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BIAS: in psicologia cognitiva indica un giudizio (o un pregiudizio), non necessariamente corrispondente all'evidenza, sviluppato sulla base

dell'interpretazione delle informazioni in possesso, anche se non logicamente o semanticamente connesse tra loro, che porta dunque ad un errore di valutazione

o mancanza di oggettività di giudizio

Un modello psicosociale delle categorie linguistiche: alcuni esempi di applicazione

INGROUP BIAS: fenomeno del giudizio tendenzioso a favore del gruppo di appartenenza. E’ la tendenza che gli individui hanno

TAJFEL TURNER

a favorire il proprio gruppo (ingroup) e a discriminare membri del gruppo esterno (outgroup). Secondo e tale

tendenza deriva dalla creazione di un dislivello valutativo tra il proprio gruppo e quello esterno, tale per cui ne deriverebbe un

rafforzamento per l’autostima del soggetto per il solo fatto di avere la consapevolezza di appartenere ad un gruppo valorizzato.

Il favoritismo nei confronti del proprio gruppo: modalità con cui il fenomeno si realizza

Il modo in cui stampa e tv possono realizzare favoritismo per l’ingroup può avvenire secondo varie modalità: una prima maniera

ha a che fare con l’attenzione dedicata agli avvenimenti che interessano l’ingroup o l’outgroup. Infatti è usuale dedicare più

tempo e spazio ad avvenimenti interni ed il tono valutativo generale è più positivo se l’avvenimento descritto riguarda l’ingroup.

Coerentemente con il modello linguistico delle relazioni intergruppo, si suppone che i comportamenti positivi dell’ingroup e i

comportamenti negativi dell’outgroup siano descritti in termini più astratti che non i comportamenti negativi dell’ingroup e positivi

dell’outgroup. Le descrizioni astratte presuppongono che il comportamento sia relativamente stabile e tipico di chi lo mette in atto

mentre quelle concrete presuppongono che il comportamento sia di breve durata e poco rappresentativo dell’individuo o gruppo

in questione.

Biases attribuzionali e scelte linguistiche

Le analisi del contenuto mostrano che le strategia attribuzionali hanno il ruolo fondamentale di proteggere e di incrementare

l’identità sociale degli individui, che attribuiscono alla propria appartenenza di gruppo un significato importante. Tali strategia si

traducono nella scelta di precisi stili linguistici, che rimandano a meccanismi dell’attribuzione casuale. Il fenomeno di bias a

favore dell’ingroup è tanto più forte quanto maggiore è il coinvolgimento personale di chi produce il testo.

L’uso tendenzioso del linguaggio nelle relazioni intergruppo: la scelta del livello di

astrazione MAASS, SALVI, ARCURI SEMIN

Sulla base del modello del bias linguistico intergruppo (LIB) proposto da e (1989), i

comportamenti positivi dell’ingroup e negativi dell’outgroup tendono ad essere descritti in termini relativamente astratti. Al

contrario i comportamenti negativi dell’ingroup e quelli positivi dell’outgroup tendono ad essere descritti in termini relativamente

SEMIN

concreti. Per rendere conto del grado di astrattezza che il linguaggio suggerisce, il modello di riferimento è quello di e

FIEDLER (1988, 1992), ossia quello delle categorie linguistiche (LCM): nell’ambito di tale modello vengono esaminate

prevalentemente le descrizioni degli episodi di interazione in cui 2 personaggi (A e B) appartengono a due gruppi contrapposti. 4

implicazioni psicologiche possono essere impiegate per descrivere l’ideale continuum che collega la più concreta alla più

astratta:

a) Verbo Descrittivo di Azione (DAV) che rimanda ad un’azione concreta

b) Verbo di Azione Interpretativo (IAV) meno concreto ma ancora legato alla situazione

c) Verbo di Stato (SV) stato psicologico di chi compie l’azione, ma slegato dalla situazione concreta

d) Aggettivo (Adj) descrive una caratteristica stabile della personalità

SEMINER FIEDLER(1988)

e hanno dimostrato che quanto più la formula linguistica è astratta tanto più implica una maggiore

stabilità nel tempo e risulta informativa circa le caratteristiche dell’autore, pur essendo meno facilmente sottoponibile a verifiche.

Quanto più invece la formula linguistica è di tipo concreto, tanto più è informativa della situazione e la sua corrispondenza

descrittiva è facilmente controllabile. La scelta della strategia linguistica avviene sulla base di una fondamentale motivazione,

quella di proteggere l’autostima collettiva. LE TEORIE SOCIOLOGICHE

3.1 La teoria dell’agenda setting

AGENDA SETTING: i media nella prospettiva dell’agenda setting indicano quali sono le informazioni a cui occorre prestare

attenzione e quale è la loro importanza relativa in un dato momento. I mezzi di comunicazione suggeriscono a cosa la gente

deve pensare.

Il modo in cui i fruitori della comunicazione definiscono le questioni più importanti, i problemi più urgenti, sarebbe il risultato di un

processo che si origina nell’enfasi e nella proprietà che i mezzi di comunicazione concedono ad ogni notizia. I temi di

discussione che attirano l’attenzione delle persone godono di momenti di improvviso successo per poi scivolare in posizione

sempre meno di testa, nella graduatoria di citazione, di importanza attribuita, di notorietà. I mezzi di comunicazione di massa

sono i principali agenti capaci di incidere sugli interessi nella hit parade della notizia così come si realizzano nella mente

dell’opinione pubblica.

Sono stati individuate 3 tipi di agenda setting:

a) Pubblica o dell’audience

b) Proposta dai mezzi di comunicazione

c) Quella della classe politica

I risultati di ricerca

McCOMBS e SHAW (1972): indagano per prima sull’idea di una corrispondenza tra l’agenda dei mezzi di comunicazione e

l’agenda dell’audience. Trovarono che esisteva una correlazione significativa tra la frequenza di citazione dei temi nelle

trasmissioni televisive proposte durante la campagna elettorale e il grado di importanza associato alle tematiche, così come

emergeva dai giudizi dei votanti che tali trasmissioni avevano seguito.

FUNKHOUSER (1973): trovò una sostanziale corrispondenza tra l’agenda pubblica e le informazioni trasmesse dai media, ma

non tra questi due e gli indici che rimandavano alla realtà storica.

setting

Secondo il modello dell’agenda i media aprirebbero una finestra alternativa all’esperienza diretta, giungendo a creare

strutture conoscitive ampiamente indipendenti dall’acquisizione di informazioni attraverso le tradizionali vie di socializzazione.

