Estratto del documento

Introduzione

Alcuni dei concetti che riguardano l’educazione sono:

  • Il limite inteso come frontiera, confine che può essere consapevolmente attraversato;
  • La possibilità che riguarda la tensione alla crescita e al miglioramento continuo;
  • La sfida, che etimologicamente significa “fronteggiare una situazione al limite”, nella quale si intravedono possibilità di cambiamento.

L’atteggiamento di sfida è legato all’educazione perché essa non solo mira a comprendere il mondo, ma agisce per migliorarlo. La stessa ricerca scientifica si qualifica come sfida: alle paure, agli interessi di parte e ai pregiudizi che si oppongono all’avventura intellettuale. La scienza dell’educazione da un lato condivide le stesse sfide della ricerca scientifica, dall’altro la sfida riguarda il suo stesso oggetto, cioè il rapporto tra il presente e il possibile futuro, tra l’essere e il poter essere.

In ogni epoca storica è riconoscibile almeno una sfida epocale, caratterizzata dall’emergere di fenomeni inediti che inducono a porsi particolari domande di senso. Spetta all’educazione il compito di riconoscere e interpretare queste sfide: ogni sfida epocale richiede sempre una risposta educativa. Il tema della sfida caratterizza, in particolare, l’educazione degli adulti, che si presenta infatti come sfida alla presunta compiutezza e staticità della figura dell’adulto stesso.

Nella contemporaneità si parla spesso di adulti fantasma per denotare la fragilità e spesso l’assenza di figure adulte che propongano ipotesi di significato e coerenza di valori alle giovani generazioni. I saggi raccolti nel libro approfondiscono alcune tematiche dell’educazione degli adulti, tenendo conto che, per l’adulto, la sfida più impegnativa è quella di assumere il ruolo dell’educando.

L’adulto di fronte alla sfida ecologica: implicazioni educative (di Elena Marescotti)

Alcune questioni importanti che riguardano l’epoca contemporanea sono:

  • La crisi ecologica/ambientale, legata alla rottura dell’equilibrio che sta alla base della stessa vita umana e del contesto in cui si svolge e che comporta conseguenze negative sulla qualità della vita delle persone;
  • La sostenibilità ecologica/ambientale che indica l’orientamento verso la promozione di un benessere presente e futuro, fondato sul rispetto delle risorse e della loro limitata disponibilità.

Le suddette sono questioni:

  • Complesse perché riguardano contemporaneamente il singolo e la collettività, la sopravvivenza e il superfluo, il pensiero e l’azione, la natura e la cultura;
  • Paradossali perché, se da un lato la questione ecologica/ambientale è percepita come urgente, nella pratica ogni azione diretta ad affrontarla con decisione viene dilazionata.
  • Riguardanti l’educazione perché chiedono il potenziamento delle facoltà umane con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita, che dipende dalle caratteristiche dell’ambiente in cui essa si sviluppa e si svolge.

La crisi ecologica è quindi una sfida educativa che chiede di affrontare il problema della responsabilità umana verso la vita presente e futura.

“Educazione ambientale”: solo un affare da bambini?

A partire dagli anni ‘70 sono numerosi i fatti che hanno favorito la percezione dell’urgenza e della gravità della crisi ecologico/ambientale. Tra essi ricordiamo:

  • Nell’estate del 1976, a Seveso, in Brianza, un’esplosione in una fabbrica di diserbanti provoca la dispersione di una nube di diossina;
  • Nel 1986 si verifica lo scoppio della centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina.

Nello stesso periodo si sviluppano forme di associazionismo e volontariato (nel 1971 viene fondato Greenpeace, nel 1980 Legambiente) e movimenti politici ispirati alla salvaguardia dell’ambiente. In ambito pedagogico, vengono pubblicati saggi che studiano i legami tra ambiente, educazione e didattica. Le applicazioni pratiche di queste riflessioni sono state prevalentemente indirizzate verso i bambini e gli adolescenti.

