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Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di storia delle dottrine politiche, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Giovanni Borgognone: "Tecnocrati del progresso", di Giovanni Borgognone. Gli argomenti trattati sono i seguenti: storia del pensiero politico americano, dal XIX secolo ai giorni nostri. Il New Deal:le radici ideologiche e la sua eredità.

Progressismo,... Vedi di più

Esame di Storia delle dottrine politiche docente Prof. G. Borgognone

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ESTRATTO DOCUMENTO

Nuovo liberalismo

1. Roosevelt e il New Deal

Ad Amsterdam si era manifestata una grande convergenza tra esponenti europei ed americani

del planismo, del socialismo e del corporatismo. Da lì a poco alcune di quelle tendenze confluirono

nel New Deal, il «nuovo patto» tra il popolo ed il governo statunitense lanciato dal presidente Frank-

lin Delano Roosevelt in risposta alla crisi economico scoppiata nel 1929. Roosevelt contribuì decisi-

vamente alla diffusione nel linguaggio politico dell’aggettivo liberal, adoperandolo al posto di pro-

gressive. Trasformò così nel linguaggio politico statunitense liberalism «da un sinonimo di governo

debole e di economia del laissez-faire, nella fede in uno Stato interventista e socialmente impegnato».

Questo era uno dei nuclei programmatici del precedente progressivism, da cui il liberalismo roosevel-

tiano discendeva, affermandosi poi come pilastro ideologico del Partito democratico.

Le convinzioni ottimistiche e razionalistiche dei progressisti animarono ora il New Deal, ed in

particolare le iniziative della National Recovery Administration (NRA). Una tendenza rilevante delle

speculazioni intellettuali fu nuovamente d’assegnare agli scienziati sociali un ruolo centrale nella

«missione riformistica», proponendo forme di controllo sociale, democratic engineering e civic educa-

tion.

A seguito della crisi del ’29, le proposte democratiche furono molteplici. Quelle prevalenti tra i

rappresentanti del mondo imprenditoriale, sostenute pure dal predecessore di Roosevelt, Herbert

Hoover, erano riconducibili all’idea dell’«associazionismo»: forme di riorganizzazione e pianifica-

zione economica potevano essere elaborate, a beneficio di tutta la società, dalle stesse associazioni

degli imprenditori in collaborazione col governo. Un secondo approccio era quello di matrice «jef-

fersoniana», anticentralista ed antimonopolista, che aveva un proprio punto di riferimento in Bran-

deis. Infine vi erano coloro che ritenevano invece indispensabile un sistema di regolazione e pianifi-

cazione facente capo ai poteri pubblici centrali.

I sostenitori di quest’ultima idea sostenevano che la competizione «anarchica», tipica del vecchio

capitalismo ottocentesco, fosse ormai inadeguata, mentre le scienze economico-sociali avevano in-

vece fornito gli strumenti necessarî per «pianificare».

Fu un compromesso tra tutti i presupposti teorici ad ispirare l’avvio del New Deal rooseveltiano.

Progressisti liberals s’accordarono con le idee del nuovo presidente sulla necessità di una presenza

più attiva da parte delle strutture governative, puntando sul ruolo dei comitati di «esperti» e sulla

collaborazione col big business. La scienza sociale si presentava pertanto come strumento per razio-

nalizzare e rendere efficiente il sistema economico, armonizzandolo e riducendone la competizione

sfrenata.

Molti progressisti che erano stati ammiratori di Wilson, pur sostenendo ora Roosevelt, non man-

carono talvolta di esprimere perplessità sulla direzione in cui si muoveva il New Deal, guardando

con preoccupazione alla crescita piramidale delle agenzie governative e temendo che il governo si

rivelasse tutore di ogni esigenza e desiderio. Di fatto, il New Deal liberalism dovette procedere effet-

tivamente oltre i limiti concreti delle iniziative progressiste, trovandosi di fronte ad una situazione

economica assai diversa e più urgente.

Di famiglia altolocata, F.D. Roosevelt poté usufruire della migliore educazione. Abbandonata la

carriera forense, si dedicò alla politica, ricevendo un incarico nell’amministrazione Wilson. Nel 1928

divenne governatore dello Stato di New York ed in quella posizione dovette affrontare la catastrofe

economica. Prendendo le distanze dal presidente Hoover e dal Partito repubblicano, Roosevelt

s’ispirò a quelle del suo lontano cugino Theodore Roosevelt e di Woodrow Wilson. Su quella linea

si presentò nel ’32 come candidato democratico alla Casa Bianca e riuscì a battere nettamente Hoo-

ver.

