essere investita in valori orientati verso il mondo, perciò

regredirà verso l’inconscio legandosi a valori introversi. Tuttavia, Jung ritiene che uno spostamento in senso

regressivo non debba avere necessariamente effetti negativi permanenti: esso infatti può aiutare l’Io a trovare

il modo di aggirare l’ostacolo e riprendere il suo cammino.

Le funzioni l’approccio all’esperienza soggettiva e al mondo esterno,

Jung elenca diverse modalità di organizzare

costruite grazie alle possibili combinazioni tra le quattro funzioni psichiche fondamentali: pensiero,

Ciascuna di queste funzioni consente l’adattamento.

sentimento, sensazione e intuizione.

 è intellettivo, e con esso l’uomo cerca di comprendere la natura del mondo.

Il pensiero

 Il sentimento è il valore delle cose in rapporto al soggetto.

 La sensazione è la funzione percettiva che genera rappresentazioni concrete del mondo.

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 L’intuizione è la percezione attraverso i processi dell’inconscio; l’uomo intuitivo va al di là dei fatti

e costruisce elaborati modelli della realtà.

Pensiero e sentimento sono funzioni razionali (o giudicanti) perché fanno uso del ragionamento, mentre

in quanto basate sulla percezione. Nell’individuo sono presenti tutte

sensazione e intuizione sono irrazionali

e quattro le funzioni, ma di regola una delle quattro è altamente differenziata e svolge un compito preminente

nella coscienza, e viene detta funzione superiore. Esiste poi una funzione secondaria e una, detta funzione

inferiore, che è rimossa, inconscia, e si esprime nel sogno.

In questo studio classificatorio, Jung introduce la sua teoria del funzionamento mentale come caratterizzato

da una complementarità fra atteggiamento cosciente e orientamento inconscio: se la funzione dominante è il

pensiero, la personalità sarà caratterizzata da un atteggiamento conscio improntato a un’estrema razionalità e

da un atteggiamento inconscio dominato dal sentimento.

Con tale approccio, Jung propone che i contenuti inconsci della mente non provengono solo dalla rimozione

di quanto risulta inaccettabile alla coscienza, ma possono essere aspetti nuovi, potenzialità di adattamento

poco esplorate che, se integrate nella prospettiva della coscienza, producono un ampliamento della visione

della realtà. In tal modo, la psicopatologia può essere descritta come un mancato sviluppo delle potenzialità

individuali, e l’analisi diventa uno strumento potente per attivare i contenuti e le funzioni inconsce da

integrare per uno sviluppo coartato. Lo sviluppo sano della personalità tende sempre a un’ideale che Jung

definisce individuazione, che comprende, tra le altre cose, la continua integrazione di materiali e funzioni

consce e inconsce.

Equivalenza ed entropia

Jung fondò le sue concezioni psicodinamiche su due principi fondamentali: il principio di equivalenza e

quello di entropia. Il primo asserisce che, se un valore diviene più debole o scompare, la quantità di energia a

esso legata non andrà perduta per la psiche, ma riapparirà in un altro sistema. Ad esempio, la fine di un

hobby sarà in genere compensata dal sorgere di un altro.

Il principio di entropia afferma, invece, che la distribuzione di energia nella psiche tende a un equilibrio. Fra

due valori di diversa forza, l’energia tenderà a passare dal più forte al più debole fino a raggiungere uno stato

di equilibrio. Di tutta l’energia psichica di cui la personalità dispone, una parte è spesa nell’esecuzione del

lavoro necessario al mantenimento della vita e alla propagazione della specie, ossia nelle funzioni istintive,

mentre l’energia eccedente quella utilizzata dagli istinti può essere impiegata in attività culturali e spirituali.

L’individuazione dall’autorealizzazione. Per raggiungere tale scopo è necessario

Il fine ultimo dello sviluppo è rappresentato

che le diverse istanze della personalità si differenzino ed evolvano completamente. Il processo attraverso il

grazie alla “funzione

quale si raggiunge tale stato è detto processo di individuazione, reso possibile

ossia un processo in grado di conciliare tendenze opposte in un

trascendente”, tertium quid che rappresenti

una sintesi originale.

Gli sviluppi post-junghiani

Recentemente, Andrew Samuels ha proposto una classificazione delle scuole di psicologia analitica nel

mondo indicando tre costrutti teorici di Jung (la definizione di archetipo, il concetto di Sé e lo sviluppo della

personalità) e tre aspetti della pratica clinica junghiana (l’analisi del transfert e controtransfert, l’attenzione ai

simboli del Sé e lo studio delle immagini) cui i diversi orientamenti hanno assegnato un peso maggiore o

minore. Le scuole individuate sono dunque:

 di matrice zurighese, che si distingue per l’importanza data alla definizione

la scuola classica, del Sé

e al processo di individuazione: come autori classici sono indicati Erich Neumann (che ha

sviluppato ricerche transculturali sui simboli del bambino e della Grande Madre) e Mario Moreno

(autore dello psicodramma analitico), ma anche le più strette collaboratrici di Jung;

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 pone l’enfasi sullo sviluppo della personalità

la scuola evolutiva, che fa capo a Michael Fordham,

sottolineando l’importanza dell’analisi della relazione transfert/controtransfert sul piano clinico. Tra

gli autori più significativi è compreso lo stesso Samuels;

 la scuola archetipica, sviluppata soprattutto negli Stati Uniti da James Hillman, considera la

definizione e lo studio degli archetipi come il focus teorico centrale della proposta junghiana e

l’esame delle immagini come essenziale nel lavoro clinico.

In Italia, il pensiero junghiano è stato introdotto da Ernst Bernhard e sua moglie Dora, e le tre opzioni

teoriche segnalate da Samuels sono presenti anche nel panorama italiano, pur se mescolate nei diversi istituti.

La psicoanalisi dell’Io

Nella psicoanalisi dell’Io, l’intenzione è quella di fare della psicoanalisi una nuova psicologia generale. Gli

studiosi con cui maggiormente si è identificata la psicologia dell’Io sono Heinz Hartmann, David Rapaport,

Anna Freud, René Spitz, Margaret Mahler ed Erik Erikson. Hartmann e Rapaport si sono occupati di

consolidare la metapsicologia; Anna Freud, Spitz e la Mahler interpretano la vocazione clinica della

psicoanalisi, con particolare riferimento all’età evolutiva; Erikson rappresenta l’apertura al sociale e

l’estensione sull’arco di vita del modello di sviluppo prospettato da Freud.