Ciò avviene, in parte, perché il tema ambiente/ecologia consente di realizzare percorsi di apprendimento attivo e partecipato anche a livello scolastico. Inoltre c’è la consapevolezza che, affinché si possa produrre una modificazione delle modalità di gestione dell’ambiente, occorre un’educazione preventiva che abbia come destinatari le giovani generazioni.

Queste considerazioni non devono far dimenticare che gli adulti di oggi, oltre a essere inseriti loro stessi nell’ambiente, sono anche coloro che hanno la responsabilità, più o meno diretta, delle scelte economiche e politiche e degli orientamenti scientifici e tecnologici che influiscono sull’ambiente stesso. Eppure la risposta alla sfida ecologica degli adulti di oggi si limita spesso a un generico richiamo alla necessità di “invertire la rotta” nella gestione dell’ambiente e a qualche “leggera” prescrizione normativa. Sorge quindi il dubbio circa la capacità trasformativa dell’educazione ambientale così come oggi è concepita e praticata.

Recentemente si è sviluppata la riflessione sull’“educazione ambientale degli adulti”, favorita dalla crescente consapevolezza delle molte facce della crisi ambientale che si presenta contemporaneamente locale e globale e che interessa ogni aspetto della vita.

Dalle responsabilità della leadership adulta all’autodisciplina degli adulti comuni

L’urgenza delle questioni legate alla “crisi ecologica” richiede che, dal punto di vista formativo, si intervenga sugli adulti che oggi svolgono ruoli sociali e politici di guida di una comunità, con l’obiettivo di giungere alla riconversione ecologica dell’intero sistema produttivo, commerciale e sociale. Si tratta di una utopia concreta, cioè di un progetto realizzabile, ma radicalmente diverso da quello attuale.

Questa riconversione è assolutamente necessaria perché nel giro al massimo di qualche decennio, diventerà impossibile proseguire con l’attuale sistema produttivo. Il cambiamento sarà possibile solo se ci saranno attori preparati attraverso un processo formativo adeguato, in grado di coinvolgere l’intera popolazione. Il problema è quindi quello di formare una leadership adulta in grado di raccogliere la sfida ambientalista e di rispondervi adeguatamente.

Innanzitutto il leader adulto deve prendere decisioni che riguardano l’intera collettività. Gli adulti-guida (politici, imprenditori, opinion leader, ecc.) devono essere orientati verso una nuova forma mentis, cioè verso valori diversi da quelli dominanti. Occorre che essi favoriscano il propagarsi di un clima culturale in cui l’idea della sostenibilità ambientale penetri in ogni settore e attività umane. Questo aspetto è riconosciuto come importante anche da numerosi organismi sovranazionali.

È il caso dell’UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, fondata nel 1945) che, in occasione della Conferenza Internazionale sull’Educazione degli Adulti (Amburgo, 1997), ha ribadito l’importanza dell’educazione ambientale degli adulti per raggiungere l’obiettivo di formare persone in grado di riconoscere e affrontare i problemi ecologici in un particolare contesto economico, sociale e politico. Si tratta di adottare la prospettiva dell’educazione permanente (lifelong education), indispensabile per creare cittadinanza attiva ed informata, ridurre la povertà e difendere l’ambiente.

Questi temi sono stati approfonditi nell’Agenda per il futuro, relativa alla Conferenza Internazionale del 1997, in cui un intero nucleo tematico riguarda “L’apprendimento degli adulti in relazione all’ambiente, alla salute e alla popolazione” e considera fondamentale l’impegno per:

  • La promozione delle competenze e il coinvolgimento della società civile nell’affrontare le questioni relative all’ambiente e allo sviluppo;
  • La promozione dell’apprendimento degli adulti su questioni relative alla popolazione e alla vita familiare;
  • Il riconoscimento dell’importanza dell’educazione della popolazione con l’obiettivo di migliorare la salute dell’intera comunità;
  • Il sostegno a programmi di apprendimento relativi alla cultura di genere.

Affinché questi impegni possano tradursi in azioni concrete, occorre un’azione politica che colleghi la dimensione collettiva e quella individuale dell’educazione ambientale degli adulti. Gli adulti comuni (cioè coloro che non ricoprono, professionalmente o per mandato sociale, alcun ruolo di responsabilità o rappresentanza decisionale sui temi dell’ambiente e dello sviluppo) devono essere sollecitati a praticare nella quotidianità comportamenti in linea con gli obiettivi sopra esposti.

