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Psicologia del volontariato

Il volontariato: verso una definizione

Per volontariato si intende… Il volontariato è un fenomeno che socialmente e politicamente ricopre un ruolo sempre più rilevante. Psicologi e sociologi sostengono l’importanza di tale attività nel facilitare lo sviluppo di “risorse psicologiche” che hanno ricadute positive sul benessere individuale e comunitario.

Per quanto riguarda la definizione del termine “volontariato” sembra essere diffusa una certa “credenza di autoesplicatività” del termine, il quale, cioè, non verrebbe esplicitamente definito poiché ritenuto scontato nel suo significato.

Quattro fattori caratterizzanti l'agire del volontario

  • Gratuità
  • Organizzazione
  • Spontaneità
  • Solidarietà

Gratuità è un’attività che si presta gratuitamente, senza fini di lucro in modo disinteressato. Dimensione dello scambio simbolico nel quale “dono” e “reciprocità” sono gli assi. Il dono riesce a creare una relazione significativa. Implica aprirsi agli altri senza che questi siano obbligati a ricambiare. La relazione necessita di essere “curata”: chi riceve, allora deve “fare buon uso” di ciò che ha ricevuto. Questo è l’obbligo che c’è nella relazione: è ciò che dà senso (refero), ma anche ciò che vincola (religo) instaurando il cosiddetto sistema del dono (dare-ricevere-ricambiare).

Organizzazione, secondo Palmonari con Barmanti, parla di “gratuità imperfetta”. L’agire volontario, sebbene gratuito, non è mai del tutto disinteressato. I volontari che sanno riconoscere questa gratuità imperfetta sono anche quelli più consapevoli del loro impegno, in quanto sono coloro che colgono gli aspetti più relazionali. Come evidenziato dal rapporto FIVOL del 1997, un ruolo fondamentale nella definizione del volontariato è da attribuirsi all’organizzazione nella quale esso si svolge. Colozzi e Bassi definiscono paradossale questo accostamento: il volontariato è lavoro perché richiede lo svolgimento di compiti finalizzati nell’ambito di una struttura che ha un certo grado di formazione; ed è al contempo impiego di tempo libero in quanto risulta personalmente gratificante.

I comportamenti d'aiuto

I comportamenti d’aiuto sono stati classificati in tre tipi sulla base di due dimensioni:

  • Obbligatorietà o spontaneità dell’azione
  • Programmazione
  • Comportamenti d’aiuto spontanei e non pianificati: quelli di soccorso in caso di pericolo immediato. Il soggetto deve decidere rapidamente se intervenire o meno.
  • Comportamenti d’aiuto obbligati: messi in atto per lungo tempo verso un parente stretto, dettati dalle norme familiari, etiche. Altruismo prescrittivo non spontaneo.
  • Comportamenti d’aiuto programmati: definiti anche planned helping behavior. Prototipo è il volontariato:
    • Ricerca di opportunità per aiutare altre persone
    • Libera decisione in merito ai tempi e ai modi
    • Possibilità di un impegno considerevole in termini di tempo e costi personali
    • Funzione di mediazione tra individui e istituzioni

Tra i comportamenti d’aiuto si connota come comportamento proattivo e non reattivo, formalizzato e pubblico con un ruolo ben preciso rispetto alla società e alla politica.

Il fatto che sia oggi considerato “comportamento programmato” non esclude che la spontaneità possa essere una componente importante nel definirlo. Cnaan con questo si riferisce al grado di libertà di scelta da parte del soggetto.

Wilson afferma che non c’è obbligo nella scelta del volontariato e anche una volta deciso di impegnarsi, tanto i tempi quanto i modi dell’attività sono stabiliti dal soggetto e compatibili con le sue richieste.

Solidarietà ha la prerogativa di sottolineare l’interdipendenza che esiste tra le persone e le società cui danno forma. Il volontariato nasce dove si predilige la logica della cooperazione e non della competizione.

La solidarietà si definisce come “un’impresa umana diversa da tutte le altre perché non fa appello né allo scambio, né all’interesse, né al merito o alla giustizia. Si traduce in impegno e si esprime nel volontariato: dove si sottolinea l’interdipendenza tra le persone e dove tra di esse ci sia del disagio, si crea l’impegno per diminuire questo malessere.

Tavazza afferma che il volontariato è il cittadino che, adempiuti i suoi doveri civili e di stato, si pone a disinteressata disposizione della comunità promuovendo una risposta creativa ai bisogni emergenti dal territorio, con attenzione prioritaria per i poveri, emarginati.

Amerio definisce il volontario come un individuo che partecipa attivamente alla vita della società e la cui azione è fonte di cambiamenti per la collettività. Un soggetto, dunque, in grado di agire nel sociale, modificandolo secondo una progettualità che trova nel fare il proprio senso e conferisce un valore concreto a quella comunità della relazione e dell’interazione che appare come un necessario correttivo alla società globalistica in cui siamo immersi.

La definizione per essere esaustiva deve contenere tutte e quattro le componenti sottese alle due categorie chiave: azione e relazione. Volontariato è un’attività spontanea che si svolge in contesti più o meno organizzati senza remunerazione.