Modalità attraverso le quali è possibile manipolare la rilevanza di una notizia:

a) Ripetere frequentemente ciò che si vuole porre in primo piano.

b) Lo spazio dato ad una notizia e l’ordine

c) Aspetti retorici della comunicazione (persuasione)

Uno dei maggiori limiti del modello dell’agenda setting è quello di non considerare le componenti semantiche proprie del

messaggio e le preesistenti strutture conoscitive dell’individuo­ascoltatore. Gli effetti generali previsti dall’agenda setting vanno

ad interagire con gli stereotipi consolidati, i quali funzionano quali importanti filtri nell’elaborazione dei messaggi politici.

Uno dei tentativi di spiegare come l’agenda personale funzioni e possa influenzare i successivi giudizi, vien dagli studi delle

euristiche di giudizio.

EURISTICHE DI GIUDIZIO: (euristica della disponibilità) Dovendo stimare la numerosità di una categoria, o la probabilità di

accadimento di un evento, il giudizio sarà influenzato dalla facilità e dalla rapidità con cui determinati esemplari della categoria

riescono ad essere recuperati in memoria.

Nel caso dell’agenda setting si prevede che determinate informazioni e dimensioni di giudizio siano maggiormente rilevanti

proprio perché il loro recupero è stato reso più efficace dall’esposizione ai media.

3.2 Usi e gratificazioni

Partiamo dall’ipotesi che il problema più importante nello studio delle comunicazioni di massa non è ciò che i media

produrrebbero in termini di effetti sull’audience, bensì ciò che spinge i soggetti ad utilizzare i media.

L’assunto da cui muove questa prospettiva teorica è che tra tutte le offerte disponibili, ogni individuo seleziona quelle che

maggiormente lo gratificano. Ciascun membro dell’audience attivamente si espone in modo selettivo a determinati programmi, e

le scelte effettuate riflettono le sue caratteristiche psicologiche. Inoltre gli individui sono tanto più coinvolti nella fruizione del

programma, quanto più sono disposti ad investire in termini di risorse attentive a proposito dei contenuti proposti.

I bisogni principali che si ritiene possano essere soddisfatti grazie ai media sono:

La ricerca delle informazioni utili

 La possibilità di ottenere argomenti con cui sostenere la proprie posizioni durante le comunicazioni interpersonali

 La possibilità di realizzare delle interazioni parasociali

 Il desiderio di intrattenimento e di svago

A quali bisogni la TV sembra dare un risposta?

Interazioni parasociali

 Ottenere informazioni utili

 Comunicazioni interpersonali

 Funzione sociale

 Intrattenimento

 Distrazione

GREENBERG (1974): trovò che la relazione più forte tra visione televisiva e comportamenti violenti si aveva per quei bambini

che guardavano la Tv spinti dalla ricerca di eccitazione (arosual).

RUBIN (1979): evidenziò che i soggetti utilizzavano la Tv per desiderio di imparare qualcosa.

IL MODELLO PROBABILITÀ DI ELABORAZIONE DELL’INFORMAZIONE : PETTY e

(Elaboration Likelyhood Model)

CACIOPPO ipotizzano che i soggetti siano tanto più portati ad elaborare in maniera approfondita un messaggio e tanto più

bisogni)

permanenti siano i risultati ottenuti quanto più essi sono spinti da una forte componente motivazionale (i e quanto più

coinvolgimento).

considerano il problema importante per la propria esistenza (il

Le differenze di sesso nelle reazioni ai fil dell’orrore: una interpretazione.

TEORIA DEL TRASFERIMENTO DELL’EMOZIONE

ZILLMANN (1984): i maschi, essendo stati abituati a mostrare controllo emotivo nel caso di esposizione ad un film dell’orrore,

sono portati a trasferire ed interpretare le esperienze di angoscia provate durante il film verso una susseguente sensazione di

piacere.

ZILLMANN (1986): notò che la bassa corrispondenza fra angoscia e piacere che fu trovata per le femmine sembra essere diretto

risultato di questa difficoltà ad influenzare positivamente le conseguenze spiacevoli del terrore.

SPARKS (1991): per misurare il grado di attivazione impiegò la conduzione elettrica della pelle durante una scena

particolarmente impressionante di un film, a cui seguirono domande sul grado di paura, ansia e turbamento: essi dovevano

rispondere su scale graduate. Inoltre dovevano indicare il loro grado di turbamento e di divertimento.

I risultati furono che: i maschi riportavano meno angoscia delle femmine, e gli indici di piacere erano uguali. Quanto alla

relazione tra paura durante la visione e piacere dimostrato successivamente, per i maschi la correlazione era più significativa. Un

test dimostrò che le femmine erano caratterizzate da una conduzione elettrica della pelle più alta dei maschi. Infine si calcolò la

correlazione tra la misura della conduzione elettrica della pelle con la stima del piacere provato alla fine del film, e tale

correlazione fu significativa per i maschi.

3.3 Teoria della coltivazione

TEORIA DELLA COLTIVAZIONE: prevede che i media ci dicano non solo quali siano le cose a cui pensare, ma anche, e

soprattutto, in che modo dobbiamo pensare ad esse. La funzione principale di mezzi di comunicazione di massa è quella di

agenti di socializzazione in grado di plasmare le percezioni, gli atteggiamenti, i valori ed i comportamenti dell’audience, cioè della

mainstreaming resonsance.

quasi totalità degli individui. I due concetti chiave all’interno di questo approccio teorico sono il e la

MAINSTREMING: si intende il processo attraverso il quale la visione televisiva conduce ad una omogeneizzazione nelle

concezioni dell’audience. Questa ipotesi viene testata in due modi: il primo si basa sulla rilevazione dello scarto che separa le

concezioni delle persone che fanno un ampio uso del mezzo Tv (heavy viewers) dalle concezioni di coloro che al contrario

guardano relativamente poco la televisione (light viewers). Si ritiene che questi due gruppi, a parità di altre condizioni,

posseggano differenti idee dovute alla differente quantità di esposizione e che quanto maggiore è la differenza nelle abitudini di

fruizione, tanto maggiore sarà tale scarto.

RISONANZA: si fa riferimento all’accentuazione degli effetti dei media nei casi in cui vi siano altre cause esterne che si muovano

nella medesima direzione.

mainstreaming

L’effetto primario del viene ipotizzato non mutare direzione, ma soltanto di intensità poiché sostenuto da altri

fattori concomitanti. Il cittadino membro dell’audience verrebbe in tal caso sottoposto ad una doppia dose di messaggi

teoria della coltivazione

congruenti. Una delle principali critiche mosse alla riguarda la natura esclusivamente correlazionale dei

risultati ottenuti. In secondo luogo, le correlazioni riscontrate sono in grado di spiegare solo porzioni assai ridotte della varianza

complessiva.

Ulteriori critiche riguardano alcuni assunti di base della teoria della coltivazione difficilmente sostenibili: l’omogeneità dei

messaggi attraverso differenti generi televisivi e la non selettività dell’esposizione.

