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Riassunto esame Didattica dell'inclusione, prof. Palmieri, libro consigliato Crisi sociale e disagio educativo. Spunti di ricerca pedagogica

Riassunto per l'esame di Didattica e pedagogia dell'inclusione della professoressa Palmieri basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro "Crisi sociale e disagio educativo. Spunti di ricerca pedagogica" a cura di Cristina Palmieri. Editore Franco Angeli, 2012 . Gli argomenti trattati sono i seguenti: disagio educativo, disagio ed educazione informale, disagio strutturale dell'esistenza,... Vedi di più

Esame di Didattica e pedagogia dell'inclusione docente Prof. C. Palmieri

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disorientamento.

Disagio ed esperienza educativa

Il disagio è definito educativo quando è generato dalla stessa educazione e riguarda sia

l’educando che l’educatore.

L’educando inizialmente viene a contatto con contesti nuovi, nuove strategie ecc.: l’esperienza

non procura un benessere immediato ma, anzi, una sorta di malessere. Ad esempio, il primo giorno

di scuola può creare un disorientamento che verrà superato quando si capiranno le nuove

possibilità che si aprono frequentando la scuola.

L’educazione crea problemi/disagio perché promuove esperienze non abituali e punta a

cambiare la persona. Il benessere che l’educazione può produrre non è assenza di qualunque

fastidio o difficoltà, ma un modo soggettivo di “esistere bene”, che coincide con la capacità di

elaborare modalità proprie per affrontare ciò che la vita impone, utilizzando gli strumenti a

disposizione e inventandosene di nuovi.

Il disagio dell’educazione può essere sentito anche dall’educatore. Il fatto che l’educazione possa

avere esiti imprevedibili crea una forma di disagio, a cui l’educatore deve far fronte.

Uno sguardo pedagogico sul disagio educativo, oggi

Il potere dell’educazione diffusa

L’educazione tradizionale (scuola, famiglia ecc..) è in crisi e sempre più spesso i ragazzi crescono e

fanno esperienza in ambiti più vasti, lontani dai classici ambiti educativi. Essi vengono educati non

più solo dalla famiglia e dalla scuola, ma anche dalla televisione, internet, giornali ecc. I giovani sono

quindi sotto il potere dell’educazione diffusa, che riempie il quotidiano di ciascuno.

Sembra che lo spazio dell’educazione formale/non formale si riduca sempre di più e che si

rafforzino i meccanismi educativi della quotidianità.

Ma facilmente, nella vita quotidiana, si apprendono atteggiamenti, comportamenti e conoscenze

che delineano un modo di vivere “a disagio”, perchè dominato dall’esigenza di un confronto

continuo con un modello “ideale” e con la rapidità dei cambiamenti sociali.

Capire come, nella vita quotidiana, si apprendano comportamenti e conoscenze che creano disagio,

è utile per strutturare un intervento educativo.

L’anacronismo dell’educazione formale e non formale

Oggi i servizi e le agenzie educative rischiano di non riuscire a stare al passo con i tempi

(anacronismo). Spesso faticano a rendersi conto che il mondo cambia incessantemente e che la

logica del “si è sempre fatto cosi” non va più bene.

E’ indispensabile che i servizi educativi adottino strategie sempre più flessibili, in grado di

fronteggiare le molteplici situazioni di precarietà (lavorativa, affettiva, relazionale, ecc.) che possono

provocare situazioni di marginalità e di disagio.

Le difficoltà di educare oggi: il campo di ricerca di uno sguardo pedagogico

Oggi educare è difficile perché:

1. è cambiata la disposizione delle persone ad entrare in situazioni ed esperienze educative;

2. il mondo invita ad essere frenetico come lui;

3. l’esperienza educativa, di primo impatto, genera malessere.

Nonostante il crescente peso dell’educazione diffusa, gli educatori dei servizi non devono

arrendersi, ma abituarsi a ripensare le esperienze e le modalità educative, tenendo conto dei

mutamenti del mondo.

