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Di che cosa si è occupata la psicoanalisi?

Il punto centrale da cui è nata una fetta della psicologia nasce dalle riflessioni all’interno della teoria freudiana, che di fondo propone di mettere al centro la soggettività, cioè pensare che il nostro modo unico di sentire e di fare esperienza rappresenta la base conoscitiva della psicoanalisi. La soggettività umana rappresenta una frontiera di studio interessante che consente di valutare la coscienza e comprendere perché facciamo le cose, come le facciamo e come queste esperienze influenzano le prossime azioni.

In altre parole, tutti gli psicoanalisti si occupano di cercare di scoprire insieme al paziente quali sono i modi di pensare, sentire e relazionarsi tipici di quella persona e non di altre. Lo psicologo clinico cerca di capire perché una persona si muove in un determinato modo. Un certo tipo di esperienza relazionale influenza le successive esperienze? La risposta più comune è sì, ma è facile dire così, il difficile sta nello spiegare il come e il perché.

Psicologia dinamica

La psicologia dinamica si basa sul fatto di concettualizzare la mente, la testa di ognuno di noi, come una struttura in cui è sempre attivo un gioco di forze. In ognuno di noi non c’è una struttura statica, ma c’è una struttura in costante divenire, in movimento, in cui diverse energie mentali possono lavorare insieme per raggiungere degli obiettivi, o in conflitto tra di loro. Le forze o attività psichiche possono interagire o entrare in conflitto, dando origine a caratteristiche di personalità e comportamenti che, se pervasivi e disadattivi, sono considerati come sintomi di un disturbo psichico.

Conflitto

Il concetto di conflitto è il concetto centrale all’interno delle teorie psicodinamiche. Per conflitto si intende che nel momento in cui mi pongo una meta, qualunque essa sia, ho delle energie che spingono per andare in quella direzione e delle energie che spingono per andare in una direzione contraria. Freud spiega perché si chiama “psicologia dinamica”: quando vogliamo capire i fenomeni mentali siamo vicini solo alle scienze naturali e quindi al tema della classificazione ordinata dei fenomeni, ma abbiamo bisogno di concepirli, per comprenderli, come dei giochi di forze che si svolgono all’interno della psiche, quindi la psiche è dinamica.

L’obiettivo di Freud e di tutti quelli che si sono occupati e che si occupano di questa materia è di raggiungere/comprendere una concezione dinamica dei fenomeni psichici, quindi dare un senso a ciò che noi siamo attraverso un’attualizzazione dinamica di forze più o meno contrastanti. Perché si sviluppano i conflitti all’interno di ognuno di noi? Che cosa ci mantiene in conflitto rispetto ad alcune situazioni? Il conflitto si esplica in una dinamica in cui più o meno consapevolmente attuiamo degli impedimenti alla realizzazione di alcune scelte. Questi impedimenti possono essere dettati da una morale (es. Super-Io) ma anche da altre regole educative e comportamentali (autonomia, dipendenza).

La definizione di conflitto ha generato e alimentato la possibilità di riflettere su che cos’è la nevrosi e in generale a comprendere la psicosi o altri disturbi del carattere. La nevrosi si differenzia dalla psicosi:

  • Le persone definite nevrotiche sono persone che vivono in un conflitto ma non perdono l’esame di realtà: mantengono il conflitto attivo e questo può impedire alcuni raggiungimenti ma vedono le cose come sono.
  • La psicosi invece si caratterizza per un’alterazione dell’esame di realtà.

La motivazione

Si può dire che le teorie psicodinamiche sono teorie in cui gli autori cercano di spiegare perché noi ci comportiamo in un certo modo nel mondo e quindi chiamano in causa il concetto di motivazione. La motivazione è una serie di ragioni e di motivi che ci inducono a compiere alcune azioni e dal punto di vista strettamente psicologico è un insieme di fattori dinamici che ci permetteranno di spiegare come mai alla fine facciamo una cosa piuttosto che un’altra. Quindi la motivazione attiva (dà l’energia per fare delle cose) e orienta (dirige il comportamento). La teoria psicoanalitica e psicodinamica è fortemente centrata sulla motivazione ed è a seconda di come gli autori spiegano la motivazione che si differenziano i diversi ambiti.

