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Pregiudizio, stereotipo e discriminazione: overview teorica ed empirica

Introduzione

A partire dal lavoro pionieristico di Allport (la cui opera più importante fu “La Natura del pregiudizio”), in tempi recenti la ricerca su stereotipi, pregiudizi e discriminazioni è notevolmente aumentata dal punto di vista quantitativo, allargando orizzonti e prospettive. La crescita è stata esponenziale.

Ampliamento di orizzonti

Nel corso del tempo, sono stati ampliati gli orizzonti:

  • Le prime teorie si focalizzavano sulle differenze individuali e associavano il pregiudizio alla psicopatologia;
  • Con la rivoluzione cognitiva l'attenzione fu spostata verso il modo in cui i processi cognitivi (prima fra tutti la categorizzazione) determinavano i bias sociali;
  • In tempi recenti, grazie allo sviluppo di nuove prospettive, è stato considerato anche il ruolo di elementi quali le emozioni, i processi inconsci e i processi neurologici che contribuiscono ai bias.

Concetti chiave

Sono 3 i bias sociali che vengono presi in considerazione nell'intero libro:

  • Il pregiudizio → attitudine positiva o negativa che riflette una valutazione generale sui membri di un determinato gruppo;
  • Gli stereotipi → associazioni e attribuzioni di caratteristiche specifiche ai membri di un determinato gruppo;
  • Discriminazioni → comportamenti volti a creare, mantenere o rinforzare i vantaggi che determinati gruppi hanno a discapito di altri.

Pregiudizio

Definizione: attitudine positiva o negativa che riflette una valutazione generale sui membri di un determinato gruppo.

Il pregiudizio ha 3 diverse componenti secondo Allport:

  • Cognitiva: ad esempio convinzioni riguardo un outgroup;
  • Affettiva: ad esempio si può provare disgusto alla vista di membri di quel determinato outgroup;
  • Comportamentale: ad esempio vengono messi in atto dei comportamenti negativi nei confronti dei membri di quel determinato outgroup.

Funzioni

  • I pregiudizi servono innanzitutto a organizzare soggettivamente l'ambiente degli individui e ad orientarli nei confronti di oggetti e persone;
  • Aumentano/Diminuiscono l'autostima (Modulano);
  • Forniscono vantaggi o svantaggi materiali;
  • Hanno una funzione difensiva: servono a preservare l'integrità e la posizione del gruppo dominante. A tal proposito Eagly e Diekman hanno osservato come le relazioni all'interno di un gruppo siano volte al mantenimento dello status quo: individui che deviano dal loro ruolo tradizionale all'interno del gruppo alterano lo status quo e generano quindi risposte negative nei loro confronti; gli individui che agiscono sulla base del loro ruolo all'interno del gruppo invece producono risposte positive.
  • Hanno una funzione reattiva: i membri di un gruppo minoritario che hanno subito una discriminazione possono mettere in atto dei pregiudizi reattivi nei confronti del gruppo che ha discriminato per primo.

Stereotipi

Definizione: associazioni e attribuzioni di caratteristiche specifiche ai membri di un determinato gruppo.

Gli stereotipi influenzano la percezione delle persone, il reperimento delle informazioni su un gruppo e i suoi membri, ed il modo in cui ci si relaziona con essi.

Fu Lippman che nel 1922 introdusse il termine “stereotipo” descrivendolo come “l'immagine-tipo” che ci viene immediatamente in mente quando pensiamo ad un determinato gruppo sociale. Gli stereotipi sono quindi degli schemi cognitivi utilizzati dagli attori sociali per processare le informazioni sugli altri.

Funzioni

  • I pregiudizi forniscono immediatamente una vasta gamma di informazioni sulle persone oltre al loro aspetto immediato;
  • Generano aspettative circa il comportamento dei membri di un gruppo;
  • Producono reattività immediata nel percepire comportamenti o caratteristiche del gruppo coerenti con lo stereotipo e lentezza nell'elaborare caratteristiche non coerenti con lo stereotipo.