Chi è il volontario?

Le caratteristiche socio-demografiche

La partecipazione all’attività volontaria sembra essere positivamente correlata a un elevato status socio-economico, al grado di istruzione e al prestigio lavorativo. In merito all’età, a partire dall’adolescenza si assiste a un progressivo incremento dell’impegno sino ai 18 anni, a un decremento nella fase giovanile e a un nuovo incremento nella fase della mezza età adulta, momento di maggior impegno. In merito all’età anziana dati discordanti.

In merito al genere una certa discordanza: tutte le indagini statunitensi pongono in evidenza la prevalenza delle donne; le indagini europee non presentano un quadro coerente. La variabile genere risulta invece essere discriminante in relazione all’ambito di impegno: le donne sono impegnate soprattutto nella cura, nella relazione faccia-a-faccia, gli uomini soprattutto alla politica, pubblica o a impegni in qualche modo complementari al loro lavoro quotidiano. Le donne tendono a impegnarsi nel volontariato insieme ad amici con l’obiettivo di mantenere viva la propria vita relazionale e guadagnarsi l’approvazione dei pari attraverso tale azione, gli uomini sono spinti per lo più da motivi personali. Le donne single sono maggiormente impegnate rispetto a quelle sposate mentre questo non vale per gli uomini che si dedicano soprattutto dopo il matrimonio.

La personalità del volontario

Studi hanno cercato di comprendere se esiste una qualche connessione tra struttura di personalità e comportamento d’aiuto. Due distinzioni:

  • Relativa al tipo di situazione in cui si trova coinvolto chi offre aiuto
  • Relativa alla fase dell’impegno nel volontariato, ossia se il volontario ha appena iniziato la sua attività o se la sta svolgendo da molto tempo

Distinzione di Snyder tra situazioni di aiuto “forti” e “deboli”:

  • Forti: esemplificabili con le situazioni di emergenza in cui gli stimoli sono molto chiari e stressanti, vedono il prevalere delle variabili situazionali a discapito di quelle disposizionali.
  • Deboli: in cui possiamo collocare il volontariato caratterizzante dalla possibilità di avere tempo e risorse per riflettere sulle proprie azioni e motivazioni, mostrano l’influenza delle variabili disposizionali.

Gli studi volti a delineare i tratti di personalità hanno evidenziato il seguente profilo dei volontariati: essi paiono essere più estroversi e dotati di una maggiore forza dell’Io, di una maggiore interiorizzazione di standard morali, di un atteggiamento più positivo sia verso di sé che verso gli altri, di una maggiore self-efficacy e una stabilità emotiva e di minore investimento narcisistico sul sé rispetto ai coetanei non volontari. I volontari inoltre risultano possedere elevate capacità empatiche e collaborative, un evidente orientamento prosociale, notevole fiducia nella società e verso il futuro. Gli studi riportano risultati molto differenti in merito alla forza del legame tra i tratti di personalità sopra enunciati e l’impegno nel volontariato: in alcuni casi la correlazione è modesta e spesso ciò che mostra un’elevata correlazione in uno studio non la mostra in un altro.

Davis ha dimostrato che tale legame varia in relazione alla fase del processo di impegno nel volontariato; in particolare nei primi tempi del processo di impegno i tratti di personalità assumono una certa importanza, mentre, nel lungo tempo, cioè per coloro che mantengono l’impegno per molti anni, essi perdono valore.

I fondamenti del volontariato

La ricerca psico-sociale ha individuato alcune determinanti disposizionali e situazionali cruciali al fine di comprendere perché le persone decidono di impegnarsi nell’ambito del volontariato e perché decidono di mantenere l’impegno nel tempo. Tra queste annoveriamo la personalità prosociale, le motivazioni, l’identità, le relazioni familiari, il contesto organizzativo e le relazioni con la comunità di appartenenza.

Le motivazioni

Batson e colleghi hanno individuato quattro principali fonti motivazionali: egoismo, altruismo, collettivismo, riferimento a principi e valori. A loro avviso le persone possono impegnarsi nel volontariato spinte dalla motivazione a incrementare il benessere proprio, quello di altre persone, quello di un gruppo o di una comunità o per sostenere e diffondere un principio morale quale la giustizia.

Ancor più sinteticamente in letteratura gli autori distinguono tra motivazioni autocentrate (self-oriented) o strumentali, ossia volte a soddisfare istanze o bisogni personali, e motivazioni eterocentrate (other-oriented) o valoriali (espressive), ossia volte a soddisfare istanze o bisogni altruistici, prosociali e solidaristici.