Anna Freud

Introduzione

Anna Freud ha contribuito agli sviluppi della psicoanalisi post-freudiana attraverso: a) lo studio dei

meccanismi di difesa come approfondimento e sistematizzazione teorica delle funzioni adattive dell’Io; b)

l’importanza assegnata all’osservazione diretta dei bambini per una più valida teoria dello sviluppo infantile;

c) lo sviluppo di una tecnica per l’analisi di bambini, adolescenti e adulti.

Anna Freud vedeva nelle relazioni oggettuali un aspetto evolutivo cruciale, ma non tale da sostituire il

modello pulsionale e la teoria strutturale. Pertanto, la teoria della Freud si mostra come una teoria del

conflitto in senso classico: il bambino deve scendere a patti con la realtà attraverso il compromesso.

I meccanismi di difesa come funzioni di adattamento

Nel suo saggio L’Io e i meccanismi di difesa, Anna Freud definisce le difese come attività dell’Io che entrano

in funzione per contrastare le pulsioni. Riprendendo Reich, inoltre, analizza quel fenomeno per cui quei

fenomeni difensivi che sono stati molto attivi in passato sono diventati tratti permanenti del carattere, come

la rigidità posturale, o un contegno ironico, arrogante o sprezzante.

I meccanismi di difesa, nel loro insieme, sono strumenti dell’Io contro le tre grandi forme di angoscia cui è

esposto: l’angoscia reale, l’angoscia pulsionale e l’angoscia morale; l’autrice distingue dunque tra

meccanismi utilizzati prima della differenziazione dell’Io dall’Es (prevalentemente rivolti a contenere

l’angoscia reale, come la separazione dalla madre), quelli successivi a tale differenziazione (rivolti a

contenere, ad esempio, una pulsione aggressiva) e quelli che seguono la formazione del Super-Io (rivolti a

contenere l’angoscia generata dai rimproveri morali, come nel caso dell’autocritica che si trasforma in un

severo giudizio sugli altri).

Anna Freud esplicita i criteri rilevanti per la valutazione della funzionalità dei meccanismi di difesa:

a) livello d’intensità e generalizzazione delle difese rispetto all’attività e al piacere;

b) adeguatezza delle difese rispetto all’età del soggetto;

c) ampiezza e flessibilità delle risorse difensive;

d) efficacia delle difese nel controllo dell’angoscia e nel mantenere uno stato di equilibrio nel

funzionamento strutturale; 11

e) grado d’indipendenza dell’attività difensiva dal mondo esterno (che corrisponde al grado in cui le

difese sono integrate nel Super-Io dell’individuo);

f) grado d’interferenza dell’attività difensiva con le acquisizioni dell’Io (quale prezzo paga l’individuo

per mantenere efficiente la sua organizzazione?).

Poiché la Freud si è occupata in maniera specifica dei meccanismi di difesa, la sua teoria è fortemente

orientata verso una Psicologia dell’Io: a parer suo, l’analista dovrà compiere il suo lavoro di chiarificazione

partendo da un punto di vista che è equidistante dall’Es, dall’Io e dal Super-Io, contrariamente alla

psicoanalisi ortodossa che si concentra esclusivamente sull’inconscio. Tuttavia, la Freud pone l’Io al centro

dell’osservazione, ritenendolo il mezzo con il quale pervenire ad una conoscenza delle altre istanze.

Le linee evolutive sempre più consapevole dell’inadeguatezza

Anna Freud diviene delle fasi dello sviluppo libidico elaborate

dal padre, pertanto elabora delle linee evolutive che si propongono di individuare le interazioni fondamentali

tra Es, Io e Super-Io, la loro reazione alle influenze ambientali e la loro relazione con l’età del soggetto. Un

prototipo di linea evolutiva è la sequenza che conduce dalla dipendenza dalle cure materne al

conseguimento dell’autonomia adulta, che si sviluppa in otto fasi.

1. In origine, il narcisismo caratterizza l’unità biologica madre-bambino.

2. Nella seconda fase, il bambino instaura un rapporto con l’oggetto parziale che viene investito e

disinvestito in relazione alla gratificazione dei bisogni (relazione anaclitica del soddisfacimento dei

bisogni).

3. La terza fase è caratterizzata dalla costanza dell’oggetto.

4. La quarta dall’ambivalenza propria dello stadio preedipico.

5. Segue la fase fallico-edipica, nella quale si è completamente assorbiti dall’oggetto.

6. Si presenta il periodo di latenza, nel quale si allenta il dominio della vita pulsionale.

7. Arriva la preadolescenza, nella quale si riattiva una vitalità pulsionale propria di fasi precedenti.

8. Infine si giunge all’adolescenza, che ha come elemento peculiare l’investimento oggettuale e il

distacco dagli oggetti infantili.

Pubertà e adolescenza

Anna Freud studia lo sviluppo della personalità nelle fasi post-edipiche: la seconda infanzia, la

preadolescenza e l’adolescenza. In particolare viene messa in luce la potente crisi che investe i rapporti tra

genitori e figli con l’avvento della pubertà: i preadolescenti, infatti, mettono in discussione le figure dei

genitori idealizzate nell’infanzia; non solo, infatti, hanno bisogno di prendere le distanze dai conflitti edipici

che si rinnovano, ma attivano fantasie di rovesciamento dei ruoli particolarmente intollerabili per i genitori.

Per quanto riguarda l’adolescenza, che nelle situazioni migliori vede un consolidamento delle nuove

competenze e un abbandono graduale della ribellione contro i genitori, diventa tuttavia un periodo di forte

turbolenza psicologica in tutti i casi in cui, per carenze ambientali o conflitti irrisolti dell’infanzia,

l’equilibrio raggiunto sia precario a causa di un insufficiente narcisismo primario o di fissazioni incestuose;

in questi casi, la crisi preadolescenziale risulta ritardata da una sorta di riluttanza a crescere.

L’analisi

La Freud mette in guardia gli analisti sulla restituzione del bambino ai genitori alla fine del trattamento: i

risultati di un percorso terapeutico andato a buon fine possono essere vanificati se i genitori non sono in

grado di incentivare lo sviluppo del figlio. L’autrice arriva dunque a considerare la possibilità che il clinico

lavori parallelamente col bambino e con i genitori, cosicché il danno evolutivo sia meglio eliminato dalle

stesse persone che l’hanno causato.

