Capire, partecipare, rappresentare e governare il territorio
di Corrado Barbot
Osservare la questione settentrionale: politica della piccola città
di Simone Tosi e Tommaso Vitale
Un’industrializzazione precoce e duratura
L’Alto milanese è un territorio a cavallo fra le province di Milano e Varese lungo l’asse del Sempione, in un’area compresa fra la nuova Fiera di Milano a Rho e l’aeroporto di Malpensa. È un’area che si è caratterizzata per una notevole omogeneità economica e geografica e per una vivacità “trasformativa”. Il processo di industrializzazione dell’Alto milanese ha avuto inizio già tra Sette e Ottocento in un territorio caratterizzato da un’alta densità di popolazione, arretratezza nei contratti agrari e nelle tecniche colturali e la miseria dei ceti rurali. L’industrializzazione è iniziata qui almeno cinquanta/sessant’anni prima che nel resto di Italia. La bassa fertilità dei terreni e la durezza dei contratti di mezzadria ha fatto sì che emergesse in epoca moderna una pre-industria in campo tessile e che questa evolvesse celermente in vera e propria industrializzazione. Già nel 1877 a Legnano vi erano ben 2.710 operai su circa 6.700 abitanti, con una media di 112 operai per impresa.
L’Alto milanese passò dalla proto-industria (e dall’impresa famigliare) allo sviluppo del macchinismo e della grande fabbrica, divenendo una delle aree d’Italia a più alto grado di occupazione industriale. L’Alto milanese ebbe una traiettoria di sviluppo del tutto coerente alla tipica successione di tre ondate di industrializzazione:
- La diffusione del settore tessile;
- Le industrie meccaniche integrative, nate per servire la prima ondata;
- Le grandi produzioni di base, in particolare nel settore chimico e in quello legato all’industria elettrica.
Così come l’industrializzazione si è manifestata precocemente, anche il declino produttivo dell’Alto milanese ha avuto inizio con un certo anticipo:
- ‘70, la crisi del settore tessile.
- ‘80 crisi nell’industria meccanica e nel settore elettro-meccanico.
La deindustrializzazione è stata certificata dall’Unione Europea che ha inserito l’area nell’Obiettivo 2 dei fondi strutturali comunitari, finalizzati alla riconversione economica e sociale delle zone con difficoltà strutturali, definendo Punica area della Lombardia che ha beneficiato di sostegni finalizzati:
- Alla riconversione produttiva (asse 1)
- Alla riqualificazione ambientale (asse 2)
- Alla valorizzazione e riqualificazione delle risorse umane (asse 3)
Nonostante la crisi produttiva che ha investito il territorio, ad oggi l’Alto milanese resta comunque la parte più manifatturiera della provincia di Milano, con oltre il 40% dell’occupazione nel settore. Tre dimensioni rilevanti nella definizione di questa fase di crisi:
- A fronte di una crisi industriale del settore tessile e di quello elettromeccanico non si è sviluppata alla fine degli anni '70 una significativa terziarizzazione.
- I processi di conversione industriale sono stati deboli e gestiti in modo poco programmatico: la chiusura delle manifatture e delle officine meccaniche non ha prodotto fino alla fine degli anni '90 processi di costruzione di imprese a rete innovative, dotate di settori dedicati a ricerca e sviluppo e in grado di competere sulla qualità.
- Non si sono sviluppate tempestivamente forme di governance finalizzate a specificare la vocazione produttiva del territorio, a creare rapporti di interdipendenza e coordinamento cooperativo fra gli attori e ad individuare beni collettivi locali.
Il dibattito politico sulla questione settentrionale è acceso, esso si concentra oggi soprattutto sui temi del federalismo fiscale e di redi-attribuzione di poteri e funzioni, da una parte, e su elementi di identità.
Al di là del conflitto centro periferia
- '70 erano trattati i temi della redistribuzione, dell’egualitarismo e della giustizia sociale
- '80 hanno privilegiato la “modernizzazione” dei territori e la capacità di costruire coalizioni stabili.
- '90 si aprono all’insegna della questione morale e ridefiniscono le aspettative nei confronti del potere politico e un uso non privatistico delle risorse pubbliche.