La teoria della coltivazione postula la possibilità di un intervento di ulteriori fattori esterni solo in senso positivo di sostegno agli

effetti mainstreaming, senza considerare invece la possibilità che fonti differenti di socializzazione possano mitigare o far

scomparire gli effetti della coltivazione. Occorre sempre tener presente che i mezzi di comunicazione di massa, nonostante la

loro innegabile importanza, rimangono solo uno degli aspetti della vita di una società e, soprattutto, che essi sono strumenti

utilizzabili in modo alquanto differenti tra loro e che quindi gli effetti vanno valutati solo sulla base di queste premesse.

GLI EFFETTI DELL’ESPOSIZIONE

4.1 Le teorie dell’apprendimento sociale: dalle condotte imitative al

modellamento

I meccanismi dell’apprendimento.

Secondo il comportamentismo classico l’apprendimento avverrebbe mediante rinforzi o punizioni susseguenti ad esperienze

dirette.

BANDURA (1963): propose processi di tipo differente per spiegare l’apprendimento sociale.

Non necessariamente un individuo deve sottoporsi in prima persona al gioco dei rinforzi perché si verifichi apprendimento, ma è

sufficiente vedere altre persone coinvolte in tale esperienze (mamma che prepara il caffè).

APPRENDIMENTO VICARIO: vicario,

L’apprendimento risultante viene definito cioè un apprendimento che si realizza senza

che si rendano necessari comportamenti tipo prove ed errori.

La riproduzione di comportamenti osservati avverrebbe il più delle volte né intenzionalmente né consapevolmente. Il

comportamento di un modello può venire imitato a distanza di tempo senza che il soggetto che lo pone in atto sia

necessariamente in grado di stabilire alcun legame tra le sue attuali azioni e quanto visto tempo addietro. L’apprendimento

avviene sulla base della semplice osservazione, a prescindere dalla presenza o meno di rinforzi che premino il proprio

comportamento o quello del modello.

Contenuti violenti del messaggio e condotte aggressive: quale relazione?

Tutte le statistiche sono concordi nel rilevare che dagli anni ’60 in poi il tasso di violenza è aumentato sensibilmente. Un

problema preliminare che ci si deve porre allorché si tenti di attribuire significati causali alla relazione individuata è se la visione di

comportamenti violenti induca a riprodurli oppure se le persone aggressive scelgano di esporsi maggiormente a programmi al

alto contenuto di violenza.

ERON e collaboratori (1972): 1)

attraverso varie ricerche, identificarono in un primo momento (tempo una debole correlazione

= .21)

positiva (r indicante una tendenza alla significatività statistica, tra esposizione a messaggi violenti e condotte aggressive.

2)

In un secondo momento (tempo non emerse la relazione riscontrata in precedenza.

I risultati rendono maggiormente plausibile l’ipotesi di una relazione causale che vede i comportamenti aggressivi quale effetto

della esposizione a messaggi televisivi.

Variabili del messaggio, del fruitore, del contesto

In letteratura esiste un numero considerevole di ricerche che pongono in evidenza l’importanza del contesto sulle modalità di

manifestazione delle condotte imitative di tipo aggressivo. Indici ambientali, caratteristiche della persona nei cui confronti si

manifesta l’aggressione, il grado di somiglianza che il soggetto percepisce tra sé e il modello televisivo, possono aumentare o

ridurre il grado di relazione tra il contenuto violento del messaggio presentato e il successivo comportamento del fruitore del

messaggio.

I modelli di spiegazione e i meccanismi psicologici coinvolti

Teorie che hanno studiato il rapporto tra media e condotte aggressive:

a) – si postula che la visione della violenza

TEORIA DELL’APPRENDIMENTO SOCIALE BANDURA (1977):

aumenti la disponibilità di risposte aggressive nel fruitore del messaggio, soprattutto se i comportamenti violenti

vengono ricompensati.

b) – attraverso la visione dei comportamenti violenti il

TEORIA DELLA CATARSI FESHBACK, SINGER (1971):

soggetto vivrebbe delle fantasie vicarie in grado di scaricare i suoi impulsi aggressivi. La visione dei contenuti violenti

avrebbe la funzione di valvola di sfogo.

c) – la prolungata esposizione a comportamenti

TEORIA DELLA DISINIBIZIONE BERKOWITZ, RAWLINGS (1963):

violenti rende questi ultimi degli eventi normali, diminuiscono così le inibizioni che normalmente impediscono di fare

ricorso a questo tipo di comportamenti

TEORIA DELL’AROSUAL –

d) negli spettatori di comportamenti violenti si produrrebbe un

BERKOWITZ, ALIOTO (1973):

eccitamento e quindi si determinerebbe un aumento del livello di attività e delle tendenze di risposta

TEORIA DELLO STATO D’ANIMO (MOOD)

e) – gli spettacoli violenti provocano uno stato

FORGAS e MOYLAND (1987):

d’animo negativo e l’individuo tenderebbe a percepire gli eventi e a comportarsi in accordo con questo stato emotivo

indotto

TEORIA DELL’OSTRACISMO

f) – le persone che si comportano in maniera aggressiva vengono socialmente

emarginate e per questo motivo dispongono di maggiore tempo per guardare la televisione

TEORIA DELLA PREDILEZIONE

g) – si ipotizza che la relazione tra visione di contenuti violenti e

FENINGSTEIN (1979):

condotte aggressive vada indagata ad un livello sovraordinato. Entrambi i fenomeni si ritiene siano manifestazioni

esteriori di una personalità aggressiva di fondo. Quindi persona violenta, predilezione per spettacoli violenti

TEORIA DEL CONVENZIONALISMO

h) – si prevede una relazione causale negativa. Le

WIEGEL, JESSOR (1973):

persone che trascorrono buona parte del loro tempo davanti alla tv sono placide contraddistinte da una bassa

inclinazione a commettere atti violenti. Il fatto che si espongano a messaggi violenti sarebbe indice della loro natura

poco amante del rischio e delle condotte temerarie

MODELLO COGNITIVO DELL’ASSOCIAZIONE SEMANTICA

i) – la memoria umana viene concepita come una rete di

associazioni semantiche tale per cui concetti affini risultano tra loro collegati. Quando un concetto, o nodo, viene

attivato, questa attivazione si diffonde a tutti gli altri nodi ad esso collegati. Questo processo viene denominato

La visione di contenuti violenti attiva in memoria la relativa area semantica che interpreta le info in

priming effect.

entrata, così da far in modo che le risposte comportamentali siano in accordo con essi.

Conclusione: esiste un legame fra visioni violente e condotte aggressive.

Il ruolo dei mass media nelle condotte imitative: le cronache dei suicidi

RICERCHE DI TIPO RELAZIONALE: ossia che rilevano la relazione fra suicidi avvenuti e quantità di notizie sui suicidi riportate

dai media.