Secondo una concettualizzazione classica, la motivazione ha due componenti che interagiscono tra di loro:

  • Motivazioni biologiche: sono innate e fanno riferimento a elementi fisiologici, per esempio la fame.
  • Motivazioni psicologiche: il loro dispiegamento è avvenuto durante l’esperienza, per esempio l’esperienza che io ho fatto nel corso della mia vita sull’alimentazione che può incidere in maniera significativa sullo stimolo biologico della fame (per esempio un’anoressica ha una motivazione biologica all’appetito ma le esperienze e la motivazione psicologica hanno inciso sul suo modo di sentire e avvertire lo stimolo biologico).

La motivazione può essere:

  • Estrinseca: quella che dico, che esplicito, che il soggetto dichiara verbalmente.
  • Intrinseca: non sempre o pienamente consapevole alla coscienza del soggetto, può essere diversa da quello che dico. Può essere che non ne siamo consapevoli.

Più le persone si avvicinano a un’area difficile e dolorosa, a un’esperienza negativa del loro passato, più è facile vedere la differenza tra intrinseco e estrinseco. Studiare la motivazione ci permette di studiare tanti aspetti, perché significa studiare tutto ciò che motiva il comportamento.

Il legame sociale prende corpo dopo la soddisfazione

Per Freud la motivazione era legata alla soddisfazione degli impulsi e la socializzazione era un fattore secondario. Solo dopo che il bambino si è soddisfatto, si interessa alla relazione. Quindi per Freud la cosa centrale nello sviluppo mentale/psichico di un individuo, è la soddisfazione legata alle fasi sessuali, ma soprattutto la soddisfazione nell’essere nutrito (“prima mangio poi mi occupo di chi ho intorno”). Questo diventa per molti autori argomento di critica e di cambiamento nella costruzione delle teorie della mente.

Cambiamento nel concetto di motivazione

Che cosa fa da discrimine tra le teorie freudiane e le teorie successive? Il cambiamento generale nel concetto di motivazione. Questo cambiamento apre le strade a nuove concettualizzazioni che si basano sull’interiorizzazione delle relazioni reciproche tra bambino e caregiver. Questo cambiamento significa spostare l’interesse dalle fasi psicosessuali ad altri argomenti come i bisogni evolutivi, gli stili di attaccamento e le relazioni oggettuali: la motivazione non è il piacere della suzione, il piacere di trattenere e rilasciare, ecc., ma la motivazione secondo autori di matrice diversa diventa legata alla persona (alla madre o alla figura di riferimento).

Etologia

La disciplina che ha fortemente influenzato le teorie attuali della psicologia dinamica è l’etologia, cioè lo studio e l’osservazione del comportamento animale. Ci sono alcuni aspetti che la psicologia dinamica ha utilizzato per riformulare alcune sue concettualizzazioni:

  • Concetto di imprinting: osservazioni etologiche mostrano come il legame che il piccolo stabilisce con la madre sia indipendente dal fatto che la madre fornisca nutrimento. Gli etologi, osservando le paperelle di Lorentz, notarono che queste seguono la prima cosa che vedono, come se il bisogno primario fosse avere una figura di riferimento. Questo diventerà un tema centrale in diversi tipi di teorizzazioni e Bowlby sosterrà che nel bambino la fame d’amore e della presenza della mamma non è meno rilevante della fame di cibo, che era invece il postulato di partenza delle teorie freudiane.
  • Bisogno di calore innato: emerge una preferenza per una madre manichino soffice che non fornisce cibo rispetto a una madre manichino dura che fornisce nutrimento. In un esperimento, una scimmia entrava in contatto con due simulacri, uno spoglio e l’altro ricoperto di un tessuto soffice. Il simulacro spoglio dava da mangiare, quello ricoperto no. La scimmia, indipendentemente dal fatto che il simulacro spoglio le dava da mangiare, stava sempre attaccata a quello che aveva una dimensione di contatto più morbido.

Da questo tipo di studi nasce l’idea che il bisogno di stare accucciati a qualcosa di morbido prevale sul bisogno di essere alimentati. Il bisogno di calore è primario sul bisogno di essere nutriti. L’etologia insegna agli psicologi che il sistema motivazionale primario nei mammiferi non è il bisogno di mangiare ma è il bisogno di vicinanza. La vicinanza che protegge dal pericolo consente di mantenere la specie.

