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Sunto di Didattica e Pedagogia dell'inclusione, prof.ssa Cristina Palmieri, libro consigliato "Pratiche educative per l'inclusione sociale" a cura di Maura Striano

Riassunto per l'esame di Didattica e Pedagogia dell'inclusione basato su appunti personali e studio autonomo del libro "Pratiche educative per l'inclusione sociale" a cura di Maura Striano.
I principali argomenti trattati sono: l'inclusione e politiche europee, apprendimento permanente e inclusione sociale, integrazione degli alunni disabili nel contesto scolastico, l'inclusione... Vedi di più

Esame di Didattica e pedagogia dell'inclusione docente Prof. C. Palmieri

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Specificando meglio il concetto di solidarietà differenziata, notiamo che essa si differenzia

dalla tolleranza che comporta una disponibilità a lasciare soli coloro che non sono

assimilati, non a instaurare una relazione: è un principio troppo debole per favorire

l’inclusione.

Marion Young parla di “circostanzialità cosmopolitica” precisando che l’orizzonte

circostanziale di ciascuno incontra molteplici culture e la stessa soggettività è definita da

circostanze diverse. Nessuno può presumere di possedere un’identità monolitica, ma deve

riconoscere che essa è frutto di molte appartenenze che si sovrappongono a quelle degli

altri, anche di quelli che non sono assimilati.

Antonio Genovese, docente universitario di pedagogia interculturale, afferma che tutti

dovremmo essere educati a essere consapevoli e a vivere la nostra identità plurale, come

insieme di appartenenze che possono convivere tra loro. Questa è la premessa per

delineare concretamente una prospettiva interculturale.

La realizzazione di un progetto di inclusione interculturale diventa fondamentale nella

società contemporanea e costituisce una pratica democratica.

Per John Dewey la democrazia è qualcosa di più di una forma di governo. Essa è anche un

tipo di vita associata in cui ognuno deve riferire la propria azione a quella degli altri e

considerare l’azione degli altri per dare una direzione alla propria.

L’ideale dell’inclusione è quindi strettamente collegato a quello della democrazia.

Nella contemporaneità la mescolanza di culture non è una situazione perseguita

volontariamente, ma l’esito di eventi epocali. Ciò che deve e può essere perseguito

deliberatamente, attraverso un’azione pedagogica, sono i benefici, culturali e intellettuali,

che possono derivare da questa situazione.

L’educazione interculturale non è solo un dispositivo utile per permettere la coesistenza

pacifica ed evitare scontri di civiltà, ma piuttosto lo strumento attraverso il quale formare un

punto di vista cosmopolitico.

Dewey fa riferimento alla comunità che richiede, perché si formi, la disponibilità alla

reciproca condivisione delle esperienze. Il mondo globalizzato può essere considerato una

comunità di comunità.

Il modello di comunità a cui Dewey si richiama è quello della comunità della ricerca

scientifica in cui le opportunità di trovare soluzioni adeguate ai problemi aumentano quanto

maggiore è l’intensità e la qualità della cooperazione tra i ricercatori.

Per Dewey l’attivazione delle procedure democratiche per risolvere politicamente i problemi

su scala nazionale o internazionale, richiede che i soggetti imparino a praticarle in comunità

più piccole che sorgono in uno spazio definibile come pre-politico. Spetta all’educazione

curare tale apprendimento.

Oltre il monologismo comunitarista: l’inclusione interculturale come progetto

educativo

I termini “multiculturale” e “interculturale” (e i loro derivati) sono ormai entrati nel linguaggio

comune, anche se non tutti sono in grado di distinguerli tra loro in maniera chiara.

Secondo il giurista Mario Ricca, non è solo necessario distinguerli tra loro, ma per ciascuno

di essi vanno considerate due dimensioni: quella descrittiva e quella normativa.

“Multiculturale”

Livello descrittivo - Compresenza su uno stesso territorio di culture diverse, ciascuna

caratterizzata da propri codici simbolici e valoriali.

Livello normativo - I processi di globalizzazione e i movimenti migratori hanno evidenziato

l’esigenza di realizzare politiche democratiche volte a salvaguardare la pluralità delle culture,

evitando esclusioni.

Il filosofo canadese Charles Taylor parla di politica del riconoscimento che si oppone

all’impostazione liberale classica, per la quale il sistema giuridico considera ciascun

individuo libero di autodeterminarsi e le norme a carattere universalistico non contengono

riferimenti valutativi sulle diverse visioni del mondo e sulle concezioni etiche private.

