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e si considerano come esemplari maggiormente interscambiabili, piuttosto

che come unica personalità, definita da differenze individuali.

Passato e futuro

Per concludere, Dovidio ha distinto tre grandi ondate di studi in merito ai bias sociali:

1) La prima ondata (anni ’20 – anni ‘50): i bias sociali erano psicopatologia; pregiudizio e

stereotipo erano una sorta di cancro sociale. I ricercatori cercarono di distinguere gli

individui con pregiudizi (attraverso test di personalità e attitudini) per cercare di “guarirli”.

2) La seconda ondata (anni ’50 – anni ‘90): parte da un’assunzione opposta alla prima,

secondo cui i bias sociali si originano nella mente normale e non in quella malata e

sarebbero il risultato di processi normali di socializzazione (siamo tutti soggetti a

pregiudizio). Combattere il pregiudizio significava, in quest’ottica, modificare le norme

sociali e non “curare” chi esprimeva pregiudizi.

3) La terza ondata (anni ’90 – fino ad oggi): approfitta delle nuove tecnologie per studiare

processi che fino a quel momento erano stati solo ipotizzati in quanto non si aveva modo di

misurarli (ad esempio le misure implicite per analizzare il razzismo).

2)PANORAMICA STORICA

Sebbene delle attitudini negative tra gruppi siano sempre state viste come inevitabili risposte

alle differenze tra gruppi, il pregiudizio e la discriminazione sono concetti che hanno la loro

origine nel XX secolo.

Ogni concettualizzazione del pregiudizio deriva logicamante da un particolare modo di spiegare

il pregiudizio e implica politiche sociali che distinguono paradigmi di pregiudizio dominanti

duranti particolari periodi storici.

Il cambiamento di prospettiva

Sono stati osservati diversi

diversi cambiamenti di prospettiva nello studio degli stereotipi. Questi cambiamenti non sono dovut

i esclusivamente ad un’evoluzione della conoscenza, ma sono il risultato di veri e

propri shift dell’interesse in merito agli stereotipi stessi.

In altri termini, il mutare delle circostanze storiche pone domande fondamentalmente nuove

sulla natura del pregiudizio, tralasciando vecchie questioni.

E’ possibile identificare alcuni periodi storici:

1) Fino agli anni Venti del ‘900: gli scienziati

americani e europei accettavano l’idea dell’inferiorità della razza e il concetto per cui il

pregiudizio raziale non fosse un problema.

L’idea della superiorità dei bianchi era utile per giustificare la soggiogazione delle

persone di colore: i teorici della razza dominavano il pensiero scientifico in merito alle

differenze raziali.

Nel 1925, Thomas Garth pubblica un importante paper nel quale analizzava i risultati di

circa 70 studi sulla questione dell’intelligenza raziale nel quale conclude che è inevitabile

sancire la supremazia della razza bianca.

2) Gli anni Venti: vi furono cambiamenti a seguito

della Prima Guerra Mondiale, nacquero dei movimenti per i diritti dei Neri d’America ma

anche movimenti che sfidavano il dominio coloniale europeo; vi

fu un rapido allontamento dalla convinzione della supremazia della

razza bianca e l’inferiorità delle altre razze.

Allport nel 1924 fu un importante psicologo sociale, il primo a evidenziare come la

differenza nella abilità mentali, punto di forza della teoria della supremazia della razza

, non era

sufficientemente grande da rendere conto del problema della discriminazione e per

spiegare l’ostracismo di cui il Nero Americano era vittima. Se, dunque, non ci sono motivi o

ggettivi per discriminare, il pregiudizio dell’uomo

bianco nei confronti delle altre razze è ingiustificato e ingiusto.

La principale politica soicale conseguente alla scoperta dell’irrazionalità del pregiudizio

fu l’assunzione per la quale fosse sufficiente per gli scienziati sociali identificare e

documentare il problema. Naturalmente la conoscenza e la razionalità avrebbero

eliminato l’ingiustizia del pregiudizio.

3) Anni Trenta e Quaranta : si notò che

il razzismo dei bianchi nei confronti dei neri era ampiamente diffuso e resistente al

cambiamento. Ma se il razzismo era fondamentalmente irrazionale e ingiustificato, come

si spiegava questa pervasività e tenacia?

La teoria psicodinamica sembrava rispondere a questa domanda in termini di processi

psicologici universali (come i meccanismi di difesa inconsci).

Proiezione, fuga, frustrazione repressa erano processi elegantemente integrati in una

spiegazione coerente del pregiudizio in termini di aggressività deviata, originata da

qualche frustrazione cronica indirizzata verso una minoranza in quanto capro espiatorio.

L’unico modo per normalizzare la situazione si credette essere un’assimilazione delle

minoranze alla maggioranza.

4) Anni Cinquanta:

Invece di spiegare il pregiudizio in termini di processi universali intrapsichici, il nuovo

paradigma si configurò come una sorta di orientamento alle differenze individuali per

spiegare il pregiudizio.

Conseguentemente, la questione scientifica cruciale divenne quella di identificare e

descrivere quelle strutture di personalità e caratteristiche che predispongono gli individui

a ideologie autoritarie, pregiudizio e etnocentrismo. Una delle teorie più influenti fu

la teoria della personalità autoritaria (Adorno, 1950).

Adorno descrive una dimensione della personalità che determina il grado in cui gli

individui sarebbero più propensi a adottare ideologie di destra e e attitudini pregiudiziali.

Tale personalità si formerebbe come conseguenza di famiglie severe, punitive e autoritarie

che, a loro volta, rinforzerebbero i comportamenti dei bambini (e del futuro adulto).

Questa visione porta con se un approccio ottimista: vinta la guerra, il diffondersi di idee

politiche liberali e di valori positivi avrebbero gradualmente eliminato le strutture familiari

che avevano prodotto le personalità autoritarie. Questo mutamento avrebbe prodotto un

progressivo aumento di tolleranza razziale.

5) Anni Sessanta e Settanta: col finire degli anni Cinquanta, l’enfasi si spostava dai processi

psicologici individuali a fattori socio-culturali. Il declino dell’interesse nella spiegazione psico

logicia del pregiudizio corrispose ad un interesse crescente nei fattori sociologici. Gli

anni Sessanta sono quelli dell’influenza normativa durante i quali si

notò che il pregiudizio in America del Sud non poteva essere considerato

in termini patologici poichè l’intera società sarebbe dovuta essere malata (incluso

il “buon cittadino” americano).

L’attenzione si concentrò dunque sulle carattere normativo del pregiudizio:

questo può essere spiegato in termini di socializzazione e conformità a norme e

pattern di comportamento istituzionalizzati di segregazione e comportamento raziale.

→ Abolire la discriminazione e le barriere istituzionali (in lavoro, scuola, ecc)

sarebbe stato sufficiente a eliminare il razismo. Così non fu: il “vecchio razzismo

del sud” scomparve lasciando il posto ad un “moderno razzismo del nord”, più

accettabile socialmente. Gli Anni Settanta si concentrarono sui conflitti di

interessi intergruppo; il paradigma dominante negli anni Settanta vede il pregiudizio e la

discriminazione come radicati nelle relazioni di potere BianchiNeri.

Il razzismo, in altri termini, esprime l’interesse del gruppo dominante bianco nel

mantenere la propria supremazia sui Neri, svantaggiati, senza potere e impoveriti.

→ Per eliminare il razzismo si sarebbero dovute cambiare le relazioni di potere

con attenzione particolare per l’empowerment e la crescita dei neri della classe media.

6) Anni Ottanta e Novanta :

durante gli anni 80 e 90 le ricerche dimostrarono che il pregiudizio non era solo il

risultato dei rapporti tra gruppi, ma che c’entravano anche processi psicologici

fondamentali.

Si osservò che il vecchio razzismo americano caratterizzato dalla convinzione della

superiorità biologica bianca era stato soppiantato da un nuovo razzismo, più comodo, e

socialmente accettabile.

Questa considerazione portò a distinguere tra stereotipi e pregiudizi IMPLICITI ed

ESPLICITI.

In quest’ottica, si osservò che la categorizzazione sociale per sè era sufficiente per

genereare atteggiamenti di favoritismo per l’inrgoup! Questo bias intergruppo era visto

come un’inevitabile conseguenza di processi cognitivi normali, naturali e inevitabili

necessari a semplificare il mondo sociale.

Possiamo distinguere due approcci all’interno del macroapproccio cognitivo:

Approccio cognitivo puro (concepisce lo stereoitpo come una struttura cognitiva

direttamente determinata da una categorizzazione che organizza e rapprensenta

informazioni circa le categorie sociali)

e Approccio cognitivo motivazionale (questo approccio assume come primari i fattori cogniti

vi ma aggiunge un processo motivazionale che valuta positivamente l’ingroup a discapito

dell’outgroup )

→ Il multiculturalismo divenne l’approccio dominante per ridurre il pregiudizio.