Il modello del contenuto degli stereotipi (Fiske, Cuddy e Glick 2001)

Uno dei principali modelli nello studio degli stereotipi è il modello del contenuto degli stereotipi. Si basa sull'incrocio di 2 dimensioni fondamentali:

  • Calore → associato a gruppi cooperativi e negato a gruppi competitivi;
  • Competenza → associata a gruppi con alto status e negata a gruppi con status basso; disponendo su due assi calore e competenza, emergono 4 categorie di stereotipi di gruppo:
    • Gruppi caratterizzati da alto calore e alta competenza: generano lo stereotipo dell'ammirazione. In questa categoria rientrano gli alleati e i membri del proprio gruppo. Emozioni: positive, ammirazione.
    • Gruppi caratterizzati da alto calore ma bassa competenza: generano lo stereotipo paternalistico. In questa categoria rientrano le casalinghe o i disabili. Emozioni: pietà e compassione.
    • Gruppi caratterizzati da basso calore e alta competenza: generano lo stereotipo dell'invidia. In questa categoria rientrano gli asiatici ad esempio o le persone ricche. Emozioni: invidia.
    • Gruppi caratterizzati da basso calore e bassa competenza: generano lo stereotipo sprezzante. In questa categoria rientrano i drogati, i senzatetto, le persone povere. Emozioni: negative, disprezzo.

Stereotipi culturali

Gli stereotipi culturali tendono a perseverare per ragioni sociali e cognitive:

  • Cognitivamente: le persone spesso spiegano comportamenti discrepanti attribuendoli a fattori situazionali, mentre fanno attribuzioni disposizionali per comportamenti coerenti (contribuendo così a rinforzare lo stereotipo stesso).
  • Socialmente: le persone si comportano in modo da confermare uno stereotipo (ad esempio confermando reazioni o creando profezie che si autoavverano).

Il linguaggio è lo strumento principale di trasmissione degli stereotipi nei discorsi quotidiani.

Discriminazione

Definizione: comportamento volto a creare, mantenere o rinforzare i vantaggi che un determinato gruppo ha su altri. Si riferisce al trattamento inappropriato e ingiusto nei confronti di alcuni individui sulla base della loro appartenenza a un determinato gruppo.

Allport ha definito la discriminazione come un trattamento che implica una mancanza di equità di trattamento; egli ha inoltre notato che, per gli individui, gli ingroup sono psicologicamente primari rispetto agli outgroup. Di conseguenza ha introdotto i concetti di favoritismo e sfavoritismo, entrambi coinvolti nella discriminazione:

  • Il favoritismo viene manifestato nei confronti dell'ingroup;
  • Lo sfavoritismo nei confronti dell'outgroup.

Dal momento che l'ingroup è psicologicamente primario rispetto all'outgroup, di conseguenza il favoritismo ingroup ha la priorità rispetto allo sfavoritismo; quindi i soggetti tenderebbero a sperimentare prima una sorta di “pregiudizio di amore” nei confronti del proprio gruppo che precede il “pregiudizio d'odio” per gli outgroup.

Discriminazione ed emozioni

Alcuni studi hanno inoltre mostrato che il favoritismo ingroup aumenta quando l'outgroup è associato a emozioni negative:

  • Emozioni leggermente negative come il disgusto implicano delle forme moderate di discriminazione;
  • Emozioni più forti, come la rabbia, generano delle reazioni peggiori.

Bias impliciti ed espliciti

Tradizionalmente, i bias sociali sono stati concepiti come delle risposte esplicite (caratterizzati da consapevolezza e che le persone controllavano nell'espressione). Si è successivamente scoperto che oltre alle forme esplicite esistono anche gli atteggiamenti impliciti che implicano mancanza di consapevolezza e attivazione automatica e involontaria. Misurabili tramite IAT.

Discriminazione istituzionale e culturale

Sia i pregiudizi che gli stereotipi e la discriminazione, oltre che a un livello individuale, possono essere analizzati a livello istituzionale e culturale; è possibile distinguere tra:

  • Discriminazione istituzionale: associata alle leggi e alle norme, può operare indipendentemente da quella individuale. Spesso non viene riconosciuta perché le persone considerano le leggi normali, giuste e morali. Nonostante spesso nascosta, questa forma di discriminazione ha delle ripercussioni a livello economico, educativo, nei mass media, nel sistema giudiziario e nella concezione della salute fisica e mentale.
  • Discriminazione culturale: consiste nella convinzione della superiorità della cultura del gruppo dominante sopra la cultura dei gruppi subordinati. Come conseguenza di ciò, i membri dei gruppi subordinati possono sviluppare una falsa credenza che li porta a interiorizzare dei valori che li svantaggiano sistematicamente.