Il multiculturalismo prescrittivo sottolinea l’originalità di ciascuna cultura caratterizzata da

una propria specifica visione del mondo; l’incontro tra culture non può avvenire senza un

impegno attivo, fatto di azioni volte al riconoscimento della valenza di tutte le culture.

Occorre evitare che questo riconoscimento finisca per formare identità tali per cui i gruppi

dominanti tendono a consolidare la propria egemonia inculcando negli altri soggetti

un’immagine di inferiorità.

Nel “Libro bianco sul dialogo interculturale: Vivere insieme in pari dignità” del Consiglio

d’Europa (giugno 2008) si legge che nell’Europa occidentale del dopoguerra, l’immigrazione

veniva definita in base al modello del comunitarismo (in inglese ‘multiculturalism’).

Questo modello ha in comune con quello dell’assimilazionismo una visione statica della

società. Il comunitarismo considera un semplice rovesciamento dello schema

assimilazionista: quest’ultimo privilegia la maggioranza, mentre il modello comunitarista

privilegia la minoranza.

C’è però un importante differenza tra i due modelli: quello assimilazionista si fonda sull’idea

che tutte le culture si collocano lungo lo stesso asse di sviluppo a diversi livelli di evoluzione,

per cui si può parlare di civiltà più progredite e di civiltà arretrate.

Il multiculturalismo considera le culture come entità incommensurabili, quindi non collocabili

su una stessa scala di valore.

I significati e le pratiche di ciascuna cultura sono intraducibili nei termini di altre culture.

Inoltre aggiunge un importante elemento di novità, la cui introduzione viene attribuita a

Frantz Fanon, cioè che sono le stesse culture a chiedere esplicitamente il proprio

riconoscimento con l’obiettivo di equilibrare i rapporti maggioranza/minoranza.

Tale rivendicazione si fonda su:

1) la convinzione che tutte le culture hanno uguale dignità;

2) per promuovere la vera uguaglianza non bastano procedure neutre che regolano i

rapporti tra gli individui, ma occorrono rispetto e promozione delle diverse culture;

3) il solo appello all’uguaglianza dei diritti dei singoli, senza alcun riferimento alla loro cultura

di appartenenza, genera un’omogeneizzazione e l’eliminazione delle culture non egemoni.

In definitiva, si definisce “multiculturale” la politica che valorizza e conserva le diversità

culturali, essa è antitetica rispetto alla logica della mediazione delle differenze culturali.

“Interculturale”

Livello descrittivo - Il termine indica che, volendo attivare relazioni sociali, è inevitabile

relativizzare i fattori culturali. In altri termini, il rapporto con l’altro comporta una

relativizzazione del proprio punto di vista.

Questa relativizzazione diventa assolutamente indispensabile quando lo scopo della

relazione è di carattere pratico.

Il riferimento agli scopi pratici della relazione non è assolutamente una semplificazione, ma

mette al riparo dal rischio di considerare fonte di relazione tra culture diverse la semplice

conoscenza, magari completa ed approfondita, dei codici simbolici, degli usi e costumi di

altre culture, che di per sé non incide sulle relazioni reali tra le persone.

Livello prescrittivo - Il progetto interculturale considera le culture come costruzioni

complesse, eterogenee. Ciascuna cultura, anche quelle che appaiono come più compatte e

monolitiche, è dialogica e presenta zone di possibile confluenza e scambio con altre culture.

In questo senso, si coglie la profonda differenza col multiculturalismo prescrittivo che ritiene

impossibile ogni progetto interculturale.

Le culture possono dialogare tra loro soprattutto perché chi dialoga sono i soggetti che ad

esse si riferiscono. Le persone, animate dal desiderio di individuazione, possono in qualsiasi

momento discostarsi dalle norme della propria cultura.

Il dialogo interculturale è considerato auspicabile dal “Libro bianco” del Consiglio d’Europa

ed è contemporaneamente:

1) mezzo che, attraverso la promozione della negoziazione di procedure, valori e norme,

evita che i soggetti considerino la propria identità personale coincidente con quella culturale,

generando conflitti e disgregazione sociale;

2) fine-in-vista perché spinge a confrontarsi con l’Altro relativizzando i propri punti di vista,

le proprie certezze, gli stereotipi e i pregiudizi e a “muoversi” dentro la propria cultura.