Per quanto riguarda l’analisi degli adolescenti, infine, la Freud mette in guardia gli analisti dall’aspettarsi

risultati efficaci da una tecnica interpretativa qualora questi si trovino nel pieno della transizione

dall’infanzia all’adolescenza: si tratta infatti di un periodo in cui i pazienti non dispongono di sufficiente

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libido per il transfert, in quanto troppo attivamente impegnati nella relazione con i genitori per essere disposti

a riflettere sulle interpretazioni dell’analista. Melanie Klein

Introduzione

Melanie Klein è stata una psicoanalista bulgara. Il suo lavoro, influenzato da Abraham e Ferenczi, combina

fra loro il modello strutturale e un modello evolutivo interpersonale, fondato sulle relazioni oggettuali. La

Klein ha sviluppato il concetto di oggetti interni e di mondo interno, che è costruito attraverso i meccanismi

di introiezione e di proiezione. Lo studio dei primi processi introiettivi e proiettivi ha condotto poi ad una

riformulazione degli stadi evolutivi dell’Io e del Super-Io (come l’arricchimento dell’Io attraverso

l’introiezione e il suo impoverimento attraverso la proiezione nel Super-io). La teoria evolutiva della Klein si

basa sulle vicissitudini affrontate dall’Io nella relazione con i propri oggetti interni: per questo la sua è una

teoria delle relazioni oggettuali.

Le due posizioni fondamentali

Nel modello kleiniano la psiche umana assume due posizioni fondamentali: quella schizoparanoide e quella

depressiva. Nella posizione schizoparanoide, che riguarda i primi quattro mesi di vita, la psiche è in

relazione con oggetti parziali: quando la madre soddisfa i bisogni del bambino è sentita come oggetto

buono; quando è assente o frustra i suoi desideri è vissuta come oggetto cattivo. Poiché, però, il neonato vive

l’interazione come se avvenisse dentro di sé, si identifica con il seno buono e con il seno cattivo, percependo

sé stesso come Sé buono e Sé cattivo. Il soggetto, in altri termini, vive una situazione tipica della schizofrenia

in cui vive il sé e le relazioni come solo buone o solo cattive, senza la capacità di integrarne gli aspetti. In

questa fase, il bambino teme inoltre che il seno cattivo perseguiti il Sé buono (come rappresaglia per le

pulsioni aggressive del bambino sul seno cattivo) e allo stesso tempo teme che il proprio Sé cattivo possa

aggredire e danneggiare il seno buono. Questa situazione fa nascere l’angoscia di persecuzione di tipo

paranoide. Tuttavia, nella fase schizoparanoide non sono presenti sensi di colpa per le pulsioni aggressive

rivolte alla madre in risposta alla frustrazione, in quanto la sua rappresentazione non è ancora integrata. Nella

fase schizoparanoide non sono solo gli oggetti ad essere scissi, ma anche il Sé e il Super-Io. Il Super-Io

schizoparanoide è scisso tra un ideale dell’Io eccessivamente idealizzato e un Super-io persecutorio esperito

negli stati paranoidi. Se nella posizione schizoparanoide prevalgono le esperienze positive, si può

raggiungere la posizione depressiva. Nella posizione depressiva, la relazione è con genitori integrati, in

quanto il bambino si rende conto che l’oggetto buono e l’oggetto cattivo sono lo stesso oggetto, e anche il Sé

è più integrato. A questo punto il bambino deve fare i conti con il senso di colpa circa la propria ostilità verso

l’oggetto amato: prevale allora l’angoscia depressiva, caratterizzata dalla paura di non riuscire a riparare

l’oggetto interno.

Lo sviluppo del bambino non è concepito dalla Klein come una graduale maturazione della libido, ma come

un’evoluzione di diversi modi di mettersi in relazione di amore e di odio con gli altri. La salute mentale

implica la presenza predominante della posizione depressiva. Bion è stato il primo a sottolineare che la

posizione depressiva non è mai conseguita in modo permanente: lo stesso termine posizione suggerisce una

permanenza transitoria.

Pulsioni e identificazione proiettiva

Le manifestazioni pulsionali nei bambini si esprimono con una particolare intensità e violenza. Il bambino

deve difendere dai propri impulsi distruttivi l’oggetto buono attraverso l’uso di meccanismi di difesa arcaici.

Pertanto, nell’infanzia diventano fondamentali il meccanismo della scissione, dell’idealizzazione, il diniego,

l’onnipotenza e l’identificazione proiettiva. Tuttavia, quando questi meccanismi prevalgono anche nell’età

adulta, ci troviamo di fronte a patologie molto gravi.

Nel modello della Klein, in particolare, è centrale il concetto di identificazione proiettiva, un meccanismo

di difesa che comporta l’esternalizzazione di segmenti indesiderati dell’Io. Melanie Klein definisce

13

l’identificazione proiettiva come una fantasia inconscia infantile per mezzo della quale il bambino è in grado

di ricollocare le esperienze persecutorie separandole, per mezzo della scissione, dalla propria

autorappresentazione, e facendole parte di un altro oggetto.

Bion suggerisce invece una distinzione tra un’identificazione proiettiva normale, nella quale sono

esternalizzati aspetti meno patologici del Sé e che può sottendere la normale empatia e la comprensione, e

un’identificazione proiettiva più patologica qual è quella kleiniana.

La clinica

Per quanto riguarda l’analisi, il problema centrale da risolvere per poter analizzare l’infanzia diventa quello

di come accedere ai contenuti inconsci. Freud aveva elaborato la tecnica delle libere associazioni, ma si può

ben immaginare come questo metodo risultasse inappropriato con i bambini. Il colpo di genio della Klein fu

la sostituzione delle associazioni libere con l’utilizzo del gioco, ossia la modalità attraverso cui i bambini

mettono in scena i propri conflitti. La Klein riteneva che il gioco non fosse solo un divertimento e un modo

per esplorare il mondo esterno, ma anche un modo per padroneggiare l’angoscia, una forma di difesa che,

attraverso l’espulsione e la proiezione di contenuti angoscianti, aveva la funzione di arrecare sollievo da stati

persecutori interni. La Klein scoprì inoltre che l’interpretazione data ai bambini riguardo al loro modo di

giocare aveva degli effetti sull’angoscia nel momento in cui veniva loro comunicata, pertanto, durante le

sedute con i suoi piccoli pazienti, riferiva loro le sue interpretazioni.

Parlando invece dell’approccio pedagogico della Klein, si può dire che si sia sviluppato grazie alla

constatazione che il bambino nasce ricco di curiosità, prevalentemente rivolta a fatti di natura sessuale, e che

la rimozione di queste curiosità porterà a un impoverimento delle sue capacità intellettive. Il compito

dell’educazione analitica consiste nel soddisfare apertamente le curiosità del bambino evitando gli aspetti

repressivi presentati nell’educazione.