I processi base del pregiudizio, della stereotipizzazione e della discriminazione

Haslam e Dovidio hanno identificato alcuni fattori che favoriscono il mantenimento dei bias:

  • Differenze personali e individuali: gli psicologi inizialmente si sono concentrati sul differenziare persone propense a mettere in atto i bias; tra le principali teorie in questa direzione abbiamo:
    • La teoria psicodinamica (Allport) → secondo cui i bias sarebbero una conseguenza dell'accumulazione di energia psichica, dovuto alle frustrazioni e ai sensi di colpa inevitabilmente prodotti dalle restrizioni imposte dalla società in merito agli istinti sessuali e aggressivi delle persone. L'espressione del pregiudizio, inoltre, avrebbe una funzione catartica in quanto permette al soggetto di tornare ad uno stato di equilibrio.
    • L'ipotesi frustrazione-aggressività (Dollard e Miller) → l'aggressione non sarebbe un bisogno innato del soggetto come postulato dalla teoria psicodinamica, ma deriva come risposta a circostanze che impediscono il raggiungimento degli obiettivi personali.
    • La teoria della personalità autoritaria (Adorno e co.) → gli autori cercarono di differenziare gli individui normali e tolleranti (liberali) dalle persone che invece avevano sviluppato una personalità autoritaria: questa personalità era psicopatologica, caratterizzata da rigidità di pensiero, ambiguità, maggiormente propensi a mettere in atto pregiudizi e stereotipi. La personalità autoritaria era il risultato di una socializzazione con genitori eccessivamente severi e punitivi che supportavano l'autorità gerarchica: essi tendevano a trasmettere i loro modelli ai bambini e, di conseguenza, ai futuri adulti.
    • La teoria della dominanza sociale (Sidanius e Pratto) → secondo cui i gruppi avrebbero un'inclinazione naturale a stabilire delle gerarchie nella società allo scopo di sperimentare ordine e stabilità; verrebbero inoltre associate delle ideologie a queste gerarchie. Secondo questa teoria sarebbe quindi appropriato che alcuni gruppi dominino su altri.
  • Conflitti di gruppo: i bias sociali non sono un fenomeno ristretto ad un piccolo gruppo, ma riguardano un contesto molto più ampio. La principale teoria di riferimento è la teoria del conflitto di gruppo realistico (Sherif, Harvey e White) secondo cui la competizione percepita tra i gruppi per le risorse disponibili nell'ambiente porti a strategie per ridurre l'accesso degli altri gruppi a quelle risorse. In un famoso esperimento condotto dagli autori in Oklahoma ad un campeggio estivo per bambini, dividendo i partecipanti in due gruppi, essi notarono che le relazioni funzionali (competitive o cooperative) determinavano diversi tipi di interazioni: quando i gruppi dovevano competere tra loro, il successo di uno era legato al fallimento dell'altro quindi si generavano bias e conflitti contro l'altro gruppo; quando invece la relazione era cooperativa, i bias diminuivano. È la semplice appartenenza ad un gruppo che può portare alla competizione.
  • La categorizzazione sociale: sia secondo Allport, sia secondo Tajfel i bias sociali derivano dalla propensione umana a categorizzare oggetti e individui in categorie. Le persone reagiscono agli altri sulla base della loro appartenenza ad una determinata categoria o gruppo piuttosto che come individui. Alcune ricerche hanno inoltre mostrato che la categorizzazione sociale influenza la cognizione, le emozioni e i comportamenti dei soggetti: a livello cognitivo le persone processano in maniera più approfondita le informazioni che riguardano l'ingroup piuttosto che quelle dell'outgroup; a livello emotivo le persone sperimentano affetti maggiormente positivi nei confronti dell'ingroup piuttosto che dell'outgroup; a livello comportamentale le persone sono maggiormente propense a fornire aiuto a membri dell'ingroup piuttosto che a outgroup.
  • Identità sociale: La teoria dell'identità sociale (Tajfel) definisce i bias sociali come una risposta contesto-specifica alla posizione di un gruppo all'interno di un particolare sistema di relazioni. Quando l'identità sociale (cioè il sé percepito come parte di un gruppo) è saliente, le persone si considerano come esemplari maggiormente interscambiabili, piuttosto che come unica personalità, definita da differenze individuali.