Aspetto cruciale del loro dibattito politico fu l’interpretazione della crisi e la ricerca di una via

d’uscita: mentre Hoover individuava l’origine della crisi nei mali provocati dalla guerra e dal dopo-

guerra, e proponeva una restaurazione del sistema economico classico americano, Roosevelt indivi-

duava la principale responsabilità proprio nella politica economica americana, ossessionata dalla

ricerca del profitto. La soluzione risiedeva pertanto in un più forte ruolo dello Stato, che doveva

porsi l’obiettivo di regolare l’economica in nome dell’interesse generale.

Negli anni Venti Hoover si era costruito la fama di «tecnocrate» avendo incoraggiato la collabo-

razione di gruppi economici con una serie d’ufficî specializzati, nell’ottica di una razionalizzazione

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e sistematizzazione dei varî segmenti dell’economia. La sua fama di Great Engineer si era però fran-

tumata con la Grande depressione, ma a ben vedere il New Deal avrebbe condotto per certi versi ad

un rafforzamento di quella stessa promessa di «tecnicizzare» la politica che aveva parzialmente ani-

mato l’età di Hoover.

Fu su tali basi che Roosevelt lanciò il proprio programma. Il concetto centrale del suo «nuovo

corso» consisteva in un’espansione dei poteri di pianificazione governativa e in un superamento

dell’ottica del mero profitto capitalistico. Il presidente intendeva proporre una «pianificazione»

avente come obiettivo una grande «concertazione degli interessi».

Il primo passo del programma fu realizzato con il National Industrial Recovery Act (NIRA) del 1933.

Fulcro del NIRA era la sospensione delle leggi antitrust e la facoltà data alla presidenza di creare

commissioni per la regolamentazione dei prezzi e della produzione. Soddisfazione arrivò da gran

parte del mondo imprenditoriale, specie da coloro che speravano di salvare le proprie industrie

dall’agonia.

Da parte di Hoover e di molti altri, un’accusa molto diffusa rivolta al New Deal fu quella di con-

cepire l’intervento del governo federale in materia economica in un senso che avrebbe condotto il

paese verso il fascismo o verso il comunismo. Il presidente respinse tali critiche nello scritto On Our

Way (1934), nel quale si richiamò esplicitamente ai suoi predecessori Roosevelt e Wilson. Ciò a cui

puntavano i programmi dell’amministrazione democratica era la realizzazione di una nuova «unità

nazionale», mettendo in atto contro la crisi «uno sforzo collettivo secondo una pianificazione so-

ciale».

Nel ’36 Roosevelt affermò davanti al Congresso di costruire «nuovi strumenti di potere pubblico».

Sull’esempio tracciato da Croly negli anni Dieci, oltre all’ideale progressista del «bene nazionale», al

centro del New Deal vi era l’idea di una resurrezione nazionale sulla base di una visione della co-

munità americana come qualcosa da difendere e promuovere.

Un altro influsso della progressismo fu la centralità assegnata alla costruzione di un’opinione

pubblica favorevole alla leadership presidenziale. Egli seppe guadagnarsi il consenso popolare ricor-

rendo abilmente ai mezzi di comunicazione di massa. Attraverso i suoi celebri messaggî radiofonici,

le fireside chats («chiacchierate al caminetto»), Roosevelt riuscì a stabilire un canale «diretto» con mi-

lioni di famiglie americane. Veniva così realizzata quella trasformazione del rapporto tra messe e

politica nazionale concepita ed inaugurata da T. Roosevelt e Wilson. Per i detrattori si trattava invece

di una nuova forma di «corruzione»: in questo modo si potevano catturare i voti attraversi pro-

grammi di sussidî pubblici o manipolando le menti dei cittadini.

Dalle fireside chats emerse comunque l’alto profilo teorico di Roosevelt. Egli riprese le ricette anti-

individualistiche dei planisti progressisti e l’orizzonte da loro prospettato di alti salarî e più tempo

libero ai lavoratori. Questa strategia – che conveniva anche agli imprenditori – era però realizzabile

solo incoraggiando la cooperazione in ambito industriale.

Roosevelt delineò il superamento della prospettiva economica individualistica attraverso le re-

golazioni provenienti da una governance tecnocratica. Egli spiegò d’aver sottoposto ai datori di lavoro

«un piano calcolato, razionale ed equo» per ridurre l’orario di lavoro ed aumentare gli stipendî. Se

tutti i datori l’avessero adottato, nessuno di loro ne sarebbe stato danneggiato.