L’educazione deve essere ripensata ogni volta, senza dare nulla per già acquisito, individuando

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criticamente gli elementi che possono essere conservati, ma curando la necessaria flessibilità.

PARTE 2°: FENOMENOLOGIA DEL DISAGIO

CAP.1: DISAGIO ED ESISTENZA

Vivere

Vivere significa attraversare uno spazio limitato e comunque breve di esistenza in un tempo

precario. Desideriamo che la vita non scorra invano e che tutto abbia un senso.

Nella contemporaneità, l’imperativo che domina la vita è “godere” e tutti tendiamo ad avere gli

stessi sogni e gli stessi desideri: avere soldi, salute, amici, ecc.

Il benessere diventa l’ideale dell’imperativo “godere”.

Eppure è generalizzato il malessere profondo del “non essere mai contenti”.

Vivere sembra semplice, quando, nella quotidianità, ti senti padrone delle cose e delle situazioni,

ma capita che circostanze improvvise o impreviste (esempio una malattia grave, un lutto, la perdita

del lavoro, ecc.)turbino questo flusso rassicurante. Allora subentra il disagio.

Nella nostra vita può esserci una sorpresa, consentita dalle pratiche educative: essa può essere

messa in pausa, può presentare momenti in cui si può rallentare il flusso degli eventi, distaccarsi da

essi, per poi tornare, possibilmente cambiati in meglio, alla quotidianità.

Esistenza ed angoscia

Heiddeger afferma che, per l’uomo, “vivere” corrisponde all’”esistere”.

Per l’uomo, il mondo non è un semplice “contenitore” delle cose, ma lo scenario della propria

cura (mi occupo e mi preoccupo delle cose e degli altri) ed è questo l’affanno della vita.

Quando viviamo nella quotidianità ci sentiamo a nostro agio, ci sentiamo collocati in ciò che ci è

noto e non ci preoccupiamo della nostra esistenza. Torniamo ad accorgecene solo quando

l’angoscia ci assale.

L’angoscia è un sentimento di spaesamento e di allontanamento dall’ovvietà. Sorge

quando tutto ciò che avevamo e di cui eravamo certi svanisce e subentra l’esperienza

dell’abisso.

L’obiettivo di una persona è riuscire, partendo dall’angoscia/disagio che prova, a riconquistare l’agio

e il benessere che si può trovare nella quotidianità per giungere ad un “sè” personale che si mette

in gioco ed è aperto alle possibilità.

Benessere, salute e felicità sono davvero diritti?

Comunemente, il disagio, cosi come la pena, il dolore e il tormento, sono avvertiti come qualcosa

d’inopportuno, che deve passare immediatamente.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (agenzia dell’ONU) parla di “diritto alla salute” che

definisce come “uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non una

semplice assenza di malattia”. Di conseguenza, gli Stati devono predisporre non solo sistemi

sanitari adeguati, ma anche servizi che portino la persona ad un benessere completo.

Si può curare il disagio?

Secondo la psicoanalisi freudiana, il disagio è generato dalla difficoltà a mantenere un corretto

equilibrio tra il principio normativo di realtà (che impone di adeguarsi a ciò che è considerato

moralmente accettabile in ambito sociale) e il principio edonistico del piacere (che impone il

soddisfacimento dei propri desideri, anche quando essi non sono considerati socialmente

accettabili).

La rimozione è il meccanismo che allontana dalla coscienza (ma non annulla) ciò che non può

essere mostrato e soddisfatto. 4

Il disagio, per Freud, deriverebbe allora dal desiderio rimosso che resta vivo e

insoddisfatto nell’inconscio.

La psicoanalisi classica affronta il disagio agendo sulla rimozione del desiderio, affinché esso possa

essere rimesso in circolo in forme socialmente accettate.

Questa interpretazione psicoanalitica di disagio è oggi in crisi.