Si può definire l’inclusione interculturale come perfezionamento della democrazia nell’epoca

della globalizzazione, evitando i rischi di irrigidimenti che ostacolano il dialogo e la

cooperazione sociale.

L’educazione interculturale si fonda sul superamento del ‘pensiero chiuso’, cioè del pensiero

rigido, che persiste in ciò che si sa e rifiuta le alternative. Essa promuove il pensiero

complesso, fondato sull’autoriflessività circa il sistema di presupposti a cui ciascuno attinge

quando si trova a interpretare il mondo e i fatti che vi accadono e in cui risiedono pregiudizi e

stereotipi.

Matthew Lipman (1922-2010, filosofo statunitense) propone il modello della comunità di

ricerca filosofica come esempio di pratica di inclusione interculturale.

Durante una sessione di philosophy community, i partecipanti, se vogliono affermare le

proprie idee preconcette, devono spiegare le ragioni che le sostengono.

Confrontandosi con gli altri, essi sono spinti a scoprire le debolezze dei propri punti di vista e

a mettersi dal punto di vista dei propri interlocutori, costruendo con loro nuove idee e

concetti. Questo processo è particolarmente significativo quando vi partecipano persone che

appartengono a culture diverse.

Altri strumenti pensati secondo questa logica sono i testi-stimolo. Si tratta di curricoli creati

tenendo conto delle diverse realtà culturali che permettono di venire in contatto con modi di

interpretazione del mondo e di significazione dell’esistenza diversi. Ciò stimola una

ricostruzione della propria visione del mondo.

4. Cittadinanza di genere: le donne tra esclusione e partecipazione (di Francesca

Marone)

Il Ventesimo secolo è stato caratterizzato da numerose conquiste femminili, che hanno

radicalmente cambiato la vita delle donne.

Eppure ciascuna donna è consapevole che anche oggi alcuni obiettivi sono lontani e che

certi diritti ormai acquisiti devono ancora essere difesi contro il rischio di vederseli

nuovamente sottratti.

Inoltre è fondamentale la distinzione tra donne che vivono nel mondo occidentale e quelle

che vivono in altri Paesi.

Mentre nei Paesi occidentali l’incremento della scolarizzazione ha permesso alle donne una

più completa realizzazione, nei Paesi sottosviluppati o caratterizzati da regimi dittatoriali o da

fondamentalismi religiosi la situazione è molto più critica.

Anche in Italia la condizione della donna è molto cambiata in famiglia, in campo lavorativo e

sociale.

In questo processo di miglioramento sono però riscontrabili alcuni problemi e contraddizioni

che ostacolano il raggiungimento della parità sostanziale tra uomo e donna.

Oggi le donne si sforzano in tutti i modi di ricoprire molti ruoli e fronteggiare i relativi impegni

e sono ormai in grado di compiere una sintesi creativa che le rende in grado di affrontare la

situazione.

Ma esse devono fare i conti con il timore di inventare percorsi inediti e di andare oltre la

logica identitaria.

Si tratta di un ostacolo che proviene dalla stessa psiche delle donne. La psicoanalista

Jessica Benjamin ritiene che la donna associ il desiderio con uno spazio interno al proprio

Io. La difficoltà vissuta dalle donne per conquistare tale spazio evidenzia come esso abbia

bisogno per affermarsi di essere marcato anche nel mondo reale. Tutto questo comporta che

i desideri che non riescono a realizzarsi provochino una sofferenza profonda ed oscura.

E’ nell’ambito della formazione che occorre operare per superare il divario tra l’esperienza

soggettiva delle donne e il complesso di simboli necessario per rappresentarla.

E’ necessario realizzare interventi formativi con l’obiettivo di aiutare le giovani donne a

sviluppare una autorappresentazione positiva della propria appartenenza di genere anche

mediante la costruzione di un immaginario non legato strettamente alle immagini del “ruolo

femminile” codificato socialmente.

Alle radici della disuguaglianza di genere

La differenza tra i sessi risale a molto lontano.

Già le culture primitive prevedevano un’organizzazione basata sul principio della distinzione

maschile/femminile in base al quale non venivano previste attività lavorative che potessero

essere svolte congiuntamente da individui dei due sessi.

Ad esempio, agli uomini veniva affidato il compito di cacciare e alle donne quello di

raccogliere i prodotti della terra.