Nell’ottica dell’«interesse generale», Roosevelt notava come fosse inevitabile «pestare i piedi a

qualcuno»: erano però quelli dei pochi che cercavano «di mantenere o guadagnare posizioni, ric-

chezze o entrambe grazia a qualche scorciatoia lesiva degli interessi generali».

Il presidente respingeva le accuse di fascismo, socialismo, comunismo. I conservatori che denun-

ciavano un pericolo per le libertà individuali erano in realtà preoccupati per i loro speciali privilegî

politici o finanziarî. Presentando il proprio programma come frutto di pragmatismo e di concretezza,

il presidente intendeva rassicurare il popolo americano circa la piena continuità del New Deal con

la tradizione politica statunitense.

2. Il New Deal alla prova degli intellettuali

La ridefinizione del «liberalismo» americano era stata avviata, ben prima di Roosevelt, da alcuni

importanti periodici nazionali, come il «The Nation» ed il «The New Republic». Tuttavia gli intellet-

tuali gravitanti attorno a queste due testate non avevano mancato d’esprimere il loro dissenso nei

confronti sia del Partito repubblicano sia di quello democratico. Tale opposizione crebbe ulterior-

mente di fronte al crollo borsistico del ’29. In primo luogo i commenti della stampa progressista-

liberal erano fortemente ostili nei confronti dell’amministrazione Hoover, accusata d’immobilismo.

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Di certo non furono nemmeno indulgenti i giudizî sul Partito democratico, i cui membri vennero

accusati di una mancanza di «piani».

La valutazione non fu certo positiva neppure per Roosevelt. Secondo un editoriale del ’32 della

«New Republic», intitolato Demagogues and Plutogogues, le dichiarazioni del politico democratico

circa la necessità di una «pianificazione socio-economica» erano ancora troppo vaghe, sia pure nella

giusta direzione. Bruce Bliven osservò come Roosevelt avesse saputo presentarsi come portavoce dei

forgotten men, ma avvertì che si trattava di un «patrono della politica», abile soprattutto sul piano

oratorio. Ancora più critici furono i giudizî della «The Nation», che non esitò a descrivere Roosevelt

come un imperialista e militarista. Il direttore Oscar Garrison Villard avvertì che non si trattava di

quel grande riformatore che pretendeva d’essere ed invitò i suoi lettori a votare il candidato socialista

Thomas.

Norman Thomas vedeva nel «collettivismo» la soluzione al problema di come gestire le risorse

della nazione. Essi avrebbero dovuto essere diretti a vantaggio della società e non a beneficio di pochi

proprietarî privati. L’alternativa collettivista era incentrata chiaramente sulla pianificazione. In tale

direzione erano innegabili i progressi della Russia, ma il comunismo sfociava nella dittatura da parte

del capo di un partito monolitico, che finiva per essere controproducente per la stessa pianificazione

socialista, la quale non richiedeva uno Stato totalitario, bensì un cooperative commonwealth.

Molte altre voci liberal si unirono a Villard e Thomas. La «New Republic» s’augurò che potesse

nascere dall’entusiasmo per Thomas un partito laburista quale punto di partenza per una trasforma-

zione della politica americana.

Il trionfo del candidato democratico non poté che essere vissuto come una vera sconfitta. Le suc-

cessive conversioni culturali furono spesse lente ed esitanti. Bruce Bliven s’avviò in quella direzione

difendendo il presidente dalle accuse di fascismo provenienti dai comunisti. Bliven riteneva che nella

linea intrapresa dal nuovo presidente vi fossero elementi di «capitalismo di Stato» (intranationalism),

che accostavano per certi versi il governo statunitense a quello di Stalin.

In alcuni casi la vitalità rooseveltiana cominciò a suscitare qualche ammirazione da parte della

stampa liberal. Fu più severo il giudizio del «filosofo della tecnologia» Lewis Mumford, secondo cui

l’epoca in corso offriva la possibilità di metter fine al contrasto tra l’«irreggimentazione esterna» e la

«resistenza interna». Ora la macchina poteva non essere più vista come mero strumento esterno,

come realtà dall’esistenza indipendente. Essa dava luogo ad una nuova «tecnica di pensiero e azione

cooperativa». Sul piano politico ed economico, l’autore giungeva così a profilare nuove opportunità

di razionalizzazione e pianificazione. Pur avendo come riferimento un simile orizzonte, Mumford

ritenne che i programmi dell’amministrazione Roosevelt nei campi dei lavori pubblici, dell’edilizia

e della ripresa industriale fossero ancora altamente insufficienti.