La relazione

Partendo da queste osservazioni, gli psicologi raccontano che la relazione umana, cioè il fatto di sentire di avere un adulto disponibile alla protezione, è la base centrale dello sviluppo e rappresenta un bisogno primario. Il concetto di protezione cambia al cambiare dei bisogni evolutivi ma quello che richiedono i bambini è un bisogno di relazione che aiuti e salvaguardi e il fatto di poter fruire di una relazione disponibile ha a che fare con il fatto di sentirsi una persona degna di una relazione di questo tipo.

Il bambino costruisce un’immagine di sé positiva perché vede nella responsività e nell’attenzione dei genitori un riconoscimento di se stesso come persona di valore. L’idea da cui gli autori influenzati dalle teorie etologiche partono è che le relazioni primarie rappresentano il fondamento con cui noi non solo riceviamo una disponibilità ma immagazziniamo un’idea di noi come degni di avere una disponibilità o di non averla. Il riconoscimento di se stessi quindi nasce in un contesto di relazione e l’idea mentale di me stesso nasce all’interno di una relazione diadica in cui qualcuno mi comunica che ciò di cui io ho bisogno è degno di attenzione.

Il modo in cui la madre interviene nelle prime relazioni ha a che fare con l’immagine che il bambino si è costruito di se stesso, perché la tua immagine si specchia negli occhi delle persone che si curano di te (se ti specchi in occhi che ti considerano una persona meravigliosa quel rispecchiamento negli occhi materni costruisce un fondo emotivo di ciò che noi diventeremo).

Tronick è uno psicologo evolutivo che mostra uno degli aspetti centrali di questo ragionamento: mette un bambino neonato sul seggiolone e chiede alla mamma di giocare con il bambino. Ad un certo punto chiede alla mamma di andare in still face, cioè di fissare un punto in mezzo alla fronte del bambino e non fare niente. I bambini abituati ad avere una madre che risponde cercano di richiamare l’attenzione della madre. La cosa incredibile è che i bambini di madri gravemente depresse, quando la madre va in still face, non chiamano la madre ma si estraneano esattamente come fa la madre, come se a 3, 4 mesi il bambino avesse già imparato a stare con la madre che ha.

Questo significa che i bambini nelle loro relazioni primarie immagazzinano delle aspettative relazionali, cioè sanno attendersi delle sequenze comportamentali. Questo tipo di riflessioni insieme a tutta una serie di altre dimensioni, ha permesso di spostare l’attenzione e favorire l’emergere di nuove teorie. Tra queste c’è la psicologia dell’attaccamento.

Per capire che cos’è l’attaccamento dobbiamo cercare di capire chi era Bowlby, che era il padre della teoria dell’attaccamento.

John Bowlby

È una delle figure più criticate. Non ha una vita semplicissima. Secondo Bowlby bisogna muoversi dalle idee tradizionali, conservatrici che erano attive negli anni in cui operavano ancora Anna Freud, Melanie Klein e altre personalità molto importanti.

Vita e formazione

Infanzia

Bowlby è un borghese cresciuto nella società inglese all’inizio del ‘900. Nella logica di quella società, nelle famiglie alto-borghesi europee di inizio ‘900, i bambini stavano prevalentemente con le loro tate, non vedevano quasi mai i loro genitori. Non è un caso quindi che molti autori nati in quegli anni si siano poi occupati di teorie sull’attaccamento. La tata preferita di Bowlby viene allontanata quando lui ha solo 4 anni e questa fu per lui un’esperienza analoga alla “morte di una madre”.

Interesse per la psicologia

Bowlby inizialmente lavora con ragazzi orfani e cerca di individuare quali erano delle variabili ricorrenti, delle costanti nelle loro storie che permettessero di spiegare come mai avevano degli esiti spesso così infausti a livello adulto in termini di personalità. Il suo pensiero era che la deprivazione materna, cioè il fatto di essere sottoposti in età molto precoce a una separazione dalla mamma, fosse una delle cause che più ricorreva in quei ragazzi. Dopo questo periodo Bowlby decide di iniziare a studiare psichiatria e psicologia, perché ritiene che la salute mentale e le patologie possano essere comprese se si studiano i primi anni di vita.