Lo spazio maschile era quello dell’avventura, del rischio, mentre quello riservato alla donna

era lo spazio più limitato e protetto dell’accampamento.

L’origine della discriminazione uomo/donna è la differenza biologica che viene trasformata

culturalmente in diversità di ruoli, nei quali la donna occupa una posizione subordinata

all’uomo. La cultura dominante era ed è stata per secoli quella basata sui desideri e sui

bisogni dell’uomo.

La cultura femminista presenta al suo interno tre diversi significati. Distinguiamo:

1) femminismo dell’uguaglianza - L’idea di promuovere il riconoscimento dell’uguaglianza

tra uomo e donna genera un paradosso. Dal punto di vista giuridico, il principio

dell’uguaglianza finisce per omologare la donna al modello maschile. Dal punto di vista

simbolico, la donna continua ad essere assoggettata agli stereotipi domestici. I principi

giuridici di uguaglianza rimandano a un soggetto neutro, universale, proprio perchè

sostanzialmente viene dimenticata la peculiarità della donna.

Negli anni Settanta le femministe si resero conto che, nonostante le conquiste civile,

politiche e sociali, nella famiglia le donne continuavano a essere subordinate all’uomo. Tale

situazione di subordinazione è stata denominata fallologocentrismo (privilegio della

mascolinità nella costruzione dei significati).

2) femminismo della differenza - In questo caso l’attenzione è focalizzata sull’affermazione

di un soggetto sessualmente differenziato, caratterizzato dai propri desideri e dai propri

bisogni.

3) femminismo postmoderno - Si basa sulla constatazione che la costruzione del gender

(= costruzione di genere) risente degli aspetti sociali e materiali. Sono proprio questi aspetti

ad diventare oggetto di critica da parte delle femministe.

Il modello del gender considera le disuguaglianze tra uomo e donna come frutto delle

istituzioni sociali sessiste che devono essere riformate radicalmente.

Tale riforma però rischia di non portare all’esito desiderato se non si promuove anche la

modificazione delle rappresentazioni e delle identificazioni femminili.

Questi filoni del movimento femminista hanno contribuito a definire un nuovo campo del

sapere, quello della “pedagogia della differenza” che promuove una critica alle teorie

convenzionali sull’educazione, da sostituire con delle pratiche volte a realizzare un

cambiamento sociale.

L’oppressione della donna non può essere ricondotta esclusivamente a fattori socio-

economici, né all’insieme di regole sociali che la relegano in ruoli stereotipati, ma deve

anche essere compresa considerando livelli più profondi, che riguardano la strutturazione

stessa dell’individuo in quanto donna, le dimensioni inconsce, l’immaginario e le

identificazioni simboliche.

Obiettivo della lotta per l’emancipazione delle donne deve essere una critica accurata e

costruttiva ai linguaggi e alle pratiche che non sono mai appartenuti alle donne stesse.

Lo scenario contemporaneo, caratterizzato dai crescenti flussi migratori che comporta

l’incontro con donne provenienti da altri Paesi, comporta nuovi interrogativi: che relazione

instaurano le donne occidentali con quelle che “portano il velo”, con le donne che svolgono

per loro i lavori di badanti, domestiche, babysitter? Esiste una “sorellanza globale”?

Nel mondo contemporaneo i temi del femminismo devono essere affrontati tenendo conto

del particolare contesto storico-sociale-politico, considerando che ogni donna è un soggetto

storicamente incarnato.

Formazione e cultura delle differenze

Per molto tempo le donne non hanno potuto seguire gli stessi iter formativi degli uomini.

La donna, in virtù della sua possibilità di procreare e di essere madre, è stata a lungo vista

come intimamente legata alla natura da cui l’uomo si è distanziato attraverso la cultura.

Per molto tempo le giovani donne hanno ricevuto un’educazione marginalizzante che le ha

confinate in ruoli circoscritti alla famiglia e alle cure domestiche.

Le poche che sono uscite dalle mura domestiche si sono dedicate prevalentemente alla

religione, all’assistenza dei bisognosi e all’insegnamento.

Inoltre in passato non era assolutamente pensabile di mettere da parte marito e figli per

potersi realizzare come persona.

Nel secondo dopoguerra, le necessità insite nel processo di industrializzazione e sviluppo

del capitalismo, provocarono un mutamento di mentalità rispetto al lavoro femminile e

favorirono la scolarizzazione di massa delle ragazze.