7) Il Duemila:

con il nuovo Millennio, importanti cambiamenti nel contesto storico cominciarono a porre

diverse domande circa il pregiudizio e le sue diverse forme.

L’enfasi, che per lungo tempo fu sul razzismo dei bianchi negli Usa, si allarga e

coinvolge i conflitti intergruppo globali.

Questo nuovo paradigma tende a vedere il pregiudizio come complesso e

multisfacettato, primariamente affettivo, motivazionalmente guidato e radicato in

convinzioni ideologiche, influenzato dalle relazioni sociali di potere, in particolare in

merito a competizione e disuguaglianza. Altri sviluppi della modernità sono i seguenti:

- Integrazione dell’area emergente delle neuroscienze cognitive

-Lo studio del pregiudizio esplicito, che può avere diverse epressioni

Modello del contenuto del pregiudizio (Glick e FIske, 2001)

hanno mostrato diversi tipi di pregiudizio esplicito con differenti espressioni affettive.

Questi tipi di pregiudizio dipendono da due dimensioni che sono il calore e la competenza .

-Diversi tipi di relazioni tra gruppi producono pattern differenti di pregiudizio;

-I ricercatori tornano a scoprire una visione del pregiudizio come intrinseco nella

natura affettiva: risultati empirici hanno scoperto che le risposte affettive agli

outgroups sono predittori migliori di quanto non fossero gli stereotipi nella

valutazione dei gruppi e sulla discriminazione.

- Il pregiudizio come risposta affettiva motivata; l’offesa percepita dall’outgroup

causa ostilità reattiva verso quel gruppo attivando motivi da gestire, controllo o

riducendo l’ostilità, incertezza e insicurezza.

-Teorie sul potere, sulla dominanza e sull’aumento di motivazione SDT -

Social dominance theory (sidanius e pratto, 1999)

La sdt intende il motivo per la dominanza dei gruppi come fondamentale per

stabilire gerarchie sociali, discriminazione e pregiudizio, con lo scopo di

mantenere l’ineguaglianza sociale.

SJT System justification theory

La SJT propone che le attitudini e gli stereotipi negativi dei gruppi a basso

status derivano dalla motivazione a giustificare e legittimare un sistema sociale non equo.

-Le teorie che si concentrano sulla competizione tra gruppi (teoria del conflitto di gruppo realistico)

4) PROCESSI NEURALI SOCIO-COGNITIVI

A partire dalla prima metà dell’800 alcuni studi misero in evidenza che i lobi frontali avevano un

ruolo fondamentale nel mantenimento del comportamento sociale (il caso di Phineas Gage che a

seguito dell’incidente manifestò cambiamenti di personalità soprattutto nel relazionarsi con gli altri).

Ma sarà solo a partire dai primi anni ’90 che il campo delle neuroscienze socio-cognitive ha iniziato

ad interessarsi degli argomenti della psicologia sociale. Il termine neuroscienze sociali fu coniato

nel 1992 da Cacioppo e Berntson per indicare un approccio al comportamento sociale basato su

metodi biologici. Gli studi sono aumentati esponenzialmente e le neuroscienze hanno iniziato a

porsi domande circa il carattere neurologico di stereotipi, pregiudizi e discriminazioni, processi che

non possono essere compresi prima di altri processi fondamentali della persona. Prima fra tutti la

percezione umana.

I sostrati neurali della percezione umana

Viso umano e corpi sono riconosciuti in maniera diversa rispetto ad altri oggetti e stimoli. Tra le

principali scoperte abbiamo innanzitutto la risposta N170: da analisi di ERP (event related brain

potentials) emerge che le facce, rispetto ad altri oggetti, elicitano un potenziale negativo di 170ms

circa dopo l’inizio dello stimolo. Evidenze scientifiche hanno inoltre dimostrato che il processo della

percezione umana coinvolge diverse regioni cerebrali; ad un livello globale, il cervello si divide in

lobi: frontale, parietale, temporale e occipitale.

La percezione delle persone

In merito al processo della percezione umana, esso consiste in una serie di eventi collegati che

iniziano da uno stimolo visivo che colpisce i fotorecettori dell’occhio; l’informazione visiva passa poi

attraverso il nervo ottico e raggiunge il cervello. Da li si diramano 2 vie:

1) La va dorsale (where) ha la funzione di elaborare il dove, cioè lo spazio in cui è localizzato

un oggetto;

2) La via ventrale (what) serve a descrivere e dare un senso all’oggetto, cioè a definirne

l’identità.

È inoltre importante il ruolo di 4 regioni cerebrali nell’elaborazione delle informazioni sulle persone:

OFA (Occipital Face Area) e FFA (Fusiform Face Area) per le informazioni che riguardano il viso;

EBA (Exstrastriate Body Area) e FBA (Fusiform Body Area) per le informazioni riguardanti il corpo.

Infine risulta importante anche il solco temporale posteriore superiore (pSTS) situato dove via

ventrale e dorsale si incontrano, che integra informazioni dinamiche e statiche sulle persone.

Guidati dallo scopo di dare senso agli altri in maniera rapida ed efficace, i soggetti farebbero inoltre

affidamento sulla conoscenza di categorie per semplificare il processo di percezione. Di

conseguenza, impressioni e valutazioni degli altri sono influenzati dalle categorie sociali cui questi

altri appartengono.

Big 3

È emerso da diversi studi che ci sono 3 caratteristiche fondamentali che dominano la percezione

delle persone in diverse situazioni. Le neuroscienze si sono concentrate quindi sul concetto di big

3: sesso, razza ed età sono infatti le 3 caratteristiche facilmente deducibili dalla faccia e dal corpo

e che dominano quindi la percezione umana. Ci si è inoltre accorti che l’attivazione della corteccia

fusiforme diminuisce durante la percezione dei membri di un outgroup: è per questo che i membri

di un outgroup ci sembrano tutti uguali, il processo di categorizzazione riduce, per gli outgroup, la

ricerca dell’unicità individuando solo caratteristiche in comune.

L’amigdala

Altri studi hanno invece preso in esame il ruolo dell’amigdala. L’attività dell’amigdala aumenterebbe

quando un soggetto percepisce volti che non corrispondono alla propria razza. Inoltre più un

individuo associa il proprio gruppo alla positività e gli altri gruppi alla negatività, avrà un’attività

dell’amigdala molto forte in presenza di volti di razze differenti anche in situazione di semplice

percezione. L’amigdala può quindi diventare più sensibile se riteniamo certe categorie sociali

importanti.

-come strumento di vigilanza: una ricerca ha fallito nel trovare differenze nell’attivazione

dell’amigdala tra visi bianchi e di colore. L’amigdala potrebbe quindi più che altro segnalare di

alzare il livello di vigilanza verso i membri di un determinato gruppo.

Attivazione cerebrale nel pregiudizio

Per quanto riguarda i processi mentali coinvolti nella determinazione di pregiudizi e stereotipi, le

principali scoperte sono state:

- Valutazioni negative esplicite circa i membri di un gruppo sociale, visti come ostili e

incompetenti, possono evocare risposte simili al disgusto nell’amigdala e nell’insula;

- L’assenza dell’attivazione della corteccia prefrontale (generalmente associata ala

percezione di altre persone) implica un processo di deumanizzazione;

- I volti che vengono percepiti come meno degni di fiducia elicitano una risposta molto bassa

nell’amigdala.

Attrattività

Le persone attraenti sono percepite come più positive e trattate meglio rispetto a quelle brutte.

Ricerche neuroscientifiche hanno mostrato che è la corteccia orbitofrontale la responsabile nella

percezione dell’attrattività.

Familiarità

La familiarità di una persona è disponibile circa 250ms secondi dopo che un volto è stato percepito

(N250) tranne nei pazienti affetti da sindrome di Capgras e affetti da prosopagnosia.

Moderazione

Sebbene la percezione della categoria sociale avviene in maniera automatica bisogna considerare

un ampia gamma di fattori: le aspettative su un gruppo di persone che determinano una

modulazione top-down del modo in cui gli altri sono percepiti; contesto; abbigliamento;

disposizione ormonale.

5) PROCESSI EVOLUTIVI

Esistono 2 tipi di processi evolutivi rilevanti nell’ambito di stereotipi e pregiudizi:

1) Uno fa riferimento alla Biologia dell’evoluzione umana: un processo attraverso cui

alcune varianti genetiche vengono selettivamente trasmesse a discapito di altre da

individuo a individuo attraverso la riproduzione sessuale. Il cervello umano è un prodotto di

questo tipo di evoluzione.

2) L’altro processo socio-evolutivo: non si basa sui geni ma sui “memes”, termine coniato

da Dawkins per indicare le strutture cognitive e le tendenze comportamentali che possono

diffondersi in una popolazione. Alcune di queste strutture possono essere trasmesse da

individuo a individuo attraverso la comunicazione.

