Dal disagio al disagio educativo: prospettive di ricerca per uno sguardo pedagogico
Gli anni che stiamo vivendo sono “anni di crisi”. È una crisi sociale, in cui la povertà non è solo economica, ma anche legata alla solitudine e alla difficoltà ad affrontare i cambiamenti e ciò si esprime in forme di disagio, di dipendenza, di fuga, che non si riescono più a catalogare nelle categorie di marginalità e devianza individuate in passato.
Cos'è il disagio
Il disagio può avere definizioni diverse, ciascuna influenzata dalle rappresentazioni che di questo fenomeno hanno le diverse persone e i diversi gruppi. Le rappresentazioni sociali devono essere tenute presenti per studiare e interpretare efficacemente il disagio. Etimologicamente, il disagio è sempre definito in relazione all’agio, che è la condizione di benessere globale (materiale, economico, corporeo e spirituale). Poiché, nel corso del tempo, le condizioni del benessere cambiano, anche il disagio cambia, così come le sue rappresentazioni e le sue modalità di risoluzione.
C’è una sorta di legame circolare tra le persone disagiate e l’ambiente in cui esse vivono. Infatti, l’ambiente influenza il benessere di una persona (e quindi anche il suo disagio) così come la persona influenza l’ambiente.
Diversi punti di vista per esaminare il disagio
Il disagio come esperienza individuale
- Può influenzare, oltre che il singolo, anche le persone con cui egli è in rapporto.
- Deriva dal sentirsi lontani da un modello “ideale” spesso imposto dalla società.
- È causato da come la persona si vede, da ciò che pensa di sé in rapporto alle aspettative degli altri nei suoi confronti.
- Può anche derivare dalla perdita della propria indipendenza (esempio durante la vecchiaia).
Disagio come condizione strutturale dell'esistenza
È il disagio che attraversa tutta l’esistenza di un individuo, non è limitato ad alcune esperienze e deriva dalla continua ricerca di un equilibrio tra i propri limiti e le proprie possibilità. Il disagio esistenziale accomuna tutti, cambiano però le modalità con cui una persona lo percepisce. Esso risente infatti delle modalità personali di sentire e interpretare i fatti.
Disagio come condizione sociale
Il disagio dipende anche da aspetti sociali, culturalmente costituiti. La dimensione sociale del disagio riguarda le condizioni materiali, sociali, culturali che hanno presa sul soggetto e ne influenzano il pensiero, le azioni, le relazioni. È una componente del disagio sulla quale è possibile un intervento pedagogico. Freud, parlando di “disagio della civiltà”, osservava che una persona per vivere deve assoggettarsi alle limitazioni imposte dalla società, e questo crea frustrazione.
Disagio come situazione appresa
Il disagio è una situazione appresa perché, indipendentemente dalla condizione in cui nasciamo, si impara ad essere a proprio agio o a disagio. È un apprendimento generato dagli incontri casuali, dalla pubblicità, dalle abitudini familiari, ecc. Molte delle condizioni definite “disagiate” derivano dal modo di vedere delle persone e dalla loro capacità/incapacità di trovare nuove soluzioni.
Disagio dal punto di vista pedagogico
Se si considera il disagio come una situazione appresa, allora l’intervento educativo può servire per modificare la situazione stessa. L’oggetto del lavoro pedagogico sono le modalità, le rappresentazioni, le risorse e tutto ciò di cui una persona dispone per affrontare le condizioni e le circostanze che essa vive come situazioni di disagio. La finalità del lavoro pedagogico è comprendere come si sia formata una certa situazione di disagio, al fine di costruire strategie adeguate per affrontarla.
Disagio ed educazione informale
Il disagio (ed il nostro modo di vedere le cose) deriva da un’educazione informale, diffusa, che comprende le esperienze che incidono fortemente sulla vita di una persona, educandola e modificando i propri sentire. Siccome il disagio dipende largamente dal modo con cui si sta al mondo, allora l’educazione informale è fondamentale e anche la mancanza di educazione informale può generare disagio.
