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Sunto Didattica e Pedagogia dell’inclusione, prof.ssa Cristina Palmieri, “L’agire

autori Loredana

educativo - Manuale per educatori e operatori socio-assistenziali”

Perla, Maria Grazia Riva (eds.)

Il libro è stato scritto col contributo dei docenti universitari che partecipano al laboratorio di

innovazione culturale dell’editore “La Scuola” di Brescia.

Gli autori hanno cercato di rispondere alle domande di senso degli educatori che operano

nell’ambito dei servizi sociali, che sono perlopiù ex studenti che si sono

quotidianamente

formati presso le università italiane.

Nel sistema universitario italiano si formano tre figure di professionisti dell’educazione: due

di laurea triennale in Scienze dell’Educazione, e

figure di educatore (attraverso il corso

quello in Professioni sanitarie della riabilitazione, che forma educatori professionali destinati

all’ambito socio-sanitario) e una figura di pedagogista (corso di laurea magistrale in Scienze

Pedagogiche).

E’ attualmente in discussione in Parlamento la proposta di legge n. 2656 volta a disciplinare

le professioni educative, che dovrebbe favorire il riconoscimento sociale di educatori e

pedagogisti che già svolgono la loro attività nei servizi.

Il testo mira a delineare quadri di riferimento teorico-concettuali, saperi e strumenti il cui

apprendimento è indispensabile per formarsi come educatori.

Gli autori del saggio ritengono fondamentale la promozione di un saper “far bene” il lavoro

educativo, considerando due direzioni:

● favorire, negli educandi, lo sviluppo del senso del bello e dei valori personali;

● accompagnare, con mitezza ed ottimismo, lo svolgersi di un processo educativo che

porti l’educando a realizzarsi come persona libera, amante della vita in tutte le sue

forme e manifestazioni.

PARTE PRIMA - Teoria e storia

L’agire educativo: verso un nuovo paradigma (di Cristina Palmieri)

Capitolo 1 - viene proposto l’esempio di Parada,

Come esempio di agire educativo individuale

un’associazione rumena fondata nel 1992 da Miloud Oukili, francese di origini algerine. Egli,

recatosi a Budapest come volontario, incontra i “boskettari”, ragazzi che vivono in strada, e,

restandone colpito, cerca di coinvolgerli gradualmente nella sua arte, quella del clown.

Lo stile con cui Miloud si avvicina e entra in relazione con i boskettari è educativo perché

egli non impone loro il suo mondo, non chiede loro di cambiare, ma li apre a un altro mondo,

dà loro la possibilità di fare esperienze diverse da quelle della loro quotidianità.

E’ un atteggiamento che esprime passione per il bene dell’altro e un profondo rispetto per la

sua personalità ed unicità. 1

Miloud si comporta come un educatore professionale, sebbene non lo sia, e il suo è un agire

educativo individuale.

L’agire educativo individuale come socialmente e culturalmente situato

L’educatore non agisce mai in un rapporto esclusivo con le persone di cui si prende cura,

ma sempre in un contesto più o meno strutturato, caratterizzato da propri obiettivi.

A sua volta, questo contesto è inserito sia in un territorio (città, periferia, montagna, ecc.)

con le sue tradizioni, sia in un particolare sistema di welfare.

L’agire educativo è inserito in un sistema di “scatole cinesi” di cui il singolo educatore,

impegnato nel microcosmo in cui concretamente e quotidianamente opera, spesso non ha

percezione, ma di cui fa inevitabilmente esperienza.

L’educatore è personalmente portatore di abitudini, modi di pensare, significati che, a

l’educatore stesso ha vissuto e si è

loro volta, sono anche il frutto del contesto in cui

formato professionalmente.

In particolare, l’educazione familiare, le esperienze formative formali (scuola, università), non

formali (oratorio, gruppo scout, ecc.) e informali (amici, mezzi di comunicazione, viaggi, ecc.)

“visione del mondo” di ogni educatore,

contribuiscono a determinare la particolare che

egli mette in atto anche nei confronti dei colleghi e degli utenti.

l’educazione è un atto sociale e

Riccardo Massa e Piero Bertolini sottolineano che

politico perché è il frutto delle pratiche familiari, istituzionali e diffuse che permettono a un

ambiente di riprodursi e/o di innovarsi.