Entrambi questi processi sono evolutivi nel senso che delle informazioni (sia sotto forma di geni

che di memes) vengono trasmesse più facilmente di altre all’interno di una popolazione.

Storia

A partire da Darwin, un’enorme quantità di ricerche hanno indagato le origini della cognizione e del

comportamento umano. Tuttavia solo negli ultimi decenni gli scienziati hanno cominciato ad

interessarsi dei processi evolutivi per sviluppare e testare ipotesi.

Campbell fu uno dei primi, discutendo la connessione tra due fenomeni, altruismo ed

etnocentrismo, suggerendo che la base evolutiva dell’altruismo potesse avere implicazioni per il

pregiudizio; fu anche uno dei primi a introdurre lo studio dei processi evolutivi nelle scienze

psicologiche.

Evoluzione genetica e psicologia del pregiudizio

La ricerca sull’evoluzione della psicologia umana assume che: SE una tendenza psicologica ha

basi genetiche, E questa tendenza è rilevante per la riproduzione della specie, ALLORA questa

specifica tendenza psicologica e le sue basi genetiche saranno sempre più diffuse all’interno di

una popolazione. Questi adattamenti psicologici possono assumere diverse forme: bias attentivi,

scorciatoie nell’elaborazione delle informazioni, competenze nel ragionamento logico; e con questo

modo di procedere e pensare si fa sempre riferimento sull’associazione tra stimoli e risposte.

Le basi evolutive del pregiudizio: interdipendenza obbligatoria e favoritismo ingroup

Paragonato ad altre specie, l’Homo Sapiens era debole e incapace di imporre il suo dominio su di

esse dal momento che non disponeva di artigli o di corazze che lo proteggessero. Tuttavia le

limitazioni di cui soffriva diminuivano per quegli esemplari che vivevano in gruppi; ed è per questo

che gli esseri umani hanno sviluppato grandi abilità psicologiche come il linguaggio che gli

permettessero di vivere in comunità con altri. I meccanismi psicologici dell’uomo si sarebbero

quindi evoluti per favorire uno stile di vita caratterizzato dall’interdipendenza con altre persone.

In quest’ottica, il pregiudizio viene considerato sotto forma di favoritismo nei confronti dell’ingroup

piuttosto che discriminazione verso altri gruppi (tale favoritismo può manifestarsi anche in assenza

di outgroup).

Una delle implicazioni di questa visione del pregiudizio è che molte categorizzazioni sociali

contemporanee (come quelle di razza ed etnia) sono manifestazioni di meccanismi psicologici che

si sono evoluti per distinguere tra ingroup e outgroup. I membri di un gruppo sarebbero quindi

ipervigilanti a concetti quali razza o etnia in specifici contesti in quanto questi sono utili a

distinguere gruppi con i quali si può potenzialmente entrare in conflitto. Questa distinzione ingroup-

outgroup è necessaria affinché gruppi diversi dal proprio possano essere considerati come

minaccia in quanto obbediscono a norme e principi diversi da quelli osservati dall’ingroup (ciò

implica le basi per la xenofobia).

Altre minacce e diverse sindromi di pregiudizio

In base al tipo di minaccia sociale riscontrata in una specifica situazione possono essere messe in

atto diverse sindromi di pregiudizio; queste rappresentano delle risposte funzionali ad una

specifica minaccia e innescano inoltre emozioni diverse. Sono ad esempio vittime di stereotipi le

persone che minacciano la sicurezza fisica (con atti di aggressione) o la salute (con malattie

infettive): nei loro confronti si sono evoluti dei meccanismi psicologici volti a discriminare ed

escludere.

- Nel caso delle minacce alla sicurezza fisica: il contatto intergruppo è stato storicamente

associato alla possibilità di aggressione e conflitto. I meccanismi psicologici dell’uomo

potrebbero pertanto essersi evoluti per associare in maniera automatica l’outgroup

all’aggressività e al pericolo. Studi hanno inoltre dimostrato differenze di genere: sarebbero

più gli uomini che le donne a essere propensi nel percepire i membri di altri gruppi come

pericolosi e sarebbero pertanto inclini a mettere in atto pregiudizi e stereotipi nei loro

confronti.

- Nel caso delle minacce alla salute: dati i rischi derivanti dal contrarre malattie infettive, si

sarebbero evoluti dei meccanismi psicologici nell’uomo che sensibilizzerebbero ad altri che

sembrano essere portatori di qualche malattia o infezione e a mettere in atto dei

comportamenti adeguati nei loro confronti. Dato che molte malattie sono accompagnate da

anomalie morfologiche, un aspetto anomalo può innescare pregiudizi anche se l’anomalia

non è direttamente connessa a qualche patologia. Questa visione può spiegare xenofobia

ed etnocentrismo: storicamente infatti il contatto con gli stranieri era associato alla

possibilità di contrarre malattie infettive.

Stereotipi popolari

Un ultima osservazione riguarda infine gli stereotipi popolari. Molte conseguenze degli stereotipi

esistono solo perché questi sono popolari: quando uno stereotipo è molto diffuso, è più facile che

si attivi e che abbia conseguenze sul comportamento. 4 punti chiave possono essere esposti a tal

proposito:

1) Dualismo: gli stereotipi sono analizzabili a livello individuale ma hanno senso anche a

livello di gruppo;

2) Le rappresentazioni condivise da un gruppo su uno stereotipo sono guidate da processi di

comunicazione;

3) I processi comunicativi sono selettivi: comunichiamo selettivamente alcune informazioni

specifiche e non altre;

4) Ciò che comunichiamo selettivamente non è casuale.

6)PROSPETTIVE DI SVILUPPO

Investigare come e quando bambini e adolescenti rivelano la propensione al pregiudizio, agli

stereotipi e alla discriminazione è fondamentale per la comprensione delle origini e degli sviluppi di

questi processi psicologici. Numerose ricerche hanno mostrato che il giudizio morale e

l’orientamento all’inclusione (con comportamenti pro-sociali e cooperazione) emergono presto

nell’infanzia, prima dei bias. Tuttavia la presenza di questi comportamenti discriminatori assume

diversi significati nell’infanzia e nell’età adulta in quanto i concetti sociali, cognitivi ed emotivi sono

differenti. Sorge la necessità di capire il modo in cui la cognizione sociale dei bambini influenza le

loro risposte e i loro giudizi verso i membri degli outgroup.

Giustizia, equità, moralità

Definire la morale è necessario per comprendere come nasce il pregiudizio. A livello teorico però

pregiudizio e morale sono dimetricamente opposti. La morale implica trattare gli altri con rispetto,

giustizia e uguaglianza. Tuttavia da alcune ricerche i risultati sono contraddittori: è emerso che i

bambini sanno essere morali, ma allo stesso tempo manifestano anche atteggiamenti di

pregiudizio.

Storia della ricerca sul pregiudizio: Piaget

Tra i principali contributi dobbiamo innanzitutto ricordare quello di Piaget; egli non si è occupato

direttamente del pregiudizio, ma i suoi studi forniscono comunque della basi importanti. Secondo

Piaget:

- La cognizione sociale subisce cambiamenti a partire dalle prima fasi dello sviluppo e fino

all’età adulta; secondo l’autore i bambini non hanno meno intelligenza degli adulti,

semplicemente essa riflette principi diversi. Allo stesso modo i bambini non hanno meno

pregiudizi degli adulti, hanno pregiudizi qualitativamente differenti.

- L’acquisizione della conoscenza dei bambini non è trasmessa direttamente dagli adulti ma

dall’astrazione delle esperienze sociali e giudizi operati dai bambini stessi. Di conseguenza

anche il pregiudizio non è il risultato di semplice imitazione di un adulto, sono i bambini

stessi che costruiscono le loro teorie sulla base di ciò che osservano e che li può quindi

portare ad esprimere pregiudizi.

Capire quindi i cambiamenti relativi all’età nella cognizione sociale serve a determinare i fattori che

contribuiscono al bullismo, alla devianza, ecc. Capire le motivazioni dei bambini rivela il loro

comportamento sociale.

Parenti e pari

Sono 2 le fonti di influenza principale sugli atteggiamenti e pregiudizi dei bambini: i parenti e i pari

(soprattutto a scuola) con i messaggi che trasmettono in merito a ingroup e outgroup. Accettazione

o rifiuto di pregiudizi cambia con l’età e col tipo di target. Da uno studio è emerso come i bambini

tenderebbero a prestare molta attenzione e rifiutare i messaggi dei genitori riguardo all’esclusione

sociale di qualcuno, cercano invece di assecondare le aspettative del gruppo dei pari basate

anche su concetti come quello di razza e ciò ha un impatto molto forte nello sviluppo di stereotipi e

pregiudizi.

