Pirani, che cosa è una mostra d'arte
Roberto Longhi, uno tra i più autorevoli storici dell'arte italiani, si dichiarava molto favorevole alle mostre, specificando che aveva una predilezione per le monografiche degli antichi maestri, per quelle che illustravano la varietà delle scuole e degli stili regionali e per le esposizioni che documentavano i lavori di recenti restauri. Giudicava vere e proprie minacce le mostre che, attraverso prestiti, mettevano a rischio le opere d'arte per finalità diplomatiche e politiche.
Le esposizioni sono diventate una delle attività principali delle istituzioni museali e sempre più si riscontra la proliferazione di società costituite ad hoc. L'istituzione di luoghi a volte gestiti da società private come Palazzo Grassi sono riuscite in un'operazione di democratizzazione e allargamento dell'offerta culturale. L'emanazione della legge 14 gennaio 1993, n.4, nota con il nome dell'allora ministro Ronchey, ha costituito uno snodo evolutivo di grandissima importanza. È riscontrabile la consapevolezza che un'esposizione, sorretta da un'impalcatura critica e da un'esigenza culturale, possa costituire un'occasione unica per l'approfondimento della ricerca e della divulgazione delle conoscenze. Il pubblico delle mostre registra un trend in continua crescita a fronte di una disaffezione, perlomeno in Italia, dei visitatori nei musei.
La legge del 18 ottobre 2001, n.3, ribadisce la competenza dello Stato nelle attività di tutela, mentre assegna alle Regioni quelle riguardanti la fruizione e la valorizzazione. Con l'allargamento della concorrenza – rappresentato da case editrici e società create per l'organizzazione di mostre – con l'aumentare degli oneri relativi all'assicurazione e al trasporto, con l'introduzione degli affitti per le opere d'arte in prestito, il budget necessario ad affrontare l'impresa è talmente alto che pochi possiedono le capacità economiche adeguate per affrontare un coefficiente di rischio così elevato.
Il mercato delle mostre si prepara a ricadere, almeno in parte, nel quadro così detto "morbo di Baumol", ovvero nella teoria della crescita sbilanciata, dove la produzione è caratterizzata da coefficienti fissi e non beneficia del progresso tecnologico a fronte di un vertiginoso aumento del costo del lavoro. Nel campo della realizzazione di grandi eventi i costi connessi sono aumentati con un conseguente fenomeno, peraltro assai critico, di concentrazione monopolistica della produzione intorno a 3 o 4 gruppi editoriali e a poche compagnie di assicurazione e di trasporto specializzate in opere d'arte.
La riduzione della concorrenza non ha solo provocato un immediato aumento dei costi ma avuto conseguenze anche sul piano della scelta critica e sul livello della qualità dell'offerta, per non parlare della sperimentazione. Altre mostre recenti hanno scelto la strada opposta e sostenute da organizzazioni pubbliche hanno privilegiato il rapporto con il territorio (Parmigianino a Parma, Perugino nei paesi umbri, Duccio a Siena ecc.) ottenendo un grande successo di pubblico e di critica.
L'origine delle mostre d'arte
Walter Benjamin (1936) in L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, scrisse come la produzione artistica ebbe inizio con figurazioni che erano al servizio del culto, ma ben presto cominciò ad emergere e a diventare evidente anche il valore espositivo. Ci si rese conto dell'enorme potenziale comunicativo dell'opera d'arte.
Medioevo: Chiesa luogo di raccolta delle opere d'arte, anche se ne venne evidenziato solo il valore quali oggetti di culto. Anche se si iniziò ad acquisire una piena consapevolezza del valore propagandistico dell'opera d'arte.
Umanesimo: affermazione del gusto antiquariale, apprezzamento per le qualità estetiche delle opere d'arte pagane, enciclopedismo dei mirabilia, circoscritti ad un mondo di pochi eletti. Lo studiolo del signore era uno spazio interdetto al pubblico, così le Wunderkammern seicentesche erano espressione dell'enciclopedismo della cultura barocca e restavano uno spazio di isolamento.
Prime mostre: 1500 quando il cardinale Cesarini inaugurò l'esposizione di pezzi archeologici nel suo giardino-museo. Fino al XVIII secolo tutte le collezioni, anche quelle reali – che costituivano un vanto nazionale oltre a rafforzare l'identità culturale di uno Stato – avevano carattere prettamente privato, essendo aperte al pubblico solo pochi giorni l'anno.
L'affermarsi del pensiero illuminista, che considerava necessario rendere accessibili alla collettività le raccolte, portò alla Rivoluzione Francese che proclamò il Louvre, Museo della Repubblica e trasmise ai musei pubblici due funzioni essenziali: quella educativa dell'arte e quella d'arricchimento del patrimonio nazionale.
