La mediazione
La mediazione l'ha inventata la società contemporanea. Essa si sviluppa come modo di gestione delle liti in un numero crescente di ambiti (famiglia, scuola, lavoro, ecc.). Può essere definita come un processo attraverso il quale due o più parti si rivolgono a un terzo neutrale, il mediatore, per ridurre gli effetti indesiderabili di un grave conflitto. La mediazione mira a ristabilire il dialogo tra le parti per poter raggiungere un obiettivo concreto: la realizzazione di un progetto di riorganizzazione delle relazioni che risulti soddisfacente per tutti. L'obiettivo si realizza una volta che le parti si siano riappropriate della propria capacità decisionale.
Alcune considerazioni generali sui conflitti
Alle origini di ogni mediazione vi è un conflitto, una contesa, una contrapposizione. In qualsiasi sistema biologico il conflitto è normale e non è né un bene né un male: può avere effetti di crescita vitale (favorisce l’emergere di soluzioni nuove, diverse e più soddisfacenti ai problemi quotidiani); può invece risultare distruttivo quando, ad esempio, la violenza del contrasto riguardo a un problema di comune interesse induce a pensare che i desideri e le tendenze di ciascuno escludano la possibilità di successo dei desideri e delle tendenze altrui.
La contrapposizione di interessi può rivelarsi tanto radicale da convincerci spesso che al termine di un conflitto devono per forza esserci un vincitore e un vinto dopo una dura battaglia. Il termine conflitto deriva dal latino “confligere” cioè urtare, battere insieme; per parlare di conflitto devono esserci almeno due o più entità di qualsiasi tipo (organizzazioni, gruppi, umani e non). Queste entità fanno parte di un sistema. I sistemi viventi sono in primo luogo aperti, sono cioè in grado di scambiare informazioni con l'ambiente; essi sono anche dinamici in quanto cambiano nel tempo; un’altra caratteristica riguarda poi la gerarchizzazione: ogni sistema vivente si presenta composto da sotto-sistemi in esso integrati. Un membro di un sistema può inoltre far parte di diversi altri sistemi allo stesso tempo (gli esseri umano possono ad esempio appartenere a diversi gruppi di amici e al tempo stesso a vari gruppi di lavoro). Il mediatore deve tenere conto di tutto ciò.
Casi non umani
Clutton-Brock e Parker forniscono alcuni esempi di conflitti a proposito di casi non umani: i macachi, ad esempio, se trovano il cibo e non annunciano la loro scoperta attraverso grida saranno oggetto di aggressione da parte degli altri macachi. La crescita della memoria e dell’intelligenza rischia di introdurre in talune società animali (compresa la società umana) meccanismi attraverso i quali un medesimo conflitto tende ad essere amplificato e a dare luogo a conflitti nuovi anche a notevole distanza di tempo. Da qui nasce la necessità di introdurre meccanismi in grado di bloccare o comunque attenuare l’escalation della lite. Un altro esempio viene riportato da De Waal che descrive il caso della mediazione fatta da uno scimpanzé femmina, Mama, tra i due maschi dominanti Nikkie e Yeroen (li fece abbracciare in modo che andassero d’accordo per contrapporsi insieme a un terzo scimpanzé maschio, Luit, che cercava di emergere).
Una delle tesi di fondo è che quanto maggiori sono i gradi di libertà di cui gode ogni singolo componente di un sistema, tanto maggiore sarà la probabilità di apparizione di conflitti che, se non opportunamente gestiti, possono condurre alla disgregazione del sistema stesso.
Casi umani
Nel caso degli esseri umani si possono avere conflitti sui luoghi di lavoro, nelle aule dei tribunali, fra partiti politici, fra aziende, si ha conflitto anche quando un bambino piange. Per trasformare il conflitto in qualcosa di utile è necessario gestirlo in maniera opportuna senza “volerlo curare”: bisogna cogliere il conflitto come un segnale di diversificazione, come un’occasione offerta per ridefinire la situazione e cercare stimoli di crescita in direzioni nuove. Bisogna a tal proposito ricordare che la mediazione non è terapia o almeno non ha espliciti obiettivi terapeutici; molto spesso è proprio l’abbandono dell’impostazione terapeutica che consente di sbloccare situazioni troppo confuse per non risultare nocive ai protagonisti.
Il terapeuta lavora sulle emozioni e attraverso esse; il mediatore invece, pur non ignorandole, dovrà cercare di depotenziarle, di tenerle fuori dalla mediazione in modo da condurre le attività in un clima quanto più possibile calmo e ragionevole. Il mediatore deve inoltre considerare che la sua opera è un’esperienza breve se confrontata coi tempi di buona parte delle psicoterapie e, rispetto ad esse, risulta maggiormente centrata sul presente e sul futuro piuttosto che sul passato.