Stereotipi di genere e stereotipi etnici

Inoltre mentre molta ricerca si è concentrata sullo stereotipo di genere nell’infanzia, poco o nulla è

stato fatto in merito ai pregiudizi raziali ed etnici: fin da piccolissimi i bambini vengono incoraggiati

dai genitori agli stereotipi di genere (gli vengono comprati vestiti e giocattoli in base al genere e li si

incoraggia a intraprendere attività di gioco con pari dello stesso sesso); al contrario gli stereotipi

etnici e razziali sono trasmessi in modo implicito nella prima infanzia e diventano più espliciti

nell’adolescenza.

I bambini diventano più abili con l’età a inferire gli stereotipi e un predittore può essere lo status

socio-economico: è stato rilevato che bambini in gruppi da uno status socio-economico basso non

sviluppavano stereotipi negativi ma positivi nei confronti del loro gruppo mentre bambini dallo

status più alto mettevano in atto sia stereotipi positivi che negativi.

-Teoria degli shifting standards (Sinno, Killen): esamina il modo in cui i bambini ragionano sui ruoli

di genere in particolare sulle carriere dei parenti. Ad esempio i bambini considerano accettabile

che padri e madri lavorino, meno accettabile per un padre restare a casa, ingiusto che un padre

impedisca alla madre di lavorare, accettabile invece per una madre chiedere al padre di restare a

casa. L’interpretazione varia comunque in base al sesso.

Giudizio Morale

A partire dai 3-4-5 anni i bambini valutano le situazioni che implicano gli stereotipi usando

ragionamenti morali. Da alcuni studi è emerso che:

- Bambini che inizialmente si basavano su un criterio stereotipico per scegliere chi includere

in un gioco erano maggiormente propensi a cambiare opinione a seguito di un

ragionamento morale;

- Bambini che si basavano invece su criteri morali erano molto più resistenti a cambiare

opinione a seguito di un ragionamento contraddistinto da stereotipi.

Il giudizio morale risulta meno malleabile rispetto agli stereotipi; i bias emergono quando il giudizio

morale non viene favorito.

Il contatto intergruppo

Il contatto tra vari gruppi è correlato alla riduzione del pregiudizio. Sono stati condotti diversi studi:

-studio 1: questionario 12 item, bambini e adolescenti che avevano alti punteggi nel contatto

intergruppo ottenevano punteggi alti anche nel condannare l’esclusione razziale e ricorrevano

maggiormente al ragionamento morale;

-studio 2: bambini europei e americani con bassi livelli nel contatto intergruppo erano

maggiormente predisposti all’utilizzo di stereotipi per spiegare differenze razziali;

-studio 3: bambini bianchi con bassi punteggi nel contatto intergruppi erano meno in grado di

riconoscere l’uso dello stereotipo;

-studio 4: bambini appartenenti a minoranze che frequentano scuole omogenee tendevano ed

essere discriminati maggiormente rispetto a bambini di minoranze che frequentano scuole

eterogenee;

-studio 5: bambini esposti a immagini positive delle minoranze erano meno razzisti e tendenti al

pregiudizio rispetto a bambini che non erano mai stati esposti a tali stimoli.

Attitudini implicite

Un ultima serie di studi ha infine preso in esame le attitudini implicite. Con la teoria del razzismo

avversivo (Dovidio) è stato notato come mentre il pregiudizio esplicito è diminuito drasticamente

negli ultimi anni, il bias implicito è risultato più resistente. Sono stati quindi sviluppati dei metodi

impliciti. I risultati migliori sono stati ottenuti con lo IAT che hanno indicato come l’associazione

implicita esiste nei bambini ed è simile a quella degli adulti: ad esempio bambini al di sotto dei 10

anni inibiscono i bias espliciti se osservati; i bambini più grandi manifestano bias impliciti ma non

espliciti indicando che sono motivati a sopprimere le manifestazioni esplicite.

7)PROCESSI COGNITIVI

Un nuovo approccio empirico e teorico si sviluppò tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80. I

ricercatori iniziarono a capire che il pregiudizio era il risultato di abitudini di pensiero del tutto

universali, quindi l’approccio cognitivo poteva fornire delle risposte.

Allport nella “Natura del Pregiudizio” suggerì che il pregiudizio è normale e non deviante e

associato alla psicopatologia come si pensava; il bias secondo l’autore era un prodotto della

cognizione umana, in particolare della categorizzazione.

Dalla categorizzazione al bias

Allport vedeva la categorizzazione come utile in quanto serviva a reagire adeguatamente agli

stimoli: ad esempio categorizzare un individuo come chef o cameriere serve a mettere in atto

comportamenti specifici quali complimentarsi della qualità del cibo con uno o ordinare all’altro.

Categorizzare ci permette quindi di ottenere informazioni sul tipo di interazione da instaurare con

gli altri. Ciò porta inoltre a distinguere se e gli altri in gruppi, distinguendo tra NOI e LORO e

determinando i concetti di ingroup e outgroup.

Prospettiva cognitiva misera (Taylor)

Negli anni ’80, l’approccio cognitivo sviluppa la prospettiva cognitiva misera secondo cui le risorse

mentali delle persone porterebbero a delle scorciatoie cognitive e la categorizzazione è proprio

una di queste scorciatoie; la categorizzazione, essendo una scorciatoia, può portare facilmente a

stereotipi e pregiudizi:

- Etichetta le informazioni facendo riferimento a concetti quali razza o sesso;

- Minimizza le differenze all’interno di un gruppo e massimizza le differenze con gli altri

gruppi;

- Fa in modo che i comportamenti degli altri siano interpretati stereotipicamente.

Metafora del tattico motivato: fu messa in luce anche l’importanza della motivazione secondo cui

se le persone sono motivate tendono a evitare scorciatoie cognitive e si sforzano maggiormente.

Bisogno di chiusura cognitiva

Le persone con alti livelli di chiusura mentale cercano risposte definitive e quindi sarebbero

maggiormente propense ad adottare stereotipi e pregiudizi; le persone con bassi livelli di chiusura

mentale accettano l’ambiguità e utilizzano strategie cognitive deliberative.

Forme automatiche, ambigue e ambivalenti del bias

I bias sociali nel corso del tempo sono mutati manifestandosi in maniera più sottile. Oltre alle forme

esplicite alcuni bias possono infatti manifestarsi implicitamente, in modo automatico e

inconsapevole; ci sono vari bias automatici:

1) Confusioni automatiche di categoria: avviene quando le persone percepiscono e

identificano in maniera automatica gli altri sulla base di sesso, razza o età piuttosto che

come individui, mescolandoli nella stessa categoria;

2) Atteggiamenti razziali automatici: misurati indirettamente tramite associazioni tra un prime

relativo alla razza e uno stimolo negativo;

3) Associazioni automatiche implicite: ricorrendo allo IAT per valutare i bias automatici

misurando la forza di associazioni positive e negative con oggetti come le categorie;

4) Stereotipizzazione automatica sotto sforzo cognitivo: l’attivazione di determinate categorie

dipende dal carico cognitivo a cui è sottoposto un soggetto; se un compito richiede molto

sforzo cognitivo riduce le risorse del soggetto per altri processi cognitivi;

5) Stereotipizzazione ambigua: a volte le persone interpretano gli stimoli ambigui in modo da

confermare i loro stereotipi; le situazioni ambigue consentono ai soggetti di nascondere il

proprio favoritismo verso un gruppo fornendo spiegazioni ragionevoli (es. un nero non

viene assunto non per il colore della pelle ma perché il bianco intervistato prima è stato più

bravo).

6) Stereotipi ambivalenti: gli stereotipi possono anche essere ambivalenti mischiando

informazioni positive e negative (es. ebrei o asiatici sono visti come competenti (positivo)

ma freddi (negativo)). Esempi di stereotipi ambivalenti: razzismo (da un lato i bianchi

riconoscono le condizioni di svantaggio dei neri e provano compassione, dall’altro li

considerano anche come persone pigre) e sessismo (componente ostile/negativa: le donne

vengono relegate nei ruoli tradizionali; componente benevola/positiva: le donne sono

valorizzate per il loro ruolo di mogli e madri).

Autoritarismo di destra (RWA)

Questo orientamento vede il mondo come pericoloso e dunque si richiede unità di gruppo per

combattere le minacce. È costituito da 3 componenti: convenzionalismo, sottomissione all’autorità,

aggressione autoritaria contro i devianti. Alti livelli di RWA sono associati all’adozione di stereotipi

nei confronti degli individui pericolosi (omosessuali, femministe, ecc.)

Orientamento alla dominanza sociale (SDO)

Fondato sulla teoria della dominanza sociale di Sidanius e Pratto secondo cui i gruppi avrebbero

un’inclinazione naturale a stabilire gerarchie nella società al fine di preservare l’ordine e la stabilità;

verrebbero inoltre associate delle ideologie a queste gerarchie.