Disagio ed educazione formale e non formale
Nell’educazione formale e non formale rientrano le istituzioni formative (scuole ed università), i servizi rieducativi, i progetti territoriali, ecc., accomunate dal fatto di perseguire consapevolmente obiettivi pedagogici e di presentare vari livelli di formalizzazione. Il disagio è generalmente l’oggetto di attenzione e lavoro da parte dell’educazione formale e non formale. Può capitare che il disagio sia un oggetto secondario, considerato solo nel momento in cui compare. Ad esempio, il disagio è oggetto secondario del lavoro nella scuola. Esso si manifesta e viene affrontato quando, ad esempio, un ragazzo smette di frequentare le lezioni senza motivo rischiando di cadere in situazioni di marginalità.
Rapporto tra disagio ed educazione formale/non formale
Il rapporto tra disagio ed educazione formale/non formale può avere 3 diverse configurazioni:
- L’intervento educativo agisce in un ambito in cui è già stato categorizzato qualcuno come “a disagio”. L’educatore lavora con persone ai margini.
- L’educazione ha funzione di promuovere benessere (e, quindi, qualità di vita), prevenendo le situazioni di disagio.
- Considerando che l’educazione è un diritto di tutti, l’intervento educativo viene considerato in relazione alla prestazione che fornisce e agli effetti che produce, ed il cittadino ha la possibilità di scegliere quale servizio richiedere.
Disagio e lavoro educativo
L’educatore è soggetto ed oggetto dell’educazione diffusa (quella che si vive quotidianamente) e, quindi, le sue abitudini ed i suoi modi di vivere sono influenzati dal contesto. Attualmente, tutti rischiano (educatori compresi) di essere influenzati dalla poca fiducia nel futuro, dalla tendenza alla fretta e dall’esigenza di dimostrare di essere sempre all’altezza. Inoltre, può creare disagio anche il fatto che l’ambito del lavoro dell’educatore non è ancora completamente delineato e riconosciuto in maniera chiara, e ciò crea un effetto di disorientamento.
Disagio ed esperienza educativa
Il disagio è definito educativo quando è generato dalla stessa educazione e riguarda sia l’educando che l’educatore. L’educando inizialmente viene a contatto con contesti nuovi, nuove strategie ecc.: l’esperienza non procura un benessere immediato ma, anzi, una sorta di malessere. Ad esempio, il primo giorno di scuola può creare un disorientamento che verrà superato quando si capiranno le nuove possibilità che si aprono frequentando la scuola. L’educazione crea problemi/disagio perché promuove esperienze non abituali e punta a cambiare la persona. Il benessere che l’educazione può produrre non è assenza di qualunque fastidio o difficoltà, ma un modo soggettivo di “esistere bene”, che coincide con la capacità di elaborare modalità proprie per affrontare ciò che la vita impone, utilizzando gli strumenti a disposizione e inventandosene di nuovi.
Il disagio dell’educazione può essere sentito anche dall’educatore. Il fatto che l’educazione possa avere esiti imprevedibili crea una forma di disagio, a cui l’educatore deve far fronte.
Uno sguardo pedagogico sul disagio educativo, oggi
Il potere dell'educazione diffusa
L’educazione tradizionale (scuola, famiglia ecc..) è in crisi e sempre più spesso i ragazzi crescono e fanno esperienza in ambiti più vasti, lontani dai classici ambiti educativi. Essi vengono educati non più solo dalla famiglia e dalla scuola, ma anche dalla televisione, internet, giornali ecc. I giovani sono quindi sotto il potere dell’educazione diffusa, che riempie il quotidiano di ciascuno. Sembra che lo spazio dell’educazione formale/non formale si riduca sempre di più e che si rafforzino i meccanismi educativi della quotidianità.
Ma facilmente, nella vita quotidiana, si apprendono atteggiamenti, comportamenti e conoscenze che delineano un modo di vivere “a disagio”, perché dominato dall’esigenza di un confronto continuo con un modello “ideale” e con la rapidità dei cambiamenti sociali. Capire come, nella vita quotidiana, si apprendano comportamenti e conoscenze che creano disagio, è utile per strutturare un intervento educativo.
