Utopia e pedagogia
Utopia e pedagogia: una prospettiva
Il discorso sull’utopia dura da secoli tra interlocutori diversi, aldilà dei confini del tempo e dello spazio. Viviamo in un’epoca di disillusioni che può avere come esito o di riportarci con i piedi sulla terra dei progetti ragionevoli o di sentire l’esigenza di pensare al di fuori dell’esistente. C'è la speranza e attesa di un mondo in cui sia possibile la nascita di sempre nuove utopie capaci di convivere e arricchire la conversazione dell’umanità.
L’utopia esiste almeno come prospettiva, indipendentemente da come si strutturano i processi di avvicinamento alla sua realizzazione. Le frontiere del regno utopico si sono dilatate a tal punto da includervi anche il concetto contrario (distopia – antiutopia), coinvolgendo filosofia, sociologia, psicologia, arte e pedagogia.
Sogno e bisogno
L’interesse del pedagogista nei confronti delle opere classificate come utopiche: l’utopia non esiste senza educazione perché chiunque abbia pensato a un mondo nuovo, si è rifatto per forza all’educazione. È possibile trovare nell’utopia alcune risposte che hanno anticipato i problemi fondamentali della formazione dell’uomo o indicato le vie di realizzazione. Ciò che comincia come utopia può finire come educazione perché molte delle proposte avanzate dagli utopisti possono diventare problema pedagogico, come prevedere la risoluzione di problemi attualmente non risolti con l’immaginazione.
L’utopia educativa occupa un posto centrale nell’ambito delle utopie: molti degli utopisti si preoccupano della perpetrazione del consenso e della inalterabilità dello stato ideale progettato. L'analisi della valenza educativa delle utopie mostra una storia del pensiero ricca di posizioni critiche e polemiche tese a evidenziare l’immoralità e inutilità delle utopie come l’uso dogmatico della fantasia politica che finirebbe per distruggere la speranza nel futuro.
Critica e difesa dell'utopia
Tra i più acerrimi nemici dell’utopia ci sono gli storici (non condividono l’azzeramento della storia voluto dagli utopisti: isola senza passato né futuro) e i politici e le epistemologie (utopia ammaliatrice) che sostengono l'insufficienza degli ideali proposti e l’inaccettabilità dei mezzi previsti per la realizzazione degli ideali.
Le critiche degli antiutopisti del nostro secolo nascono da critiche relative all’illuminismo e alla rivoluzione che ne è seguita. Con questi presupposti, l’utopia non è il regno del sogno fantastico ed evasione irrazionale ma una mentalità antirazionale. I nemici dell’utopia sono romanticismo, esistenzialismo, cristianesimo e liberalismo, che vedono l’utopia come totalitarismo.
La critica di fondo rivolta a tutte le utopie è il concetto di totalitarismo: gli utopiani sono costretti ad adattarsi al modello dell’utopista; il concetto di felicità proposto è strettamente personale, in cui gli altri potrebbero non starci bene; non c’è spazio per il desiderio perché una volta realizzata l’utopia si ottiene la felicità, non c’è più bisogno di desiderare altro. Se qualcuno osa non essere felice, necessita di metodi per impedire che insorga il desiderio. Affinché si ottenga il consenso e s’impediscano pensieri alternativi, interviene l’educazione e instaura un regime totalitarista.
Ma anche la concretezza della storia non è educativa, come sostiene Terrasson: non solo le utopie possono essere considerate innocue e divertenti ma sostiene la superiorità della funzione sulla storia quando s’impegna nella formazione dei costumi. Nella storia il lettore incontra più crimini e criminali che trionfano su virtù che lesioni morali evidenti. Al contrario, il racconto di un immaginario popolo virtuoso che adotta e pratica la migliore legislazione possibile educa attraverso la forza dell’esempio.
