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Riassunto esame e Appunti completi di Consulenza per l'esame del Prof. Castelli su La mediazione, Bicocca Appunti scolastici Premium

Materiale completo sulla mediazione basato su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Castelli dell’università degli Studi di Milano Bicocca - Unimib, Facoltà di Psicologia, Corso di laurea magistrale in psicologia dei processi sociali, decisionali e dei comportamenti economici. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Consulenza, intervento e sviluppo organizzativo docente Prof. S. Castelli

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LA MEDIAZIONE

La mediazione l’ha inventata la società contemporanea. Essa si sviluppa come modo di

gestione delle liti in un numero crescente di ambiti (famiglia, scuola, lavoro, ecc.).

Può essere definita come un processo attraverso il quale due o più parti si rivolgono a un

terzo neutrale, il mediatore, per ridurre gli effetti indesiderabili di un grave conflitto. La

mediazione mira a ristabilire il dialogo tra le parti per poter raggiungere un obiettivo

concreto: la realizzazione di un progetto di riorganizzazione delle relazioni che risulti

soddisfacente per tutti. L’obiettivo si realizza una volta che le parti si siano riappropriate

della propria capacità decisionale.

2) ALCUNE CONSIDERAZIONI GENERALI SUI CONFLITTI

Alle origini di ogni mediazione vi è un conflitto, una contesa, una contrapposizione. In

qualsiasi sistema biologico il conflitto è normale e non è ne un bene ne un male: può avere

effetti di crescita vitale (favorisce l’emergere di soluzioni nuove, diverse e più soddisfacenti

ai problemi quotidiani); può invece risultare distruttivo quando, ad esempio, la violenza del

contrasto riguardo a un problema di comune interesse induce a pensare che i desideri e le

tendenze di ciascuno escludano la possibilità di successo dei desideri e delle tendenze

altrui. La contrapposizione di interessi può rivelarsi tanto radicale da convincerci spesso

che al termine di un conflitto devono per forza esserci un vincitore e un vinto dopo una

dura battaglia. Il termine conflitto deriva dal latino “confligere” cioè urtare, battere insieme;

per parlare di conflitto devono esserci almeno due o più entità di qualsiasi tipo

(organizzazioni, gruppi, umani e non). Queste entità fanno parte di un sistema. I sistemi

viventi sono in primo luogo aperti, sono cioè in grado di scambiare informazioni con

l’ambiente; essi sono anche dinamici in quanto cambiano nel tempo; un’altra caratteristica

riguarda poi la gerarchizzazione: ogni sistema vivente si presenta composto da sotto-

sistemi in esso integrati. Un membro di un sistema può inoltre far parte di diversi altri

sistemi allo stesso tempo (gli esseri umano possono ad esempio appartenere a diversi

gruppi di amici e al tempo stesso a vari gruppi di lavoro). Il mediatore deve tenere conto di

tutto ciò.

Casi non-umani

Clutton-Brock e Parker forniscono alcuni esempi di conflitti a proposito di casi non umani: i

macachi, ad esempio, se trovano il cibo e non annunciano la loro scoperta attraverso grida

saranno oggetto di aggressione da parte degli altri macachi. La crescita della memoria e

dell’intelligenza rischia di introdurre in talune società animali (compresa la società umana)

meccanismi attraverso i quali un medesimo conflitto tende ad essere amplificato e a dare

luogo a conflitti nuovi anche a notevole distanza di tempo. Da qui nasce la necessità di

introdurre meccanismi in grado di bloccare o comunque attenuare l’escalation della lite. Un

altro esempio viene riportato da De Waal che descrive il caso della mediazione fatta da

uno scimpanzé femmina, Mama, tra i due maschi dominanti Nikkie e Yeroen (li fece

abbracciare in modo che andassero d’accordo per contrapporsi insieme a un terzo

scimpanzé maschio, Luit, che cercava di emergere).

Una delle tesi di fondo è che quanto maggiori sono i gradi di libertà di cui gode ogni

singolo componente di un sistema, tanto maggiore sarà la probabilità di apparizione di

conflitti che, se non opportunamente gestiti, possono condurre alla disgregazione del

sistema stesso.

Casi umani

Nel caso degli esseri umani si possono avere conflitti sui luoghi di lavoro, nelle aule dei

tribunali, fra partiti politici, fra aziende, si ha conflitto anche quando un bambino piange.