Negli anni Ottanta cresce l’attenzione circa la questione dell’educazione delle donne, sia dal

punto di vista storico, attraverso l’individuazione delle tradizioni che hanno determinato

l’esclusione e le pratiche attuate per fronteggiarle, sia dal punto di vista teorico, individuando

nella differenza di genere un valore pedagogico.

I movimenti femministi, oltre ad aver favorito risultati positivi dal punto di vista politico e

sociale, hanno ottenuto risultati anche nel campo della conoscenza, in riferimento ai quali si

parla di “studi femministi”, “studi femminili” e “studi di genere”.

Questi studi tengono conto delle trasformazioni che hanno riguardato la società, la famiglia,

la stessa identità femminile (i corpi delle donne, i miti, le mode, le patologie, ecc.).

Hanno cercato di valorizzare le differenza di genere, sottolineando la presenza delle donne

nella storia, soprattutto evidenziando i momenti in cui il femminile è stato protagonista

principale.

Gli studi delle donne hanno messo in luce l’ostracismo maschile che da secoli colpisce le

opere delle donne stesse. Si tratta di una violenza simbolica attraverso la quale gli uomini si

garantiscono il dominio nella produzione e nella cultura.

Considerando il campo scolastico, luogo privilegiato della formazione, possiamo notare,

considerando i dati statistici, come negli ultimi anni nell’Unione Europea sia aumentato il

numero delle donne che raggiungono i più alti gradi del percorso scolastico, conseguendo

lauree universitarie, dottorati di ricerca e master.

E’ però anche vero che si evidenzia ancora:

1) una segregazione verticale perché le donne tendono a fermarsi ai livelli più bassi della

scala occupazionale;

2) una segregazione orizzontale perché le donne si concentrano in alcuni settori o

discipline.

In particolare, la segregazione più marcata sembra esserci nei settori tecnico-scientifici,

mentre i settori in cui le donne trovano più facilmente occupazione sono quelli dei servizi

pubblici, dell’educazione e della sanità.

Particolarmente significativo è il rapporto tra “donne” e “scienza” concetti che, come nota la

docente statunitense di storia e filosofia Evelyn Fox Keller, nella cultura occidentale sono in

opposizione tra loro.

Infatti sopravvivono parecchi stereotipi di genere sul ruolo delle donne in campo scientifico e

spesso vengono delineate figure di scienziate che, per dedicarsi alla ricerca, hanno

rinunciato a qualsiasi ruolo familiare.

Questa situazione evidenzia come sia cruciale il ruolo degli insegnanti che dovrebbero fare

in modo che la classe diventi un luogo dove la falsa dicotomia tra interiorità e mondo esterno

scompare.

Nella scuola la differenza di genere si evidenza nei modi peculiari con cui le ragazze e i

ragazzi si pongono di fronte ai problemi, allo studio e, quindi, alla vita.

Nella scuola dovrebbero essere offerti modelli di identificazione a ragazzi e ragazze e spunti

di discussione sul tema della relazione tra generi in modo che vengano promosse azioni di

riconoscimento e valorizzazione delle specificità di cui ciascuno è portatore.

Dal punto di vista didattico, si possono privilegiare metodologie di tipo qualitativo,

proponendo analisi di casi, raccolta di dati e materiale autobiografico, confronto con le opere

delle donne, ecc.

Lavoro, famiglia e politiche di conciliazione

Rispetto alle ragioni che originano la differenza di genere ci sono diverse concezioni:

1) differenza dell’ordine delle cose - Si osserva che le donne sono diverse dagli uomini

(più etiche, meno violente, ecc.) e ciò inevitabilmente comporta che gli uomini rimangano i

punti di riferimento;

2) differenza dell’ordine di pensiero - La differenza consiste in un’invenzione del

femminile attraverso ricerche e pensieri;

3) differenza dell’ordine simbolico - La differenza è generata dal senso che si dà

all’essere donna.

Nell’esame delle differenze di genere è fondamentale considerare gli schemi che regolano la

vita familiare.

Lo schema familiare rigido è quello che assegna alla donna lo svolgimento di compiti di

routine e frustranti, a cui ella non riesce a sottrarsi senza provare sensi di colpa.

In questo caso è proprio l’istituzione familiare a rinforzare la disuguaglianza nei rapporti

uomo/donna.

