Ombre di un’ombra - Amleto e i suoi fantasmi
Jan Kott ha definito Hamlet “un supermercato” da cui si può prendere quello che si vuole. Il testo stesso lascia ogni interrogativo aperto: è un “fallimento artistico” come sosteneva T. S. Eliot, o il testo aperto di cui parla Catherine Belsey? Testo all’infinito riscrivibile e ripresentabile, o dramma che si inserisce in un genere con una sostanziale aderenza?
È il testo che ruota intorno all’io ipnotizzato dal narcisismo malinconico e depressivo di cui parla Kristeva, o non è piuttosto mirato alla rappresentazione di un profondo disagio politico e di un dissesto sociale che travolge il pubblico e il privato? Si può dare per certo che Amleto rispecchi le istanze contraddittorie che venivano da un momento di instabilità e transizione, e che faccia riferimento a una concezione dell’uomo non più al centro dell’universo: Hamlet è un uomo che sa fin dall’inizio di essere caduto e il dramma rappresenta una forma di decadenza, di declino della situazione edipica.
Esso è legato all’insorgere della metafisica del dubbio e della malinconia, al passaggio tra estetica rinascimentale e barocca, quel momento fra la fine dell’epoca Tudor e l’inizio dell’epoca Stuart, che è di per sé un momento ambiguo, a sua volta di passaggio, in bilico tra istanze contrastanti, in campo religioso e politico oltre che estetico.
Il tempo delle metafore e delle allegorie
È il tempo in cui le metafore e le allegorie definiscono lo spazio poetico della lingua. Gli spettatori e i lettori potranno riconoscervi analogie con la propria epoca, e identificarsi con l’uno o l’altro aspetto del personaggio, che è talvolta “ognuno”, talvolta lo stesso Shakespeare; Serpieri, nel sottolineare la polifonia, il plurilinguismo, la pluridiscorsività del dramma, lega il suo protagonista al Dostoevskij di Bachtin: “Anche Amleto sta sempre sulla soglia ed è per eccellenza il soggetto di un rivolgersi”.
Hamlet è stato collocato in una lunga galleria di grandi personaggi mitici, da Edipo a Ulisse, da Faust a Don Chisciotte e Don Giovanni. È stato vendicatore malevolo o “man of feeling”; il dolce romantico principe dei romantici o lo psicotico depressivo del primo Novecento; adolescente impigliato nell’erotismo represso della fase edipica, o essere tutto mente e niente corpo, letta la repulsione dell’uomo per se stesso, fino al “playboy invecchiato”.
Eliot aveva provato lo stesso senso di fastidio verso Gertrude che veniva definita “negativa e insignificante”. L’ambiguità del dramma, la sua inadeguatezza estetica, il suo “eccesso”, connessi a un’immagine del femminile, sono la ripetizione di un’esperienza psichica più generale descritta da Freud nel saggio di Eliot. Jacqueline Rose descrive tale esperienza come “... the drama of sexual difference in which the woman is seen as the cause of just such a failure in representation, as something deficient, lacking or threatening to the system…”.
Freud esprime il sospetto che “il sorriso di Monna Lisa del Giocondo risvegliasse nel Leonardo il ricordo della madre dei suoi primi anni” e formula l’ipotesi che un rapporto troppo stretto con la madre abbia poi creato le condizioni della sua omosessualità: “Forse Leonardo ha smentito con la forza dell’arte l’infelicità della sua vita amorosa, creando queste figure in cui la beata fusione della natura maschile con quella femminile rappresenta l’appagamento dei desideri del fanciullo infatuato della propria madre”.
Il rapporto tra il saggio di Eliot e Amleto
Molto interessante a questo punto diventa il rapporto tra questo saggio e quello di Eliot. D’altro canto, va notato quanto Eliot nel descrivere i fallimenti e le rimozioni di Hamlet si avvicinasse a una descrizione dell’inconscio; il suo saggio in effetti parla. Il sorriso ambiguo e misterioso di quest’icona femminile, è il segno del personaggio di Gertrude che rimane sostanzialmente inarticolato e fuori centro in tutto il dramma con l’unica eccezione delle insospettate capacità di tenerezza e di emozione per la morte di Ophelia, con cui pure non ha avuto rapporti significativi apparenti. L’ambiguità della madre si riversa nel figlio. Egli fallisce in ognuno di suoi ruoli, o li occupa tutti per un momento senza mai portarli veramente a compimento.
Christine Buci-Glucksmann collega il personaggio shakespeariano al poeta portoghese Pessoa. Secondo Glucksmann, si tratta di “uomini con troppa anima per realizzarsi”, la cui tragedia non è nel non sapersi esprimere ma nell’avere troppa capacità di espressione, e troppo da esprimere per quella capacità.
Per Alvaro de Campos: “Sentire tutto in tutte le maniere,... realizzare in sé tutta l’umanità di tutti i momenti in un solo momento diffuso, profuso, completo e distante”. La critica di ogni tipo ha cercato di risolvere l’enigma piuttosto che accettarlo e si è soffermata sul perché Hamlet non riesce a compiere la vendetta richiestagli dal fantasma del padre, se la sua pazzia sia vera o simulata e quali siano i suoi sentimenti verso Ophelia e sua madre.