Per trasformare il conflitto in qualcosa di utile è necessario gestirlo in maniera opportuna

senza “volerlo curare”: bisogna cogliere il conflitto come un segnale di diversificazione,

come un’occasione offerta per ridefinire la situazione e cercare stimoli di crescita in

direzioni nuove. Bisogna a tal proposito ricordare che la mediazione non è terapia o

almeno non ha espliciti obiettivi terapeutici; molto spesso è proprio l’abbandono

dell’impostazione terapeutica che consente di sbloccare situazioni troppo confuse per non

risultare nocive ai protagonisti. Il terapeuta lavora sulle emozioni e attraverso esse; il

mediatore invece, pur non ignorandole, dovrà cercare di depotenziarle, di tenerle fuori

dalla mediazione in modo da condurre le attività in un clima quanto più possibile calmo e

ragionevole. Il mediatore deve inoltre considerare che la sua opera è un’esperienza breve

se confrontata coi tempi di buona parte delle psicoterapie e, rispetto ad esse, risulta

maggiormente centrata sul presente e sul futuro piuttosto che sul passato.

Che cosa la mediazione non è:

-Non è “soluzione” di conflitti

La mediazione non è un mezzo per risolvere i conflitti; il punto non è quello di stabilire chi

ha ragione e chi ha torto (tutte le parti sono in grado di portare validi argomenti a sostegno

della propria tesi). La mediazione mira a mettere le parti in condizione di uscire da

situazioni di stallo riducendo gli effetti di un conflitto distruttivo. L’eliminazione del problema

non ne rappresenta la soluzione; così facendo si perderebbe un’importante occasione di

crescita e progresso.

-Non ha a che fare con i sistemi giudiziari

La mediazione richiede di non decidere per gli altri: gli antagonisti devono trovare essi

stessi la soluzione dei propri conflitti. Contrariamente alla posizione del giudice che deve

decidere in nome della legge, il mediatore non decide al posto di altri. Mediatore e parti in

conflitto devono sentirsi liberi di impegnarsi nel lavoro di mediazione e al tempo stesso

liberi di porre termine a questo impegno nel momento in cui la motivazione al lavoro

decade.

-Non è divagazione sulla teoria dei giochi

La teoria dei giochi analizza i conflitti come se si trattassero di giochi in cui i contendenti, di

solito considerati come giocatori con interessi contrapposti, hanno a disposizione una

certa varietà di mosse. È possibile distinguere 3 casi all’interno di tale teoria:

Io vinco, tu perdi: al guadagno dell’uno corrispondeva sempre e comunque una

1) perdita da parte dell’altro;

Io vinco, tu vinci: a tal proposito ne è un esempio il “dilemma del prigioniero” (2

2) accusati di omicidio devono scegliere: se nessuno confessa entrambi saranno

condannati a 2 anni perché il delitto rimarrà irrisolto, se 1 confessa viene accusato

e condannato a 20 anni scagionando l’altro, se confessano tutti e 2 in mancanza di

elementi certi verrebbero condannati a pochi mesi. I prigionieri non potevano

comunicare tra loro e non potevano accordarsi in quanto in celle separate quindi

avrebbero scelto sicuramente entrambi di non confessare, rassegnandosi ai 2 anni

di carcere).

Io perdo, tu perdi: solo chi pensa di non avere più nulla da perdere o è accecato dal

3) dolore riesce a perseguire strategie di questo genere.

-Non è un puro e semplice negoziato

Un buon negoziato quasi sempre produce vantaggi per tutte le parti in causa; esso è un

processo in cui due o più parti, nessuna delle quali è in grado di prevalere sull’altra,

tentano di raggiungere un accordo che costituisca una soluzione soddisfacente per tutti.

La negoziazione viene definita diretta quando le parti si riuniscono volontariamente

informandosi sui propri bisogni e interessi con l’intento di risolvere uno o più punti di lite.

Quando le parti non intendono intraprendere un’interazione faccia a faccia (fondamentale

nella negoziazione diretta) storicamente si è fatto ricorso a un terzo che agisce al servizio

di entrambe le parti: si parla in questo caso di negoziazione attraverso un messaggero

(ACB). Quando entrambe le parti diffidano della neutralità del messaggero, esse

nominano un proprio rappresentante (un avvocato per parte) e si realizza una

negoziazione attraverso rappresentanti (A avvocato Aavvocato BB) (così facendo

tuttavia le parti non parleranno mai direttamente tra loro e continueranno a dipendere dai

rispettivi portavoce).