I giudizî continuarono a variare tra alti e bassi. Un editoriale della «New Republic» esaltò la Ten-

nessee Valley Authority come «un interessante esperimento di capitalismo di Stato». Bliven tornò ad

esprimere poca fiducia nei confronti dei programmi rooseveltiani: il presidente aveva promesso un

ritrovato benessere alle masse, ma invece ancora dieci milioni di cittadini erano disoccupati. Il prin-

cipale difetto del New Deal sembrava essere ancora la fiducia mal riposta in un presunto «spirito

pubblico» da parte delle grandi industrie private.

I circoli liberal tendevano a guardare positivamente ad un modello di «pianificazione» sociale ed

economica, giudicando con severità il New Deal perché troppo blando rispetto a quel modello. Un

punto di riferimento europeo per i liberals statunitensi fu Harold J. Laski, esponente di spicco del

laburismo britannico, che però era anche amico di Roosevelt. L’idea di fondo a livello transatlantico

era comunque che la Depressione offrisse l’opportunità di una svolta pianificatrice.

Il percorso d’avvicinamento tra sinistra progressista e New Deal fu esemplificato dall’itinerario

di Charles A. Beard, grande sostenitore della necessità del «potere agli esperti», pur non intendendo

considerare il mondo sociale in termini meramente meccanici. Le idee di Beard evidenziavano una

chiara impronta «sofo-tecnocratica». Nel 1932 scrisse Charter for the Social Sciences, che contribuì a

riformare l’istruzione primaria e secondaria degli Stati Uniti. In generale, Beard fu una delle perso-

nalità più convinte della necessità di uno sviluppo delle scienze sociali come pilastro indispensabile

per la rigenerazione della democrazia americana nella direzione della pianificazione.

Fin dal suo primo libro – The Industrial Revolution (1901) – Beard aveva sostenuto che il capitali-

smo del laissez-faire si stesse gradualmente autodistruggendo e che al suo posto si sarebbe affermato

un sistema economico razionalizzato, incentrato sulle grandi corporations. Si era così aperta l’epoca

della «pianificazione». 44

Il nome di Beard era legato soprattutto al suo capolavoro, An Economic Interpretation of the Consti-

tution of the United States (1913). Nella sua prospettiva, l’intero passato americano era stato una con-

tinua battaglia dettata da ragioni d’affari. Gli interessi materiali dell’élite avevano dominato la batta-

glia costituzionale american, orientata all’elaborazione di un testo che beneficiasse di tali interessi. Il

pensiero politico dei Padri fondatori poteva pertanto essere veramente compreso come razionaliz-

zazione dei loro interessi economici.

Su tali basi, Beard era convinto che il dispositivo costituzionale congegnato dai Padri fondatori

fosse radicalmente inadeguato per affrontare sfide di quella che egli definiva «democrazia indu-

striale». Era ora chiaro che la libertà si nutriva di fattori economici i quali non potevano esser ridotti

al discorso sui diritti.

Le istituzioni americane erano state concepite in modo da controllare e limitare il potere, ma il

problema della società complessa era esattamente l’opposto: l’assenza del potere pubblico stimolava

gli eccessi nella concentrazione del potere economico. A questo punto era indispensabile ripensare

il ruolo dello Stato: la «scienza» doveva definitivamente soppiantare le considerazioni metafisiche.

Nel ’29 Beard spiegò la sua preferenza per il fascismo rispetto al comunismo. Il sistema italiano

fascista era più facilmente adattabile a quello americano dei checks and balances e peraltro avrebbe

potuto evolvere in una direzione democratica. Lo stile politico del Duce – avverso alla democrazia

come d’altronde lo erano stati alcuni Padri fondatori – si adattava inoltre perfettamente al culto prag-

matico statunitense per l’azione. Infine Beard non mancava di sottolineare, quale maggiore conquista

dell’Italia fascista, la riorganizzazione dell’economia basata sullo sforzo dello Stato.

Nel volume America Faces the Future, Beard, curatore dell’opera che annoverava Roosevelt tra gli

autori, sostenne la necessità di un «piano quinquennale» per l’America. Lo sviluppo della civiltà

occidentale si era basato sulla tecnologia, la quale era per sua natura intrinseca «razionale».