MOTTO (1967): condusse una ricerca negli Stati Uniti che lo portò a concludere una esclusione dell’influenza delle cronache

giornalistiche sulle condotte suicidiarie.

PHILLIPS (1974): TEORIA DEL SUICIDIO IMITATIVO

ipotizzò la in cui sosteneva che l’entità di questo effetto variasse a

seconda della pubblicità data a ciascun avvenimento, oppure che la zona geografica in cui l’effetto si sarebbe dovuto manifestare

maggiormente avrebbe dovuto essere quella in cui la cronaca era stata maggiormente pubblicizzata. Inoltre notò anche una

relazione tra l’aumento dei suicidi e il numero di giorni che una notizia riguardante i suicidi rimaneva sul giornale.

WASSERMAN (1984): confermò i risultati delle ricerche di Phillis, osservò che i comportamenti imitativi si verificano solo nei casi

in cui il suicidio di cui veniva riportata la notizia riguardava una persona famosa.

I processi di identificazione come variabile di mediazione nei fenomeni imitativi

I soggetti che più facilmente possono identificarsi con il protagonista della notizia riferita dai media in quanto simili lui, sono più

probabilmente destinati a subirne il fascino d’esempio. È anche possibile ipotizzare che gli elementi di somiglianza che il

soggetto individua tra sé e il protagonista della storia di suicidio abbiano una funzione di richiamo dell’attenzione e di

direzionamento dell’informazione verso un percorso di elaborazione approfondito.

Oltre alla constatazione di condividere caratteristiche socio­demografiche con il suicida, anche le caratteristiche psicologiche

dell’individuo, quali la disposizione emotiva, hanno forte rilevanza nell’indirizzare verso un tipo di elaborazione centrale oppure

periferico.

COLOMBI sperimentò questa ipotesi, attraverso vari esperimenti utilizzando strumenti diversi tra cui l’Attributional Style

un radiogiornale composto di alcune semplici storie alcune delle quali con esito positivo ed altre negativo e

Questionnaire

che sono interpretabili mediante le principali dimensioni che caratterizzano l’attribuzione causale.

I risultati ottenuti indicano che il grado di identificazione con il protagonista della cronaca è la variabile di mediazione cruciale:

infatti i soggetti con un’alta identificazione con il protagonista sono caratterizzati da una maggiore influenza sull’umore, dopo

l’ascolto della notizia del suicidio.

Tali risultati sono confermati da quelli emersi a proposito della prestazione mnestica (memoria), infatti i soggetti ad alta

identificazione ricordano meglio la notizia del suicidio. Tali risultati confermano l’importanza del grado di identificazione sia

nell’influenzare le prestazioni cognitive attraverso un indirizzamento verso differenti canali di elaborazione, sia nell’influenzare

l’umore di chi ascolta la cronaca di suicidio.

Gli effetti dei media sull’audience sono dipendenti dalla peculiarità dell’audience stessa, e non sono mai ne indiscriminati, ne

completamente pervasivi.

4.2 I comportamenti prosociali indotti dai mezzi di comunicazione di massa

Gli effetti dei mezzi di comunicazione di massa non sono necessariamente di tipo negativo: non è azzardato pensare che siano

sostanzialmente simili i meccanismi che da un lato influenzano le condotte aggressive, suicidarie e così via, ma che, dall’altro,

inducono i comportamenti prosociali dei fruitori di tali mezzi.

ROSENHAN e WHITE (1967): Bandura

riprendendo gli studi di sull’apprendimento sociale, conclusero che, nel caso di bambini,

gli insegnamenti verbali appaiono del tutto irrilevanti se non sono seguiti in maniera coerente da comportamenti realizzati dal

modello.

HALLOWAY, TUCKER e HORNSTEIN (1977): verificarono in che misura tali risultati sono generalizzabili anche a situazioni in

cui i comportamenti prosociali sono presentati verbalmente piuttosto che in versione filmata. Il risultato fu che anche i messaggi

verbali incidono nei comportamenti altruistici, di socievolezza, di autocontrollo, di decisione. Quindi specifiche presentazioni dei

mezzi di comunicazione di massa sono in grado di incidere sui comportamenti dei bambini e la direzione di tale direzione appare

non necessariamente di tipo negativo, ma anche di tipo positivo.

Alcuni risultati di ricerca suggeriscono inoltre che vi sia una generalizzazione anche a situazioni comportamentali non identiche e

che sia un norma generale di comportamento ad essere appresa dal modello e ad operare. Ma non sempre tali comportamenti si

ripetono.

Gli atteggiamenti nei confronti dei gruppi sociali

Una via indiretta per ottenere comportamenti di tipo prosociale è quella di cercare di intervenire sui comportamenti ed

atteggiamenti marcati negativamente. Tra questi si collocano la discriminazione ed il pregiudizio nei confronti di alcuni gruppi

sociali. Il cambiamento degli atteggiamenti è importante prerequisito per la modifica delle condotte sociali.

Sono per lo meno due le condizioni che, in termini generali, consentono la modificazione degli atteggiamenti stereotipici:

la presentazione di informazioni che razionalmente pongono in luce la scarsa validità degli stereotipi,

 controargomentandone i contenuti

la presentazione di esemplari atipici che, senza bisogno di descrizioni verbali, di per se stessi, siano in grado di

 disconfermare lo stereotipo.

Da alcune ricerche venne fuori che:

l‘impressione che dà un solo individuo è ingrado di influenzare la visione che si ha dell’intera categoria al quale

 appartiene;

non è sufficiente che l’esemplare sia contro­stereotipico, ma occorre che sia contemporaneamente giudicato in modo

 positivo dall’audience affinché si abbia un effetto.

Laddove i soggetti sono indotti a valutare consapevolmente l’atipicità degli esemplari, questi sembrano perdere la loro capacità di

modificare i giudizi sulla categoria nel suo complesso.

JHONSTON e COOLEN (1995) hanno dimostrato che, anche nel cambiamento degli stereotipi che contraddistinguono le

persone anziane e gli skinhead, la credibilità della fonte è rilevante solo in condizioni di basso coinvolgimento da parte dei

soggetti, quando cioè vengono adottate strategia periferiche, o euristiche, di giudizio. In condizioni di elevato coinvolgimento, al

contrario, la manipolazione delle caratteristiche della fonte del messaggio non produce effetti significativi.

Una condizione che spesso rafforza i risultati dei messaggi persuasivi è quella del loro invio ai bambini: se vengono presentati a

scuola piuttosto che a casa, quando adulti sono presenti e invitano alla discussione sui contenuti, quando viene prospettata in

qualche modo la possibilità di una interazione con un membro del gruppo verso il quale gli atteggiamenti stereotipici sono diretti.