-Non è un arbitrato

L’arbitraggio è un processo volontario nel quale le parti in conflitto domandano a una terza

persona che si suppone neutra e imparziale, di prendere una decisione al loro posto. Essi

cessano di essere attori con diritti e responsabilità per diventare obbedienti esecutori di

decisioni prese da altri. Non sono più soggetti ma oggetti. Bisogna considerare inoltre che

ogni arbitro invitato a decidere su una situazione potrà conoscerla solo in maniera

superficiale e indiretta: non avrà quindi tutti gli elementi essenziali per giungere ad un

giudizio corretto.

-Non è consulenza legale, finanziaria, psicopedagogica o comunque “tecnica”

Il mediatore non è un consulente ma un facilitatore della comunicazione tra le parti. Egli

darà il suo contributo affinché venga acquisito uno stile di comunicazione efficace,

costruttivo e duraturo nel tempo.

Verso una gestione pacifica del conflitto

Il mediatore tende a far si che le parti riprendano a comunicare fra loro in modo da trovare

un accordo. La mediazione rappresenta uno sforzo per muoversi nel tentativo di

trasformare i desideri aggressivi e conflittuali in momenti di crescita costruttiva. Uno dei

motivi per cui le pratiche di mediazione funzionano è che danno tempo per pensare e

riflettere, e il tempo che danno è un tempo giusto: non i tempi dilatati a dismisura dei

tribunali. L’attività di mediazione dovrebbe essere intesa quindi come un avanzamento

verso un fine condiviso, reso possibile da una riattivazione della comunicazione e solo

inizialmente regolato dal mediatore. Alcune mediazioni riescono bene, altre no, talvolta

indipendentemente dalla buona volontà dei partecipanti, a causa magari di qualche

variabile esterna fuori controllo.

3)LA COMUNICAZIONE NELLA MEDIAZIONE

Una storia di immigrati

Risulta quindi evidente come un miglioramento della comunicazione fra parti in disaccordo sia un

passo essenziale al superamento delle situazioni di crisi. Lela Porter Love ci fornisce un buon

esempio di come il miglioramento della comunicazione fra 2 gruppi contrapposti possa portare

benefici ad un’intera comunità. Il caso in cui la Love fu coinvolta come mediatrice riguardava le

tensioni che erano andate crescendo tra la pubblica amministrazione di Glen Cove (cittadina vicino

NY) e gli immigrati centroamericani che si radunavano vicino un negozio di alimentari in attesa di

offerte di lavoro. La cosa non piaceva ai negozianti e agli abitanti della zona: gli immigrati erano

disordinati, rumorosi, sporcavano e importunavano le ragazze. I salvadoregni dal canto loro

avevano un interesse vitale per quella che era la loro unica speranza di sopravvivenza. In casi

come questi la fase di evitamento del conflitto non dura a lungo. L’amministrazione chiese l’arresto

degli immigrati illegali visto che violavano la legge, quindi iniziò a diffondersi la percezione che vi

fosse ostilità nei confronti degli immigrati. La giunta municipale, successivamente, fece approvare

un’ordinanza che proibiva a chi stava in strada di chiedere un lavoro a chi passava sopra mezzi a

motore (l’ordinanza era mirata a colpire una determinata fascia della popolazione, dunque era

incostituzionale). In questo caso bastarono due giornate di incontri, distanziate di una settimana in

modo da dare alle parti tempo per riflettere e giungere ad un accordo: le parti riconoscevano il

reciproco interesse a migliorare le comunicazioni tra loro; il comune si impegnava a ricercare

luoghi alternativi che gli immigrati potevano usare come punto di ritrovo; vennero migliorate le

relazioni tra polizia e immigrati (si facevano riunioni in cui le forze dell’ordine spiegavano ai

salvadoregni le preoccupazioni della città e venivano inoltre sensibilizzati tutti gli agenti alla

tematica delle differenze culturali). Questo è un esempio di mediazione di comunità, nel quale è

stato possibile giungere ad un accordo.

La comunicazione

Watzlawick, uno degli esponenti della scuola di Palo Alto, sosteneva che non si può non

comunicare: il silenzio, così come le parole, ha un valore di messaggio e permette di influenzare gli

altri. Secondo il modello di Shannon e Weaver la comunicazione veniva definita come “il

trasferimento di informazioni da un emittente ad un ricevente sotto forma di messaggi”. Questo

modello prevedeva inoltre la presenza di “rumori”, cioè tutti quegli elementi che potevano

disturbare la trasmissione del messaggio (parole difficili, concetti confusi,…). Per tale ragione, il

luogo in cui si svolgono gli incontri di mediazione dovrebbe essere il più possibile tranquillo,

silenzioso, comodo, accogliente e stimolante. Dovrebbe disporre di una lavagna per consentire al

mediatore di scrivere gli argomenti della discussione, le tesi in contrasto, le conclusioni provvisorie

in modo che tutto ciò sia visibile ai partecipanti (una comunicazione che usa sia il canale visivo sia

quello uditivo viene ricordata nella misura del 50-60%; una comunicazione solo verbale 10-15%;

comunicazione solo visiva 30%).