L’educazione svolge sia una funzione conservatrice che una funzione trasformatrice

dell’ambiente socio-economico e culturale.

educazione “buona” capace di formare persone “normali”,

Si può definire quella che è

cioè rispettose delle norme, scritte e non, che determinano i comportamenti individuali e

sociali. E’ l’educazione che rende le persone capaci di adeguarsi alle esigenze di un

determinato contesto e di perpetuare determinate modalità di vita.

Nel corso del secolo scorso, l’educazione è stata usata come potente strumento per

garantire il perpetuarsi di certe condizioni o produrre determinati cambiamenti.

Anche oggi l’agire educativo risente delle relazioni col potere (economico, politico e

ideologico), in base alle quali alcune pratiche educative diventano “buone” e “normalizzanti”.

Per superare questa situazione è indispensabile agire sull’educazione stessa smascherando

e poi modificando le dinamiche di potere in essa riconoscibili.

In altre parole, occorre che gli educatori sviluppino capacità di rielaborare

consapevolmente le condizioni del contesto in cui si trovano ad operare.

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E’ indispensabile però una costante attività di controllo e riflessione critica per evitare che

qualsiasi innovazione in campo educativo possa finire per diventare scontata e per rientrare

così nella “buona” educazione.

insite nell’agire

Le principali dimensioni educativo:

1) le condizioni materiali (tempi, spazi, ruoli professionali) che lo rendono possibile e che

risentono delle scelte politiche ed economiche;

2) i paradigmi culturali e sociali entro cui esso si svolge.

Il paradigma culturale esprime il modo in cui una comunità pensa e opera nella realtà.

Il combinato delle condizioni materiali e del paradigma culturale produce:

● che definiscono l’uomo, la donna, il bambino, la bambina

i modelli antropologici,

che si dovrebbe essere;

● i modelli sociali, che definiscono il tipo di comunità che si aspira a costituire;

● i modelli culturali, che definiscono i criteri con cui interpretare la quotidianità;

● che definiscono l’educazione “buona”.

i modelli educativi,

L’educatore agisce, spesso inconsapevolmente, per contribuire a formare il soggetto che ha

in mente. Egli ha un’idea di “educazione buona” e in lui agisce il “senso comune”, quella

“pedagogia popolare” che Bruner considera il primo motore che muove chiunque educhi

(genitore, insegnante, educatore, ecc.).

Il modello educativo e il suo valore pragmatico

Il pedagogo Massimo Baldacci afferma che il modello educativo deve essere in grado di

collegare teorie e pratica, cioè di collegare un certo modo di pensare le persone e il mondo,

con il fare concretamente educazione.

John Dewey, in “Esperienza e educazione”, evidenzia che, se da un lato è vero che

l’educazione è influenzata da valori ad essa esterni, dall’altro è essa stessa in grado di

produrre trasformazioni sulle condizioni culturali e sociali esistenti.

Affinché l’educazione possa discostarsi dal senso comune, evitando di essere un semplice

strumento ideologico di riproduzione o di rivoluzione sociale, occorre che si formi un

pensiero intenzionale in grado di discernere tra le diverse esperienze, cogliendo

quelle che possono essere definite educative. Questo pensiero produce alcune

conseguenze:

1) rende evidente la relazione che intercorre tra gli orientamenti teorici e i metodi e gli

strumenti dell’agire educativo.

Se, da un lato, ogni metodo e strumento è scelto sulla base del pensiero implicito

dell’educatore relativamente alla realtà e ai soggetti nei confronti dei quali agisce, dall’altro

lato, qualsiasi orientamento pedagogico, comporta l’uso di particolari strumenti e metodi:

3

decidere di operare per liberare il soggetto oppure per normalizzarlo, significa calibrare

conseguentemente le modalità di trattamento del soggetto stesso.

riflessione circa l’ontologia (cioè le strutture fondamentali dell’essere)

2) comporta una

dell’educazione e i modelli antropologici che essa produce.

Infatti c’è una differenza radicale tra il ritenere l’educazione una pratica normalizzante e

considerarla invece come “campo di esperienza” in cui le persone possono mettersi in gioco

con le proprie capacità e i propri limiti.

Quando questa differenza non viene percepita con chiarezza, si generano situazioni

insoddisfacenti sia per gli educatori che per gli educandi.