Al contrario di quanto molti ritenevano, l’idea di un’economia pianificata però non era affatto

d’origine russa: i bolscevichi si erano infatti ispirati alle proposte di Frederick Winslow Taylor ed

avevano fatto ricorso a tecnici stranieri. In realtà, quindi, nella pianificazione non vi era nulla di

alieno all’esperienza americana.

Con il laissez-faire che non poteva più essere considerato come una soluzione praticabile,

all’estremo opposto vi era la dittatura dei politici, in nome di se stessi o del proletariato. Il primo di

questi casi si era dimostrato adatto in Italia, viste le sue scarse risorse e la sua vasta massa di conta-

dini analfabeti o semianalfabeti. Volerlo imporre agli Stati Uniti avrebbe però significato ignorare la

storia dei cittadini americani. La stessa critica si applicava al modello russo, del quale la nozione di

«pianificazione» non rappresentava, in realtà, il pilastro, essendo stata realizzata solo grazie all’assi-

stenza tecnologica del capitalismo occidentale. Elemento essenziale della via russa era piuttosto il

dispotismo, che certamente non era adatto al contesto americano. La via statunitense verso il futuro,

in ultima analisi, era individuata da Beard tanto nella pianificazione quanto nel rispetto delle tradi-

zioni americane, vale a dire dei principî della libertà individuale, delle istituzioni di governo locale,

dello spirito d’inventiva e di sperimentazione individuale.

Vivendo nell’epoca della Depressione e cosciente che i grandi progetti di riorganizzazione sociale

erano troppo grandi per affrontare l’emergenza del momento, Beard suggeriva di seguire intanto i

consigli del governatore Roosevelt, che aveva promosso l’iniziativa di lavori pubblici da realizzarsi

con o senza la cooperazione privata. Un piano di questo tipo avrebbe dovuto essere esteso a livello

statale.

L’auspicio di Beard consistente nella promozione del ruolo della knowledge élite e della tecnologia

applicata alla politica ed all’economia, sarebbe stato da lì a poco individuato nel New Deal.

3. Planismo e New Deal

Il New Deal liberalism prendeva le mosse dai temi già elaborati dal precedente progressismo. In

tale prospettiva non mancava il ruolo centrale assegnato alla scienza, alla tecnica ed ai suoi «sacer-

doti». Al centro del progetto di pianificazione economico-sociale vi era la questione della leadership

che sarebbe dovuta spettare agli «esperti» ed alla technical intelligentsia.

Nel 1931 un politico di primo piano come La Follette si batté per l’istituzione di un National Eco-

nomic Council. Proposte ancora più tendenti al planismo provennero dall’economista ed ingegnere

Stuart Chase, che raccomandò per il bene del paese la formazione di un Peace Industries Board. La

vecchia tradizione della libera impresa ed i timori nei confronti del controllo centralizzato non do-

vevano più aver voce nella ricostruzione della nazione. Quando Roosevelt inaugurò il New Deal, le

proposte di La Follette si concretizzarono nel Council of Economic Advisers del presidente; quelle di

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Chase confluirono invece nella National Recovery Administration, l’agenzia creata nel ’33 per oltrepas-

sare il mero orizzonte della libera competizione economica ed istituire un sistema basato sulla stretta

collaborazione tra governo, sindacato ed industria.

Chase era figli di Harvey Stuart Chase, tipico rappresentante di quel mondo di «esperti» al servi-

zio di interessi sia pubblici che privati sviluppatosi a cavallo tra i due secoli. Al pari di molti intellet-

tuali della sua epoca, Chase passò dall’ammirazione per il socialismo fabiano a quella per Veblen.

Ma un’esperienza formativa fu soprattutto la guerra: essa aveva dimostrato le grandi potenzialità

della direzione razionale e del controllo industriale-sociale; il futuro era pertanto nelle mani degli

«ingegneri industriali» così come degli «ingegneri dell’umanità».

Nel 1925 Chase pubblicò The Tragedy of Waste e fu questo genere di studî a lanciare la sua carriera

come popolarizzatore di temi economici. Ciò che Chase raccomandava era di non perdere di vista le

conoscenze ed esperienze acquisite durante il conflitto nella regolazione intelligente dei beni e dei

servizî. La nozione di «spreco» era strettamente connessa a quella d’«inefficienza». La concezione

più adeguata d’«efficienza» era quella che l’associava alla capacità di soddisfare le esigenze essen-

ziali della popolazione.