Individui con alti livelli di SDO sono propensi al mantenimento dello status quo e possono

esprimere i bias sociali. Sebbene SDO e RWA percepiscono l’outgroup come una minaccia

differiscono nel modo di agire: SDO tende a favorire l’ingroup, RWA tende a prevenire possibili

svantaggi all’ingroup.

Teoria della gestione del terrore (Greenberg)

Riguarda la paura delle persone per la minaccia fondamentale della vita: la morte. Secondo tale

teoria, per combattere questa paura le persone tenderebbero a cercare rassicurazioni nelle

convinzioni condivise dal proprio gruppo (ad esempio la religione) allo scopo di dare senso alla

loro esistenza e sperimentare una sorta di immortalità.

Teoria della giustificazione del sistema (Jost e Banaji)

Gli individui credono che la società strutturata in maniera gerarchica sia necessaria e giusta per

garantire ordine e stabilità. Gli stereotipi servono a mantenere lo status quo: i membri dei gruppi

dominante vengono stereotipizzati come più intelligenti e dediti al lavoro rispetto ai membri dei

gruppi subordinati che appaiono meno intelligenti e pigri.

I bias possono essere controllati

In 2 modi: tramite le informazioni o tramite motivazione. Nel primo caso, se un’informazione è

rilevante e non ambigua può cambiare gli stereotipi soprattutto se questi sono deboli; al contrario,

se uno stereotipo è forte e l’informazione è poco chiara, le persone possono sfruttare quest’ultima

per mantenere lo stereotipo. Nel caso della motivazione, le forme più comuni sono:

- Motivazione di appartenenza: le persone sono motivate ad andare d’accordo con gli altri;

- Motivazione alla comprensione e controllo: per trovare un senso all’esistenza;

- Miglioramento di se: gli stereotipi proiettano tratti negativi all’esterno;

- Fiducia: le persone sono motivate ad aspettarsi il meglio dal prossimo.

8)PROCESSI AFFETTIVI

Discriminazione, pregiudizio e stereotipi coinvolgono spesso emozioni e sentimenti. 2 concetti

chiave per iniziare:

- Affetto: coinvolge le 2 dimensioni della valenza (piacevole/spiacevole, +/-) e dell’arousal

(alto o basso). Con tale termine si indica uno stato neurofisiologico che implica la

sensazione di sentirsi bene o male, stanchi o pieni di energia.

- Umore: stato affettivo relativamente duraturo e non necessariamente attribuibile ad una

causa specifica; ha la stessa struttura a 2 dimensioni dell’affetto.

Teoria della valutazione (appraisal) – Fridja e Roseman

Le emozioni sono generate dalla valutazione di oggetti o eventi che urtano contro il se. Si tratta in

sostanza dell’interpretazione soggettiva di un evento. Una specifica valutazione, come ad esempio

la percezione di un oggetto spaventoso, genera un episodio emotivo e fa sperimentare al soggetto

l’esperienza di provare appunto un emozione.

Teoria delle emozioni di base – Ekman e Ledoux

Postula l’esistenza di alcune emozioni di base determinate da pattern di attivazione

neurofisiologica; le emozioni complesse sarebbero il risultato di un mix di queste emozioni di base.

Storia

Nonostante la presenza di emozioni nell’esprimere pregiudizi e discriminazioni, storicamente poca

attenzione è stata dedicata ai processi affettivi. Solo nel secondo dopoguerra la ricerca ha iniziato

a considerare anche il ruolo delle emozioni con l’obiettivo di indagare le radici del nazismo e

dell’ingiustizia razziale negli USA. Tra i principali contributi:

- Adorno e la teoria della personalità autoritaria: hanno cercato di capire le basi del nazismo

analizzando la propensione degli individui a sviluppare una personalità autoritaria (e di

conseguenza una maggior propensione a pregiudizi e discriminazioni), frutto di famiglie

eccessivamente severe e punitive che trasmetterebbero il loro orientamento punitivo ai figli

(e al futuro adulto) nei confronti di chi viola le norme.

- Allport: nella “Natura del Pregiudizio” analizzò il concetto di odio derivante da una vita di

delusioni e frustrazioni soprattutto a causa delle restrizioni imposte dalla società in merito

agli istinti sessuali e aggressivi. L’odio poteva essere rivolto contro un determinato gruppo

anche se questo non era fonte diretta di frustrazione (come un capro espiatorio, come i

nazisti con gli ebrei).

- Con la rivoluzione cognitiva (’60- ‘80) i ricercatori cominciarono a rendersi conto che il

pregiudizio non era un fenomeno esclusivo dei nazisti, ma delle persone normali. Un

contributo importante fu dato da Pettigrew che suggerì come in pregiudizio contro i neri in

America del Sud era causato più che altro da un bisogno di conformità alle norme sociali.

La ricerca cominciò allora ad applicare i principi cognitivi alla comprensione del giudizio

sociale e alla percezione delle persone.

- A partire dagli anni ’80 i ricercatori iniziarono a indagare il ruolo delle emozioni nelle

interazioni tra gruppi. Sono state distinte 3 grandi filoni di ricerca:

1) Secondo cui gli affetti possono influenzare i processi cognitivi: questo filone si

concentra sugli effetti generali di uno stato affettivo che può derivare da qualsiasi fonte,

anche irrilevante; gli affetti influenzano molto processi cognitivi rilevanti

nell’elaborazione degli stereotipi: un affetto positivo può aumentare la probabilità che

una persona ricorra a stereotipi in quanto riduce la variabilità percepita tra i membri di

un gruppo. Se abbastanza intensi, gli stati affettivi possono influenzare l’abilità nel

processare ne informazioni (distraendo ad esempio) e la motivazione delle persone.

2) Investigazione delle emozioni (positive e negative) durante le interazioni di gruppo:

questo secondo filone esamina le interazioni nella convinzione che le emozioni

scaturiscano dall’interazione in sé. Per quanto riguarda le emozioni negative, ad

esempio Stephan ha esaminato l’ansia intergruppo, un sentimento negativo derivante

dalla mancanza di consapevolezza ed esperienza dell’interazione con un outgroup;

l’ansia può configurarsi come una sorta di profezia che si autoavvera (un soggeto, non

sapendo come comportarsi con i membri di un altro gruppo prova ansia, aumenta il

carico cognitivo a cui è sottoposto, ciò porta alla rovina dell’interazione sociale). Devine

ha invece esaminato la colpa che subentra nel momento in cui le persone applicano

stereotipi o pregiudizi; per non provare nuovamente questo dispiacere le persone

sarebbero motivate a comportarsi meglio e non usare stereotipi. Per quanto riguarda le

emozioni positive, anche queste possono emergere durante le interazioni e riducono le

emozioni negative e i pregiudizi.

3) Emozioni derivanti dall’identificazione col gruppo: deriva dalla teoria dell’identità sociale

e si basa sull’idea che l’identificazione col gruppo porta il soggetto a vedere l’ingroup

come parte del proprio sé; di conseguenza oggetti o eventi importanti per il gruppo

diventano importanti anche per il soggetto.

La teoria delle emozioni di gruppo (IET) di Mackie, Devos e Smith

L’emozione può dunque scaturire dall’appartenenza a un gruppo. Secondo questa teoria le

emozioni sarebbero generate da valutazioni di eventi o oggetti che contrastano il sé dell’individuo;

quando però l’appartenenza ad un gruppo è saliente, le persone tenderebbero a valutare gli effetti

che questi oggetti o eventi hanno sul proprio gruppo e non sul sé. Esistono inoltre molti tipi di

pregiudizi: distinte reazioni psicologiche e comportamentali vengono messe in atto nei confronti dei

diversi gruppi in base alle emozioni che suscitano. Le emozioni differiscono a livello individuale e a

livello di gruppo anche se possono essere provate contemporaneamente a entrambi i livelli in

quanto il confine è molto sottile; le emozioni di gruppo inoltre sarebbero condivise più fortemente

dalle persone che si identificano maggiormente con il gruppo e possono influenzare attitudini e

comportamenti.

Altri approcci alle emozioni di gruppo

-modello del contenuto degli stereotipi (ammirazione, pietà, invidia, disprezzo).

-approccio socio-funzionale: si concentra sulle potenziali minacce a cui è sottoposto il gruppo che

possono portare a diverse reazioni emotive.

9)PROCESSI MOTIVAZIONALI

La motivazione è stata tradizionalmente vista come la causa principale dei bias; la motivazione è

stata spessa vista separata dalla cognizione anche se intrecciate. Sarà solo dopo la rivoluzione

cognitiva che entrambi i processi non saranno più visti in opposizione.

La motivazione fu un tema chiave soprattutto nei primi anni di studio del pregiudizio.