Naturalmente l’adulto comune non è totalmente esente da ogni responsabilità, perché nessun individuo è disgiunto completamente dagli altri. Rispetto alla gestione dell’ambiente, ciò significa che è diritto/dovere di ogni adulto quello di essere informato e di poter contribuire alle decisioni in materia. Non si tratta solo di rispettare alcuni comportamenti predefiniti (ad esempio, realizzare la raccolta differenziata dei rifiuti, acquistare prodotti a “chilometro zero”, ecc.), ma anche, e forse soprattutto, di comprendere il senso e il valore degli atteggiamenti volti a migliorare la qualità della vita, premessa per accettare la fatica che un mutamento dello stile abituale può comportare.

Si può quindi affermare che ciò che può davvero rendere l’adulto un “soggetto ecologico” è un’autodisciplina consapevole ed intenzionale, da acquisire attraverso un processo di autoeducazione.

Riabilitare la politica: le ragioni di una sfida che parte dagli adulti (di Matteo Cornacchia)

È antica l’idea che l’educazione del singolo individuo sia una questione che interessa l’intera collettività, perché legata al progetto complessivo di società che si ritiene auspicabile. Risale a secoli fa il detto africano secondo cui per far crescere un bambino occorre un intero villaggio. Nella polis greca considerava l’educazione individuale era una questione collettiva legata alla sopravvivenza della polis stessa.

Nella società contemporanea, si affermano i concetti di comunità educante e di corresponsabilità educativa che sottolineano la dimensione sociale dell’educazione. Questi esempi sottolineano come l’educazione riguardi inevitabilmente anche la politica, la cui crisi si configura come dato strutturale della società occidentali contemporanee.

Alle origini dell’antipolitica, fra populismo e qualunquismo

Nel 1861, sulle pagine di una rivista satirica, comparve la famosa battuta “Governo ladro, piove!”, citata da Emilio Lussu nell’Assemblea costituente per indicare il “partito del malcontento”, sostenuto dai cittadini che provavano un sentimento di sfiducia verso i politici.

Nel 1944, Guglielmo Giannini fondò il settimanale “L’Uomo Qualunque” e rimarcò la distinzione tra i professionisti della politica, spregiudicati fautori dei propri interessi, e gli uomini qualunque, i cittadini “normali”, stanchi di tutto e di tutti e che chiedono di essere lasciati in pace. Le tesi diffuse dalla rivista fecero presa sul pubblico, e nel 1946 venne fondato il partito politico “Fronte dell’Uomo qualunque”.

Nel dopoguerra, l’avversione verso i partiti politici si manifestò anche nel mondo dell’imprenditoria. Adriano Olivetti strutturò il proprio pensiero politico attorno al concetto di “comunità” e, attraverso la fondazione di una casa editrice e di una rivista, creò uno spazio culturale in cui nacque il movimento politico “Movimento di Comunità”, apertamente contrario ai moderni partiti politici, considerati come strumenti centralizzati, burocratici e non in grado di rappresentare la realtà sociale.

Possiamo osservare che:

  • I moti di avversione alla politica si ripresentano ciclicamente e anche attualmente sono presenti in Italia movimenti che si richiamano all’antipolitica;
  • Si possono riscontrare analogie tra movimenti sorti in periodi storici diversi:
    • Hanno individuato nei partiti politici i principali bersagli della loro critica, raccogliendo consensi in ambiti sociali tra loro molto distanti (ceti popolari, intellettuali, industriali, ecc.);
    • La critica viene espressa usando mezzi (riviste autoprodotte, blog, social network, ecc.) in grado di raggiungere ampie fette della popolazione;
    • La delegittimazione della politica inizia in forma di opinione e si concretizza poi in movimenti che spesso ottengono una rappresentanza parlamentare.