Se la famiglia dovrebbe essere una scuola di giustizia per le nuove generazioni, di fatto essa

è il luogo in cui quotidianamente si fa esperienza di un’ingiustizia spesso giustificata come

naturale. La filosofa statunitense Susan Moller Okin ritiene che esista un legame tra il

considerare la famiglia come ente naturale e il ruolo che la donna tradizionalmente svolge al

suo interno.

Nella tradizione filosofica occidentale la naturalità della famiglia non è mai stata messa in

discussione e ciò è servito a dare ragione del perché le donne è opportuno rimangano

escluse dall’ambito pubblico e dalla gestione del potere politico.

Susan Moller Okin si propone di fondare una teoria della giustizia femminista, da

applicare a tutti, uomini e donne indistintamente.

Si può osservare che essi descrivono diversamente il rapporto tra sé e il mondo.

Gli uomini tendono a utilizzare l’immagine della gerarchia, manifestano il desiderio di essere

soli al vertice della scala e la paura che altri si avvicinino troppo a loro.

Le donne usano invece l’immagine della rete, manifestano il desiderio di trovarsi al centro

della rete stessa e la paura che altri le respingano ai suoi margini.

Proprio nella famiglia si possono evidenziare opportunità trasformative nel rapporto tra i

generi e modifiche nei tradizionali assetti gerarchici.

Negli ultimi anni si è assistito a una radicale trasformazione della famiglia, in seguito

all’introduzione del divorzio, alle famiglie allargate, alle adozioni, alla fecondazione artificiale,

alle unioni gay. Sebbene permanga la relazione tradizionale tra la coppia genitoriale e i figli,

il sistema familiare ha subito radicali modificazioni, frantumazioni e ricomposizioni.

Proprio in questa fase sembra possibile mettere in discussione e modificare radicalmente le

dinamiche che riguardano i rapporti di dominio e di subordinazione definendo nuovi

paradigmi.

Naturalmente la revisione delle differenze di genere che avviene nella famiglia ha poi delle

ripercussioni che riguardano l’intera società.

In questa nuova situazione è però possibile che si instaurino nuove forme di misoginia.

Ad esempio, si può osservare un attacco al corpo materno, che viene spesso travestito da

apparente liberazione della donna dai limiti “naturali” e biologici (mestruazioni, fertilità,

procreazione) grazie ai progressi della scienza. Dietro questa motivazione si può

nascondere però il desiderio non inedito di controllare il corpo femminile.

Considerando il mondo del lavoro, si può osservare che esistono lavori maschili e lavori

femminili.

I lavori femminili sono:

● prevalentemente precari;

● meno retribuiti di quelli maschili (anche perché le donne, per poter conciliare lavoro e

impegni familiari, accettano contratti part-time e si rendono meno disponibili al lavoro

straordinario);

● vi rientra il lavoro invisibile di riproduzione e di cura.

Spesso le donne subiscono maggiormente rispetto agli uomini la nuova forma di

discriminazione denominata mobbing, che si concretizza in comportamenti violenti e

pressioni psicologiche, svolti in modo ripetitivo e sistematico, allo scopo di produrre un vero

e proprio annichilimento psicologico della vittima.

La legislazione italiana, in particolare con le leggi 1204/1971 e 53/2000, ha introdotto la

tutela della maternità a favore delle lavoratrici subordinate, i congedi parentali retribuiti, gli

assegni di maternità e per il nucleo familiare. Per fronteggiare le forme di violenza e di

molestia nei luoghi di lavoro, è anche stata istituita la figura delle consulenti di parità che

però di fatto non hanno alcuna visibilità.

Uguaglianza di genere e strategie per l’inclusione sociale

Passando in rassegna la condizione femminile e le norme che la riguardano nei diversi

Paesi del mondo possiamo notare che:

1) nei Paesi in via di sviluppo o sottosviluppati la suddivisione dei ruoli assegnati a

uomini e donne è molto rigida. Le donne sono spesso escluse dalla partecipazione alle

decisioni politiche, dall’istruzione e dalle risorse produttive. Inoltre esse sono spesso vittime

di violenze e sfruttamento sessuale.

Tenuto conto della diffusione delle malattie a trasmissione sessuale, tra cui l’HIV, si

comprende l’urgenza di adottare politiche d’informazione e di creare consultori per

diffondere cure e prevenzione a favore delle donne e delle loro famiglie.