Tra i primi contributi possiamo citare Duckitt con l’approccio del conflitto individuale, un modello

che combina i lavori di Adorno sulla personalità autoritaria con i fattori di personalità nel

determinare il pregiudizio. Sarebbero in particolare la minaccia all’ordine sociale o alla posizione

privilegiata dell’ingroup che scatenerebbero il pregiudizio. Il modello di Duckitt unisce quindi le

motivazioni individuali con quelle sociali.

Un altro contributo è stato dato da Guimond e colleghi con i loro lavori sull’SDO (secondo cui i

gruppi avrebbero un’inclinazione naturale a stabilire delle gerarchie nella società per creare

stabilità); secondo gli autori le persone sarebbero influenzate dalle scelte fatte al college: hanno

scoperto che gli studenti di legge manifestavano livelli di SDO più alti rispetto ad esempio agli

studenti di psicologi confermando che persone con alti livelli di SDO sono attratte dalle professioni

di potere e che i punteggi di SDO aumentano inoltre col trascorrere degli anni.

Studi sull’autostima e percezione

Le persone possono a volte sentire messa in discussione la loro autostima e ciò può motivarli ai

bias sociali. Kunda e colleghi hanno ad esempio dimostrato che quando ci si confronta con una

persona che rientra in categorie multiple (un medico asiatico donna ad es.), le persone

sceglieranno di valutare il target utilizzando una sola di queste categorie; quando il target in

qualche modo minaccia il benessere dell’osservatore o si oppone ai suoi obiettivi, verrà scelta la

categoria più denigratoria a discapito di quella più lusinghiera. Potrebbe quindi sembrare che le

persone con bassi livelli di autostima siano maggiormente propense ai bias sociali, ma così non è

in quanto mancano prove sufficienti.

Studi sull’identità sociale

Gli studi che fanno invece riferimento all’identità sociale hanno mostrato come il pregiudizio

emerge quando le persone avvertono che il proprio gruppo è minacciato (derogazione outgroup); è

stato però anche notato come il pregiudizio emerge anche dal successo e dalla gratificazione in

quanto può essere utile a giustificare la superiorità di chi domina.

Preoccupazioni per l’integrità

Le minacce all’integrità possono anch’esse essere causa dei bias sociali; vengono esaminate 3

principali bisogni dell’uomo che determinano l’integrità:

1) Bisogno di conoscere e controllare: le persone hanno bisogno di capire e controllare il loro

mondo; essere in uno stato di incertezza è spiacevole e le persone sarebbero propense a

cercare informazioni circa il loro agire.

2) Bisogno di appartenenza: anche questo può promuovere stereotipi e pregiudizi; le persone

tendono a supportare le convinzioni del gruppo per assicurare la loro appartenenza.

3) Bisogno di avere valore: errore fondamentale di attribuzione (il bisogno di controllare

l’ambiente spinge le persone a credere ad es. che una persona che si agita ha una

personalità aggressiva piuttosto che credere che sia stato provocato).

Motivazione a non essere giudicati: connessa alla Teoria del razzismo moderno descritta da

MacConahy secondo cui le persone risolvono il conflitto tra i propri obiettivi e i sentimenti negativi

verso le minoranze non discriminando in maniera diretta ma in modo indiretto. Essi riconoscono le

ingiustizie, ma per timore di esser giudicati nascondo i loro sentimenti negativi contro le minoranze

esprimendoli in modi alternativi come favoritismo verso l’ingroup. In assenza di motivi validi la

discriminazione viene censurata.

10)DIFFERENZE INDIVIDUALI

Come per qualsiasi attitudine, gli individui differiscono nel modo in cui esprimono pregiudizi e

atteggiamenti come il sessismo o il razzismo. Le radici delle differenze nell’esprimere il pregiudizio

includono elementi quali:

- Tratti di personalità (autoritarismo);

- Bias cognitivo (come la rigidità di pensiero);

- Ideologie socio-politiche (come il conservatorismo)

Misurare le differenze

La questione fondamentale è stata per lungo tempo quella del come misurare le differenze tra le

persone e i loro atteggiamenti. Storicamente le differenze individuali furono valutate tramite

questionari; con la diminuzione della tolleranza sociale per il pregiudizio però fu necessario

introdurre ulteriori strumenti in quanto si scoprì che i soggetti, sapendo di essere sotto valutazione,

tendevano a rispondere senza pregiudizi per timore di essere giudicati razzisti. Fu quindi

necessario introdurre degli strumenti di misurazione indiretti.

I primi studi

Tra le principali teorie si fa riferimento al lavoro di Adorno e colleghi con la teoria della personalità

autoritaria.

Secondo Allport le persone propense al pregiudizio erano caratterizzate da atteggiamenti

minacciosi, attitudini punitive, pensiero biforcato, bisogno di ordine sociale e preferenza per

l’autorità e la gerarchia.

Tra gli anni ’60 e 70 i ricercatori si distanziarono da un approccio alle differenze culturali per

concentrarsi su fattori socio culturali: come i conflitti di interessi tra gruppi.

Negli anni ’80 di particolare influenza fu il lavoro di Altemeyer e l’introduzione dell’ Autoritarismo di

destra (RWA) secondo cui i pregiudizi espliciti erano rivolti principalmente verso minoranze,

disabili, donne e devianti mentre quelli impliciti verso i neri ad esempio.

Negli anni ’90 fu introdotta la teoria della dominanza sociale (SDT) di Sidanius e Pratto secondo

cui i gruppi avrebbero un’inclinazione a produrre gerarchie nella società per garantire ordine e

stabilità.

Oggi invece, soprattutto grazie ad alcuni sviluppi della modernità negli studi della personalità quali

l’introduzione del BFQ è emerso che tenderebbero ad avere pregiudizi persone con alti livelli nelle

dimensioni “amicalità” e “apertura alle esperienze” valutate tramite tale questionario. Anche le

persone religiose sarebbero propense ad esprimere pregiudizi impliciti ed espliciti.

Vengono individuate 4 prospettive in merito a RWA e SDO che determinano differenze individuali:

1) SDO e RWA sono fonti disposizionali di pregiudizio: alti livelli in queste 2 dimensioni

indicano personalità maggiormente predisposte al pregiudizio;

2) SDO e RWA sono costrutti di personalità: entrambe richiedono ai partecipanti di indicare i

loro atteggiamenti sociali, non le loro disposizioni;

3) SDO e RWA sono 2 componenti del conservatorismo politico: il conservatorismo è stato

considerato come la base del pregiudizio; esso ha 2 componenti: una implica accettazione

delle disuguaglianze (espressa tramite SDO), l’altra implica resistenza al cambiamento

(RWA). Il conservatorismo non sempre predice il pregiudizio perché il costrutto può essere

definito in modi diversi; sembrerebbe che solo il conservatorismo politico e sociale sono

correlati al pregiudizio.

4) SDO e RWA sono indicatori di ideologie socio-politiche più ampie come fonti di pregiudizio:

2 dimensioni:

-Egualitarismo/Umanismo: contraddistinta dal supporto all’uguaglianza e un sentimento di

unione con gli individui. Persone con alti livelli in questa dimensione tenderebbero a

deumanizzare meno gli outgroup;

-Socio Conservatismo: caratterizzato da autoritarismo e desiderio per il controllo sociale;

altoi livelli in questa dimensione indicano persone predisposte al pregiudizio verso i gruppi

che minacciano l’ordine (ad es. i neri).

11)TEORIA DELL’IDENTITA’ SOCIALE E AUTO-CATEGORIZZAZIONE

La teoria dell’identità sociale è nata prima, l’altra si è sviluppata successivamente ad opera di

Turner. La differenza sostanziale:

SIT si concentra sul ruolo dell’identità in situazioni di armonia e conflitto tra gruppi;

SCT si concentra sull’architettura socio-cognitiva dei processi di identità sociale.

Teoria dell’identità sociale

Sviluppata da Tajfel e Turner presso la scuola di Bristol tra gli anni 70 e 80. Tajfel propose e

dimostrò che l’identità sociale è una naturale conseguenza della propensione umana a

categorizzare: quando le persone categorizzano oggetti o individui, tendono ad accentuare la

similarità all’interno dei gruppi e le differenze tra i gruppi soprattutto se vengono coinvolte

dimensioni importanti. Dal momento che la categorizzazione porta a individuare queste differenze,

essa probabilmente porta anche al pregiudizio e alla discriminazione.

Un’importante evidenza di ciò è costituita dal paradigma dei gruppi minimali: in uno studio Tajfel

suddivise i partecipanti in 2 gruppi in maniera random e dimostrò che i soggetti erano disposti a

sacrificare, in un gioco di guadagni e perdite, i loro interessi individuali pur di avvantaggiare il

proprio gruppo.