Tra le concettualizzazioni scientifiche la più accreditata è quella di Omoto e Snyder che propongono l’utilizzo dell’approccio funzionale allo studio degli atteggiamenti per la lettura delle motivazioni al volontariato. Identificano sei principali funzioni che vengono soddisfatte mediante l’impegno in azioni di volontariato e che a loro avviso dunque diventano motivazioni all’azione in tale ambito:

  • Funzione valoriale: è una funzione espressiva che permette al volontario di esprimere istanze e valori connessi al proprio investimento altruistico e alla prosocialità. Il volontariato è influenzato dai valori che riguardano il benessere dell’altro e contemporaneamente aiuta le persone a confermare la propria immagine di sé.
  • Funzione di conoscenza: concerne l’opportunità offerta al volontario di apprendere nuove competenze o di mettere a frutto conoscenze e abilità che abitualmente non vengono utilizzate.
  • Funzione sociale: è legata all’opportunità di impegnarsi in un’attività ritenuta importante dagli altri che si ritengono significativi per la propria crescita e di incontrare persone con le quali instaurare un rapporto d’amicizia. Il volontario cerca all’interno del gruppo di appartenenza non solo l’accettazione da parte degli altri, ma anche la realizzazione di una dimensione di vita gruppale, altamente gratificante a livello affettivo.
  • Funzione utilitaristica: orientata alla carriera, riguarda più precisamente la possibilità di aumentare, attraverso il volontariato, le opportunità di ingresso nel mondo del lavoro e di sviluppo professionale. Elemento qualificante del curriculum.
  • Funzione ego-protettiva: è centrata sulla difesa dell’Io dagli aspetti negativi del proprio sé, permettendo la riduzione del senso di colpa provocato dalla consapevolezza di essere più fortunati di altri e dall’altro la risoluzione di problemi personali mediante lo spostamento dell’attenzione sulle persone che beneficiano del proprio servizio.
  • Funzione di self-enhancement: riguarda il processo motivazionale che si focalizza sulla crescita e sviluppo del Sé coinvolgendo la persona in un positivo sforzo di crescita. Attraverso il volontariato gli individui rafforzano l’autostima e l’autoaccettazione. Gli autori hanno costruito uno strumento, il Voluntary Function Inventory, volto a rilevare ciascuna delle sei motivazioni proposte.

La motivazione valoriale permette di distinguere i volontari dai non volontari. La conoscenza è diffusa soprattutto tra i volontari dell’ambito sanitario. La sociale tra gli attivisti civili e politici. La orientata alla carriera è diffusa soprattutto tra i giovani. La funzione ego-protettiva connota volontari di organizzazioni che si occupano della cura di persone in situazioni di emergenza o di enti umanitari. La self-enhancement rappresenta la matura consapevolezza del reciproco vantaggio insito nell’impegno in attività di volontariato.

Switzer ha analizzato il livello di motivazioni e impegno prestato nell’assistenza sanitaria gratuita alle donne da parte di alcuni studenti di medicina. Hanno verificato la presenza contemporanea di motivazioni all’aiuto strumentali e prosociali/valoriali: le prime centrate soprattutto sull’acquisizione di competenze professionali e personali, le seconde focalizzate sull’espressione di solidarietà nei confronti di categorie più svantaggiate.

L’approccio funzionalista si propone di individuare quali funzioni gli atteggiamenti assolvono per la persona, ossia quali bisogni psicologici soddisfano.

  • Le prime formulazioni risalgono agli anni ’50; Smith, Bruner, White e Katz presentano due elenchi simili di funzioni. Per i primi esse sono: addestramento sociale, esteriorizzazione, valutazione dell’oggetto e qualità dell’espressività.
  • Per il secondo, invece, le funzioni assolte dagli atteggiamenti sono: strumentale, di adattamento o utilitaristica, ego-difensiva, conoscitiva e di espressione dei valori.

Secondo il loro approccio gli individui possono compiere le stesse azioni, o agire lo stesso comportamento spinti da differenti funzioni psicologiche. L’approccio funzionalista considera le persone soggetti attivi, orientati al raggiungimento di obiettivi e mossi da agende personali e sociali.

In una ricerca longitudinale da noi condotta (Marta, Pozzi) mediante l’impiego di questionari e interviste in profondità, abbiamo indagato se nei volontari fossero presenti contemporaneamente diversi tipi di motivazioni, se queste mutassero nel tempo e quali effetti sortissero. Coerentemente con i risultati delle ricerche di Omoto e Snyder, abbiamo rilevato che i volontari svolgono la loro azione mossi da motivazioni che mutano nel tempo ma, a integrazione di quanto da loro affermato, dalla nostra ricerca è anche emerso che i volontari agiscono sulla base di motivazioni multiple, che assumono combinazioni differenti tra i volontari, ma soprattutto, a differenza dei colleghi americani, abbiamo riscontrato che la presenza di più motivazioni è funzionale al mantenimento dell’impegno nel tempo. Sembra essere un ostacolo la presenza di una sola motivazione. Le persone si impegnano nel volontariato sia per rispondere a bisogni della comunità, sia per soddisfare bisogni e desideri personali. La presenza di motivazioni diverse da quelle di natura prosociale non contraddice affatto il valore dell’agire volontario ma, anzi, coloro che sono in grado di dichiarare che l’azione che hanno messo in atto risponde anche a bisogni propri mostrano una percezione più completa del proprio agire sociale.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Arianna21 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Fondamenti di psicologia di comunità e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Padova o del prof Santinello Massimo.
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