Le mostre divennero ben presto un veicolo di autopromozione degli artisti e un efficace strumento attraverso cui rivolgersi ad un pubblico borghese nuovo e curioso. Utili anche per attirare l'attenzione di mercanti e collezionisti. Le mostre erano l'occasione per entrare in contatto con le opere dei maestri celebrati. Tra i primi a servirsi delle esposizioni temporanee come nuovo mezzo di promozione capaci di raggiungere un pubblico enormemente più ampio di quello di un mercante, fu la Congregazione artistica dei virtuosi del Pantheon, nel 1541, alla quale aderirono alcuni tra i maggiori pittori e scultori attivi a Roma come Caravaggio, Bernini, Pietro da Cortona, Velázquez ecc.
Nel 1669 di sorprendente modernità la mostra periodica curata e organizzata dal pittore Giuseppe Ghezzi nei chiostri della chiesa di San Salvatore in Lauro. Tra il XVII e il XVIII secolo nacque la pratica delle mostre d'arte in senso moderno, anche se lo scopo non era quello di far conoscere al pubblico i nuovi lavori dei diversi artisti espositori, anche se rappresentavano un viatico promozionale, e contribuirono a costituire un più ampio mercato dell'arte.
In Francia, Olanda e Inghilterra si stava affermando un nuovo genere di esposizione a carattere effimero: le mostre allestite da mercanti e case d'asta che davano la possibilità di poterle ammirare da vicino prima della vendita. A Pall Mall mostre - evento senza precedenti: la straordinaria collezione di dipinti appartenuta al Duca d'Orléans, e destinata alla vendita attirò nelle ultime settimane duemila visitatori al giorno.
Nel 1782 Parigi al Salon de Correspondance prima mostre per rendere omaggio ad un artista in modo disinteressato, senza particolari finalità commerciali. British Institution, un'istituzione amministrata da una ricca cerchia di aristocratici che dai primi anni del XIX secolo organizza monografiche dedicate ai grandi protagonisti dell'arte inglese. Art Treasures of the Kingdom: vero blockbuster visitata da oltre un milione di persone, allestimento cronologico, per accentuare carattere didattico della mostra si ridussero i costi di trasporti e biglietti, organizzarono visite per i bambini e gli operai e si ampliarono gli orari d'apertura al pubblico.
Le grandi esposizioni
Nel XIX secolo grande cambiamento: data la nascita della borghesia e l'allargamento del pubblico potenziale degli acquirenti si richiese ad artisti ed artigiani di ampliare la produzione di manufatti di qualità a un prezzo più accessibile. Si moltiplicarono, così, le grandi esposizioni di arte, promosse e sostenute dai governi e dalle associazioni di artisti. Le Grandi Esposizioni diventarono il racconto di una nuova società produttiva e il resoconto animato di una metropoli moderna; nonché l'occasione per la costruzione di edifici eretti per ospitare le mostre: Christal Palace di Londra, Grand e Petit Palais di Parigi e Palazzo dell'Esposizioni a Roma.
In Italia la prima esposizione internazionale si tenne a Torino nel 1902, in occasione del cinquantenario dello Statuto albertino. Queste esposizioni diventano l'espressione del forte impulso alla produzione industriale, alla modernità, all'apertura intellettuale verso un contesto culturale internazionale, all'esaltazione di nuove tecniche costruttive. L'attività espositiva divenne un potente mezzo di autocelebrazione.
Le organizzazioni di artisti
Il sistema dell'arte ottocentesco era impostato rigidamente in tutta Europa, come l'Académie des Beaux-Arts a Parigi, queste accademie legittimavano il lavoro degli artisti, controllandone la formazione, orientando il mercato con le scelte per le acquisizioni delle opere nei musei. Il rispetto dei canoni consolidati divenne il setaccio utile a filtrare e selezionare gli espositori e diedero vita alle prime esposizioni indipendenti. Si pensi a Coubert che decise di esporre a proprie spese nel Pavillon du Réalisme le tele rifiutate dalla giuria dell'Esposizione Universale.
Nel 1863 fu autonomamente realizzato dagli artisti il Salon des Refusés su cui fu esposta la scandalosa tela Le Déjeuner sur l'herbe di Manet. Si gettarono le basi per un nuovo sistema dell'arte affrancato dal potere accademico e autonomo dal punto di vista espositivo, nel quale emersero le figure del mercante-collezionista e del critico-scrittore, compagno di strada e amico degli artisti.
Nel 1839, anno fatidico che segna la nascita della fotografia, furono organizzate a Parigi due mostre fotografiche, che servirono per convincere, mostrare l'efficacia di una tecnica di riproduzione del reale. Da questo momento la fotografia fu presente alle Esposizioni Universali nelle sue diverse forme.