In altre parole, la possibilità di dare un senso a ciò che fa soffrire ognuno di noi in età adulta, nasce dalla possibilità di comprendere come sono andati i primi anni della nostra vita, partendo dall’idea che i primi anni segnano la formazione del nostro carattere. Secondo Bowlby tutti noi nei primi anni abbiamo bisogno di qualcuno che sia disponibile, una figura di riferimento che sia stabile. Bowlby parte con queste osservazioni perché negli orfanotrofi questi ragazzi non avevano mai la possibilità di sviluppare una relazione di accudimento con una figura di riferimento stabile e sviluppavano comportamenti “disordinati”. Il concetto di fondo è che un rapporto caldo, intimo e ininterrotto è la base per una crescita equilibrata.

La formazione analitica

All’epoca, durante la formazione, uno psicoanalista doveva entrare in analisi con qualcuno e quindi ogni aspirante psicoanalista aveva un analista, che lavorava sulla ricostruzione della sua storia, e un supervisore, che lo aiutava a comprendere i casi che stava vedendo nel training. In questo periodo di formazione psicologica, Bowlby inizia l’analisi con Riviere e poi è supervisionato dalla Klein. Bowlby entra in conflitto da subito con entrambe sull’idea che, secondo Bowlby, veniva data troppa importanza sulla realtà interna piuttosto che sulla realtà esterna. Bowlby pensa che sia importante spostare il focus di interesse dalla realtà interna alla realtà esterna, ma questo veniva vissuto da molti altri autori come uno sminuire la teoria psicoanalitica.

Bowlby divenne determinato a dimostrare che le esperienze reali del bambino hanno effetti molto importanti su diversi aspetti dello sviluppo. Allo stesso modo, si interessò allo studio dei comportamenti, del bambino e della madre, che potevano essere osservati direttamente e con procedure affidabili.

Lo studio su 44 ladri minorenni

Nel 1944 pubblica uno studio su ragazzi minorenni autori di reati e li confronta con dei ragazzini della stessa età che non hanno invece perpetuato nessun reato. La differenza significativa che emerge è il tema della separazione. Bowlby introduce una metodologia di riflessione che non è per niente gradita all’ambiente e modernizza l’appalto introducendo diversi tipi di argomenti che non sono graditi alla comunità psicoanalitica del tempo. Bowlby spinge sul fatto che i bambini non si possono comprendere se non si guardano le loro mamme: non si può guardare il bambino da solo ma bisogna lavorare sul concetto di famiglia.

La collaborazione con Robertson

Bowlby crea un gruppo intorno a sé, tra cui Robertson, che insegna a Bowlby a osservare i bambini e gli insegna l’importanza di osservarli in un contesto anche di separazione dai genitori. Bowlby scrive che ciò che è centrale per la salute mentale è un rapporto caldo con una figura di riferimento e dice che la psicopatologia si associa alla perdita delle figure di riferimento.

Inoltre sostiene che è sì importante che la psicoanalisi costruisca le sue conoscenze attraverso la ricostruzione clinica, ma la sua vera teoria nasce attraverso la lettura dei casi clinici e, sulla base del racconto sull’infanzia del paziente, procedeva con una ricostruzione delle fasi dello sviluppo. Dalle sue prime osservazioni, Bowlby nota che un bambino piccolo separato dalla mamma può manifestare tre diverse reazioni:

  • Il bambino protesta: il bambino piange, si dispera, si lamenta.
  • Il bambino si dispera.
  • Il bambino si distacca in maniera eccessiva, fredda, non ricerca più la vicinanza dell’adulto.

Il concetto di essere separati precocemente dalla propria madre si traduce in quella che lui chiamerà ipotesi della deprivazione materna. Bowlby associa la psicopatologia alla perdita della figura materna. Secondo Bowlby, il concetto di deprivazione materna è importante nello sviluppo perché la madre è l’Io e il Super-Io del bambino, quindi il bambino che non può aver fatto l’esperienza di stare a contatto con la madre che regoli il suo comportamento, manifesterà piano piano dei segnali che vanno dalla deprivazione parziale (bisogno di essere amato eccessivo o di punire, disprezzo di sé, depressione) alla deprivazione totale (superficialità, indifferenza, scarsa concentrazione, tendenza alla menzogna e al furto compulsivo).

Da tutte queste prime riflessioni Bowlby crea il concetto di attaccamento e scrive la teoria dell’attaccamento.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/07 Psicologia dinamica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ali7877 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dinamica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Parolin Laura.
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