Drammaturgia della danza: percorsi coreografici del Novecento
Oggi le fenomenologie coreutiche sono varie e difficilmente riconducibili a categorie stabili e classificazioni artistiche: pluralità indefinita di cifre stilistiche non più in grado di porsi in una funzione comunicativa reciproca.
Per una drammaturgia coreutica
Se la danza debba essere narrativa o astratta è un problema che nasce con la costituzione dei generi cominciata in epoca rinascimentale: l’intermedio si colloca come spartiacque tra un tratto di parola (tipico della tragedia/commedia) e teatro d’immagine spettacolare, dove la parola quando è presente è cantata.
Dopo il 1650 nasce il genere autonomo del balletto: la controversia si sposta sul dualismo fra forma mimetica e astratta; numerosi tentativi di affermare la totale autonomia del racconto, in grado di sostituirsi alla narrazione teatrale vera e propria. La sintesi della dialettica azione/astrazione è raggiunta tra 700/800 dal coreodramma di Viganò: la sua coreutica s’ispira alla riproduzione del vero, del realmente vissuto. Il suo intento è trasformare il testo in un luogo dove sia possibile dire una parola a tutti comprensibile (il gesto è il mezzo migliore).
Wagner: ricerca di una danza archetipica pura, attua un’esclusione della danza dal suo progetto di teatro totale (danza insufficiente ad esprimere la vasta gamma di sentimenti umani, necessita dell’integrazione di altri codici).
Non è possibile pensare alla danza se non in termini di rappresentazione teatrale, la cui vocazione è di raccontare, anche quando il racconto è volutamente enigmatico, frammentario, sfuggente. Questo rappresenta un recupero della danza nella sua connaturata narratività e uso del corpo non come strumento di virtuosismo, ma organo di senso e medium artistico.
Per una definizione della danza
La danza è una manifestazione propria dell’essere umano, arte bidimensionale, che a differenza delle altre, si muove contemporaneamente nel tempo e spazio, è un’emanazione del corpo slegata da funzionalità utilitaristiche e fortemente finalizzata alla comunicazione estetica. È effimera (non lascia alcun elemento testuale persistente).
La danza è testo teatrale anche quando lascia traccia di sé in un testo scritto o audiovisivo. È sostanzialmente visiva e cinetica: crea forme, disegna figure nello spazio coglibili solo con uno sguardo d’insieme e risignifica ogni volta il luogo del suo evento. Danza significa movimento nel tempo e spazio di un corpo in situazione di rappresentazione in grado di narrare, dire, rappresentare attraverso un sistema semiotico asemantico altamente comunicativo.
Gli studi della danza tra teoria e storiografia
Due tipologie di studi: formalizzanti (etichette critiche) e filosofici. Nel 900 con Paul Valery si avvia una riflessione sulla danza come materia prima per il ripensamento radicale della struttura ontologica dell’uomo proprio quando la filosofia va in cerca di un nuovo centro con cui poter collocare il senso dell’essere. Solo la danza, libero linguaggio originario, è in grado di dire dell’essere. Nel corpo che danza si esprime l’unità fisico-spirituale, si può cogliere l’intenzionalità originaria che dà vita all’espressione linguistica. Danza contemporanea come potente medium utilizzabile dall’artista per mettere in coreografia una visione del mondo.
Se la danza fosse un linguaggio avrebbe tutte le caratteristiche di un codice, ma non esiste una corrispondenza semantica stabile e convenzionale tra significante e significato.
Per una drammaturgia della danza
Corpo = agente di comunicazione che produce senso. Ci si domanda se la danza possa considerarsi drammaturgia (forma spettacolare capace di raccontare una storia). A partire dalla gestualità, ci sono tipologie:
- Mimico: movimento mimetico di un’azione (“come se”)
- Pantomimico
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