Questi studi portarono Tajfel a distinguere i concetti di identità sociale e identità personale:

l’identità sociale è la consapevolezza di un individui di appartenere a un determinato gruppo

sociale, mentre l’identità personale riguarda processi individuali. L’identità sociale è costituita da 3

componenti: cognitiva, emotiva e comportamentale.

I pregiudizi in quest’ottica sono il modo in cui i gruppi proteggono i loro caratteri distintivi rispetto

agli altri.

Mobilità sociale

Altro concetto esaminato: quando le persone percepiscono che i confini tra gruppi sono permeabili,

i membri di un gruppo con status basso possono adottare strategie di mobilità sociale quali:

- Disidentificazione (si svincolano affermando di non essere come i mebri del gruppo);

- Dissociazione (fuga dal gruppo).

Quando i confini non sono permeabili (come nel caso di concetti quali sesso o colore della pelle). I

membri di un gruppo possono mettere in atto strategie quali:

- Confronto con gruppi con status ancora più basso del loro;

- Ricerca di termini di confronto più convenienti con il gruppo maggioritario.

Teoria dell’auto categorizzazione

Sostiene che il confronto sociale con altri gruppi porta a individuare gli attributi prototipici di quei

gruppi; questi prototipi derivano massimizzando psicologicamente il metacontrasto, cioè le

differenze relative tra gruppi. I membri di uno steso gruppo sono visti come dotati della stessa

identità sociale e gli stessi attributi prototipici associati a quel determinato gruppo e sono di

conseguenza depersonalizzati. Questa depersonalizzazione coincide con la stereotipizzazione.

Continuum identità sociale e identità personale

La SIT ritiene che identità personale e identità sociale possono essere collocati ai 2 poli opposti di

uno stesso continuum; la SCT le descrive invece come differenti livelli di gerarchia. Entrambe

considerano comunque l’identità sociale e l’identità personale come un auto-costruzioni operate

dai soggetti a seguito di confronti tra diversi contesti sociali.

Alcuni studi hanno considerato identità personale e sociale come separate: l’identità personale è

stata descritta come più stabile e duratura, mentre l’identità sociale da la precedenza all’identità

personale. Nessuna delle due viene vista come più importante, la questione è quella di capire

quando una delle due prevale sull’altra e perché.

Motivazione

A livello motivazionale, l’identità sociale deriverebbe dal fatto che le persone sarebbero motivate a

raggiungere una distintività positiva del proprio gruppo rispetto agli altri gruppi.

Autostima

Altri studi si sono invece concentrati sul ruolo dell’autostima. Secondo Abrams e Hogg ad esempio

il favoritismo verso l’ingroup aumenterebbe l’autostima mentre persone con bassi livelli di

autostima aumenterebbero la distintività tra il proprio gruppo e gli altri. I risultati sono però dubbi

perché sull’autostima intervengono molte altre variabili (forza dell’autostima, stigmi,ecc.).

Identità sociale all’interno dei gruppi

Quando l’identità sociale è saliente, le persone sono giudicate come mebri del gruppo in base alla

loro vicinanza ai prototipi dell’ingroup e dell’outgroup: più sono vicini al prototipo più possono

essere considerati leader del gruppo.

I membri meno prototipici sono definiti devianti perché minacciano le norme del gruppo e quindi

tendono ad essere esclusi. Il contesto del gruppo richiede infatto coesione e conformità;

aumentare l’importanza dell’identità del gruppo va a vantaggio dell’armonia generale, inclusa

quella dei sottogruppi.

Una delle ultime preoccupazioni di Tajfel fu quella di capire come e quando le minoranze dovevano

mobilitarsi per combattere discriminazioni, pregiudizi e situazioni di deprivazione, sia personale

che fraternalistica. Né la deprivazione né l’identificazione con un gruppo da solo sono sufficienti a

giustificare una reazione ad una diseguaglianza ingiusta perché le persone sono influenzate dalla

razionalità.

12)ETNOCENTRISMO E REALTA’ DI GRUPPO

I gruppi sviluppano specifiche realtà di gruppo in base alla realtà circostante; queste realtà però

spesso divergono significativamente dai fatti oggettivi.

Il termine etnocentrismo fu introdotto da Summer nel 1906; con tale termine egli intendeva che

ciascun gruppo etnico si considera al centro del mondo e valuta gli altri gruppi lungo un continuum

che va dal meglio al peggio in cui il meglio è costituito dall’ingroup stesso. L’etnocentrismo

rappresenta la convinzione dei membri di un gruppo di essere superiori rispetto ad altri gruppi

anche quando le evidenze mostrano il contrario.

È a partire dai tempi degli esploratori che è emerso il concetto di realtà di gruppo: gli esploratori

dovevano riportare le realtà che scoprivano quando arrivavano in terre sconosciute, descrivendo

luoghi e abitanti.

Il concetto di etnocentrismo viene introdotto nel “Handbook of psychology” come una caratteristica

individuale, nutrita dalla socializzazione. L’etnocentrismo, al pari dell’antisemitismo, del fascismo e

del conservatorismo sarebbe una componente della personalità. Solo successivamente, grazie

anche al contributo di Pettigrew ci si rese conto che gli atteggiamenti etnocentrici avevano poco a

che fare con i tratti di personalità quanto invece con le convinzioni condivise dai gruppi.

2 scuole di pensiero

- new look: nato ad opera di Bruner, gli psicologi di questa scuola consideravano l’influenza

della motivazione sulla percezione. L’eperimento più noto è quello della partita di calcio

(Hastrof e Cantril), fatta osservare a 2 gruppi di studenti provenienti da 2 diverse università

ai quali era richiesto di contare il numero di falli commessi. Un gruppo notò come l’altra

squadra commise il doppio dei falli rispetto alla propria, l’altro gruppo notò invece come i

falli dell’altra squadra erano più gravi. Sembrò che avessero visto 2 partite completamente

differenti. I gruppi hanno costruito una realtà a favore del proprio gruppo. Questo

esperimento quindi esprime chiaramente favoritismo per il proprio gruppo.

- Realismo naive: secondo questa scuola le persone pensano che la loro percezione degli

eventi coincide con la realtà; le convinzioni sono scambiate per verità. L’esperimento più

famoso di questa scuola è quello di Vallone e colleghi: fecero vedere una cassetta

obiettivamente imparziale che riportava i fatti del conflitto tra israeliani e palestinesi in

Libano a 3 diversi gruppi di studenti: un gruppo aveva un atteggiamento neutrale verso il

conflitto, un gruppo era pro-palestinese e l’altro pro-israeliano. Il gruppo neutrale riconobbe

l’effettiva neutralità della cassetta, mentre i 2 gruppi che si schieravano a favore dei

contendenti la vedevano come riportante fatti a sfavore del proprio gruppo. Dal momento

che avevano dei preconcetti già prima di vederla, erano convinti della verità di ciò che

sapevano e considerarono la cassetta come fonte di informazioni errate. Chiaro esempio di

denigrazione dell’outgroup.

Favoritismo ingroup

Il favoritismo per l’ingroup trae origine dal lavoro di Tajfel sui gruppi minimali. Avendo diviso i

partecipanti in maniera random in 2 gruppi, l’autore dimostrò che in un gioco di guadagni e perdite,

i gruppi sceglievano le opzioni che andavano solo ed esclusivamente a vantaggio del proprio

gruppo piuttosto che preferire opzioni che magari sul momento andavano a favore dell’outgroup

ma che alla fine avrebbero fatto ottenere un punteggio totale superiore all’ingroup.

Denigrazione outgroup

Sebbene il favoritismo verso il proprio gruppo sia spesso associato alla derogazione dell’outgroup,

non sono necessariamente collegati. Ad esempio: il patriottismo esprime esclusivamente

favoritismo verso il proprio paese mentre il nazionalismo oltre al favoritismo associa anche

derogazione degli altri paesi; allo stesso modo anche l’attaccamento a un gruppo esprime solo

favoritismo, mentre la glorificazione del gruppo associa favoritismo e derogazione degli altri gruppi.

Processi che rinforzano le realtà di gruppo

Le realtà di gruppo hanno bisogno di essere rinforzate. Processi che contribuiscono a ciò sono:

- Aspettative: le persone si formano aspettative sugli altri e sul loro comportamento; le

aspettative spiegano come le persone in quanto gruppo costruiscono queste realtà che li

circondano.

- Attenzione selettiva: le persone prestano attenzione alle informazioni che contraddicono gli

stereotipi negativi su di loro e informazioni che rinforzano gli stereotipi sugli altri gruppi;

- Vigilanza: se le persone vogliono proteggere le realtà che costruiscono, devono essere

attente agli errori;

- Bias di conferma: le persone convinte della realtà o di un’idea si comportano

inconsciamente in quel determinato modo. Anche quando non hanno alcuna esperienza su

un gruppo, attribuiscono all’outgroup gli stereotipi condivisi dal proprio gruppo.

