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Riassunto esame Pedagogia generale, prof. Madrussan, libro consigliato L'educazione come esperienza vissuta Appunti scolastici Premium

Sunto per di Pedagogia Generale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dalla docente L'educazione come esperienza vissuta, Antonio Erbetta.
Gli argomenti trattati sono i seguenti: L'educazione in quanto esistenza; Tra umanesimo critico e decostruzionismo formativo. Problematicismo, fenomenologia, esistenzialismo; Per una pedagogia fenomenologico-esistenziale.... Vedi di più

Esame di Pedagogia generale docente Prof. E. Madrussan

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Antonio Erbetta L'educazione come esperienza vissuta

L'educazione in quanto esistenza

Un'ambiguità originaria

Il discorso pedagogico è discorso ambiguo per antonomasia, qualunque uomo sa bene come in

esso si può mostrare il principio di libera progettazione esistenziale, ma anche di rigido controllo

sociale. Secondo Jaeger, l'ambiguità si annida nelle idea stessa di educazione ci si mostra già

tutta raccolta nella figura bivalente del pedagogo. È nel rapporto tra paideia (educazione-cultura) e

politeia (organizzazione come bene comune) che Jaeger vede l'educazione come fondamento

della civiltà occidentale, la formazione di un'umanità superiore. L'educazione divenne per loro la

giustificazione suprema dell'esistenza della comunità e della individualità umana. Da una parte si

staglia la figura di Socrate, che, sapendo di non sapere, indica a tutti la strada maestra di una

interiore ricerca della verità che non conosce né vincoli né padroni. Per altro verso, invece,

saranno i sofisti che faranno del pedagogo stesso il veicolo privilegiato del potere politico. Da lì in

avanti, quel conflitto finirà per esibire il medesimo problema: l'educazione come fondamento

umanistico di un destino di formazione cui presiede l'idea di un uomo capace di essere "ciò per cui

egli si fa". Così, se Nietzsche, a proposito di Socrate, ho potuto vedere in lui il campione di una

razionalizzazione del sapere, c'è chi ha potuto cogliere nella cinica funzione intellettuale dei sofisti,

un elemento decisivo di democrazia culturale che non a caso ne avrebbe fatto dei veri campioni di

una visione progressiva e dinamica del mutamento sociale. Ciò che ci impegna a scovare in noi

stessi con la medesima contraddizione, onde pervenire ad una pedagogia come critica della

pedagogia che ci consenta, in ultimo, di pensare l'educazione medesima come una "critica

dell'educazione" nella banale superficialità delle nostre più consolidate abitudini quotidiane.

A ciascuno la sua dose di stupidità

La stupidità si annida in ciascuno di noi quando, dismessa l'attitudine sorvegliata alla criticità, ci si

rifugi nei sentimenti a portata di mano. Per cui, in quei momenti, ciascuno di noi torna nel luoghi

impersonali del pregiudizio anonimo tanto caro al Monsieur Tout le Monde che sotterraneamente

custodisce la vergogna dei nostri conformismi più segreti. Distinto, a volte si confonde percezione

ed immagine, fino ad attribuire alle cose circostanti il potere che invece attiene alla coscienza pura.

La quale coscienza, è sì definita dal rapporto concreto con quelle stesse cose, salvo produrre

immagini che nessuna percezione concreta esaurisce negli ambiti di una cosità fatta e finita che ne

determina il contenuto emotivo. Sicché, contro l'opinione convenzionale secondo cui la nostra

facoltà immaginativa non sarebbe che la registrazione, in pallida copia, degli oggetti che ci

circondano, in verità è sempre la nostra coscienza intenzionale a decifrare il senso di ogni realtà

particolare.