Lo spreco, che era di diversi tipi, non era solo quello materiale ma ne esistevano anche altri pos-

sibili canali, come la disoccupazione, gli scioperi, le serrate, le ricchezze inattive, le malattie preveni-

bili, lo sfruttamento inadeguato delle risorse naturali. Lo sviluppo di un’economia dell’abbondanza

passava inevitabilmente attraverso al superamento dello spreco nelle tecniche produttive e distribu-

tive. Uno degli ostacoli principali al raggiungimento di tale scopo erano le istituzioni del capitalismo

acquisitivo, che subordinava i bisogni del consumatore all’accumulazione del profitto privato.

Dopo la crisi del ’29 Chase vide concretizzarsi le possibilità di un cambio di paradigma nella

direzione di una società pianificata. La correzione di problemi cronici come la «sovrapproduzione»

o il «sottoconsumo» avrebbero potuti essere corretti solo incrementando il potere d’acquisto del con-

sumatore medio e controllando i nuovi investimenti. Dove businessmen e politici avevano fallito, ora

la «fiaccola» doveva passare alla technical intelligentsia.

Intorno a queste tesi Chase preparò nel ’32 il suo libro più importante, A New Deal. Il ragiona-

mento condotto nel volume prendeva le mosse dalla necessità d’eliminare gli effetti devastanti delle

cicliche crisi del capitalismo, che erano il prodotto di un’economia «indisciplinata». La scelta per la

società era tra la guida affidata agli «stregoni» del laissez-faire oppure ai «chirurghi» guaritori

dell’economia. Se la scienza fino ad allora era stata applicata solo sporadicamente alla società, d’ora

in avanti sarebbe stata necessaria un’applicazione continua e di vasta portata.

A New Deal, The Economy of Abundance (1934) e Government in Business (1935) ribadivano l’ideale

di una società pianificata e controllata dall’alto da un national planning board. In tale direzione un

modello per Chase era certamente la Russia sovietica. La via americana non sarebbe stata però cer-

tamente la stessa.

Il Big Business doveva cominciare a pagare il prezzo della propria grandezza: il prezzo consisteva

nel «controllo sociale» in difesa del consumatore. Se ciò non fosse avvenuto, il fallimento si sarebbe

prospettato anche per lo stesso Big Business, in quanto il mercato di massa passava ormai inevitabil-

mente attraverso la pianificazione ed il controllo statale.

Il sogno di un governo di «filosofi ingegneri» s’infranse però di fronte alla permanenza del si-

stema partitico e del capitalismo americano negli anni del New Deal. In questo modo Chase dovette

accettare la sopravvivenza delle nozioni tradizionali di libertà e democrazia, e dunque riformulò le

proprie convinzioni nei termini di un «keynesismo di sinistra». Le idee dell’economista britannico,

il più celebre critico del mercato autoregolato e teorico della necessitò dell’intervento pubblico, erano

state peraltro da sempre ammirate da Chase. Dopo il ’36 Chase accettò la realizzazione di un’econo-

mia mista, pubblico-privata, come una sorta di compromesso tra lo status quo capitalistico e l’oriz-

zonte ideale delineato nelle sue opere degli anni Venti.

Accanto a New Deal, un altro lavoro del ’32 espresse al meglio il clima culturale che precedette

l’inaugurazione delle politiche rooseveltiane: si trattava del volume di George Soule A Planned So-

ciety. Evento centrale nella sua evoluzione intellettuale era stata la Prima guerra mondiale, che aveva

simultaneamente rivelato l’inadeguatezza del vecchio sistema capitalistico e le possibilità di una pia-

nificazione di larga scala.

Soule s’impegnò nel mondo del sindacato ed ebbe modo di conoscere William Z. Foster, che sa-

rebbe diventato uno dei primi leader comunisti americani. Pur studiando il marxismo, Soule evitò

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ogni forma di dogmatismo e per questo continuò a cercare di mostrare quale contributo l’intellettuale

potesse dare alla soluzione dei problemi concreti.

Nel volume del ’32 A Planned Society, analogamente a Chase, Soule partì dalla critica alla fede

ingenua nel potere miracoloso del mercato non regolato. Il mondo del business aveva finanziato le

campagne elettorali ed aveva fatto eleggere i proprî candidati, ma era sempre stato pronto ad evi-

denziare la futilità della politica. La Depressione aveva messo a nudo tutti gli effetti devastanti

dell’assenza di un efficiente management sociale, ma l’America era ostacolata nell’agire da un potere

irresistibile.