Tutte queste condizioni inducono ad elaborare il messaggio in modo più attento.

In modo interessante anche tutti gli elementi che in qualche modo richiamano la rappresentazione del proprio self si rivelano

efficaci nel condurre a riposte di tipo maggiormente pro­sociale.

Un ulteriore elemento che spesso viene utilizzato per indurre una elaborazione più profonda è il fare in modo che il messaggio

risulti direttamente indirizzato all’individuo piuttosto che ad una audience generica.

Le campagne sulle condotte sociali

Per campagne di tipo sociale, a differenza di quelle di tipo commerciale, si intendono quei dispiegamenti ad ampio raggio di

messaggi persuasivi la cui finalità sia quella di operare innalzamenti nella qualità della vita delle persone o di particolari gruppi di

persone. Gli obiettivi di campagne ad ampio raggio si collocano su tre piani differenti:

Devono fornire elementi informativi

 Devono intaccare gli atteggiamenti delle persone rendendole maggiormente sensibili nei confronti delle problematiche

 in esame

Devono modificare il comportamento

4.3 I bambini e i mezzi di comunicazione di massa

I bambini sono tra i maggiori fruitori del mezzo televisivo e fin dai primi anni di vita trascorrono più ore al giorno davanti ad esso.

Metà dei soggetti tra 6 e 10 anni trascorre circa 3 ore al giorno davanti alla tv, valore che tende a crescere fino all’adolescenza e

poi a decrescere.

VAN DER VOORT (1986): sostiene che i bambini possiedono propri criteri di giudizio per valutare gli episodi di violenza visti in tv

e che tali criteri spesso non coincidono con quelli dello sperimentatore che ha preparato il materiale e degli adulti.

Occorre muoversi sempre considerando quelle che sono le peculiarità delle capacità sociali, emozionali e cognitive raggiunte, e

che queste capacità sono in continuo mutamento, per cui a minime differenze di età corrispondono spesso processi e risposte

molto differenti.

PIAGET (1970): modello che spiega le fasi princilpali del neonato prima di raggiungere la maturità. Piaget individua 4 stadi

principali caratterizzati da patterns differenti di interazioni con l’ambiente, e ciascuno dei quali individuato da una specifica

organizzazione cognitiva.

KOHLBERG (1963): invece focalizza l’attenzione sullo sviluppo morale del bambino il quale solo gradualmente giunge a

comprendere la portata delle proprie azioni e di quelle altrui, e ad attribuire a chi lo circonda caratteristiche di personalità che

siano il riflesso di comportamenti manifesti, delle intenzioni, dei valori….

Al di là delle vari teorie, è forte l’accordo sul cosa si sviluppi e cioè quale capacità di attenzione, rappresentazione,

comprensione, ritenzione di informazioni, assunzione di ruolo e così via, che sono fondamentali in ogni attività di fruizione dei

media e che hanno tante influenze sul modo in cui le comunicazioni di massa manifestano i loro effetti sui soggetti in età

evolutiva. I bambini molto piccoli sono già in grado di operare un controllo sulla scelta delle sequenze televisive di interesse,

utilizzando l’attenzione nei momenti in cui vi è un contenuto comprensibile ed interessante, mentre la distolgono quando il

contenuto diventa incomprensibile o poco interessante.

Alcuni studi hanno dimostrato che i bambini più piccoli codificano relativamente in misura maggiore gli aspetti sensoriali degli

stimoli rispetto ai bambini più grandi, i quali codificano relativamente più informazioni semantiche. Con il crescere dell’età si

assiste ad un aumento nel ricordo delle informazioni centrali finché, verso i 13­14 anni, viene raggiunto un livello comparabile a

quello di un persona adulta. A differenti età quindi i bambini ricordano differenti informazioni e sono in grado di integrarle fra loro

con una capacità crescente.

Alcune ricerche effettuate su bambini tra i 6 e gli 8 anni portarono a concludere che si verificano profondi cambiamenti che

hanno luogo nel corso dei primi 2­3 anni scolari e che questi non sono riconducibili a differenze nella quantità di informazioni che

si è in grado di cogliere e immagazzinare in memoria, quanto invece a salti qualitativi nelle modalità di gestione ed integrazione

delle informazioni stesse.

La comprensione della distinzione realtà­fantasia

Lo studio di come i bambini diano significato ai contenuti che vedono o che ascoltano è strettamente connesso a tre

problematiche d’ordine più generale.

1. Le concezioni su cosa siano i media evolvono rapidamente nel corso dei primi anni di vita.

2. Molti personaggi televisivi proposti ai bambini sono costituiti da cartoni animati o pupazzi.

3. Importanti distinzioni vanno compiute anche in riferimento a programmi che vedano coinvolti attori umani.

JAGLOM e GARDNER (1981): riscontrarono, attraverso interviste a bambini di 2­3 anni, che gli eventi visti sullo schermo sono

ritenuti accadere effettivamente all’interno del televisore.

La capacità di discernere il mondo fisico reale da quello delle rappresentazioni televisive pare instaurarsi verso i 4 anni.

BLATT, SPENCER e WARD (1927): hanno dimostrato che la distinzione reale­non reale nei giudizi circa personaggi tv è

complessa per i bambini frequentanti l’asilo e i primi anni scolastici. Solo verso i 9­10 anni tale capacità appare stabilmente

posseduta.

WARD e WACKMAN (1973): teoria piagetiana

testarono l’ipotesi che a differenti livelli di sviluppo cognitivo previsti dalla

facessero riscontro anche differenti strategie per distinguere i messaggi pubblicitari dai programmi veri e propri. Tra i 5­8 anni

prevalgono criteri di tipo percettivo (trasmissione lunga, pubblicità breve). Tra i 9­12 anni diviene saliente la classificazione in

base ai contenuti del programma, e gli spot vengono isolati sulla base del prodotto commerciale.

DONOHUE

Secondo è tra i 7­10 anni che i bambini attraversano un periodo critico in quanto si instaura questa capacità di

differenziazione, il bambino si chiede per quale motivo un gioco descritto in modo meraviglioso, nella realtà si riveli poi stupido e

noioso. Tra gli 11­12 anni si acquisisce la consapevolezza degli scopi commerciali, anche se poi gli adolescenti comunque

mettono in atto comportamenti d’acquisto che risultano influenzati dalla visione delle pubblicità.

Gli effetti sullo sviluppo cognitivo e sull’apprendimento scolastico

Alcuni autori sostengono che una forte fruizione televisiva sia una causa diretta di un ritardo nello sviluppo delle capacità di

lettura, scrittura o lo sviluppo nelle prestazioni indici di QI. (GADBERRY

Altri autori ritengono invece che la relazione sia di tipo positivo, ossia che la tv favorisca lo sviluppo di tali capacità

– 1980). KNOWLEDGE­GAP HYPOTHESIS

L’ipotesi denominata prevede che i soggetti inizialmente svantaggiati, con l’esposizione alla

televisione vedano accrescere questa loro situazione in quanto in grado di beneficiare in misura minore delle possibilità di

sviluppo offerte dal mezzo.