In questa cornice i problemi del governo locale vengono ridefiniti in termini di spinta ad una maggiore autonomia del Nord dal resto d’Italia. Il discorso pubblico sulle possibilità di un governo giusto del territorio “scongela” la frattura centro-periferia. Per contro, si evidenziano gli elementi di sperequazione e di subordinazione del Nord rispetto al resto di Italia e l’impossibilità. Vengono distinti due temi:
- Il processo di emersione della questione settentrionale
- Le dinamiche di conflitto sui beni collettivi
La questione settentrionale, naturalmente...
L’Italia, terra del localismo e del particolarismo, per anni non ha visto una forte politicizzazione dei conflitti centro-periferia. Il localismo si esprimeva non in opposizione alla dimensione statale-nazionale ma, nell’estraneità e mancanza di interesse per tutto ciò che è lontano dalla comunità locale. Fino alla seconda metà degli anni ’80, i partiti di massa vedevano il meridione essenzialmente come questione nazionale.
Negli anni ’80 questo quadro si modifica: la pressione fiscale aumenta, così come il debito pubblico, forte inflazione e dimezzamento del tasso di crescita del PIL. Nel 1989, in Lombardia, La Lega Lombarda diviene il quarto partito della più grande e affluente regione italiana (470.997 voti, 18,1 %). La Lega ridefinì gli obiettivi tradizionali di un movimento etno-regionalista cogliendo la portata di una fase di crisi dei tradizionali cleavage politici italiani (capitale-lavoro, stato-chiesa) e i margini di opportunità per scongelare la frattura centro-periferia. A questo si aggiungeva un certo grado di populismo xenofobo. La questione settentrionale diventa politica come un mix di regionalismo e populismo, con una forte spinta antipolitica critica dei partiti di massa e xenofoba a fronte dei flussi migratori. La questione settentrionale non è emersa “naturalmente” è una rivendicazione politica intenzionale.
Governo del territorio e beni collettivi
Un dibattito tra accademici-economisti e urbanisti ha posto in evidenza questioni non presenti nell’agenda dell’opinione pubblica. L’insieme di queste questioni, precipita su problemi e aspetti legati al governo del territorio. Gli elementi che concorrono a definire il governo del territorio:
- Processi produttivi e al coordinamento delle attività economiche su un territorio
- La regolazione urbanistica e ambientale.
Queste due macro aree incrociano altri aspetti, “minori”:
- Le infrastrutture per i trasporti e la mobilità
- Coordinamento tra differenti attori e diversi comparti istituzionali
- Questioni connesse alla qualità della vita nelle città
Questi aspetti rimandano alla presa in carico delle dimensioni istituzionali che determinano le risorse e i vincoli all’interno dei quali vengono effettuate le scelte pubbliche. La riflessione accademica converge nel:
- L’importanza del lavorio politico finalizzato a scovare e valorizzare i potenziali presenti nei territori.
- Come nei processi politici reali i governi locali abbiano rincorso i potenziali presenti all’esterno dei territori Sono risorse pubbliche ma anche private quelle per le quali i territori si trovano a dover competere, secondo logiche di attrattività e marketing territoriale.
Il localismo e il protagonismo dei sindaci spingono ad ostacolare accordi di programma finalizzati alla cooperazione fra comuni.
Verso una political economy della piccola città
I due fuochi da cui siamo partiti: questione settentrionale e governo del territorio, condensano e articolano una ampia quantità di temi che ruotano intorno alle trasformazioni della politica: le esigenze di rappresentanza funzionale degli interessi, nonché le modalità di mediazione fra interessi particolari e interessi di carattere generale.
- Le tensioni dei mondi della produzione in contesti di marcata competizione internazionale
- La ridefinizione delle scale dell’azione pubblica,
- Le rigidità, le inerzie e la compartimentazione della pubblica amministrazione nel supportare i processi di governo strategico.
Si nota un’oscillazione fra letture che accentuano la dimensione politica dei processi e ragionamenti che evidenziano l’interazione fra attori economici.