Soule era convinto che alla base delle sciagure che stavano colpendo gli Stati Uniti vi fosse un’er-

rata concezione dell’uomo, visto come «razionalizzatore economico» da parte dell’economia classica

e come «materialista» da parte delle filosofie rivoluzionarie: un tratto dominate, secondo Soule, era

piuttosto «l’attitudine a pianificare e ad organizzare». Un prodotto della capacità ad organizzare era

poi la costruzione delle macchine. Analogamente lo scientific management sistematizzato da Taylor e

Veblen era stato concepito con l’obiettivo comune di coordinare gli sforzi umani in vista di scopi

comuni e si poneva in direzione antitetica alla nozione della competizione su cui si era fondata l’eco-

nomia classica. La concreta esperienza statunitense durante la Prima guerra mondiale aveva dimo-

strato come fosse possibile estendere gli ambiti della pianificazione: era dunque necessaria solo la

volontà effettiva d’assumere il controllo dell’economia e di dirigerla verso fini scelti con cognizione.

Questo compito non poteva che essere assegnato ai tecnici e agli ingegneri. Ma gli stessi esperti

sapevano che l’applicazione delle loro competenze in una «società caotica» avrebbe potuto produrre

conseguenze non desiderabili. Queste conseguenze sarebbero state tali in una unmanaged civilization,

laddove le competenze degli esperti fossero rimaste al servizio del profitto di qualcuno.

Quella che Soule prospettava era una «rivoluzione», sebbene non implicasse la lotta di classe e la

presa del potere da parte del proletariato. Il suo tratto caratteristico era rappresentato dalla realizza-

zione di un «sistema di pianificazione economica nazionale». Si sarebbe trattato di un sistema nel

quale i capitalisti privati avrebbero subito una restrizione dei proprî diritti di proprietà tale da equi-

pararli a dei titolari d’obbligazioni.

In The Coming American Revolution (1934), Soule tornava a presentare il suo tempo come quello di

un cambiamento epocale. Se la definizione di rivoluzione non era quella fuorviante di sovvertimento

politico violento, l’autore la intendeva piuttosto come il risultato di profondi cambiamenti sotto la

superficie, incentrati soprattutto sulle macchine e sull’organizzazione dei grandi processi produttivi.

Da questi cambiamenti discendeva l’inadeguatezza dei rimedî alla crisi economica messi in

campo dal presidente Hoover, che rappresentava ancora troppo il punto di vista del mondo degli

affari. Egli era partito dalla convinzione che il sistema produttivo-commerciale fosse in se stesso sano

e che avesse solo subito l’influenza negativa di un crollo speculativo del mercato azionario. In tale

prospettiva, l’unico nemico d’abbattere era la paura: i protagonisti del mondo economico avrebbero

dovuto accordarsi per procedere come se nulla fosse accaduto. Queste vecchie concezioni andarono

però incontro ad una serie di cocenti delusioni.

Che cos’era a questo punto il New Deal? Per gli oppositori di destra era frutto dei piani di un

piccolo gruppo di professori che intendevano distruggere il capitalismo e rimpiazzarlo con la ditta-

tura di Roosevelt e del suo brain trust. Per l’opposizione di sinistra, invece, si trattava del tentativo

da parte capitalistica di stabilire una dittatura fascista che avrebbe fatto gli interessi del business e

stabilito un rigido controllo sui lavoratori e sindacati. La prima teoria, secondo Soule, era in parte

vera nella misura in cui sottolineava l’importanza dell’expert advice, in quanto il New Deal offriva

«un anticipo dell’ascesa al potere di una nuova classe». Tuttavia il New Deal non era caratterizzato

da un’unità d’intenti in difesa e per il rafforzamento del capitalismo: al suo interno era diviso tra

tendenze di destra e di sinistra e proprio queste divisioni rappresentavano il punto di maggior de-

bolezza del liberalismo rooseveltiano.

Vi era forte rischio che il business organizzato riuscisse ad ostacolare le spinte progressiste all’in-

terno dell’amministrazione. In tal caso la pianificazione sarebbe rimasta all’interno del canone dei

profitti capitalistici. Anche la mera ricetta dei «lavori pubblici» non era convincente agli occhi di

Soule: essi avrebbero procurato al popolo nuovi edifici, ma non ciò che per loro erano effettivamente

i beni essenziali. L’alternativa era invece un autentico planning for the masses. Gli obiettivi dovevano

essere una più equa distribuzione dei redditi, la crescita della produzione e degli standard di vita,

una maggior stabilità del sistema economico e sicurezza per tutti. Il raggiungimento di tali scopi

implicava una «regolazione» delle attività produttive per «fini sociali».