Il problema probabilmente risiede nella individuazione di quali siano le variabili che mediano il verificarsi di una divergenza o di

una convergenza e di quali siano gli specifici contenuti trasmessi. Soggetti appartenenti a gruppi con un differente background

culturale possiedono interessi e motivazioni differenziati; questi influenzano in modo non uniforme le possibilità che ciascun

programma ha di produrre un incremento nelle abilità cognitive nell’audience che lo segue. In secondo luogo occorre rilevare il

grado in cui lo specifico programma è focalizzato sulle capacità cognitive già possedute dal soggetto.

MORGAN (1980): sostiene che l’elevata fruizione televisiva sarebbe negativamente correlata allo sviluppo di capacità di lettura

dei bambini aventi QI medio­alto, mentre sarebbe positivamente correlata per i bambini aventi un basso QI.

NEWMAN e PROWDA (1982): trovarono che la correlazione negativa tra visione televisiva e progressi nella lettura diventata via

via più rilevante con il procedere della classe scolastica di appartenenza dei bambini. Effetti positivi si avrebbero invece dopo la

visione di programmi appositamente costruiti per tale scopo: dove si cercava di proporre modelli positivi, dove i contenuti erano

creati per sottoporre ad esercizio le abilità cognitive dei bambini. Altro fattore rilevato dalle ricerche sembra essere la presenza

degli adulti, infatti dove stimolati dagli adulti durante il momento della visione la correlazione è positiva, mentre risulta

insignificante quando non c’è la presenza di adulti. Questo perché sembrerebbe che la presenza dell’adulto consentirebbe di

aumentare il grado di attenzione e impegno, da parte del bambino, rivolto al programma stesso, rendendo più probabile

l’acquisizione di conoscenze e lo sviluppo di capacità.

La prestazione dei bambini con un QI elevato è superiore quando il materiale è presentato in forma scritta mentre è inferiore

quando la modalità di presentazione è attraverso la televisione.

GADDY (1986): dimostrò che il sesso, la razza, l’educazione dei genitori, lo status sociale… siano in qualche modo legati in

modo sovraordinato sia al tempo dedicato alla fruizione televisiva che al successo scolastico, rendendo quindi spuria la relazione

diretta tra queste ultime due variabili.

In conclusione sembra che la relazione tra sviluppo cognitivo e utilizzo dei mezzi di comunicazione sia, se presente, assai debole

e che vada sempre analizzata valutando l’impatto delle preesistenti caratteristiche psicologiche e sociologiche di cui si rilevano

prestazioni e comportamenti, nonché gli specifici contesti di visione.

Gli effetti dei media, oltre che sulle prestazioni cognitive, possono manifestarsi anche nei confronti delle attività creative ed

immaginative. Risultati a favore di una relazione negativa fra visione televisiva e attività creative sono emerse da molteplici studi.

Ma anche in questo caso venne fuori che gli effetti sulle capacità creative siano ampiamente dipendenti da un lato dalle

caratteristiche del prodotto offerto e dall’altro dalle caratteristiche del bambino che si espone alla comunicazione.

VERSO UN MODELLO PSICOLOGICO DELLE COMUNICAZIONI DI MASSA

5.1 L’approccio cognitivista

Introduzione

ASCH (1952): la nostra percezione del mondo, sia esso fisico o sociale, è guidata da strutture, grazie alle quali in continuazione

selezioniamo informazioni, attribuiamo significati e formuliamo previsioni.

Quali sono i processi che interessano il sistema cognitivo umano nella percezione?

cognitivismo,

Nel il presupposto fondamentale, che segna il punto di rottura con un approccio comportamentista, è che le

informazioni vengono selezionate, manipolate e organizzate in modi tipici e sperimentalmente indagabili. Queste operazioni si

rendono necessarie poiché il nostro sistema cognitivo presenta limiti non superabili nella dotazione di risorse mentali disponibili:

è allora necessario l’intervento di specifiche strutture per lavorare sull’informazione, compiendo delle scelte di priorità e cercando

le vie più rapide che, con il minor sforzo possibile, possano condurre a giudizi motivati. A parte alcuni casi specifici in cui si

instaurano processi di elaborazione di tipo automatico, ciascuna attività sottrae parte delle capacità complessive. La piena

disponibilità delle nostre risorse cognitive per un singolo compito è un’eccezione. Le principali strutture cognitive che vengono

categorie schemi.

utilizzate per ordinare le informazioni in entrata sono le e gli All’interno delle categorie sono contenute

informazioni in massima parte di tipo descrittivo e definitorio. Attraverso operazioni di categorizzazione vengono fissate le

coordinate generali che consentono di suddividere le informazioni in entrata in costellazioni significative. Una volta terminata

questa fase, è allora possibile utilizzare conoscenze di tipo schematico per interpretare e organizzare la totalità delle informazioni

presenti.

Le strutture schematiche

Gli schemi: sono strutture di dati organizzati in memoria a lungo termine in grado di rappresentare le conoscenze circa concetti,

oggetti o eventi, nonché le relazioni che tutti questi intrattengono fra loro. Concettualmente possono essere rappresentati come

reticoli di informazioni che si articolano verticalmente in livelli gerarchicamente differenziati, a seconda del grado di specificità

delle informazioni contenute e che si organizzano anche lungo la dimensione orizzontale, specificando le relazioni tra elementi

differenti. Le articolazioni verticali degli schemi, a differenza di quelle categoriali, sono in grado di specificare i complessi legami

che intercorrono fra differenti concetti. Gli schemi funzionano quali strumenti interpretativi dei dati provenienti dall’ambiente: li

selezionano, li ordinano, li completano, facendo riferimento alle conoscenze immagazzinate in memoria, pertinenti in tale

situazione. L’attivazione di un nodo all’interno di uno schema fa sì che venga recuperata anche tutta una serie di valori di default i

quali guidano e danno risposta alle ipotesi e alle operazioni inferenziali necessarie per colmare i vuoti lasciati aperti dalle non

complete informazioni che l’ambiente fornisce. interattivo

Con ogni probabilità il rapporto fra schemi e nuove informazioni in entrata è di tipo piuttosto che unidirezionale, ed

ampiamente dipendente dagli obiettivi che il soggetto percepiente si prefigge.

Una possibile classificazione pragmatica di schema può essere effettuata sulla base del tipo di relazione che lo schema

incorpora e rappresenta. Su questa base possiamo parlare di:

RELAZIONI SPAZIALI:

a) importanza che le coordinate e le relazioni spaziali assumono nella rappresentazione delle

conoscenze, nonché nella comprensione di testi che implichino il loro impiego.