Indispensabili sono le politiche di sviluppo economico, perché senza risorse adeguate

diventa impossibile garantire qualsiasi diritto.

Nel 1979 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha istituito il CEDAW (comitato contro le

discriminazioni contro le donne) attraverso il quale ha promosso il passaggio dalle politiche

per l’uguaglianza a quelle per le pari opportunità, che sembrano essere più rispettose alle

differenze di genere.

Degna di nota è anche la Conferenza delle Donne di Pechino del 1995. In quella sede le

parole chiave furono due:

● empowerment: con la quale si intendeva sollecitare gli Stati a garantire un maggior

peso alle donne nei centri di potere;

● mainstreaming: con la quale si intendeva promuovere l’introduzione del concetto di

genere nelle politiche governative.

2) A livello europeo ricordiamo la pubblicazione da parte della Commissione Europea nel

2006 della “Road Map”, un percorso strategico che individua sei settori di intervento per la

realizzazione di politiche di genere nel periodo 2006-2010:

1) realizzare uguale indipendenza economica tra uomini e donne;

2) favorire una più agevole conciliazione tra lavoro, vita privata e familiare;

3) promuovere uguale partecipazione di uomini e donne alle decisioni politico-sociali;

4) combattere la violenza contro le donne e la tratta di esseri umani;

5) combattere gli stereotipi di genere ancora presenti nella società;

6) promuovere l’uguaglianza di genere anche al di fuori dell?unione europea.

Due sono poi i principali aspetti da curare nella fase di avanzamento dei processi di

realizzazione delle politiche di genere:

● evitare lo scollamento tra investimenti materiali e immateriali. Il che vuol dire prestare

attenzione alla necessità di integrare gli interventi volti alle persone e quelli destinati

alle infrastrutture. Il programma europeo di sviluppo per il periodo 2007-2013

evidenzia la centralità degli investimenti sulle risorse umane.

● curare il rapporto tra cittadinanza formale e cittadinanza sostanziale. La pratica della

cittadinanza è cruciale per le donne che, attraverso di essa, possono mostrare la

propria presenza non solo agli altri ma anche a loro stesse.

3) In Italia ricordiamo che nel 1996 il presidente del consiglio Romano Prodi nominò per la

prima volta un ministro per le Pari Opportunità (Anna Finocchiaro).

Risale al 1997 la direttiva Prodi-Finocchiaro rivolta soprattutto alle diverse amministrazioni

pubbliche allo scopo di promuovere l’attribuzione di poteri e responsabilità alle donne.

5. Carcere e inclusione sociale (di Caterina Benelli)

Le politiche per l’inclusione rispondono al senso di insicurezza, precarietà e inadeguatezza

sociale affermando il diritto di cittadinanza.

L’esclusione comprende numerose problematiche tra loro correlate, quali la marginalità, la

precarietà economica, la solitudine, la carenza di legami familiari e sociali, ecc. che nel loro

complesso definiscono la “povertà immateriale”.

Le principali categorie di soggetti che vivono queste situazioni di povertà sono: i senza fissa

dimora, gli immigrati, gli anziani, le donne sole con figli e i carcerati.

Le politiche per l’inclusione e la reintegrazione degli esclusi mirano a contrastare queste

situazioni di povertà immateriale.

Come già detto, queste politiche hanno assunto sempre maggiore importanza in Europa

dove sono stati diversi i provvedimenti e i documenti approvati su questi temi.

Quando si considerano le emergenze sociali, occorre evidenziare i “luoghi di confine”

spesso dimenticati dalle politiche locali, che richiedono particolari attenzioni.

In questo senso, risulta efficace la metafora delle “Vite di scarto” di Bauman: sono

considerate di “scarto” le situazioni di inutilità e di sporcizia di cui occorre liberarsi perché

rappresentano ciò che non è più attuale, moderno, funzionale alle esigenze della società

contemporanea.

Le categorie di persone che vengono considerate “inutili” variano a seconda dei tempi storici

e dei contesti.

Ad esempio, le persone anziane in passato erano considerate portatori di saperi e

svolgevano un ruolo di appoggio alla comunità. Attualmente sono sempre più sentite come

un peso e un impedimento per la stessa famiglia.

Altre situazioni di vita sono considerate da secoli come “di scarto”. E’ il caso dei carcerati. I

luoghi di detenzione sono considerati “luoghi di confine” riservati ai “dannati della terra”.