La comunicazione, al di la del semplice scambio di informazioni, prevede soprattutto la

comprensione dell’altro: se fra 2 persone esiste un rapporto amicale, le parole sono intese in

maniera diversa da quelle scambiate tra nemici o persone appena conosciute. Si dice quindi che

ogni forma di comunicazione è fondata sulla base di emozioni condivise.

Con l’estendersi degli studi sulla comunicazione e la scoperta della comunicazione non verbale ci

si rese conto che la comunicazione non solo passa da un emittente ad un ricevente, ma viene

inoltre modulata sulla base delle risposte date dal ricevente: l’informazione trasmessa origina

inevitabilmente un feedback, cioè un segnale di ritorno che consente all’emittente di regolare la

propria comunicazione successiva adattandola alla situazione del ricevente.

Finestra di Johari: modello elaborato da Luft e Ingham

Io

Noto ignoto

Altro noto 1 (aperto) 2 (cieco)

Ignoto 3 (nascosto) 4 (ignoto)

Quadrante 1: comportamento, sentimenti e motivazioni note a se e agli altri;

Quadrante 2: comportamento, sentimenti e motivazioni note agli altri ma non a se (potenzialità non

sviluppate, ignote all’individuo ma ipotizzabili dagli altri);

Quadrante 3: comportamento, sentimenti e motivazioni note a se ma non agli altri (qui si collocano

menzogna e dissimulazione: un’informazione viene tenuta nascosta agli altri per i propri fini);

Quadrante 4: comportamento, sentimenti e motivazioni ignoti sia a se sia agli altri.

La mediazione dovrebbe avvenire attraverso una comunicazione tipica del quadrante 1 senza

ambiguità e contraddizioni. Il mediatore deve inoltre aiutare i partecipanti ad argomentare le

proprie ragioni.

Alcune tecniche per il mediatore

La competenza massima del mediatore è quella dell’ascolto attivo, quindi egli non potrà mai fornire

risposte pre-confezionate; visto che egli mira ad aiutare le parti ad argomentare per trovare

soluzioni deve porre domande che consentano alle parti di esporre i propri punti di vista,

approfondirli e confrontarli a vicenda. Soprattutto all’inizio il mediatore potrà servirsi di domande

dirette che permettono di risparmiare tempo oltre a far emergere un’opinione precisa. Il tipo di

domande più usate sono comunque quelle aperte che consentono a ciascuno ampia possibilità di

risposte per esprimersi con la massima libertà. Esistono anche le domande guidate, che servono

soprattutto a stimolare e provocare i partecipanti. Nel caso infine le posizioni di qualcuno siano

espresse in maniera vaga e confusa, il mediatore può ricorrere alle domande a spirale (Cioè? In

che senso? Chi di preciso? Quando?) nel tentativo di fare convergere le risposte verso il punto

nodale del discorso.

Il mediatore quindi:

-apre gli incontri di mediazione, chiarendo gli scopi;

-tiene la discussione entro le linee guida tracciate evitando dispersioni su altri argomenti non

pertinenti;

-stimola le parti a discutere i problemi e a elaborare proposte di soluzione;

- cerca di far si che la discussione si mantenga collaborativa e amichevole depotenziando

eventuali polemiche, frecciate inopportune, riferimenti a torti passati;

-riassume l’andamento della discussione e i risultati raggiunti.

Il mediatore dovrà evitare di fare accogliere l’eventuale opinione che si è formato della situazione,

dovrà evitare di appoggiare l’una o l’altra tesi e non dovrà lasciarsi coinvolgere in prima persona

nella discussione. Egli deve tenere sempre a mente che il suo obiettivo è quello di ricostruire un

dialogo attendibile e duraturo nel tempo tra le parti coinvolte (deve cioè essere un facilitatore della

comunicazione).


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TR0N

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+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia dei processi sociali, decisionali e dei comportamenti economici
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher TR0N di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Consulenza, intervento e sviluppo organizzativo e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Castelli Stefano.

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