Utilità dell’utopia
Utilità dell’utopia nel costituirsi come modello positivo: l’immagine di popoli felici consentirebbe di relativizzare l’opinione dell’impossibilità a realizzare un mondo migliore e susciterebbe il coraggio necessario alla realizzazione. Di ciò consapevoli gli stessi utopisti:
- Moro: ammaestrare dilettando
- Rousseau: carattere catartico dell’utopia: è un pensiero libero da schemi usuali che consente una catarsi delle passioni, purificazione: “non immagina nulla che non sente che se stesso”
Difesa pedagogica dell’utopia di Bertin che propone Nietzsche educatore: lo interpretano non come distruttore delle certezze sull’uomo ma costruttore di un’immagine dell’uomo per il futuro, valida per rendere ancora l’uomo interessante a se stesso, non accontentarsi di consuetudini e tradizioni. Per Bertin l’utopismo non è negativo se la sua funzione consiste nell’anticipare sul piano del possibile, obiettivi e traguardi a lungo termine e perciò nel rendere più coerente e lungimirante lo sforzo dell’uomo di rendere l’esistenza un evento non solo tollerabile ma anche apprezzato.
La pedagogia come utopia nasce da una contrapposizione tra ideale e reale: sia il pedagogista che l’utopista sono animati dalla speranza per un mondo migliore che non c’è ancora ma non è detto che non ci sarà mai. L'utopicità indica ciò che non si è ancora avuto ma non distrugge la fiducia nella sua possibilità. Entrambi sono insoddisfatti della realtà che vivono e ne prospettano un superamento non riformistico ma radicale presentando un modello perfetto e compiuto: è un sogno escatologico che compie il primo passo per indicare la via del miglioramento, che può essere lunga o infinita ma non impossibile.
Non c’è opposizione con la realtà, un buon utopista è innanzitutto un realista: solo dopo aver guardato veramente la realtà senza illusioni cerca di trasformarla. Sia l’utopia che l’educazione sono caratterizzate dalla spinta verso un’esistenza migliore per raggiungere ciò per cui sembra che valga la pena vivere; questa tensione è inevitabilmente contraddistinta da razionalità perché è il tentativo di portare istanze razionali nell’immaginario.
Realismo e utopismo resisteranno sempre, a controbilanciarsi, l’utopia non scomparirà mai del tutto, è un’esigenza di alterità insita nell’uomo e contemporaneamente non si realizzerà mai. L’utopia, proprio attraverso la visione di un non-luogo di impossibile perfezione, può indicare il luogo della perfezione possibile, non assoluta ma sicuramente più significativa e reale per l’uomo.
Rifiuto della critica all’utopia per immoralità o come evasione/disimpegno: sfida a dio dettata da un orgoglio smisurato che si assume attributi divini allo scopo di influenzare il destino umano. I disegni utopici sono nati da uomini noti per impegno nella storia (es. Moro). I sogni più arditi nella storia della pedagogia sono nati da educatori tutt’altro che evasivi e spensierati: persone che hanno dedicato la vita alla formazione degli uomini e che di fronte all’abisso fra principi e possibilità offerte dalla loro epoca, hanno usato lo strumento delle idee per la formazione dell’uomo.
A volte l’utopia è un sistema immaginario estraneo alla realtà nei periodi di crisi dove gli ostacoli hanno il sopravvento sulla speranza di realizzare gli ideali, in altri momenti ha la forza di scalzare ideologie e sistemi: in entrambi i casi è un messaggio nella bottiglia che mantiene il suo valore aldilà dei possibili interpreti.
La pedagogia, come l’utopia, deve essere inattuale nel senso di Nietzsche: non coincide con le tendenze prevalenti del presente, altrimenti si ridurrebbe a costume e ideologia. Essa non si situa nel relativo, ma nell’assoluto, non tollera soluzioni parziali, richiede una frattura radicale con la società costituita.
Impegno a scrivere con spirito utopico la pedagogia e leggere con lenti pedagogiche le utopie: l’esame delle proposte utopiche può contribuire a una migliore comprensione del discorso educativo perché permette di evidenziare la componente di trascendenza nei confronti della realtà, saper immaginare il paese che non c’è per progettare il paese che dovrebbe esserci.