A partire dal XX secolo gli artisti si rendono conto dell'importanza degli allestimenti espositivi e dell'illuminazione, da questo momento viene concepito l'ambiente stesso come un'opera totale tanto da trasformarlo a seconda degli effetti che si volevano ottenere sui visitatori. Le riflessioni degli artisti della Bauhaus si concentrarono sull'illuminazione degli oggetti e sul ritmo degli elementi dell'allestimento e delle opere nello spazio. Con la poetica futurista si acquisì la consapevolezza che a nuova arte dovesse corrispondere un rinnovamento nella percezione stessa dell'ambiente espositivo.
Nacquero le Case d'Arte dove si sperimentarono nuove tecniche artigianali in ambienti trasfigurati e le manifestazioni futuriste diventarono spettacoli trasformando il pubblico in attore, in un modo di continuo straniamento e sorpresa. I surrealisti giunsero a una completa teatralizzazione delle esposizioni: percorsi labirintici, giochi sonori e di luce e perfino odori coinvolgevano il fruitore in un viaggio attraverso l'inconscio.
In Francia fu l'Académie des Beaux-Arts a tracciare per molto tempo la storia espositiva del XIX secolo, in Italia questa si deve principalmente all'istituzione delle società di promozione artistica. Nel 1829 venne creata la società degli Amatori e dei Cultori, che espose per la prima volta ai Musei Capitolini. Le opere invendute erano acquistate dalla stessa società ed estratte a sorte tra i soci. Il ruolo svolto nell'orientare gli acquisti per le istituzioni pubbliche portò la società a divenire espressione di un'arte ufficiale basata sul consenso di pubblico più che sulla ricerca espressiva. Nel 1884 gli Amatori e i cultori trasferirono la propria sede nel Palazzo delle Esposizioni.
Le rassegne periodiche in Italia
Il prestigio della capitale entrò in crisi quando nel 1895 venne istituita la Biennale di Venezia, crisi che si prolungò per tutto il XX secolo. Nell'ultimo decennio l'Europa fu attraversata da diversi movimenti antiaccademici detti Secessioni, che si affermarono anche in Italia. Apparvero le mostre di arte libera e giovane a Venezia, mentre un gruppo animato da Giacomo Balla dette vita alla Secessione romana.
Con la GM le Secessioni ebbero termine e nel 1920 in concorrenza con Venezia il Comune di Roma decise di istituire una rassegna a cadenza biennale, che si tenne in un Palazzo delle Esposizioni completamente ristrutturato. La seconda edizione non si caratterizzò per le retrospettive ma per il compromesso attuato tra le tendenze d'avanguardia e espressioni d'arte ufficiale, ma soprattutto per la presenza di sale dedicate ai giovani. La terza e ultima Biennale si tenne nel 1925 e vide la partecipazione della Società degli Amatori e Cultori ai lavori organizzativi.
Fu il retaggio ancora ottocentesco da Salon dell'esposizione Biennale – con l'apparato celebrativo e la struttura fortemente burocratica che accompagnava l'organizzazione dell'iniziativa, finanche il cerimoniale dell'inaugurazione – a essere una delle cause della breve durata della rassegna. Roma, centro del potere politico, doveva essere posta a capo di un sistema dell'arte maggiormente centralizzato e più capillarmente controllato, come poi avverrà nelle Rassegne sindacali e nelle Quadriennali romane. Queste ultime volute dall'artista Cipriano Efisio Oppo e definite da Mussolini quali scuola, palestra e vaglio dell'arte italiana prima di affrontare le competizioni internazionali.
Le prime 4 edizioni si tennero tutte a Palazzo delle Esposizioni, la seconda Quadriennale è considerata dalla critica tra le più riuscite manifestazioni di quel decennio con la collettiva dei futuristi, la netta prevalenza dei pittori della Scuola Romana e la retrospettiva dedicata a Scipione. Nel primo dopoguerra alle critiche rivolte all'organizzazione delle Quadriennali si rispose con una sorta di assistenzialismo, trasformando le esposizioni in un affollamento di tendenze artistiche non più frutto di una selezione locale; anche perché Mussolini e il Ministro dell'Educazione nazionale Bottai non furono mai inclini a sostenere uno stile per non generare malumori. Il premio Bergamo voluto dal Ministro a cui parteciparono tra gli altri Guttuso e de Pisis fu aperto a tutte le tendenze artistiche.
Nel 1955 si inaugurò la prima Documenta che a partire dal 1968 divenne un'esposizione incentrata sulla produzione contemporanea costituendo poi il principale modello.
La Biennale di Venezia
Durante le prime Biennali si manifestò una forte attitudine al compromesso e alla ricerca del consenso piuttosto che alla definizione di precise scelte critiche. In occasione della seconda Biennale venne istituita la...
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