L’edipo kleiniano (edipo precoce)

La Klein pone l’edipo tra i 6 e i 12 mesi quale frutto della posizione depressiva, dello svezzamento e

dell’educazione alla pulizia. In questa fase, per quanto riguarda la formazione dell’identità sessuale, tutti i

bambini si rivolgerebbero al padre attraversando una fase di femminilità in cui si identificano con la madre, e

il pene paterno è l’oggetto desiderato. Il seno e il pene sono quindi gli oggetti orali primari, che si

equivalgono simbolicamente. Questa fase è destinata in seguito ad essere superata passando all’Edipo

positivo (nel maschio) o conservata (nella femmina).

Parlando invece dello sviluppo della personalità, la risoluzione del complesso edipico implica la capacità da

parte del bambino di accettare l’esistenza di una coppia di cui non fa parte. La situazione edipica sorge con il

riconoscimento da parte del bambino della relazione tra i genitori, prosegue con la rivalità e si risolve con

l’abbandono delle pretese sessuali sui genitori, attraverso l’accettazione della loro relazione.

Le critiche

Le idee della Klein hanno provocato numerose critiche, quale, ad esempio, l’attribuzione di capacità adulte ai

bambini. Donald Woods Winnicott

Introduzione

Winnicott, considerato tra i principali teorici delle relazioni oggettuali e appartenente al gruppo degli

indipendenti britannici, è approdato alla psicoanalisi attraverso la pediatria. Sebbene la sua prima formazione

fosse kleiniana, in seguito si distacca dal pensiero della Klein e in particolar modo dal concetto di pulsione di

morte. Nella sua opera mette in primo piano l’attenzione al Sé e l’importanza delle cure materne.

Il Sé centrale

Winnicott parla di un Sé centrale già presente alla nascita nell’unità madre-bambino, un Sé che, grazie alle

cure materne, può svilupparsi verso un Sé individuale e intero, in grado di discriminare tra un Me e un non-

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Me. Si tratta dunque non di una struttura psichica, ma di una particolare forma di vissuto che conduce alla

consapevolezza di sé stessi, all’esperienza soggettiva che soddisfa il bisogno umano di pensarsi in maniera

unitaria e continuativa. Secondo Winnicott non ha senso parlare del neonato in termini di unità, bensì in

termini di un’organizzazione dinamica individuo-ambiente, perché non si è ancora costituito un Sé

individuale con la relativa capacità di discernere la realtà esterna come separata.

Lo sviluppo del Vero Sé richiede la capacità della madre di sintonizzarsi con i bisogni del figlio, capacità che

Winnicott chiama preoccupazione materna primaria: tale abilità origina alla fine della gravidanza e

permane fino a qualche settimana dopo il parto, quando il sistema di relazione tra l’Io del bambino e l’Io

supportivo della madre permetterà al primo di iniziare a viverla come persona distinta da sé. Esiste infatti fin

dalla nascita un Io, ancora non sviluppato, che si rende responsabile della raccolta delle esperienze interne ed

esterne. Affine al concetto di preoccupazione materna primaria è quello di contenimento, ossia una funzione

eminentemente materna volta ad offrire al neonato un ambiente emotivo rassicurante e che compensi la

frustrazione che questi sperimenta a causa degli stimoli interni ed esterni.

La dipendenza relativa

Intorno al primo semestre di vita il bambino cresciuto in un ambiente sufficientemente buono diviene più

consapevole delle cure materne e dei suoi bisogni: si fa strada allora una relazione tra il figlio e la madre

come persone intere, il mondo esterno viene distinto da una realtà psichica interna e si va costituendo un Sé

integrato. Il passaggio allo stato di dipendenza relativa, che permane fino ai due anni di età, avviene quando

la madre riemerge dallo stato di preoccupazione materna primaria e il bambino comincia ad avere meno

necessità di un adattamento totale dell’altro ai propri bisogni. La madre inizia perciò un deadattamento ai

bisogni del figlio, che si manifesta con relative inadempienze: questi fallimenti materni, se avvengono nel

momento adeguato, facilitano il processo di disillusione che permette al piccolo di fare esperienza dei propri

bisogni. Il bambino, crescendo, ha infatti acquisito maggiori capacità di segnalare i suoi bisogni, per cui il

permanere nella madre di una comprensione esatta delle sue esigenze diventa un ostacolo allo sviluppo della

capacità di stabilire una relazione oggettuale, di dare un segnale e di comportarsi come un essere separato

all’interno della relazione con l’ambiente. D’altra parte, anche un improvviso deadattamento può

rappresentare un ostacolo, perché causa una rottura nella continuità dell’essere del bambino.

Fenomeni transizionali e oggetti transizionali

Il passaggio dalla dipendenza assoluta alla dipendenza relativa richiede al bambino di compiere un percorso

graduale, percorso che porta lentamente a una disillusione del sentimento di onnipotenza. In questo percorso

assume importanza centrale una dimensione a metà strada tra realtà psichica interna e realtà esterna

condivisa. Si tratta di un territorio neutrale che Winnicott chiama terza area, area intermedia o spazio

potenziale, e che si esplica nei fenomeni transizionali. Winnicott definisce fenomeni transizionali tutti quei

fenomeni e comportamenti che appaiono mediare il rapporto tra interno ed esterno nel processo di

costruzione della realtà garantendo la funzione della fantasia. Tali fenomeni indicano un processo, una

relazione o un’attività utilizzati come una rappresentazione simbolica della madre allo scopo di reagire ai

sentimenti dolorosi legati alla sua assenza; sono fenomeni alla base della capacità di giocare e della

creatività, e costituiscono la radice del simbolismo, ossia il processo che consente di accettare la differenza e

la similarità. I fenomeni transizionali prendono spesso forma negli oggetti transizionali (un orsacchiotto,

una bambola, un pezzo di stoffa). Quando il bambino usa un oggetto transizionale, colma la distanza tra sé e

la madre.