RELAZIONI TEMPORALI:

b) la maggior parte delle azioni ed interazioni umane si svolge sulla base di sequenze

routinarie le quali vengono inserite in schemi tipici di comportamento denominati (SCRIPT:

scripts o copioni.

serie di azioni stereotipate che hanno luogo in uno specifico scenario ambientale e/o sociale. Costituiscono una mappa

di riferimento per interpretare e prevedere il comportamento altrui e per pianificare il proprio all’interno dei confini posti

dal contesto di azione).

RELAZIONI LOGICHE:

c) ogni singolo concetto o unità di informazione, richiama ulteriori informazioni immagazzinate in

memoria che si pongano in un rapporto logico con esse. Ciò avviene sulla base di aspettative consolidate di cui spesso

non sappiamo individuare l’origine e la cui validità nel rispecchiare rigidi criteri logici frequentemente fallisce. (Es:

persona amichevole automaticamente considerata simpatica e disponibile).

L’intervento delle strutture schematiche avviene presumibilmente in ogni momento dell’elaborazione delle informazioni, sia

nella comprensione e nella codifica in memoria a lungo termine che nel successivo recupero del magazzino mnestico.

Inoltre le strutture schematiche sono pervasive e automatiche (teoria degli schemi).

Infine le strutture schematiche da un lato guidano la produzione di inferenze e dall’altro facilitano l’elaborazione di

informazioni consistenti con lo schema stesso. Non tutte le informazioni congruenti sono però ugualmente centrali all’interno

di uno schema ed è presumibile che vengano trattate in modo differenziato.

Il ruolo delle strutture schematiche in fase di codifica e recupero delle informazioni

In fase di decodifica è importante potersi aggrappare ad una struttura concettuale. Rendere disponibile uno schema di

riferimento in fase di recupero non migliora il ricordo. Ciò che leggiamo, vediamo o ascoltiamo è largamente dipendente dalle

condizioni in cui ci troviamo codificando e recuperando il materiale. Uno dei più potenti schemi organizzatori è quello inerente il

self ovvero l’autopercezione che ciascuno ha di sé. Non è possibile individuare tendenze assolute nel modo in cui accogliamo le

proposte dei media e con cui ci serviamo di esse in momenti successivi. Queste sono sempre date dall’interazione dei contenuti

oggettivi presenti e gli schemi che ciascuno utilizza nel momento in cui i primi vengono accolti.

La comprensione dei testi

Vi è comprensione di un testo quando l’individuo è in grado, a partire dal testo che gli viene presentato, di operare a differenti

livelli di astrazione per dare coerenza ai contenuti del testo stesso. Alcuni autori ritengono che la costruzione del significato di un

discorso sia in larga misura diretta dagli elementi che, anche in modo implicito, vengono forniti da chi produce il messaggio. È

però vero che chi produce il messaggio frequentemente lo costruisce utilizzando riferimenti concettuali e di conoscenza differenti

da quelli posseduti da chi recepisce il messaggio stesso.

Un preliminare livello di analisi del testo comporta la specificazione delle unità lessicali che compongono ogni singola frase e

delle relazioni che intercorrono tra esse.

È stato dimostrato che anche durante queste prime fasi di comprensione, le precedenti conoscenze e gli elementi contestuali

presenti intervengono per definire il significato appropriato da attribuire a ciascun termine. Dati i possibili significati alternativi di

un termine, i processi attivano quello maggiormente appropriato, inibendo temporaneamente l’accesso a quelli che vengono

scartati. Gli strumenti cognitivi che consentono queste operazioni sono conoscenze del mondo piuttosto che conoscenze

linguistiche di per sé. La comprensione di un testo avviene quando il lettore­ascoltatore è in grado di stabilire dei nessi causali, di

arguire i motivi e le conseguenze di ciò che viene descritto, di assumere il punto di vista del protagonista e di chi invia il

messaggio per poter estrarre il nucleo concettuale, o la morale del messaggio. Ciascuno di tali obiettivi prevede che vengano

posti in atto processi inferenziali, ovverosia che informazioni immagazzinate in memoria a lungo termine vengano attivate e che

porzioni di esse vengano incluse nella costruzione del significato del testo. Durante la lettura vengono prodotte inferenze anche

non strettamente necessarie al fine di fornire coerenza alla struttura del testo. Un’ulteriore operazione che viene compiuta dai

soggetti per fornire coerenza ad un testo è quella di tentare di ricondurre la narrazione ad un unico punto di vista qualora ne

siano presenti più di uno.

Non sono solo gli aspetti riconducibili al contenuto del testo ad influenzare i processi di comprensione, ma anche caratteristiche

contestuali che costituiscono la cornice all’interno della quale il testo viene letto. L’elaborazione delle informazioni viene

influenzata dalle preliminari aspettative che la definizione del genere reca con sé, rendendo più plausibile l’utilizzo di alcune

strategie piuttosto che di altre. Lo sforzo che le persone pongono nell’attribuire coerenza e significato ad un film appena visto è

differente dall’impegno che si può spendere al termine di un episodio di una interminabile telenovela.

Entro una storia possono realizzarsi i collegamenti fra i suoi componenti, mediante diverse modalità: l’esplicita ripetizione di un

termine, la realizzazione di rapporti di sequenzialità logica, la presentazione di un unico punto di vista a partire dal quale la storia

viene narrata, la specificazione del genere a cui il testo può essere ricondotto, o anche il rimando a conoscenze più di tipo

generale sia di tipo concreto che del tutto astratte come, nel caso delle metafore.

Le relazioni e le inferenze causali causalità

Tra i vari tipi di legame logico, quelli studiati più a fondo, in relazione alla comprensione dei testi, sono stati quelli di e

finalità.

di

Legami di causalità: fanno riferimento agli antecedenti in grado di spiegare il perché del verificarsi di un evento, oppure alle

probabili conseguenze dell’evento descritto.

Legami di finalità: rimandano agli obiettivi perseguiti, così come traspaiono quando si pone in atto un comportamento. Quanto

più le frasi sono tra loro interconnesse da vincoli di tipo causale, tanto più rapida è la lettura. Si ipotizza che ciò avvenga poiché

l’elaborazione risulta facilitata dalla presenza di una coerenza interna al testo. Se vengono compiute inferenze causali, dovrebbe

essere più facile anche il ricordo delle singole frasi che compongono il testo. Le frasi o gli elementi che all’interno di una storia

posseggono il maggior numero di relazioni causali sono quelli che vengono meglio ricordati.

Al contrario, gli elementi che non si collocano lungo la catena causale principale, lungo uno degli assi portanti della narrazione,

vengono facilmente dimenticati ed il soggetto non è quindi più in grado di menzionarli in una successiva fase in cui viene

richiesto il loro ricordo.