Il carcere come emergenza educativa

Il carcere è un luogo di marginalità che richiede particolare attenzione ed occorre rispondere

ai bisogni dei nuovi soggetti reclusi attraverso interventi formativi innovativi ed efficaci.

L’idea fondante rintracciabile nel dibattito sulla pedagogia penitenziaria è quella del

superamento del controllo del detenuto e la progettazione di percorsi formativi in grado di

rispondere ai bisogni di integrazione e inclusione.

L’obiettivo è quello di contrastare il fenomeno della recidiva curando il reinserimento sociale

dei detenuti che tenga conto della specificità delle condizioni di ciascuno: per chi sconta la

pena in carcere si stima una percentuale del 70% di recidiva, che si dimezza per i detenuti

che usufruiscono di opportunità formative adeguate.

La vita in carcere genera nei detenuti elevati livelli di sofferenza, legati ai particolari

meccanismi di adattamento, differenziazione e individualizzazione. Ne discende che spesso

questi soggetti presentano limitata stima in loro stessi, rinuncia e fatalismo.

Spetta alla pedagogia sociale, integrata attraverso l’apporto di altre discipline, il compito di

progettare interventi educativi, formali e non.

Il dispositivo autobiografico come strumento formativo e di inclusione sociale

Negli ultimi anni si è sviluppata una riflessione approfondita relativamente all’autobiografia

come strumento formativo.

Nella cultura occidentale strumenti di narrazione come memorie, lettere e diari sono stati

spesso usati come metodi di riflessione filosofica, introspettiva e di comunicazione

interpersonale.

Per comprendere le caratteristiche e l’utilità del dispositivo autobiografico, occorre

premettere che il processo formativo, a differenza delle attività di apprendimento

temporanee, è un’opera continua che abbraccia l’intero percorso di vita della persona. Si

parla infatti propriamente di educazione permanente o lifelong learning.

Tra i diversi autori che hanno considerato il metodo autobiografico ricordiamo:

1) Gaston Pineau (nato nel 1939, professore di scienze dell’educazione presso l’Università

di Tour) - Egli ritiene che la mente umana assomigli a uno specchio, il che rende ragione

dell’importanza del metodo autobiografico: ripensare alla propria vita, raccontandola o

scrivendola, è un metodo efficace per consentire alla nostra mente di essere consapevole di

ciò che pensa, evitando di pensare senza rendersene conto.

2) Pierre Dominicè (tra i fondatori del Gruppo di ricerca sugli adulti e i loro processi di

apprendimento) ritiene che il nucleo centrale di qualsiasi percorso formativo sia quello di

porsi come soggetto pensante nei confronti dell’istituzione affermando con decisione la

propria soggettività nel percorso formativo. Ciò è reso possibile dalla narrazione

autobiografica.

3) Duccio Demetrio e il suo gruppo di ricerca presso l’Università Bicocca di Milano e la

Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari in provincia di Arezzo che pongono l’auto-

educazione come cura e auto-terapia da mettere al centro dei processi formativi.

In generale, il dispositivo autobiografico è un dispositivo che si esprime attraverso la

narrazione, spontanea o indotta, fatta per sé o per gli altri, di parti della propria vita.

Essa consente di apprendere da se stessi, dalla propria esperienza e dalla propria storia.

L’autobiografia è un’esperienza importante soprattutto nei momenti di passaggio della

propria vita, quando si avverte l’esigenza di un ripensamento del passato per comprenderne

il senso e orientare più consapevolmente le propria vita futura.

I perché della scrittura in carcere

Il carattere salvifico della scrittura in carcere e del carcere è evidenziato da importanti opere

letterarie composte sia mentre l’autore si trova in carcere (ad esempio “Quaderni dal

carcere” di Antonio Gramsci), sia quando l’autore ne è appena uscito (ad esempio “Le mie


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Didattica e Pedagogia dell'inclusione basato su appunti personali e studio autonomo del libro "Pratiche educative per l'inclusione sociale" a cura di Maura Striano.
I principali argomenti trattati sono: l'inclusione e politiche europee, apprendimento permanente e inclusione sociale, integrazione degli alunni disabili nel contesto scolastico, l'inclusione interculturale, uguaglianza di genere e strategie per l'inclusione di genere, carcere e inclusione sociale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione
SSD:
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher assuntarappi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Didattica e pedagogia dell'inclusione e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano Bicocca - Unimib o del prof Palmieri Cristina.

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