Romanzo ed esperimento
Schema narrativo prevalente dell’utopia: viaggio, romanzo, autobiografia immaginaria, descrizione città. La forma privilegiata è la prosa narrativa. L’utopista sa che il suo messaggio è criptico e non sarà capito, perciò lo traveste da romanzo per farlo accettare come fantasia innocua.
In pedagogia prevale il genere trattatistico ma la categoria del romanzo non è così lontana, ad esempio nell’800 si diffonde il romanzo di formazione che narra il cammino tra l’adolescenza e l’adultità in forma educativa, la propria storia è raccontata in chiave di esemplarità. Alcuni usano proprio il diario (Makarenko) o romanzo (Pestalozzi).
Il romanzo di formazione: metafora della gioventù, momento significativo del corso della vita; il giovane protagonista è presentato all’inizio di un itinerario simbolo della vita. Insegna a vivere mediante il racconto di una storia, una biografia romanzata individuale. Nel romanzo, a differenza del trattato pedagogico, si può risaltare il tragico dell’esistenza usando i momenti cruciali, le svolte della vita che mettono il soggetto in cammino. Racconta un viaggio fino alla scoperta della vita e identità.
In età moderna il romanzo entra in crisi, incertezza e ironia: l’identità non può essere data, l’uomo che si propone è senza qualità, costringe il protagonista alla fantasia o sogno (interiorità della coscienza). Il romanzo pedagogico vuole insegnare cosa fare nella vita, come autorealizzarsi, come affrontare un ostacolo con cui si attua una trasformazione della personalità.
Anche l’utopia è un esperimento mentale: cosa induce l’immaginario a mutarsi in utopia e non consolazione? Immaginazione come capacità intellettuale di allargare la percezione del reale aldilà dei limiti spaziotemporali. Può manifestarsi o con creazione espressiva che realizza una condizione di equilibrio e felicità o visione consolatoria e condizionante.
L’educazione non può prescindere da una dimensione utopica il cui senso è la fuga immaginaria dalla realtà, ma un’anticipazione di realtà attraverso l’immaginazione creatrice (perciò è una netta antitesi della scienza).
- Anche lo scienziato, caratterizzato da ottimistica fiducia nella propria validità e produttività, come l’utopista per forza ottimistica se non per il presente almeno per il futuro.
- Nel procedimento: sia nell’invenzione scientifica che utopica il metodo è ipotetico-deduttivo (uso di ipotesi, procedimento di astrazione e controllo).
- Prassi teorica: ricerca di attendibilità/veridicità; affinché il messaggio sia credibile anche l’utopista abbonda di calcoli (es. relazioni geometriche).
Distopia ed educazione permanente
La pedagogia non può non essere utopica, al suo interno si colloca l’educazione permanente che mira alla formazione personale per vie informali del soggetto in quanto tale e non perché carente di opportunità.
Dall’utopia alla retorica
È realizzabile l’educazione permanente? Essa come ideale e principio è antica quanto l’educazione, anche influenzando discipline non strettamente pedagogiche. Concetto espresso già da Platone: ciascuno deve sempre darsi nella vita un’educazione con le proprie possibilità. È radicata la convinzione che la realizzazione dell’uomo passa attraverso il potenziamento delle sue capacità tramite interventi educativi.
L’educazione permanente non è un concetto neutro, possiede una connotazione assiologica precisa, strettamente legata a utopie che spesso l’hanno assunta come fondamento: permanente viene da manere (che rimane sino alla fine), qualcosa che si protrae nel tempo. È stata tentata la costruzione di un significato con la scomposizione dell’espressione in unità semantiche poste in coppie oppositive:
- Interrotto-ininterrotto: l’educazione non si interrompe in età evolutiva e spazi limitati ma è un unico ciclo vitale per l’uomo.
- Continuo-discontinuo: rischio di una successione di tempi formativi interrotti da pause irrilevanti, in realtà non si supera l’opposizione fra tempo lavorativo e libero.
- Fisso-cangiante: l’educazione chiusa è coerente con società chiuse e totalitarie a cui si oppone un’educazione al cambiamento = ininterruzione crono – topica (tempo/spazio).
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