Clinica

Per quanto riguarda l’aspetto clinico, Winnicott pone alla base della salute psichica i concetti di Vero Sé e

Falso Sé. Ripetuti fallimenti nelle cure materne, infatti, costituiscono una minaccia di annichilimento, per

cui il bambino è costretto a sottomettersi alle aspettative altrui, a scapito dei propri bisogni e della propria

spontaneità: tale reazione implica una perdita d’identità. Avviene allora una scissione tra Vero Sé,

atrofizzato, e Falso Sé, compiacente. Nella pratica clinica, pertanto, occorre risalire alle radici delle carenze

ambientali. 15

Harry Stack Sullivan

Introduzione

Harry Stack Sullivan fu tra i padri dell’attuale psicoanalisi interpersonale. Benché inizialmente facesse

ricorso alle teorie freudiane, in seguito elaborò un modello teorico concettualmente autonomo che attribuiva

grande importanza alle relazioni interpersonali. Uno dei principi del pensiero di Sullivan è dato infatti dal

postulato dell’esistenza comunitaria, per il quale ciò che vive non può vivere separato da un ambiente, che

può quindi essere chiamato ambiente necessario. L’ambiente necessario, mutuato da Kurt Lewin,

comprende l’ambiente fisico-chimico, l’ambiente degli esseri sub-umani e l’ambiente delle altre persone.

Alcune innovazioni teoriche: euforia, tensione assoluta e angoscia

Per comprendere lo sviluppo infantile, Sullivan ricorre a due costrutti: l’euforia (accostabile al concetto

freudiano di piacere) e la tensione assoluta quale deviazione dall’euforia. Tali costrutti riguardano, tra le

altre cose, bisogni fisici che possono compromettere lo stato omeostatico del bambino. L’alternarsi di

tensioni e soddisfazioni costituisce la prima esperienza emozionale del neonato.

Un altro aspetto inevitabile è l’angoscia che interviene nella relazione. L’angoscia materna è trasmessa al

bambino empaticamente, e una volta insorta interferisce con la soddisfazione degli altri bisogni. Uno dei

problemi connessi all’angoscia è il fatto che la ripetizione di determinate esperienze induce il formarsi di

l’Io è formato da valutazioni riflesse: se queste sono state improntate

aspettative. Per un meccanismo simile,

come nel caso di un bambino non desiderato e non amato, allora anch’esso sarà portato a

al disprezzo,

valutare negativamente. Faciliterà cioè giudizi ostili sugli altri e su sé stesso. Tale meccanismo riconduce al

altri che non sia contenuto nell’Io.

postulato di Sullivan secondo cui nulla si può trovare negli

Le fasi euristiche dello sviluppo

Sullivan ha descritto una serie di fasi euristiche dello sviluppo caratterizzate da particolari relazioni

significative o ambienti necessari, da modalità specifiche di fare esperienza e dal grado di condivisione di

quest’ultima con altri significativi.

La prima fase è l’infanzia, che si estende dalla nascita all’acquisizione del linguaggio ed è uno stato privo di

riflessi culturali, non socializzato. La relazione più significativa è con la madre. La prima infanzia è

caratterizzata dalla modalità prototassica di esperienza, in cui non vi sono distinzioni, differenziazioni o

limiti percepibili, ma solo stati momentanei e discontinui di esperienza.

L’esperienza paratassica, più complessa, sarebbe caratteristica dell’attività mentale della fanciullezza e

comporterebbe, con il graduale sviluppo della capacità di differenziare e quindi di generalizzare,

un’organizzazione rudimentale e non logica dell’esperienza. La sua manifestazione verbale è rappresentata

dall’autismo, ossia attività simbolica non socializzata.

La fase successiva è quella dell’età scolare, che per Sullivan è data dal bisogno di interagire con i compagni

di gioco; tale periodo corrisponde a quello di socializzazione che si estende nelle scuole elementari. Emerge

allora l’esperienza sintattica, in cui il linguaggio costituisce lo strumento privilegiato di assimilazione

culturale.

La preadolescenza è invece caratterizzata dal bisogno di avere una stretta relazione con un altro dello stesso

sesso. A questa segue l’adolescenza, che presenta il bisogno di intimità col sesso opposto, e poi la tarda

adolescenza, che comporta attività legate alla sessualità genitale. Infine, l’età adulta implica lo stabilire

relazioni con un altro basate sull’amore, fino alle manifestazioni regressive legate alla vecchiaia.

Sullivan delinea quindi delle epoche evolutive che si estendono per tutta la vita, e che non si limitano alla

diade o alla situazione triadica; le esperienze con altri possono essere sempre una fonte di nuove integrazioni

e quindi promotrici dello sviluppo ben oltre il periodo infantile. Inoltre, le fasi sono determinate dal tipo di

bisogno relazionale e dalle modalità di sperimentare e condividere l’esperienza che le caratterizza, anziché

essere definite dall’investimento libidico di zone erogene.

16

Heinz Hartmann:

la psicoanalisi come psicologia generale e come scienza

Introduzione

Hartmann, insieme a Kris e Lowenstein, esercitò intorno agli anni Cinquanta del secolo scorso una notevole

influenza sullo sviluppo teorico della psicoanalisi. Il loro obiettivo era infatti quello di fare della psicoanalisi

una psicologia generale in cui le teorie avrebbero dovuto essere confermate attraverso l’osservazione diretta.

L’opera di Hartmann, pertanto, si caratterizza prevalentemente in senso teorico ed è definita psicologia

dell’Io, contrapposta alla definizione della psicoanalisi classica come psicologia dell’Es: questa nuova

corrente teorica testimonia un maggior interesse all’ambito della coscienza e segna un definitivo abbandono

della pulsione di morte.

La psicoanalisi come teoria scientifica

Nel tentativo di espandere l’influenza della psicoanalisi, Hartmann e il suo gruppo si dedicano a

incrementare la credibilità scientifica della disciplina. La loro strategia si svolge su diversi piani:

a) un piano retorico-argomentativo, legato all’intento di dimostrare come la psicoanalisi sia già di per

sé pienamente scientifica, fin dagli esordi freudiani;

b) un piano di conferma osservativo-sperimentale delle teorie psicoanalitiche;

c) un piano di carattere epistemologico, ovvero la costruzione di una filosofia della scienza propria

della psicoanalisi.

La sfera dell’Io libera da conflitti e altre innovazioni teoriche

Mentre Freud ipotizza che l’Io si sviluppi a partire dall’Es, per Hartmann l’Io e l’Es si sviluppano

parallelamente a partire da un serbatoio comune di energia; l’Io si origina dunque in modo parzialmente

indipendente rispetto all’Es e parzialmente autonomo rispetto ai conflitti, per cui utilizza energia propria alla

quale si aggiunge, successivamente, energia neutralizzata, che ha perso cioè l’irresistible impulso a scaricarsi

che è proprio dei processi primari. Quella parte dell’Io originatasi in maniera indipendente è denominata da

Hartmann sfera dell’Io libera da conflitti e comprende pertanto apparati di autonomia primaria (memoria,

percezione, motricità), autonomi rispetto ai conflitti e alle pulsioni. Per apparati di autonomia secondaria

s’intende invece quell’insieme di meccanismi la cui origine è conflittuale, dunque difese, sensi di colpa ecc.