Due modelli hanno infine tentato di schematizzare le realtà di gruppo:

1) Modello del contenuto dello stereotipo – Fiske, Cuddy, Glick

2) Infra-umanizzazione: alcuni gruppi vengono considerati umani (o addirittura super umani),

mentre altri, spesso gli outgroup, sono deumanizzati o bestializzati. Leyens a tal proposito

ha esaminato l’attribuzione di sentimenti a ingroup e outgroup notando come le emozioni di

base, in comune con gli animali, vengono associate agli outgroup, mentre le emozioni

secondarie, tipicamente umane, vengono associate all’ingroup.

13)STRUTTURA SOCIALE

Il pregiudizio emerge nella struttura sociale al fine di preservare la posizione raggiunta dal gruppo.

Pensiero classico

Le prime ricerche sull’influenza delle strutture sociali nei confronti del pregiudizio si basavano su

relazioni competitive o cooperative tra gruppi. La relazione competitiva portava al pregiudizio,

mentre quella cooperativa ne determinava una riduzione. Secondo Allport, atteggiamenti ostili

verso altri gruppi sarebbero espressione della competizione intergruppo. Tajfel invece, nel

paradigma dei gruppi minimali dimostrò come la semplice appartenenza a un gruppo anche se

creato random porta al favoritismo verso l’ingroup.

si è quindi concluso che:

- La semplice divisione in gruppi può creare pregiudizi;

- Una relazione competitiva tra gruppi aumenta il pregiudizio;

- Una relazione cooperativa tra gruppi riduce il pregiudizio.

Il pregiudizio dipende da atteggiamenti ambivalenti

Secondo un primo punto di vista il pregiudizio nella struttura sociale deriverebbe da atteggiamenti

ambivalenti. Alcuni teorici misero in dubbio l’idea secondo cui un atteggiamento deve essere

necessariamente positivo o negativo e proposero un modello più complesso in base al quale è

possibile avere contemporaneamente attitudini positive e negative verso uno stesso target:

valutazioni positive e negative su questo steso target determinano l’ambivalenza.

Un esempio di ciò è rappresentato dalla teoria del sessismo ambivalente (Glick e Fiske) secondo

cui il sessismo ha 2 componenti:

- Una ostile che porta a relegare le donne nei ruoli tradizionali;

- Una benevola che valorizza le donne per i ruoli di mogli e madri.

Allo stesso modo anche nei confronti delle persone di colore si può provare razzismo ambivalente:

da un lato li si considera come persone pigre (ostile), dall’altro si riconoscono le condizioni di

svantaggio in cui sono nati e cresciuti (benevola).

L’ambivalenza si originerebbe dai rapporti di dominazione e subordinazione che esistono nelle

relazioni cooperative: i gruppi dominanti contano sulla collaborazione con i subordinati non

attraverso atteggiamenti ostili, ma attraverso atteggiamenti positivi con lo scopo però di mantenere

l’ineguaglianza. Nel caso delle donne ad esempio gli stereotipi positivi e negativi sono volti a far

concentrare le donne sulla famiglia piuttosto che sugli obiettivi personali.

Pregiudizio come incongruenza tra ruolo e stereotipo

Un secondo approccio considera invece il pregiudizio come incongruenza tra ruolo e stereotipo. Gli

individui che occupano un determinato ruolo, portano gli osservatori ad attribuire determinati tratti

associati a quello specifico ruolo. Questo processo si estende dall’individuo all’intero gruppo di cui

fa parte. Questi stereotipi portano a pregiudizi negativi nel momento in cui questi individui cercano

nuovi ruoli che li distanzierebbero dagli attributi che sono stati loro assegnati sulla base

dell’appartenenza al ruolo sociale originario. Vengono quindi svalutati.

Bisogna distinguere tra ruolo (set di aspettative associate ad una posizione sociale in uno specifico

contesto) dall’appartenenza a un gruppo (si basa su variabili demografiche quali sesso, razza, età,

status e variabili di appartenenza come l’attrattività).

Malleabilità situazionale e accuratezza di pregiudizi e stereotipi

Malleabilità  Non tutti gli atteggiamenti sono duraturi: essi vengono costruiti in uno specifica

situazione e in un preciso momento. La loro espressione è quindi malleabile: le valutazioni su un

nero ad esempio cambiano se questo viene presentato come un detenuto o come un avvocato (ciò

dimostra che gli atteggiamenti sono collegati al contesto di riferimento).

Accuratezza  sebbene la maggior parte degli stereotipi siano poco accurati, molti di essi risultano

moderatamente accurati se valutati rispetto a criteri oggettivi (quali campioni o metanalisi).

N.B. L’accuratezza a livello individuale differisce però molto dall’accuratezza a livello di gruppo:

Esempio, gli americani possono essere considerati materialisti, ma dire che John è materialista

solo perché è americano non è corretto in quanto ci sono sempre differenze tra individui.

Teoria dei ruoli sociali: la divisione del lavoro basata sul genere favorisce la credenza che ogni

sesso sia equipaggiato per rientrare direttamente nel suo ruolo lavorativo. Il comportamento di

ruolo nei contesti sociali costituisce l’elementare osservazione che produce gli stereotipi.

Modello della mancanza di adattamento (Hielman)

Le aspettative circa una performance in diminuzione derivano dall’inconsistenza percepita tra il

ruolo di lavoro e gli attributi tipicamente stereotipici della donna.

14)COMPETIZIONE INTEGRUPPO

L’essere umano non è mai riuscito a liberarsi della tendenza a formare gruppi e dunque alla

possibilità di competere con altri gruppi per risorse materiali o simboliche:

- Le risorse materiali sono ad esempio quelle economiche o il potere;

- Le risorse simboliche sono ad esempio i valori o la distintività di un gruppo.

Gli individui con alti livelli nell’SDO sarebbero portati alla competizione sulle risorse materiali,

mentre individui con alti livelli nel RWA e le persone molto religiose sarebbero più propense per le

risorse simboliche.

La psicologia sociale ha considerato il conflitto intergruppo per questi fattori come la base per la

comprensione di pregiudizi e discriminazioni.

Storia

Con la teoria del conflitto di gruppo realistico, Sherif, Harvey e White mostrarono come, in un

campeggio estivo per bambini in Oklahoma, le relazioni funzionali (competitive o cooperative)

determinano specifiche relazioni tra gruppi: quando 2 gruppi entrano in competizione per

raggiungere i propri obiettivi o determinate risorse, il successo di uno è legato al fallimento

dell’altro e la competizione diventa ostilità aperta contro l’altro gruppo e aumentano i bias sociali. Il

conflitto diventa inoltre molto più pesante all’aumentare della competizione. Quando invece la

relazione è cooperativa i bias diminuiscono.

Secondo Allport invece le relazioni tra 2 gruppi diventano competitive: in presenza di risorse

materiali limitate che portano a vedere gli altri gruppi come rivali per ottenerle; in presenza di

risorse simboliche come le credenze religiose o politiche.

Tajfel e Turner con la SIT mostrarono come la competizione promuove i bias sociali allo scopo di

favorire l’autostima e l’identità del gruppo.

Fattori ideologici

3 principali teorie spiegano come sarebbero le ideologie a promuovere la competizione e di

conseguenza i bias sociali:

1) Teoria della dominanza sociale (Sidanius e Pratto): in tutte le società vengono stabilite delle

gerarchie in maniera tale che certi gruppi dominano sugli altri per garantire ordine e

stabilità. Verrebbero create delle ideologie per mantenere queste gerarchie.

2) Teoria della giustificazione del sistema (Jost e Banajy): gli individui credono che la società

strutturata in maniera gerarchica in cui vivono sia necessaria e giusta per garantire ordine e

stabilità; gli stereotipi servono proprio a mantenere e difendere lo status quo: i membri dei

gruppi dominanti vengono stereotipizzati come più intelligenti e lavoratori mentre membri di

gruppi subordinati come meno intelligenti e pigri.

3) Teoria della gestione del terrore (Greenberg e co.): riguarda la paura degli individui per la

minaccia fondamentale della vita: la morte; per combattere questa paura le persone

tendono a cercare rassicurazioni in convinzioni condivise (ad esempio la religione) per dare

senso alla loro esistenza e sperimentare una sorta di immortalità. La competizione tra

gruppi secondo questa teoria nasce quando le persone con visioni diverse del mondo

minacciano la correttezza del nostro punto di vista e di conseguenza l’intera esistenza.

Fattori situazionali

2 teorie hanno invece sottolineato che sarebbe la percezione di minaccia e competizione tra gruppi

in determinate situazioni a promuovere pregiudizi e discriminazioni:


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia dei processi sociali, decisionali e dei comportamenti economici
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher TR0N di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Sacchi Simona.

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