Inoltre tanto maggiore è il tempo che intercorre tra l’ascolto ed il recupero in memoria, tanto più si accentua la differenza tra le

informazioni causalmente rilevanti e quelle irrilevanti. La ricerca nel testo o in memoria di informazioni che consentono di stabilire

ordini logici di tipo causale appare quindi pervasiva.

KAY e BLACK: hanno ipotizzato che quanto più le persone sono estranee ad un dato argomento, poiché possiedono limitate

conoscenze a riguardo, tanto più avvertono il bisogno di inserire nei riassunti numerosi antecedenti dell’evento su cui l’articolo è

incentrato, trascurando molti elementi fattuali salienti e la trattazione dei possibili sviluppi della vicenda.

Le persone possiedono una sorprendente capacità di ricercare e generare spiegazioni degli eventi una volta che questi si sono

verificati. Il contesto informativo, a partire dal quale le inferenze vengono prodotte, varia da individuo e individuo con l’alternarsi

degli scenari di giudizio. La miriade di informazioni che sappiamo esserci giunte dai mezzi di comunicazione, ma di cui, per

scarsa attenzione o per una zoppicante memoria non abbiamo più disponibilità, conduce ad effetti tali per cui da un lato sempre

meno ci si tira indietro quando abbiamo l’occasione di dire la nostra, e dall’altro, paradossalmente, sempre più ciò che si dice

ricalca il conformismo del luogo comune e dello stereotipo.

Inferenze causali, percezione e giudizio sociale

Un modo possibile di concepire dei dibattiti aperti all’interno della psicologia sociale fa riferimento alla possibilità di concepire la

percezione sociale e la gestione delle situazioni di relazione interpersonale come la realizzazione di “costruzioni testuali” nella

mente dell’individuo. Una peculiarità che caratterizza i processi attribuzionali è la tendenza a ricondurre le spiegazioni del

comportamento altrui all’intervento di fattori interni o disposizionali. La sistematicità di questo effetto, che deriva dal cosiddetto

ERRORE FONDAMENTALE DI ATTRIBUZIONE, costituisce uno dei fenomeni che ha ottenuto le più numerose conferme

sperimentali e suscitato riflessioni teoriche.

GILBERT (1989): sostiene che è molto probabile che un individuo effettui in modo automatico delle inferenze di tipo

disposizionale tutte le volte che osserva il comportamento di un’altra persona. Solo in un momento successivo è possibile

correggere l’iniziale attribuzione ed aprire le porte ad ipotesi causali di tipo situazionale. Condizione necessaria perché ciò

avvenga è costituita dalla possibilità di risorse cognitive. Si sottolinea di nuovo l’importanza della quantità di attenzione che è

possibile dedicare ai mezzi di comunicazione e al carico cognitivo che deve essere impegnato nella formulazione di giudizi di tipo

sociale. Alcuni mezzi permettono al fruitore di dislocare con differenti modalità l’attenzione nei confronti del messaggio e gli

permettono di gestire in maniera più o meno autonoma i tempi di elaborazione. Quando si hanno a disposizione poche risorse

cognitive si è maggiormente cautelati rispetto alle lusinghe della componente verbale della comunicazione. Una delle abilità

sociali che gli individui possiedono è quella di cogliere le sfumature del comportamento non verbale e paralinguistico dei propri

interlocutori. Spesso sono le informazioni che provengono dalla mimica facciale a fornire degli indizi sul grado di sincerità e

affidabilità di chi sta parlando, più che il contenuto delle sue informazioni. Malgrado questa spontanea predisposizione si tratta di

processi di valutazione che richiedono un’attenta ricognizione dello stimolo e che di conseguenza portano a cogliere solo aspetti

macroscopici e vistosi.

Inferenze di tipo goal­directed

Le persone generano in modo spontaneo inferenze a proposito dei possibili obiettivi che un attore sociale si propone di realizzare

con la propria azione o può desiderare, tenuto conto della situazione in cui si trova. Gli studi effettuati sulle inferenze goal­

hanno ottenuto gli stessi risultato delle inferenze causali.

directed

Alcuni esempi: con ogni probabilità una frequente domanda che ci si pone nel momento in cui qualcuno si rivolge a noi con chiari

intenti persuasivi è: “cosa vuole da me?”. La risposta è ancorata a conoscenze del contesto in cui il messaggio viene formulato,

le caratteristiche o il ruolo della persona che si fa portavoce del messaggio. Il modo in cui si realizzano queste condizioni

determina lo scenario interpretativo entro cui collochiamo il messaggio persuasivo che ci viene proposto, e ciò influenza il fatto

che l’interlocutore sia in grado di risultare persuasivo. È fatto consueto che i tentativi di persuasione siano interpretati come un

mezzo per difendere posizioni di interesse già acquisite o per conquistare delle posizioni di potere (es. politico pro e contro

l’ambiente).

LANGER: ha ipotizzato che accompagnando una richiesta con una semplice spiegazione del perché essa venga formulata si

accresca la possibilità di persuadere l’interlocutore nella direzione voluta, a prescindere dalla bontà della spiegazione stessa (es.

richiesta fare fotocopie). ‘importanza di rendere manifesti i motivi sulla cui base le persone formulano le loro richieste, in maniera

da rendere le richieste stesse plausibili, è compresa da molti, anche se in maniera intuitiva. Le persone sembrano continuamente

impegnate a decifrare i motivi che guidano il comportamento altrui, basandosi sulla conoscenza di schemi tipici.

L’automaticità dei processi inferenziali e di attivazione semantica

A livello teorico è possibile immaginare che le inferenze si realizzino sia on­line, cioè nel corso dell’esame del materiale, che off­

line, ovvero in momenti successivi, qualora nuovi scopi richiedano di riprendere in considerazione il materiale visto e, partendo

da esso, produrre nuove relazioni e arrivare a nuove conclusioni. Mentre è facile accertare che le inferenze possono essere

prodotte in modo consapevole e controllato, più difficile è mettere in luce i percorsi spontanei e non consapevoli mediante i quali

esse prendono corpo.

L’attivazione di un concetto ha ripercussioni su come verranno elaborate le successive informazioni. In particolare, si è potuto

dimostrare l’effetto di facilitazione che un nodo concettuale attivato in memoria produce sull’elaborazione di informazioni

semanticamente relate. Il rendere saliente un concetto fa sì che questo venga utilizzato con maggiore probabilità quale chiave di


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Corso di laurea: Corso di laurea in Comunicazione, Media e pubblicità
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ChiaraUni90 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia della comunicazione audiovisiva e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Libera Università di Lingue e Comunicazione - Iulm o del prof Russo Vincenzo.

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