Hartmann specifica peraltro che la libertà dai conflitti non costituisce un fatto definitivo e immodificabile, in

quanto le competenze acquisite senza produzione di conflitti possono essere successivamente coinvolte in

aree conflittuali e viceversa. Hartmann ritiene inoltre poco consistente l’idea che sia stato l’Es a dare

storicamente origine al principio di realtà prima della nascita filogenetica dell’Io.

La concezione di un Io relativamente autonomo si lega anche a un nuovo modo di considerare la

trasformazione dell’energia: mentre per Freud solo l’energia sessuale può essere deviata dalla sua meta

naturale e messa al servizio dell’Io, fenomeno che prende il nome di sublimazione, per Hartmann sono sia

l’energia sessuale che quella aggressiva a poter essere utilizzate dall’Io per effetto di un fenomeno che

definisce neutralizzazione. La neutralizzazione non è un processo del tipo tutto o nulla, infatti si possono

distinguere diversi gradi di neutralizzazione. Sessualizzazione e aggressivizzazione sono le tendenze

inverse alla neutralizzazione. Un altro concetto elaborato da Hartmann è quello di contro-investimento, che

sta ad indicare un investimento energetico dell’Io col fine di impedire la realizzazione pulsionale dell’Es.

L’adattamento, il Sé e l’Io

Hartmann pone grande attenzione al problema dell’adattamento, che può avvenire solamente in un ambiente

medio prevedibile, ossia un ambiente sano e gratificante sia biologicamente, sia dal punto di vista sociale.

Hartmann sottolinea che l’adattamento non è solo autoplastico (cioè non coinvolge solo il cambiamento di

sé), ma anche alloplastico (che opera un cambiamento della realtà) o di fuga. Una distinzione fatta a questo

proposito è quella tra Io e Sé: Hartmann intende con quest’ultimo non un’istanza psichica, ma la propria

persona, mentre l’Io è una sottostruttura della personalità. L’utilità della distinzione diventa chiara in

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particolar modo nella teoria del narcisismo, in quanto l’opposto dell’investimento dell’oggetto non è

l’investimento dell’Io, ma del Sé, delle tre strutture psichiche (Io, Es e Super-io).

Implicazioni cliniche

In ambito clinico, Hartmann ha fatto particolare riferimento al principio di equidistanza dell’analista tra le

istanze psichiche, sottolineando che al processo difensivo partecipano tutte e tre le strutture sia a livello

intersistemico, come tra Io e Super-Io, sia a livello intrasistemico, come nel caso in cui agiscano

contemporaneamente diverse funzioni dell’Io. Hartmann suggerisce inoltre di evidenziare, nel corso

dell’analisi, tanto gli aspetti conflittuali quanto quelli adattivi del funzionamento psichico.

René Spitz

Lo sviluppo psichico

Il contributo di René Spitz accentua l’importanza della relazione del bambino con la madre, e in questa

direzione rappresenta uno dei momenti d’incontro tra la psicoanalisi dell’Io e delle relazioni oggettuali. Per

comprendere lo sviluppo, afferma Spitz, è necessario da un lato riconoscere il dispiegarsi di processi naturali

che preparano e consentono al bambino di entrare in rapporto col mondo, e dall’altro individuare le

condizioni ambientali che ne favoriscono uno sviluppo sano. Per quanto concerne lo sviluppo psichico, Spitz

ritiene che esso proceda da uno stadio d’indifferenziazione a uno stadio in cui la percezione dell’oggetto

predispone alla relazione con l’altro; lo sviluppo consiste dapprima nella transizione dal fisiologico allo

psicologico, e successivamente dal narcisismo alla relazione oggettuali. Il processo avviene in quattro stadi,

termine preso in prestito dall’embriologia e che sta ad

di cui gli ultimi tre caratterizzati da un organizzatore,

indicare il punto in cui diverse linee evolutive convergono verso una graduale ristrutturazione:

1. lo stadio preoggettuale (dalla nascita sino ai 3 mesi) è caratterizzato da uno stato di

indifferenziazione tra mondo interno ed esterno;

2. lo stadio dell’oggetto precursore (dai 3 agli 8 mesi) si manifesta quando la risposta al sorriso si

configura come un primo organizzatore in risposta al riconoscimento del viso umano;

3. lo stadio dell’oggetto libidico (dagli 8 ai 15 mesi) è quel periodo in cui si manifesta la reazione di

angoscia all’estraneo come secondo organizzatore, che attesta la capacità del bambino di riconoscere

la madre; –

4. segue infine il periodo della comunicazione semantica, in cui il terzo organizzatore la comparsa

del «no» - indica una capacità oppositiva ed una facoltà di giudizio che confermano lo sviluppo di

una più complessa organizzazione individuale, oltre ad essere il primo concetto astratto e la prima

possibilità di riversare la negazione sul mondo esterno.

Il modello di Spitz ha esposto il fianco alla critica per la scarsa importanza attribuita alle prime esperienze e

per il fatto che le più recenti ricerche della psicologia dello sviluppo riconoscono la presenza di

un’organizzazione psichica in periodi molto più precoci dello sviluppo.

Margaret Mahler: la svolta americana verso le relazioni oggettuali

Introduzione

Margaret Schoenberger Mahler è stata una psicoanalista ungherese. Insieme ai suoi collaboratori ha

elaborato una teoria dello sviluppo infantile che coniuga un’articolata metodologia per gli studi osservativi

del neonato con l’interesse per la psicoanalisi clinica, rivolgendo l’attenzione ai disturbi psicotici in età

evolutiva e ai disturbi borderline in età adulta. La teoria della Mahler segna la svolta americana verso le

relazioni oggettuali, in quanto basata sulla forte convinzione che l’essere umano sia emotivamente

dipendente dalla madre, sebbene tale dipendenza tenda a diminuire nel tempo. Il modello evolutivo da lei

proposto, in particolare, ha il merito di tentare un’integrazione fra teoria pulsionale e teoria delle relazioni

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oggettuali, ritenendo forzato parlare di sviluppo del sé separatamente dallo sviluppo delle relazioni

d’oggetto.