Città grandi e città piccole: un approccio relazionale
Se negli ultimi anni gli studi di sociologia politica e di scienza politica hanno privilegiato l’analisi della grande città o al più della città media, gli studi del dopoguerra sul rapporto città-campagna indagavano sull’economia agraria marxista. Un primo problema rimanda alla scala urbana. È evidente che gli studi urbani si dedicano alle grandi città. Per studiare le piccole città, occorre considerare le ragioni per cui studiare quelle grandi e mettere in relazione le due risposte:
- Ci si focalizza sulla città dipendono si intende affrontare un certo studio. In questa direzione vanno le molte riflessioni sui modelli: la città fordista, la città moderna, la città creativa.
- Non sono immuni gli studi di Comunità che, pur studiando piccole città o porzioni limitate di città come i quartieri, ha, a tratti, riprodotto lo stesso carattere di fondo.
Studi su scale urbane minori hanno individuato un modello storico di città. Si parla di “Mid-dletown”. Un secondo punto è relativo al carattere gerarchizzante dello schema interpretativo. La tradizione che origina nella geografia urbana del Ottocento: le località sarebbero ordinate a seconda della rilevanza delle funzioni da esse svolte, ovvero, le città più grandi svolgono funzioni “prevalenti”. Questo può spingere a privilegiare lo studio delle grandi città in quanto più “significative”. In secondo luogo si studiano città medie o piccole come microcosmi semplificati, che rinchiudono in sé tratti della vita delle grandi città. La città piccola viene considerata una versione ridotta della metropoli.
La questione è politica: beni collettivi e modi del potere
- Come si producono elementi di tensione usati nella tematizzazione della questione settentrionale?
- Come questi siano legati in particolare ad aspetti di governo del territorio e quindi alla struttura relazionale del potere e allo stile di governo?
Questa centratura sulla politica e i rapporti fra i gruppi ci avvicina agli approcci di political economy, senza vincolare le dinamiche cognitive e normative. Trattate le modalità di composizione dei quadri cognitivi relativi a diversi “oggetti”:
- La costruzione di significati in relazione alle dinamiche elettorali,
- L’assenza di una protesta visibile rispetto alla maggior parte delle scelte urbanistiche e di conversione industriale
- Le dinamiche riscontrate nel rapporto fra sindacati e imprenditori nei luoghi della governance.
La political economy viene in aiuto nuovamente nel suggerirci uno snodo centrale per cercare di comprendere al meglio l’articolazione di dinamiche politiche e di costruzione del consenso (politics) con i problemi di stile e modalità di governo del territorio e di sostegno alla produzione. Si sceglie come punto di osservazione i processi di produzione e governo dei beni collettivi. Così le “economie esterne” e i beni collettivi locali sono un supporto alla produzione locale, alle reti di imprese, alla connessione tra i territori ma anche alla coesione sociale e alla qualità della vita di un territorio.
I beni collettivi sono risorse fondamentali la cui produzione intenzionale richiede forme larghe di coordinamento fra gli attori. Richiedono un grande lavorio istituzionale di coordinamento e coinvolgono:
- Integrazione settoriale
- Coordinamento del processo decisionale fra diversi attori e istituzioni,
- Un certo grado di apertura del processo decisionale,
- Il coinvolgimento o meno dei cittadini e/o delle organizzazioni della società civile.
Gli attori devono accordarsi su un’idea sul tipo di sviluppo che vogliono perseguire. Sia che si guardi a beni collettivi di nuova generazione cognitivi, sia che ci si riferisca a beni collettivi più tradizionali.
Uno sguardo storico sulla società Alto milanese nel XIX e XX secolo
di Francesco Samorè
Un’industrializzazione inattesa
Nell’alta pianura lombarda le difficoltà che il terreno argilloso comportava per una corretta irrigazione e l’assenza di adeguate opere di canalizzazione contribuirono a dipingere una scena nella quale all’agricoltura si affiancarono da subito attività integrative. Le medievali scuole di tessitura, la fabbricazione e tintura di panni e la lavorazione del ferro con cui rifornire le corporazioni milanesi. Commercio e mercati favoriti dalla collocazione di Legnano, Busto e Gallarate sulle vie di comunicazione tra Milano, lago Maggiore e Svizzera. Nel XVII secolo la possibilità di ricevere il cotone tramite il Po e il Ticino dai porti di Venezia e Genova. Ecco allora farsi strada nel legnanese i mercanti-imprenditori.