Si tratta di situazioni che possono essere affrontate attraverso la comprensione delle visioni

dell’educazione e degli educandi che gli educatori mettono in atto nella loro azione e la

riflessione volta a riconoscere gli aspetti scontati dell’agire educativo, cioè il fare perché “si

fa così”.

3) sostenere la riflessività aiuta il mantenimento del corretto equilibrio tra due tendenze

spesso presenti nei contesti educativi:

● l’autoreferenzialità è un rischio presente, in particolare, nei contesti educativi formali

(scuola, comunità socio-sanitarie, ecc.) in cui è difficoltoso realizzare una continuità

tra l’ambiente di vita e quello educativo. L’educazione ha bisogno

contemporaneamente di radicarsi e di differenziarsi nella quotidianità;

● il disconoscimento del senso del lavoro educativo è spesso il frutto delle

emergenze sociali, del senso comune e della prepotenza di altri saperi, per cui

l’educazione viene usata per tamponare situazioni di crisi sociale e le vengono

affidati compiti assistenziali e terapeutici impossibili da svolgere.

L’agire educativo oggi: verso un nuovo paradigma e nuovi modelli educativi

Il XXI secolo è caratterizzato dall’evidenza di alcuni fenomeni tipici della modernità, quali la

globalizzazione e il progresso tecnologico e scientifico che hanno rivoluzionato il modo di

vivere di noi tutti.

Sono situazioni che hanno generato una contraddizione fondamentale: l’ideologia

dell’inclusione sociale finisce per appoggiarsi sullo stesso rischio di esclusione.

“biografie senza progetto”

Si riscontrano spesso che evidenziano difficoltà un tempo

sconosciute: la nascita di un figlio, il lutto, le difficoltà sentimentali sono spesso situazioni

che gettano le persone nel più nero sconforto, perché molti non possiedono adeguati

strumenti culturali e la capacità di dare significato ad esperienze di vita molto comuni.

La post-modernità si caratterizza per il nomadismo, la precarietà e la relatività che

interessano le vite di tutti. Ciò comporta la necessità di ripensare il mondo, adottando

un’ottica post-umanista e costruendo nuovi modelli antropologici e culturali.

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Questa esigenza coinvolge inevitabilmente anche l’agire educativo e acuisce la necessità di

formulare modelli educativi che tengano conto delle caratteristiche del mondo

contemporaneo. L’agire educativo verso un nuovo

Mappa concettuale relativa al Capitolo primo -

paradigma La mediazione “plurale” nel lavoro educativo (di Loredana Perla)

Capitolo secondo -

L’agire educativo si distingue da altre forme di agire professionale in contesti socio-educativi

perché ha come obiettivo la promozione della crescita umana della persona e la

valorizzazione di tutte le sue potenzialità.

molteplici luoghi e i diversi target (gruppi di utenti) in cui l’agire

Considerando i

educativo si esplica, è realistico parlare di mediazione plurale del lavoro educativo.

Inoltre il lavoro educativo non ha mai completa certezza di successo perché nulla può

accadere senza il consenso dell’educando.

Compito della mediazione educativa è quello di suscitare nel soggetto il desiderio di essere

educato, considerando che i cambiamenti che l’educazione favorisce sono necessari perché

egli possa esprimersi pienamente nella propria unicità.

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Educatore ed educando lavorano insieme, anche se in posizioni diverse, per realizzare un

progetto educativo che, se ben realizzato, contribuisce alla crescita reciproca delle due parti.

Le scoperte delle neuro-scienze hanno permesso di superare le tradizionali distinzioni tra

ragione ed emozione, fra mente-corpo-ambiente, ecc. e hanno reso necessaria una

revisione dei metodi per l’apprendimento.

L’apprendere consiste oggi nello sviluppo di competenze inedite, quasi del tutto assenti nei

curricola educativi tradizionali, come saper decidere, saper risolvere problemi, saper

prevedere, saper creare mondi e relazioni.

nuova didattica dell’agire educativo

Occorre quindi formulare una che possa essere

applicata in ogni campo, non solo in quello scolastico.

Il problema del metodo come Terzo educativo

Nell’agire educativo, il metodo (etimologicamente, “marcia dietro a”) è la via attraverso cui

far crescere le persone nella loro autenticità.