L'ideologia del senso comune

L'uomo-massa (affronta tutto lavoro come il tempo libero con lo stesso spirito) è una di quelle

categorie fatte apposta per far discutere all'infinito. Eppure essa ha il pregio di saper rappresentare

in modo adeguato la condizione psicologica sociale e culturale che investe ciascuno di noi quando

ci si lasci andare ai nostri giudizi istintivi. Giudizi attraverso i quali transita, invece, tutto il repertorio

delle nostre abitudini consolidate, fin a fare di tutti noi dei modellini di carta alle prese con lo stesso

risparmio energetico che caratterizza l'impulsività con cui frettolosamente afferriamo le chiavi di

casa mentre ci gettiamo di prima mattina me la corrente nella vita quotidiana. L'uomo prova "il

piacere di essere, nella sua debolezza, un esemplare della maggioranza". Quel che è vero, è che

quando ciascuno di noi pensa a ciò che si nomina come educazione, in quel presunto pensare che

possiamo definire come ideologia, intendendo proprio quella seconda pelle con cui l'uomo-massa

esibisce la communis opinio a sua volta riprodotta dall'industria culturale propria della classe

media, che in quanto avatar (immagine che rappresenta una persona) del tardomoderno, nel

trapasso d'epoca dilaga come figura sociale standardizzata del mondo globalizzato. Interrogarsi

sull'idea di educazione significa fare i conti ideologici con i sentimenti comuni che definiscono lo

sfondo dei nostri pregiudizi.

Interludio antropologico

È la scuola luogo privilegiato cui spetta il compito di corrispondere ad un'educazione così pensata,

überhaupt, come "istruzione", non v'è dubbio che sarà la famiglia a sentirsi in qualche modo

depositaria di un'educazione che all'incirca si lasci rappresentare come formazione morale. Ogni

modello di società fissa una volta il senso dell'educazione nei margini di una tradizione di saperi e

di norme che si trasmettono come cifre di verità cui il singolo aderisce per trovare il suo posto nel

mondo, alla stessa maniera lo spezzarsi di simile elemento di continuità che contrassegna in

maniera incalzante i passaggi d'epoca fino a fare di ciascuno di noi un inedito ed avventuroso

viaggiatore. Educazione e istruzione finiscono per assecondare ciò che Marx, Nietzsche e Freud

coglievano dal punto di vista delle loro analisi eversive: il primo con l'evocazione del retroscena

economico come chiave del dominio sociale; il secondo, con la denuncia indignata dei valori

correnti tramite i quali si mostra la volgarità della nostra vita morale; il terzo, con la rivelazione di

una figura oscura che tenta di governarci in segreto.

Un impegno all'orizzonte

Parlare di metodo fenomenologico significa evocare la visione teorica più rigorosa, ma anche la

più contraffatta che da Husserl in avanti ha segnato tutto il secolo scorso. Parlare di "prospettiva

esistenziale" significa introdurre un elemento vasto sotto il profilo dei suoi possibili riferimenti etico-

intellettuali, da esigere certamente accortezza e misura. Parlare di esistenzialismo pedagogico

significa fare i conti non solo con una specificità filosofica, quanto con quella radicale esigenza di

esistenzializzazione dei fenomeni di cultura che sembra rappresentare il nodo cruciale di tutta

l'eredità del Novecento europeo: delle sue passioni e delle sue tragedie, così come dei suoi limiti e

del suo valore. Basterà riferirsi alla categoria fondativa del pensiero fenomenologico cioè la

sospensione del giudizio o epoché. La nostra vita scopre la responsabilità esistenziale, etica e

politica, che ci viene dall'esercizio estremo della nostra libertà autentica. La vita, infatti, non è mai

solamente vita, per essere vita, essa deve diventare critica della vita, ove per critica della vita si

possa intendere lo spazio entro cui ciascuno decide di sé. È vero che la vita educa e anche che

l'educazione non è mai soltanto educazione. Non lo è perché, se lo fosse, noi non saremmo se

non quello che gli altri decidono per noi.