Pedagogia e politica

Il legame tra educazione e politica è bidirezionale:

  • L’educazione dovrebbe essere al centro di qualsiasi azione politica, perché l’educazione stessa favorisce la sopravvivenza dello Stato democratico, anche attraverso il contenimento delle spinte totalitarie;
  • Esiste un’educazione alla politica che rimanda al principio pedagogico della dimensione “sociale” dell’educazione, relativa alle relazioni con gli altri e con il mondo.

È chiaro quindi perché la crisi politica sia un tema oggetto della riflessione pedagogica. John Dewey, in “Democrazia ed educazione” (1916), afferma che l’educazione è un processo che consente la trasmissione dei valori, delle norme e delle speranze che una determinata società ritiene debbano essere acquisiti dalle nuove generazioni, in modo da garantire la sopravvivenza e il progresso del gruppo sociale.

Dewey si riferisce all’ideale platonico di “società organizzata” nella quale ciascuno ha la collocazione che gli consente di sfruttare le proprie capacità a vantaggio di tutti. In “Comunità e potere” del 1927, Dewey esprime le sue riserve circa la possibilità di effettiva realizzazione del modello platonico e la sua preoccupazione per l’eclissarsi del “pubblico”. Egli sottolinea infatti il crescente divario tra gli interessi dei cittadini e le azioni politiche che dovrebbero realizzarli, dovuto alla trasformazione dei partiti politici in apparati funzionali alla tutela di interessi di parte.

In Italia, la riflessione di Dewey è stata ripresa da Piero Bertolini che ritiene che la crisi della politica risalga alla Rivoluzione francese. Secondo Bertolini, la politica dovrebbe organizzare la vita della comunità in direzione intersoggettiva, attraverso progetti ad ampio respiro, non condizionati da interessi particolari e che mirano di far raggiungere a tutti il miglior livello di qualità della vita.

La crisi della politica si verifica quando gli interessi privati prevalgono su quelli comunitari, oppure quando si esercita il potere per il gusto del potere stesso, ed essa può riguardare anche la democrazia, forma di governo che incarna al massimo l’essenza della politica. In ambito pedagogico, è stata favorevolmente accolta la tesi espressa dalla filosofa statunitense Martha Nussbaum, che sostiene la centralità della questione educativa per le democrazie occidentali e sottolinea come l’azione politica dei Paesi più sviluppati sia subordinata alle leggi del mercato e come i principali indicatori del benessere della popolazione siano di natura economica (principale indicatore è il PIL del Paese).

Questa situazione ha comportato una riduzione degli investimenti nell’educazione e nell’istruzione, che spesso si concentrano sulla promozione prevalente dei percorsi di formazione tecnico/scientifici. Per Martha Nussbaum è auspicabile il recupero della cultura umanistica in grado di sviluppare attitudini al pensiero critico, indispensabile affinché possa aumentare il numero delle persone in grado di compiere intenzionalmente scelte che vadano a favore dell’intera collettività.

Gli adulti di fronte alla politica

Attualmente occorre riabilitare la politica agli occhi dei giovani, che se ne sono sempre più distanziati e che dovrebbero invece recuperare l’idea che essa può rappresentare un’esperienza umana tra le più meritevoli di essere compiute. Questo compito spetta agli adulti e quindi è fondamentale concentrare l’attenzione sulla loro educazione, infatti:

  • L’azione politica comporta l’effettuazione di scelte e l’assunzione di responsabilità di fronte all’intera collettività e deve quindi essere svolta dagli adulti;
  • La disaffezione alla politica e il sospetto generalizzato che chi fa politica sia facilmente preda di corruzione morale e materiale derivano dal comportamento degli adulti, che devono quindi assumersi in prima persona il compito di rispondere a questa responsabilità.

La sfida dell’impossibile educazione alla legalità (di Sergio Tramma)

Un maledetto imbroglio

Il rapporto adulti, legalità ed educazione alla legalità è una questione molto complessa, che non può essere semplificata con l’auspicio che gli adulti rispettino le norme e con il generico riferimento al loro compito di educatori alla legalità nei confronti dei giovani. Questa complessità è dovuta a numerosi fattori, tra cui l’esistenza di modelli illegali.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher assuntarappi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Educazione degli adulti e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Castiglioni Micaela.
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