Massimo Recalcati, ad esempio, osserva che i nostri desideri non sono più delimitati da alcuna

norma.

Il godimento, libero da ogni forma di limitazione pubblica, diventa privo anche di ogni soddisfazione

privata. Attualmente si rischia di perdere il desiderio che ci muove e dà senso alla vita,

sostituito da desideri massificati, spesso facilmente realizzabili attraverso i soldi.

L’assenza di una discrepanza tra inconscio e civiltà provoca angoscia per il venir meno della spinta a

vivere.

Si parla di “nuova clinica del vuoto” che cerca di arginare l’angoscia generata dalla perdita

dei desideri.

Il disagio attuale non dipende più dalle regole troppo severe che provengono dalla famiglia, dalla

scuola, dalla società, che comportavano il sacrificio dell’interiorità più profonda. Adesso si soffre

per l’induzione di desideri massificati, anonimi e standard e l’unico obbligo sociale è “godi”.

L’uomo contemporaneo è spregiudicato e, sembra, che possa fare tutto. L’assenza di riferimenti

stabili e forti provoca nell’uomo un senso di vertigine, perché egli sente di non avere nulla a cui

aggrapparsi.

Il nichilismo

Nietzche, alla fine del 1800, osservava che “Dio è morto” intendendo che i grandi valori che

avevano guidato il mondo fino ad allora, sono scomparsi e l’uomo si ritrova in un infinito di nulla.

Secondo questa definizione, il nichilismo è anche il nostro presente.

Ivan Turgenev, nel romanzo “Padri e figli”, definisce nichilista colui che non si inchina dinnanzi a

nessuna autorità e che non presta fede a nessun principio. E’ un uomo che distrugge l’ordine

costituito. Questa definizione pone il nichilismo in relazione con lo scontro generazionale: i figli

sono nichilisti nei confronti dei padri, in quanto rifiutano le tradizioni e l’autorità.

Possiamo osservare allora che il nichilismo non è collocabile in un momento preciso della storia,

ma che l’uomo è nichilista da sempre e quindi, anche in campo educativo, occorre il coraggio di

guardare in faccia la situazione per affrontarla.

CAP.2: DISAGIO E PATTO INTERGENERAZIONALE

Spesso si parla di disagio giovanile, perchè i giovani e gli adolescenti, attualmente, sono

particolarmente vulnerabili socialmente.

Per indagare sul disagio giovanile, cominciamo ad esaminare la rappresentazioni che riguardano i

giovani e riconoscibili in diversi ambiti (ambito scientifico, letterario, psicologico, filosofico, ecc.)

I giovani di oggi, secondo Galimberti, sono confusi. I giovani non hanno fiducia nel futuro, ma

vivono con un’inquietudine costante in cui è presente la paura d’esclusione. Non sperimentano la

partecipazione sociale e l’unico possibile obiettivo è il successo personale.

Galimberti parla di generazione degli “abbastanza”: tutto li coinvolge “abbastanza”, ma non troppo,

perchè i giovani preferiscono mantenersi in una specie di via di mezzo, di normalità imperante.

Considerando alcune etichette che sono state usate per denominare gruppi di giovani,

distinguiamo:

1. gli esclusi: giovani assenti dalla vita e dai luoghi in cui si fa qualcosa. Dopo aver cercato un lavoro

oppure di partecipare a qualche progetto formativo senza successo, preferiscono stare a casa dei

genitori, senza fare niente.

2. gli squatters: i cosiddetti “cani randagi”, che esercitano un’opposizione silente. A differenza della

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generazione giovanile degli anni ’70, gli squatters si limitano a dire “no” alla società dal luogo in cui

abitano. Se negli anni ’70, i giovani potevano essere contro delle ideologie chiaramente delineate,

oggi l’essere contro sembra svuotarsi di senso, non è chiaro a cosa e a chi opporsi. E’ una

opposizione che di fatto esprime la rassegnazione di chi dispera che qualcosa possa cambiare.