Che cosa la mediazione non è
- Non è “soluzione” di conflitti: La mediazione non è un mezzo per risolvere i conflitti; il punto non è quello di stabilire chi ha ragione e chi ha torto (tutte le parti sono in grado di portare validi argomenti a sostegno della propria tesi). La mediazione mira a mettere le parti in condizione di uscire da situazioni di stallo riducendo gli effetti di un conflitto distruttivo. L’eliminazione del problema non ne rappresenta la soluzione; così facendo si perderebbe un’importante occasione di crescita e progresso.
- Non ha a che fare con i sistemi giudiziari: La mediazione richiede di non decidere per gli altri: gli antagonisti devono trovare essi stessi la soluzione dei propri conflitti. Contrariamente alla posizione del giudice che deve decidere in nome della legge, il mediatore non decide al posto di altri. Mediatore e parti in conflitto devono sentirsi liberi di impegnarsi nel lavoro di mediazione e al tempo stesso liberi di porre termine a questo impegno nel momento in cui la motivazione al lavoro decade.
- Non è divagazione sulla teoria dei giochi: La teoria dei giochi analizza i conflitti come se si trattassero di giochi in cui i contendenti, di solito considerati come giocatori con interessi contrapposti, hanno a disposizione una certa varietà di mosse. È possibile distinguere 3 casi all’interno di tale teoria:
- Io vinco, tu perdi: al guadagno dell’uno corrispondeva sempre e comunque una perdita da parte dell’altro;
- Io vinco, tu vinci: a tal proposito ne è un esempio il “dilemma del prigioniero” (22 accusati di omicidio devono scegliere: se nessuno confessa entrambi saranno condannati a 2 anni perché il delitto rimarrà irrisolto, se 1 confessa viene accusato e condannato a 20 anni scagionando l’altro, se confessano tutti e 2 in mancanza di elementi certi verrebbero condannati a pochi mesi. I prigionieri non potevano comunicare tra loro e non potevano accordarsi in quanto in celle separate quindi avrebbero scelto sicuramente entrambi di non confessare, rassegnandosi ai 2 anni di carcere).
- Io perdo, tu perdi: solo chi pensa di non avere più nulla da perdere o è accecato dal dolore riesce a perseguire strategie di questo genere.
- Non è un puro e semplice negoziato: Un buon negoziato quasi sempre produce vantaggi per tutte le parti in causa; esso è un processo in cui due o più parti, nessuna delle quali è in grado di prevalere sull’altra, tentano di raggiungere un accordo che costituisca una soluzione soddisfacente per tutti. La negoziazione viene definita diretta quando le parti si riuniscono volontariamente informandosi sui propri bisogni e interessi con l’intento di risolvere uno o più punti di lite. Quando le parti non intendono intraprendere un’interazione faccia a faccia (fondamentale nella negoziazione diretta) storicamente si è fatto ricorso a un terzo che agisce al servizio di entrambe le parti: si parla in questo caso di negoziazione attraverso un messaggero (A→C→B). Quando entrambe le parti diffidano della neutralità del messaggero, esse nominano un proprio rappresentante (un avvocato per parte) e si realizza una negoziazione attraverso rappresentanti (A→ avvocato A→→avvocato B→B) (così facendo tuttavia le parti non parleranno mai direttamente tra loro e continueranno a dipendere dai rispettivi portavoce).
- Non è un arbitrato: L’arbitraggio è un processo volontario nel quale le parti in conflitto domandano a una terza persona che si suppone neutra e imparziale, di prendere una decisione al loro posto. Essi cessano di essere attori con diritti e responsabilità per diventare obbedienti esecutori di decisioni prese da altri. Non sono più soggetti ma oggetti. Bisogna considerare inoltre che ogni arbitro invitato a decidere su una situazione potrà conoscerla solo in maniera superficiale e indiretta: non avrà quindi tutti gli elementi essenziali per giungere ad un giudizio corretto.
- Non è consulenza legale, finanziaria, psicopedagogica o comunque “tecnica”: Il mediatore non è un consulente ma un facilitatore della comunicazione tra le parti. Egli darà il suo contributo affinché venga acquisito uno stile di comunicazione efficace, costruttivo e duraturo nel tempo.
Verso una gestione pacifica del conflitto
Il mediatore tende a far si che le parti riprendano a comunicare fra loro in modo da trovare un accordo. La mediazione rappresenta uno sforzo per muoversi nel tentativo di trasformare i desideri aggressivi e conflittuali in momenti di crescita costruttiva. Uno dei motivi per cui le pratiche di mediazione funzionano è che danno tempo per pensare e riflettere, e il tempo che danno è un tempo giusto: non i tempi dilatati a dismisura dei tribunali. L’attività
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