Passato e futuro

Per concludere, Dovidio ha distinto tre grandi ondate di studi in merito ai bias sociali:

  • La prima ondata (anni ’20 – anni ‘50): i bias sociali erano psicopatologia; pregiudizio e stereotipo erano una sorta di cancro sociale. I ricercatori cercarono di distinguere gli individui con pregiudizi (attraverso test di personalità e attitudini) per cercare di “guarirli”.
  • La seconda ondata (anni ’50 – anni ‘90): parte da un’assunzione opposta alla prima, secondo cui i bias sociali si originano nella mente normale e non in quella malata e sarebbero il risultato di processi normali di socializzazione (siamo tutti soggetti a pregiudizio). Combattere il pregiudizio significava, in quest’ottica, modificare le norme sociali e non “curare” chi esprimeva pregiudizi.
  • La terza ondata (anni ’90 – fino ad oggi): approfitta delle nuove tecnologie per studiare processi che fino a quel momento erano stati solo ipotizzati in quanto non si aveva modo di misurarli (ad esempio le misure implicite per analizzare il razzismo).

Panoramica storica

Sebbene delle attitudini negative tra gruppi siano sempre state viste come inevitabili risposte alle differenze tra gruppi, il pregiudizio e la discriminazione sono concetti che hanno la loro origine nel XX secolo. Ogni concettualizzazione del pregiudizio deriva logicamente da un particolare modo di spiegare il pregiudizio e implica politiche sociali che distinguono paradigmi di pregiudizio dominanti durante particolari periodi storici.

Il cambiamento di prospettiva

Sono stati osservati diversi cambiamenti di prospettiva nello studio degli stereotipi. Questi cambiamenti non sono dovuti esclusivamente ad un’evoluzione della conoscenza, ma sono il risultato di veri e propri shift dell’interesse in merito agli stereotipi stessi. In altri termini, il mutare delle circostanze storiche pone domande fondamentalmente nuove sulla natura del pregiudizio, tralasciando vecchie questioni. È possibile identificare alcuni periodi storici:

  • Fino agli anni Venti del ‘900: gli scienziati americani e europei accettavano l’idea dell’inferiorità della razza e il concetto per cui il pregiudizio raziale non fosse un problema. L’idea della superiorità dei bianchi era utile per giustificare la soggiogazione delle persone di colore: i teorici della razza dominavano il pensiero scientifico in merito alle differenze raziali. Nel 1925, Thomas Garth pubblica un importante paper nel quale analizzava i risultati di circa 70 studi sulla questione dell’intelligenza raziale nel quale conclude che è inevitabile sancire la supremazia della razza bianca.
  • Gli anni Venti: vi furono cambiamenti a seguito della Prima Guerra Mondiale, nacquero dei movimenti per i diritti dei Neri d’America ma anche movimenti che sfidavano il dominio coloniale europeo; vi fu un rapido allontanamento dalla convinzione della supremazia della razza bianca e l’inferiorità delle altre razze. Allport nel 1924 fu un importante psicologo sociale, il primo a evidenziare come la differenza nelle abilità mentali, punto di forza della teoria della supremazia della razza, non era sufficientemente grande da rendere conto del problema della discriminazione e per spiegare l’ostracismo di cui il Nero Americano era vittima. Se, dunque, non ci sono motivi oggettivi per discriminare, il pregiudizio dell’uomo bianco nei confronti delle altre razze è ingiustificato e ingiusto. La principale politica sociale conseguente alla scoperta dell’irrazionalità del pregiudizio fu l’assunzione per la quale fosse sufficiente per gli scienziati sociali identificare e documentare il problema. Naturalmente la conoscenza e la razionalità avrebbero eliminato l’ingiustizia del pregiudizio.
  • Anni Trenta e Quaranta: si notò che il razzismo dei bianchi nei confronti dei neri era ampiamente diffuso e resistente al cambiamento. Ma se il razzismo era fondamentalmente irrazionale e ingiustificato, come si spiegava questa pervasività e tenacia? La teoria psicodinamica sembrava rispondere a questa domanda in termini di processi psicologici universali (come i meccanismi di difesa inconsci). Proiezione, fuga, frustrazione repressa erano processi elegantemente integrati in una spiegazione coerente del pregiudizio in termini di aggressività deviata, originata da qualche frustrazione cronica indirizzata verso una minoranza in quanto capro espiatorio. L’unico modo per normalizzare la situazione si credette essere un’assimilazione delle minoranze alla maggioranza.
  • Anni Cinquanta: Invece di spiegare il pregiudizio in termini di processi universali intrapsichici, il nuovo paradigma si configurò come una sorta di orientamento alle differenze individuali per spiegare il pregiudizio. Conseguentemente, la questione scientifica cruciale divenne quella di identificare e descrivere quelle strutture di personalità e caratteristiche che predispongono gli individui...
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher TR0N di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Sacchi Simona.
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