3. i black block: i cosiddetti “ragazzi da stadio” che manifestano il loro dissenso con la violenza. Non

si tratta di una rabbia contro un sistema, ma di rabbia ripetitiva, che esplode in assenza di adeguati

dispositivi di contenimento e prevenzione.

4. gli indignados: che esprimono il proprio dissenso in maniera pacifica, chiedendo una rivoluzione

etica e maggior democrazia.

Per riflettere sulle modalità con cui le nuove generazioni hanno imparato a costruire un proprio

modo di essere nel mondo e di dar significato alla propria presenza e quella altrui, cosi da essere

meno “a disagio”, ci riferiamo ad un fatto di cronaca analizzato da Galimberti nel saggio

“L’ospite inquietante”

Nel 1996, un gruppo di ragazzi uccise una donna, lanciando sassi dal cavalcavia di un’autostrada. Uno

dei responsabili, Paolo, si descrive usando molte volte l’aggettivo “normale”: si definisce una

persona “normale”, con una famiglia “normale”, che conduce una vita “normale”. Perché allora ha

compiuto un gesto omicida? La sensazione è che il gesto di Paolo sia e resti insensato,

incomprensibile. E ciò, di per sé, incute disagio.

Umberto Galimberti, ritiene che Paolo appartenga alla cosiddetta “generazione Q” (la Q indica un

basso quoziente emotivo e intellettivo). Sono giovani che hanno imparato che la vita è indifferente

e che qualunque cosa si faccia va comunque bene e si può sempre tornare indietro (come in un

videogioco!).

Il ragazzo è apatico, privo di emozioni. Non lo scuote nulla e sembra non provare senso di colpa per

quello che ha commesso.

Il senso di colpa è un sentimento che si prova quando si capisce di aver danneggiato qualcuno o

qualcosa da cui dipendiamo. E’ un sentimento che si produce quando si è consapevoli di essere al

tempo stesso incompleti e separati dagli altri e, perciò, necessariamente legati da un rapporto di

dipendenza reciproca.

L’impressione è che Paolo non abbia avuto occasione di confrontarsi con i propri limiti, con la

propria dipendenza dal mondo e dagli altri, con la necessità di contribuire al benessere altrui per

garantire il proprio.

Paolo vive mediamente bene e quando qualcosa nella routine normalizzante entra in contatto con

qualche limite, non prevale la logica del senso di colpa, ma la logica della vergogna. La vergogna è

un sentimento rivolto a se stessi, che deriva dal non essere all’altezza, dal non essere in grado di

stare sempre bene.

Per contrastare la vergogna, è giustificato anche il gesto del lanciare sassi, che, nel presente, fa

sentire vivi. La persona non considera le conseguenze del suo gesto, perchè pensa che è legittimo

ottenere soddisfazioni personali, indipendentemente dall’ambiente in cui si vive.

Nell’epoca contemporanea, l’assenza di limiti elimina anche la possibilità di riflettere per

comprendere il senso delle proprie azioni e delle loro conseguenze.

Con ragazzi di questo tipo non ha effetto la punizione della legge, ma piuttosto la logica della

maledizione. La maledizione genera inquietudine perchè si riferisce al caso (caso = casualità) che

sfugge a qualsiasi controllo: una disgrazia può capitare in qualsiasi momento, indipendentemente

da tutto, soprattutto dalla propria volontà.

Vivere significa sempre di più rispondere ad una richiesta di prestazioni e di utilità. Il proprio valore

reale è sostituito dall’apparenza del corpo e dall’adeguatezza delle sue prestazioni.

Quando non si riesce a rispondere alle richieste sociali, sorge la vergogna che, spesso, precede la

solitudine.

Allora, chi non si suicida, prova nuove soluzioni come alcool, gioco, droga e rapporto squilibrato col

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cibo.

L’esistenza individuale è una rincorsa a negare limiti e debolezze perseguendo un benessere solo

apparente. Ma tutto ciò genera disagio.