All’inizio di questo secolo Freud e Jones ravvisarono nel desiderio di Hamlet per sua madre la chiave di tutto: Claudius ha preso il posto sul trono e nel letto di Gertrude, è il doppio di Hamlet, avendo realizzato i suoi desideri.
Il tempo dell'altro e il concetto di fantasma
Nel Seminario del 1959, Lacan afferma che Hamlet è sempre sospeso nel tempo dell’altro, a sua volta “intrappolato” e ancora qualsiasi cosa Hamlet possa fare, la farà solo nell’ora dell’altro”. Freud ritorna, nel saggio Il perturbante, sull’intrattabilità di quel mistero, parlando dell'unione di misterioso e perturbante e il suo contrario, il noto e il familiare. Che cos’è il fantasma in Hamlet se non questi due opposti, l’unione di evidente e nascosto, il mistero e la verità. Ciò che più è familiare è il più ignoto; il familiare nasconde l’orrore.
La visione psicoanalitica risale in parte a una precedente, che aveva attribuito a questo umore, l’impossibilità di agire, la paralisi e la contemplazione della morte di Robert Burton, nella sua opera sulla malinconia. Burton tende a dare una sintesi completa di tutti gli aspetti della malattia, da quello filosofico a quello medico, dalla descrizione alla cura.
L'esame della malinconia
La descrizione passa innanzitutto attraverso l’esame anatomico e il guardare è dominante, nella sua doppia valenza passiva e attiva: “my purpose and endeavour is, in the following discourse, to anatomize this humour of melancholy, through all its parts and species, as it is an habit, or an ordinary disease, and that philosophically medicinally, to show the causes, symptoms and several cures of it, that it may be the better avoided”, e poco oltre: “…J have anatomized my own folly…”.
Il malinconico è lo sguardo che osserva il mondo dall’esterno in tutte le sue manifestazioni. Come il malinconico, Hamlet guarda al mondo con disgusto e distacco e vuole costantemente “mostrarlo”, “spettacolarizzarlo”; come il malinconico che osserva tutto ed è a sua volta osservato dall’indagine artistica ed anatomica, egli è a un tempo soggetto e oggetto dello sguardo.
Amleto e l'estetica del mortuario
Shakespeare scriveva in un’epoca che vedeva gli albori di un’estetica del mortuario, del funebre, che privilegiava l’icona del teschio e mostrava le forme attraverso un velo, la morte attraverso la vita. La malinconia di Hamlet secondo Benjamin, era sintomatica degli atteggiamenti politici e filosofici del periodo barocco. George Steiner nella sua introduzione a Il dramma barocco osserva: “Benjamin shows how it is in this configuration of 'world-sadness', of acedia - that final bordedom of the spirit - that baroque thought and art achieve their truest depths”.
Glucksmann osserva che nel dramma barocco la malinconia si tramuta da curativa e curabile in malattia che tocca lo statuto stesso del pensiero, si interiorizza, si perde nell’abisso di una riflessività infinita, diventa lutto. La tristezza si tramuta in malinconia dell’idea, in lutto invincibile.
La malinconia tra cristianesimo e genio
Nel suo libro sulla depressione, Kristeva contrappone la melaina kole di Aristotele alla visione cristiana dei melanconici 'tra color che son sospesi' in un limbo di esclusione e desiderio. Nella concezione originaria, invece, la malattia si accompagna al genio, coinvolge l’inquietudine dell’uomo ed è rivelatrice della vera natura dell’essere.
Il malinconico viene accostato a Saturno, pianeta dello spirito e del pensiero, e tale accostamento viene accolto da Burton, Durer e Ficino. Il Cristo morto di Holbein, con il corpo segnato dalla sofferenza e dalla morte, parla di una solitudine definitiva, di un dolore senza speranza, di una morte senza la promessa della resurrezione.
Per Kristeva la tavola di Holbein suggerisce la rottura della continuità che è elemento fondamentale del sacrificio di Cristo nella simbologia cristiana, continuità tra padre e figlio, tra morte e vita, tra Dio e gli uomini.
Hamlet è stato probabilmente scritto quando Shakespeare aveva da poco perso un giovane figlio di nome Hamnet, e certamente non aveva ancora dimenticato una giovane donna di nome Katherine Hammlet che (si) era annegata a Stratford quando lui era adolescente, ispirando probabilmente le circostanze della morte di Ophelia.
La perdita del figlio, come osserva Freud, era stata preceduta da quella del padre: un corto circuito nella sua psiche, la creazione di quella trinità di cui ci parlerà Joyce in Ulysses, prendendo spunto da un lato da Ulisse/Telemaco/Laerte e dall’altro proprio da Hamlet/Hamnet/Hamlet padre.
Al triangolo familiare era già tornato Freud. Lacan si ferma a lungo sulla prospettiva triangolare – il fantasma in Hamlet è per...
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