Tra Prometeo e Sisifo: la responsabilità di una scelta

Prometeo non è soltanto un personaggio mitologico, egli è soprattutto l'archètipo di un potere che

lo condanna alla nemesi di un'atroce sofferenza: incatenato sul Caucaso col fegato sbranato ogni

giorno da un avvoltoio e la sua colpa è aver dato agli uomini il fuoco e aver insegnato loro l'arte del

metallo. Sisifo è un seduttore astuto, Zeus gli impone una punizione tremenda: sospingere in

continuazione sul versante del monte un masso che, appena giunto alla cima, precipita in basso,

costringendo Sisifo ad un lavoro senza senso. Il lavoro qui infatti si fa condanna e sofferenza

inutile. Il destino di Prometeo è quello di restituirci in dote la raffinatezza borghese dell'uomo

liberato dal bisogno e quindi anche pronto a tutto donare per inseguire il proprio religioso riscatto,

quello di Sisifo resta l'obbligo di chi si sa libero solo quando sente l'assurdità del mondo.

Tra umanesimo critico e decostruzionismo formativo.

Problematicismo, fenomenologia, esistenzialismo

Oltre il concetto di essenza

Quando, nel 1780, Pestalozzi dà alle stampe "La veglia di un solitario" la coscienza pedagogica

europea è ancora alle prese con l'idea che l'uomo sia portatore di un'essenza, cioè, che l'umanità

dell'uomo si compia innanzitutto nel riconoscimento della struttura necessaria del suo essere.

Questo scritto è di fondamentale importanza per il pathos (educazione come indagine

sull'essenza dell'uomo) che lo attraversa e la valenza etica che lo innerva: riflessione pedagogica

centrata sul principio che l'educazione dell'uomo debba giocarsi nell'indagine dell'essenza che lo

costituisce. Tra Ottocento e Novecento, la coscienza pedagogica europea concentrerà la sua

attenzione sull'esigenza di educare gli uomini secondo i ritmi della natura a partire dal

riconoscimento di un'essenza, di una natura da assecondare, fondamentale sarà ritenuta quella di

formare il soggetto, promuovendo la sua integrazione nella società. L'idea di educazione nella

tarda modernità reca con sé il convincimento che l'uomo sia destinato a diventare ciò che deve

diventare. Sono parzialmente mutati, in seguito, i modelli formativi dominanti, ma ciò che resiste

nella coscienza pedagogica europea è l'idea per la quale l'uomo sarebbe portatore di un'essenza

necessaria, laddove l'educazione altro non sarebbe che la promozione di questa sua essenza.

Tutto questo mentre i paradigmi culturali della modernità stanno entrando in crisi: sta trasformando

l'idea di uomo come essere metafisicamente fondato, dato di una sua essenza necessaria che

resisterebbe agli urti della contingenza. É l'umanesimo moderno ad essere messo radicalmente in

discussione. Dopo Hegel ha inizio l'odissea della tarda modernità, dove "la frattura rivoluzionaria"

rappresentata dalla crisi dell'hegelismo segna un passaggio decisivo verso approdi inediti relativi

all'identità della soggettività individuale: un'identità che si fa via via più incerta, più problematica.

Sono soprattutto Marx, Nietzsche e Freud a denunciare le aporie (dubbio insolubile, ostacolo che

blocca il ragionamento) del sistema e mettere in luce le contraddizioni della cultura borghese che

sta entrando nella fase della sua lenta agonia. Per Marx l'uomo è innanzitutto il prodotto dei

rapporti socioeconomici che si instaurano nel sistema capitalistico. Nietzsche, con l'annuncio

eversivo "della morte di Dio", rappresenta la rottura con la tradizione etica accidentale in nome di

una trasvalutazione dei valori destinata a mutare radicalmente il senso stesso dell'esperienza

morale, mentre Freud, spalanca le porte a inedite conoscenze circa le ambivalenze della

personalità umana. Ad entrare in crisi, infatti è proprio l'idea di assenza intesa come

rappresentazione di una natura umana compatta. È soprattutto nel Novecento che questa

consapevolezza si diffonde nei molteplici ambiti della vita di cultura. L'idea di educazione è

destinata a entrare in collisione con quanto va emergendo in larghi settori della cultura

novecentesca, sempre più alle prese con l'idea che l'umanità dell'uomo sia un problema da

indagare con una spregiudicata apertura critica e non l'esito necessario di un processo metafisico.