L’impressione è che il mondo messo a disposizione dagli adulti non aiuti la crescita e l’autonomia

dei giovani, né fornisca loro prospettive di cambiamento.

Il discorso sul disagio giovanile finisce per riguardare le modalità della trasmissione culturale e dello

scambio intergenerazionale.

Il disagio degli adulti

I giovani presentano un disagio conclamato; ma esso non risparmia nemmeno gli adulti.

Per descriverne le caratteristiche possiamo considerare alcuni tipi di persone adulte descritti da

Bauman:

1. Il turista: viaggia per il solo scopo di viaggiare. Non crea legami stabili e sicuri in quanto continua

a muoversi, assaporando solo il piacere immediato, senza approfondire né faticare.

2. Il vagabondo: non ha scelto di viaggiare (come il turista), ma è costretto a farlo: non ha un

posto in cui stare ed ovunque vada è mal visto. Questo movimento forzato corrisponde

all’esclusione sociale e alla non appartenenza ad una comunità.

3. Lo straniero: viene considerato una vita di scarto, qualcosa in esubero. E’ migrato in Europa per

cercare lavoro e rivela chiaramente come nel mondo occidentale domini la precarietà.

4. Il consumatore: consuma cose che non corrispondono a una sua scelta, ma alla moda del

momento. Per sentirsi inserito nella società, deve continuare a consumare.

Da questi esempi emerge come gli adulti siano disorientati, influenzabili, instabili e quindi simili ai

giovani.

Disagio e patto tra generazioni

Il patto educativo è il meccanismo che regola e definisce la trasmissione culturale da una

generazione all’altra.

Nel mondo contemporaneo, appaiono in crisi le sue 3 dimensioni fondamentali: autorità, solidarietà

e fiducia e ciò è fonte di disagio.

L’autorità è alla base della tradizione e consente di trasmettere alle generazioni future gli elementi

fondanti di una certa cultura, sui quali è possibile costruire un futuro. Gli anziani non hanno saputo

trasmettere un’idea di futuro piacevole e l’autorità è entrata in crisi. L’autorità è messa in crisi

anche dalle nuove priorità e di nuovi bisogni sociali, in particolare dal fatto che il valore delle cose e

delle persone dipende dalla loro appetibilità e non dal loro valore intrinseco.

La solidarietà è il sostegno offerto vicendevolmente dalle persone che condividono una stessa

condizione. Nella contemporaneità, l’umanità appare costituita da una serie di individui isolati che

intrattengono tra loro delle relazioni solo contrattuali e competitive. Le affinità elettive e le

solidarietà familiari diventano secondarie.

La fiducia è indebolita dal fatto che il mondo che gli adulti hanno costruito non permette ai giovani

di delineare alcuna prospettiva positiva per il loro futuro. Che fiducia possono avere i giovani verso

gli adulti? L’indebolimento della fiducia rende difficile per chi cresce, vedere in chi sta davanti a sé

la testimonianza che è possibile affrontare situazioni anche faticose, perché esse hanno un valore.

La crisi del patto educativo alimenta solitudine e disperazione individuale. Diventa forte il rischio di

non imparare a pensare, a desiderare, ma piuttosto a rassegnarsi a quello che c’è. Questo è il

disagio educativo.

CAP.3: DISAGIO E TECNICA

Tecnica e vita quotidiana 7

Fin dalla civiltà della Grecia antica, nella cultura occidentale, la tecnica è il medium tra l’essere

umano e l’ambiente, ed è impiegata per produrre le condizioni necessarie alla sopravvivenza:

procurarsi cibo, costruire ripari, trasmettere conoscenze, ecc.

L’uomo modifica la tecnica (migliorando gli strumenti, ecc.) e, allo stesso tempo, la tecnica

modifica l’uomo (in quanto cambia le sue abitudini ecc.).