Le psicosi infantili

Nelle psicosi infantili si osservano deficit di sviluppo sia dell’attività percettiva verso il mondo esterno, sia

del riconoscimento degli affetti buoni e cattivi: il bambino psicotico si mostra inoltre confuso o addirittura

totalmente incapace di discriminare affettivamente l’ambiente inanimato da quello sociale. La Mahler spiega

tali osservazioni cliniche con l’ipotesi che il piccolo non abbia potuto utilizzare la madre come fonte di

orientamento verso lo sviluppo di queste capacità, cosa che avviene, invece, attraverso le esperienze di

differenziazione. Secondo la Mahler, pertanto, le psicosi infantili sono in relazione con deficit o gravi

difficoltà nell’esperienza della relazione simbiotica con la madre: il bambino autistico tende a isolarsi e a non

manifestare alcun interesse per il contatto sociale, spesso agendo comportamenti distruttivi e autolesivi; il

bambino simbiotico, invece, è descritto come perennemente attaccato alla madre e al contempo spaventato

dal pericolo di fusione.

Margaret Mahler attribuisce un gran peso ai fattori costituzionali nella spiegazione delle psicosi infantili, ma,

come si è visto, ritiene in generale che abbiano un peso notevole alcuni fattori traumatici che si verificano

nella vita fetale o nel corso dei primi mesi di vita.

La nascita psicologica del bambino

La teoria mahleriana abbandona il riferimento centrale alla risoluzione del complesso edipico e descrive lo

sviluppo del bambino come una transizione dalla condizione di unità diadica simbiotica madre-figlio al

raggiungimento di un’identità individuale stabile e di un Sé separato, fenomeni, questi, che rientrano nel

termine nascita psicologica. La nascita psicologica, che comincia verso i 3-4 mesi e termina verso i 3-4

anni, si svolge lungo due linee evolutive complementari e indipendenti, benché si influenzino

vicendevolmente: da una parte la separazione, che consiste nell’emergere del bambino da una fusione

simbiotica con la madre; dall’altra l’individuazione, che consiste in quelle conquiste che denotano

l’assunzione delle caratteristiche individuali. Tale processo è detto dunque di separazione-individuazione, è

fortemente influenzato dallo stile di accudimento della madre ed è preceduto da due fasi: la fase autistica

normale e la fase simbiotica normale. Si tratta in entrambi i casi di due stadi iniziali dell’emergere del Sé.

La fase autistica normale, o di narcisismo primario assoluto (prime 4-6 settimane di vita) è caratterizzata

dal prevalere dei processi fisiologici su quelli psicologici e il neonato è protetto da una stimolazione

eccessiva; anche in questa fase, tuttavia, esistono delle risposte alle stimolazioni esterne.

Nella fase simbiotica normale (dal 2° al 4° mese) il bambino è totalmente dipendente dal partner

simbiotico; il concetto mahleriano di simbiosi implica uno stato mentale in cui, nel neonato, l’esperienza

soggettiva sarebbe quella di una fusione allucinatoria con la rappresentazione materna: madre e figlio sono

contenuti all’interno di un’invisibile membrana simbiotica in cui l’empatia della madre sostiene il debole Io

del bambino. Si tratta di uno stadio pre-oggettuale perché il neonato non differenzia chiaramente gli stimoli

esterni da quelli interni e il Sé non è ancora delimitato. Di pari passo con la differenziazione del Sé, si

cristallizzano nell’esperienza soggettiva del bambino delle isole di memoria caratterizzate da qualità

piacevoli e penose, che andrebbero a costituire delle immagini parziali del Sé corporeo e della madre. Tali

immagini costituiscono i precursori delle più ampie immagini parziali buone e cattive del Sé e della madre

che caratterizzano l’ambivalenza affettiva nel 2° anno di vita.

Fase Durata

Fase autistica normale Da 0 a 4-6 mesi Stadi iniziali

dell’emergere del Sé

Fase simbiotica normale Dal 2° al 4° mese

Differenziazione Dal 4° al 12° mese

Sperimentazione Fino al 18° mese Fasi di separazione-

individuazione

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Riavvicinamento Dal 15° al 24 mese

Costanza oggettuale 3° anno di vita

La fase di separazione-individuazione

Intorno al quinto mese, bambino e madre promuovono quell’esplorazione del mondo esterno che segnala

l’avvio della fase di separazione-individuazione, processo articolato in quattro sottofasi che corrispondono

ad altrettanti compiti evolutivi: la differenziazione, la sperimentazione, il riavvicinamento e la costanza

dell’oggetto.

La sottofase della differenziazione, che dura dai 4 ai 12 mesi, corrisponde allo sviluppo di un’attività

percettiva rivolta all’esterno; l’obiettivo evolutivo è l’emergenza di un’immagine del Sé corporeo

nell’esperienza intrapsichica del bambino, segnalata da comportamenti di progressivo distanziamento dal

corpo della madre. In questo periodo, inoltre, Spitz aveva segnalato la comparsa dell’angoscia dell’estraneo.

La sottofase della sperimentazione ha inizio con i primi esperimenti di deambulazione e si estende fino alla

metà del secondo anno di vita. Si divide in due periodi:

1) una fase di sperimentazione precoce, in cui il bambino può per la prima volta allontanarsi

fisicamente dalla madre camminando carponi, arrampicandosi o appoggiandosi a qualcosa;

2) il periodo di sperimentazione vera e propria, caratterizzata dalla deambulazione eretta. Gli autori

definiscono rifornimento affettivo il fenomeno, frequentemente osservabile in questo periodo, per

cui, dopo un breve riposo vicino alla mamma, il bambino riprende con maggior vigore la sua

esplorazione dell’ambiente.

La terza fase, che si estende dai 15 ai 24 mesi, è detta di riavvicinamento, in quanto la relativa mancanza di

preoccupazione per l’assenza della madre, caratteristica della fase di sperimentazione, è ora sostituita dalla

preoccupazione costante di dove si trovi e dal comportamento di riavvicinamento attivo. La Mahler ipotizza

che il bambino, ormai in grado di camminare, abbia maggiore consapevolezza di essere separato dalla madre,

e che proprio tale consapevolezza provochi un incremento dell’ansia di separazione. In questa sottofase, il

compito adattivo principale è quello dell’integrazione dell’ambivalenza affettiva, dal momento che la paura

di perdere l’amore dell’oggetto suscita sentimenti di rabbia.

La quarta e ultima sottofase coincide col terzo anno di vita e comporta il raggiungimento di due obiettivi

evolutivi importanti: la conquista di un’individualità definita e il conseguimento della costanza oggettuale,

assimilabile al concetto di permanenza dell’oggetto di Piaget. Tuttavia, la costanza oggettuale si caratterizza

per essere il mantenimento della rappresentazione dell’oggetto assente comprensiva dell’integrazione

dell’oggetto buono e cattivo.