Esso comporta l’individuazione dei mezzi adeguati per trasmettere agli educandi determinati

contenuti di vita e di cultura, non perdendo mai di vista il traguardo della loro crescita come

persone libere.

Fino alla fine del Novecento la relazione educativa era considerata una struttura binaria, in

quanto centrata sulla diade educatore-educando.

Nei primi anni del XXI secolo, a partire dalle osservazioni di Jean Houssaye, si comincia a

struttura ternaria dell’agire educativo,

parlare di e alla diade educatore-educando si

aggiunge un terzo elemento che ha il compito di rendere possibile e giustificare il rapporto

tra i due soggetti.

L’analisi di questo terzo elemento può essere condotta seguendo diverse prospettive:

1) prospettiva disciplinare: il terzo elemento è rappresentato dal sapere, ciò avviene

tipicamente nella scuola;

2) prospettiva psicopedagogica: il terzo elemento è rappresentato dalle funzioni di

contenimento e accompagnamento;

3) prospettiva dell’agire educativo: il terzo elemento è rappresentato dal metodo educativo,

che è strettamente correlato all’oggetto specifico del lavoro educativo.

Ad esempio:

● tratta di rinforzare le competenze personali e sociali, l’ambito del lavoro

se si

educativo è quello del potenziamento delle life skills e i metodi sono quelli della

programmazione neurolinguistica o del coaching;

● oppure di svolgere una “cura

se si tratta di prevenire comportamenti a rischio

educativa” verso particolari soggetti, occorre recuperare umane fragilità attraverso i

metodi della peer&media education o della drammatizzazione teatrale.

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Il metodo è il terzo elemento dell’agire educativo perché rappresenta ciò che connette

l’io all’ambiente, il soggetto con la realtà.

Ulteriormente, il metodo è un dispositivo spazio-temporale che serve per separare

psicologicamente la coppia educatore-educando.

Infatti è il metodo, più che l’educatore, che contribuisce a creare il giusto spazio psicologico,

sfumando la presenza dell’educatore stesso e i rischi di una sua direttività bloccante,

affinché l’educando possa compiere l’atto di libertà che lo porta a scegliere il cambiamento.

Gli studi compiuti da numerosi autori (ricordiamo Roveda, Meltzer, ecc.) sui meccanismi del

transfert nelle coppie intensamente affettive, evidenziano come educatore ed educando

viaggino su traiettorie diverse. L’educando è spesso dibattuto tra la sofferenza del suo

ha bisogno di carezze, ma è anche pronto a “mordere” la

vissuto e le incognite del futuro:

mano di chi lo vorrebbe aiutare. L’educatore deve fare i conti col rischio degli equivoci

manipolatori che si esprimono soprattutto nei suoi atteggiamenti (lo sguardo, la voce, il

silenzio, ecc.).

Il metodo dell’agire educativo ha il compito di far emergere l’”io protagonista” dell’educando

capace di riconoscersi titolare dei suoi vissuti, ma anche la capacità di prenderne le

distanze.

Questo metodo non è un collage di tecniche mutuate da discipline limitrofe a quella

dell’educazione, ma è un dispositivo pedagogico basato su precisi principi.

Alcune caratteristiche del metodo dell’agire educativo sono:

1) esso deve contribuire a rendere credibile, dal punto di vista dell’educando, l’agire

dell’educatore, il quale deve testimoniare il suo esserci nella relazione educativa attraverso

la coerenza tra il proprio comportamento e gli ideali proposti.

2) Il metodo educativo deve essere calibrato sulle caratteristiche personali e uniche

dell’educando, quindi non esiste un metodo valevole per chiunque.

3) Il metodo educativo è completamente diverso da quello scientifico, perché si basa sul

rapporto interpersonale e sulla competenza affettiva dell’educatore.

Per diventare educatori occorre allenare uno sguardo capace di cogliere intuitivamente i

bisogni dell’educando e di rispondervi con i mille segni dell’amore vero. Proprio perché nella

vicenda educativa è coinvolto il complesso sentimento dell’amore, l’educatore capace di

del rifiuto dell’educando, rispondendo con la

metodo sa anche accettare il rischio

sospensione della propria azione per rispettare la libertà dell’altro.

Principi di metodo propri dell’agire educativo (e una possibile co

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/03 Didattica e pedagogia speciale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher assuntarappi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica e pedagogia dell'inclusione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Palmieri Cristina.
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