Anacronismo dell'educazione formale e non formale
Oggi i servizi e le agenzie educative rischiano di non riuscire a stare al passo con i tempi (anacronismo). Spesso faticano a rendersi conto che il mondo cambia incessantemente e che la logica del “si è sempre fatto così” non va più bene. È indispensabile che i servizi educativi adottino strategie sempre più flessibili, in grado di fronteggiare le molteplici situazioni di precarietà (lavorativa, affettiva, relazionale, ecc.) che possono provocare situazioni di marginalità e di disagio.
Le difficoltà di educare oggi: il campo di ricerca di uno sguardo pedagogico
Oggi educare è difficile perché:
- È cambiata la disposizione delle persone ad entrare in situazioni ed esperienze educative.
- Il mondo invita ad essere frenetico come lui.
- L’esperienza educativa, di primo impatto, genera malessere.
Nonostante il crescente peso dell’educazione diffusa, gli educatori dei servizi non devono arrendersi, ma abituarsi a ripensare le esperienze e le modalità educative, tenendo conto dei mutamenti del mondo. L’educazione deve essere ripensata ogni volta, senza dare nulla per già acquisito, individuando criticamente gli elementi che possono essere conservati, ma curando la necessaria flessibilità.
Fenomenologia del disagio
Vivere
Vivere significa attraversare uno spazio limitato e comunque breve di esistenza in un tempo precario. Desideriamo che la vita non scorra invano e che tutto abbia un senso. Nella contemporaneità, l’imperativo che domina la vita è “godere” e tutti tendiamo ad avere gli stessi sogni e gli stessi desideri: avere soldi, salute, amici, ecc. Il benessere diventa l’ideale dell’imperativo “godere”. Eppure è generalizzato il malessere profondo del “non essere mai contenti”.
Vivere sembra semplice, quando, nella quotidianità, ti senti padrone delle cose e delle situazioni, ma capita che circostanze improvvise o impreviste (esempio una malattia grave, un lutto, la perdita del lavoro, ecc.) turbino questo flusso rassicurante. Allora subentra il disagio. Nella nostra vita può esserci una sorpresa, consentita dalle pratiche educative: essa può essere messa in pausa, può presentare momenti in cui si può rallentare il flusso degli eventi, distaccarsi da essi, per poi tornare, possibilmente cambiati in meglio, alla quotidianità.
Esistenza ed angoscia
Heidegger afferma che, per l’uomo, “vivere” corrisponde all’“esistere”. Per l’uomo, il mondo non è un semplice “contenitore” delle cose, ma lo scenario della propria cura (mi occupo e mi preoccupo delle cose e degli altri) ed è questo l’affanno della vita. Quando viviamo nella quotidianità ci sentiamo a nostro agio, ci sentiamo collocati in ciò che ci è noto e non ci preoccupiamo della nostra esistenza. Torniamo ad accorgecene solo quando l’angoscia ci assale. L’angoscia è un sentimento di spaesamento e di allontanamento dall’ovvietà. Sorge quando tutto ciò che avevamo e di cui eravamo certi svanisce e subentra l’esperienza dell’abisso.
L’obiettivo di una persona è riuscire, partendo dall’angoscia/disagio che prova, a riconquistare l’agio e il benessere che si può trovare nella quotidianità per giungere ad un “sé” personale che si mette in gioco ed è aperto alle possibilità.
Benessere, salute e felicità sono davvero diritti?
Comunemente, il disagio, così come la pena, il dolore e il tormento, sono avvertiti come qualcosa d’inopportuno, che deve passare immediatamente. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (agenzia dell’ONU) parla di “diritto alla salute” che definisce come “uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non una semplice assenza di malattia”. Di conseguenza, gli Stati devono predisporre non solo sistemi sanitari adeguati, ma anche servizi che portino la persona ad un benessere completo.
Si può curare il disagio?
Secondo la psicoanalisi freudiana, il disagio è generato dalla difficoltà a mantenere un corretto equilibrio tra il principio normativo di realtà (che impone di adeguarsi a ciò che è considerato moralmente accettabile in ambito sociale) e il principio edonistico del piacere (che impone il soddisfacimento dei propri desideri, anche quando essi non sono considerati socialmente accettabili). La rimozione è il meccanismo che allontana dalla coscienza (ma n...
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