Occorre ricordare che la triade «articolazione, complementarietà, inter-connessione» per riassumere il cammino economico lombardo tra età moderna e contemporanea è stata l’instaurazione di legami tra zone non rigidamente determinate dalla geografia politica dell'epoca. La fase in cui l'Alto milanese passò dalla proto-industria allo sviluppo del macchinismo e della grande fabbrica, è stata definita «transizione in bilico». L'industria, attribuendo un reddito complementare attirava capitali non solo italiani. La povertà li rendeva disponibili ad alternative manifatturiere e industriali retribuite a basso prezzo. I rapporti con l’agricoltura non si interrompevano, costituendo un introito supplementare, che consentì ai cotonieri alto milanesi di pagare salari generalmente inferiori al livello di sussistenza. Sorgeva su questi presupposti, nell’Alto milanese, un’industria «moderna»: quella cotoniera.
Luciano Cafagna utilizzò le tre «onde» per descrivere l’industrializzazione italiana:
- La diffusione del settore tessile;
- Le industrie integrative, nate per servire la prima ondata;
- Le grandi produzioni di base: siderurgia, chimica, industria elettrica.
La zona vide il sorgere dell’industria cotoniera; in seguito lo sviluppo il settore meccanico, e infine il ramo chimico ed elettrico. Analogo Giorgio Bigatti:
- Fondazione del distretto tessile (e sue sotto fasi);
- Diversificazione nel solco di un assetto produttivo ormai consolidato;
- Maturità del settore cotoniero, crisi del serico;
- Innesto di nuovi indirizzi, come il calzaturiero o il chimico a inizio Novecento;
- Irrobustimento del metallurgico e differenziazione con la nascita del polo aeronautico.
Una nuova «geografia industriale» ottocentesca
Nello studio di un sistema economico locale contano il territorio e il contesto sociale: relazioni commerciali extraterritoriali, istituzioni, credito e servizi finanziari, «saperi», grado di apertura all’innovazione (da qui anche la necessaria attenzione per il sistema delle Camere di commercio lombarde: esse furono spesso «incubatori di classi dirigenti». Il legame tra geografia industriale e gerarchie urbane; e, insieme, quello tra impresa e rappresentanza degli interessi, traguardando il contributo che l’élite alto milanesi diedero alla formazione di un ceto borghese non esclusivamente locale.
Nella fase di sviluppo industriale:
- Legnano fu il centro più importante (subito seguito da Busto, Gallarate, Castellanza),
- Parabiago e Cerro Maggiore erano i «satelliti» e acquisirono con Somma Lombardo e Nerviano un rilievo particolare nell’area dell’Alto milanese.
Legnano assumeva un volto industriale moderno: 2.710 operai per circa 6.700 abitanti (1877), con una media di 112 operai per impresa.
I mulini
Presenti fin dal Medioevo, nel XIX secolo i mulini si rivelarono determinanti per l’insediamento degli opifici, mentre grazie all’Olona si poté esercitare la tintura del cotone. Al mulino del Castello, si impiantò la filatura dello svizzero Carlo Martin, che vi aggiunse alcuni anni dopo una tintoria. Del consiglio comunale di Legnano fecero parte alcuni dei principali imprenditori locali, come Saverio Amman, Carlo Martin, Eraldo Krumm, Costanzo Cantoni e Francesco Agosti, protagonisti della transizione verso la fase di consolidamento della base industriale alto milanese, dall’unità al 1876.
Carlo Dell’Acqua
Carlo Dell’Acqua, legnanese (1848-1918), operaio a quattordici anni in una fabbrica di bottoni a Milano e poi impiegato per una ditta di tessuti, entrò intorno al 1870 nell’azienda tessile dei cugini. Ventiquattro anni dopo, in autonomia, fondò la Carlo Dell’Acqua e Co., dalla cui fusione con la ditta Lissoni - Castiglioni & Co. sarebbe nato, nel 1907, il Cotonificio Dell’Acqua-Lissoni-Castiglioni di cui Carlo divenne presidente. Repubblicano, partecipò alla nascita della Banca Cooperativa di Varese e circondario, opera dei democratici radicali. Fu membro del Consiglio della Camera di commercio di Milano, consigliere comunale di Legnano e consigliere provinciale di Milano, deputato per il collegio di Busto Arsizio e Legnano dal 1900 al 1918.
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