È la categoria dell'esistenza ad entrare con forza nel dibattito della contemporaneità, contribuendo

a ridefinire l'idea stessa di formazione a partire dalla considerazione che l'uomo innanzitutto ex-

siste, vale a dire che prima di qualsiasi valutazione concerne il significato della sua essenza è

necessario muovere dal fatto che egli c'è, ossia che c'è sempre un uomo in carne ed ossa

vincolato perciò alla contingenza, la cui formazione non può più essere pensata nell'ordine della

necessità, ma nell'orizzonte aperto delle possibilità. Umanesimo critico e decostruzionismo

formativo rappresentano le coordinate reali entro le quali diventa possibile pensare l'educazione

come esperienza vissuta.

La ragione come criticità

La ratio costituisce, nella seconda metà del Settecento, il principio illuministico e se rappresenta,

nell'idealismo ottocentesco, la totalità infinita nella quale convergono, secondo Hegel, idealità

realtà, larga parte della successiva riflessione filosofica si concentra sulla necessità di ridefinirne il

significato, in riferimento a quella crisi dei fondamenti che investe l'apparato categoriale della

nostra tradizione di cultura. La relazione tra ragione e vita è sempre più intesa nella sua valenza

dialettica, dove una polarità richiama l'altra in un gioco di reciproci rimandi e di reciproche

influenze. La dialetticità viene così ad essere principio metodologico di ricerca, che legittima

l'ipotesi di una ragione intesa come medium capace di mettere in relazione due polarità opposte

tra loro. Questo principio va sotto il nome di razionalismo critico, con il quale si intende una ragione

pensata come principio critico che si misura apertamente con il molteplice, il deforme, il

problematico Se la frattura tra ragione vita costituisce la manifestazione della crisi di cultura, alla

riflessione filosofica tocca il compito di ricomporla. Ciò impone la rinuncia alla ragione senza

esperienza, in favore di una ragione come metodo storico. Tutta l'indagine teoretica si esercita

nell'ambito di due opposte polarità ideali: l'esperienza, intesa nella molteplicità delle sue

manifestazioni e la ragione, intesa come principio di risoluzione della problematicità stessa sul

piano ideale dell'universalità. L'idea di ragione vale come istanza regolativa che funge da principio

della conoscenza, e non già come elemento costitutivo della realtà. L'idea di ragione come

principio di criticità, si configura entro una duplice dimensione: da una parte nel sapere scientifico,

dall'altra nella coscienza storica. Il razionalismo banfiano si presenta come "una sistematica aperta

e progressiva del sapere", dove la ragione vale come principio di risoluzione dell'esperienza in un

processo idealmente infinito in cui non possono più darsi approdi definitivi del sapere, bensì

conquiste parziali che si legittimano solamente nelle divenire della storicità. La frattura tra ragione


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DESCRIZIONE APPUNTO

Sunto per di Pedagogia Generale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dalla docente L'educazione come esperienza vissuta, Antonio Erbetta.
Gli argomenti trattati sono i seguenti: L'educazione in quanto esistenza; Tra umanesimo critico e decostruzionismo formativo. Problematicismo, fenomenologia, esistenzialismo; Per una pedagogia fenomenologico-esistenziale. La situazione educativa; Dalla possibilità originaria la domanda di senso; Esperienze vissute ed esistenze incarnate. Per una critica sociale dell'educazione.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e letterature moderne
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MrsGessleItalien di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Pedagogia generale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Madrussan Elena.

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