L’uomo, attraverso la tecnica, ha cercato di dominare la natura e questo tentativo è andato così

avanti che attualmente l’uomo dispone di una tecnologia tale (esempio la bomba atomica) da

poter addirittura distruggere il mondo intero.

Sebbene la tecnica abbia contribuito a migliorare le condizioni di vita e di lavoro degli uomini, è

evidente che lo sviluppo tecnologico non può considerarsi come condizione sufficiente per

eliminare il disagio dalla vita umana.

C’è chi demonizza la tecnica e chi invece l’esalta, ma appare più corretto ritenere che la tecnica sia

contemporaneamente rischio ed opportunità.

La tecnica in sé dovrebbe essere neutrale, puro mezzo. Il bene e il male sono invece legati alle

intenzioni e all’uso che l’uomo fa della tecnica.

Il progresso tecnoclogico può provocare una sorta di “disagio della natura” perchè può incidere

sull’ambiente naturale provocando inquinamento di vari tipi.

L’autonomia della tecnica

Nell’epoca postmoderna, la tecnica da mezzo è diventata un fine. Siccome nessun fine è più

raggiungibile senza un’adeguata tecnologia, l’ottenimento dei mezzi diventa il primo fine.

Nel passaggio da mezzo a fine, da oggetto a soggetto, da serva a padrona, la tecnica ha reso

l’uomo una cosa tra le cose.

L’uomo, sentendosi uno strumento, ha perso la percezione di avere una propria responsabilità

morale sull’uso della tecnologia.

La tecnica come dominio

Storicamente lo sviluppo tecnico è stato favorito dall’atteggiamento nichilista dell’uomo moderno

che vedeva nella natura solo materia da sfruttare, usare, consumare.

Modernità, tecnica e nichilismo entrano a far parte di un unico movimento di dominio.

Il dominio della tecnica finisce per non permettere più all’uomo di coltivare ideali, di individuare

scopi e valori, di realizzare opere d’arte che esprimano la profondità dell’animo umano.

L’ambivalenza della tecnica: tra agio e disagio

Sebbene sia assolutamente vero che la tecnica ci aiuta a vivere una vita più agevole (o meno

disagevole), è anche vero che, nel mondo contemporaneo, si corre il rischio di attribuire alla tecnica

un potere che essa non può avere, cioè quello di eliminare ogni possibile fonte di pena e di fatica.

La tecnica è ambivalente: da un lato offre preziose opportunità, dall’altro espone a gravi rischi;

soddisfa alcuni bisogni, ma evidenzia nuove mancanze; risolve alcuni problemi, ma ne crea in

continuazione di nuovi.

Ciò non significa che l’uomo debba smettere di occuparsi di migliorare la tecnica, ma che lo deve

fare tenendo costantemente conto della sua ambivalenza.

Tecnica e pedagogia

Le osservazioni che abbiamo fatto relativamente allo sviluppo tecnologico hanno importanti

implicazioni pedagogiche.

In prima battuta, possiamo osservare che attraverso l’uso della tecnica è possibile prospettare

particolari modalità educative (esempio uso di risorse multimediali, ecc.).

Inoltre è l’educazione diffusa a svolgere in larga misura il compito di insegnare l’uso delle nuove

tecnologie (esempio telefonini, computer, ecc). 8


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Riassunto per l'esame di Didattica e pedagogia dell'inclusione della professoressa Palmieri basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro "Crisi sociale e disagio educativo. Spunti di ricerca pedagogica" a cura di Cristina Palmieri. Editore Franco Angeli, 2012 . Gli argomenti trattati sono i seguenti: disagio educativo, disagio ed educazione informale, disagio strutturale dell'esistenza, disagio sociale, difficoltà di educare oggi, disagio e tecnica, disagio e patto intergenerazionale, disagio e relazione, disagio e quotidianità, consulenza pedagogica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher assuntarappi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica e pedagogia dell'inclusione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Palmieri Cristina.

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