Aspetti clinici

L’autrice ritiene che la cura debba essere fondata sul fornire al bambino un’esperienza simbiotica correttiva

includendo la madre nell’azione terapeutica, poiché occorre promuovere una maggiore sintonizzazione nelle

comunicazioni fra il bambino e la madre. Il compito dell’analista, invece, consiste nel produrre un’esperienza

sostitutiva della madre simbiotica attraverso un’accoglienza empatica che permetterebbe al bambino di

riprendere lo sviluppo interrotto e di imparare a scoprire i collegamenti tra causa ed effetto e le differenze tra

interno ed esterno, tra oggetti animati e inanimati.

Heinz Kohut e la psicologia del Sé

Introduzione

La psicologia del Sé di Heinz Kohut nasce e si sviluppa negli Stati Uniti negli anni Settanta. La prospettiva

di Kohut approfondisce lo sviluppo del Sé e dei bisogni narcisistici del soggetto: fin dal suo primo saggio

Narcisismo e analisi del Sé, infatti, Kohut si occupa di una categoria di pazienti che secondo Freud non

erano analizzabili: quelli con disturbi narcisistici della personalità, che presentavano una difficoltà nella

regolazione dell’autostima e nell’investimento del Sé, oltre a manifestazioni sintomatologiche caratterizzate

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da rabbia intensa, arroganza, invidia, pretesa di diritti, incostanza e tendenza alla manipolazione. Kohut non

fu l’unico ad occuparsi di questa tipologia di pazienti in quel periodo, ma l’originalità del suo pensiero sta

nell’aver posto in evidenza l’importanza dei bisogni narcisistici per lo sviluppo di un senso del Sé integro e

coerente e nell’aver attribuito le manifestazioni patologiche a un deficit nel soddisfacimento di questi bisogni

da parte dell’ambiente primario.

La sua proposta di modifica alla teoria pulsionale classica introduce inizialmente l’ipotesi di una libido

narcisistica, il cui sviluppo sarebbe parallelo a quello della libido oggettuale, limitandosi in tal modo ad

ampliare la teoria pulsionale; successivamente, la psicologia del Sé abbandonerà questa formulazione mista

per abbracciare sempre più il paradigma relazionale. Tuttavia, l’opera di Kohut risponde alle caratteristiche

del modello misto, in quanto tenta di integrare la teoria delle pulsioni con la teoria delle relazioni oggettuali.

Terminologia

Il modello di Kohut richiede la conoscenza di alcune definizioni. Il Sé, innanzitutto, non è un’istanza

psichica, ma il nucleo centrale e intrapsichico della personalità che organizza i sentimenti, i pensieri e le

rappresentazioni di sé e degli altri. L’oggetto-Sé è invece l’oggetto genitoriale, così chiamato perché, benché

sia collocato nel mondo esterno, il bambino percepisce le sue funzioni come estensione del Sé. Alle

esperienze di oggetto-Sé (le esperienze infantili con gli oggetti delle cure) sono legate tre funzioni:

 funzione di idealizzazione: il bambino attribuisce potere e capacità illimitate ai genitori;

 funzione di rispecchiamento: il bambino riceve dal genitore la conferma della propria esistenza e il

senso di essere valorizzato e stimato;

 funzione gemellare: desiderio di somigliare agli altri esseri umani e primariamente di condividere

con i propri genitori capacità e competenze.

A queste funzioni corrispondono tre tipologie di transfert: idealizzante (in cui il paziente vive il bisogno di

ammirare e idealizzare il terapeuta, facendo esperienza di lui come di un genitore potente in grado di dare

sollievo), speculare (in cui il paziente cerca di ottenere conferma e ammirazione) e gemellare (in cui

percepisce l’analista come un gemello). In particolare, il transfert idealizzante deriva dall’imago parentale

idealizzata, e quello speculare deriva dal Sé Grandioso. L’Imago parentale idealizzata è lo stato in cui,

dopo essere stata esposta al disturbo dell’equilibrio psicologico, la psiche salva una parte della perduta

esperienza di perfezione narcisistica attribuendola a un oggetto-Sé che viene idealizzato; al genitore spetta

dunque di lasciar cadere gradualmente tale idealizzazione lasciando che il figlio incontri l’inevitabile

esperienza di frustrazione. Il Sé Grandioso, invece, è una struttura complementare all’imago parentale

idealizzata. Se l’esperienza di frustrazione è ottimale, il bambino impara ad accettare i propri limiti realistici,

rinuncia alle fantasie grandiose e alle esigenze esibizionistiche. Se invece il bambino subisce gravi traumi

narcisistici il Sé grandioso si conserva nella sua forma inalterata e continua con la sua ricerca di conferma.

Narcisismo e sviluppo della libido

Kohut adotta la definizione di narcisismo di Hartmann, definendolo una catexis (o investimento) del Sé, ma,

diversamente da Hartmann, ipotizza che il Sé sia un’entità mentale a sé stante, che si struttura attraverso le

relazioni con l’ambiente.

Kohut definisce una doppia linea di sviluppo della libido, che si differenzia sulla base dell’oggetto: la libido

oggettuale investe oggetti sperimentati come separati dal soggetto, induce all’amore oggettuale e segue lo

sviluppo delineato dalla teoria classica freudiana; la libido narcisistica investe oggetti sperimentati come

un’estensione del Sé, induce all’amore di sé (detto anche narcisismo sano) e percorre una linea indipendente

che passa dalla soddisfazione di bisogni narcisistici arcaici alla soddisfazione di bisogni più maturi.

Dal Sé nucleare arcaico a un Sé maturo e coeso

Oltre a tracciare una doppia linea di sviluppo della libido, Kohut ipotizza un percorso di sviluppo della

personalità da un Sé nucleare arcaico a un Sé maturo e coeso, garantito dalla qualità delle cure materne.

L’empatia con cui l’oggetto-Sé accoglie i bisogni del bambino, infatti, da un lato assicura la sua

sopravvivenza fisica, dall’altro sorregge la sua crescita psicologica, infondendo un senso di valore. Ciò pone

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DESCRIZIONE APPUNTO

Sunto Psicologia Dinamica, Docente Tagini, libro consigliato "Psicologia dinamica: i modelli teorici a confronto" (De Coro, Ortu), basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente. Principali autori trattati: Sigmund Freud, Anna Freud, Melanie Klein, Carl Gustav Jung, Mahler, Erikson, Kohut, Litchenberg, Mitchell, Fairbairn, Bowlby, Winnicott, Abraham, Ferenczi, Daniel Stern.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze e tecniche psicologiche
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher paulweston di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dinamica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Tagini Angela.

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