Nel volume The Future of Liberty (1936) Soule completò tale quadro, soffermandosi sull’adegua-

mento del concetto di «libertà» al nuovo sistema sociale. Egli riteneva che a ben vedere la libertà

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intesa come «assenza di impedimenti» implicasse l’orizzonte di una società senza governo, anar-

chica. In assenza di uno Stato sovrano, però, i cittadini avrebbero dovuto stipulare per la propria

sicurezza degli altri tipi di accordi: alla fine essi si sarebbero pertanto autoimposti dei vincoli. Era

inconcepibile una società che non li prevedesse in alcun modo.

Alla nozione sopra esposta di «libertà negativa», si accompagnava talvolta l’idea della sua difesa

attraverso la separazione costituzionale dei poteri. In ogni caso era che libertà dei cittadini finiva per

dipendere da un piccolo gruppo di persone non elette ed irremovibili dal loro incarico.

Il problema principale era dunque costituito dalla stessa concezione della libertà negativa. Anche

la nozione di libertà avrebbe dovuto essere «organizzata per scopi scientifici» ed «incorporata in un

ordine sociale progettato per servire a questi propositi». In questo modo, Soule delineava una no-

zione di «libertà socializzata» ed un sistema che avrebbe potuto essere definito «socialismo», ma a

suo parere, se si usava questo termine, non lo si doveva intendere come concetto vago e derivante

da una «teoria straniera», bensì come sforzo per realizzare effettivamente le «aspirazioni americane».

A Soule vennero offerte più possibilità per entrare nello staff del presidente Roosevelt, ma egli

preferì sempre restarne al di fuori, come osservatore indipendente, sebbene nutrisse una profonda

ammirazione per uno degli intellettuali di punta del New Deal, Tugwell.

Rexford Tugwell, uno dei principali consiglieri di Roosevelt ed «architetto» della NRA, fu un

convinto sostenitore della «pianificazione economica». Partendo da pilastri della cultura statunitense

come Dewey e Taylor, Tugwell auspicava la rigenerazione della società americana attraverso il social

planning. Nello scritto The Battle for Democracy (1935) egli vide quelle dottrine in fase di realizzazione

grazie alla NRA, nella quale si era stabilita una promettente relazione fra governo ed industria. Il

governo era senior partner dal momento che gli esperti governativi impegnati nella NRA non avevano

altri interessi da rappresentare se non quelli generali e nessun obiettivo salvo quello di realizzare un

«concerto degli interessi».

Negli anni Venti Tugwell si era confrontato con le idee del guild socialism britannico, sorto dalla

nuove generazioni della società fabiana, ed in particolare da quelle di George Douglas Howard Cole.

Rifacendosi all’istituzione medievale delle gilde, i «socialisti gildisti» avevano proposto la sostitu-

zione del sistema di proprietà privata con l’autogoverno dell’industria e quella della classica rappre-

sentanza parlamentare con un «rappresentanza funzionale». Tugwell considerava questo sistema

adatto alle esigenze della società industriale e produttiva, in quanto avrebbe consentito la selezione

di una competente classe manageriale al potere. Ai suoi occhi non era però convincente l’idea di

estendere agli operaî la partecipazione alle funzioni di governo e controllo della fabbrica, in quanto

essi non incarnerebbero le competenze richieste.

Negli ultimi decennî la scienza economica era stata influenzata dai più recenti studî della psico-

logia. In quest’ottica, Tugwell sosteneva che l’economia potesse così passare da un approccio mera-

mente descrittivo sul piano statistico ad uno nuovo nel quale l’industria non avesse solo più il com-

pito di fornire al mondo i beni necessarî, bensì anche d’offrire ai lavoratori una buona vita.

All’interno dell’amministrazione rooseveltiana, Tugwell fu il principale rappresentante della cor-

rente dei national planners, ammiratori delle idee del corporativismo fascista italiano. Il New Deal, a

loro avviso, andava in quella stessa direzione e «peccava semmai di debolezza».

La difesa del sistema pianificato s’associò esplicitamente ad una visione di superamento delle

contrapposizioni anche sul piano internazionale. Non vi poteva essere una pace stabile nel mondo

fino a quando i popoli fossero rimasti divisi tra tante sovranità assolute. Secondo Tugwell, queste

funzionavano allo stesso modo delle industrie.

Tugwell difese a spada tratta il New Deal dai suoi critici. Respinse le obiezioni in base alle quali

non era «americano» nei suoi principî di fondo: l’American Way non poteva essere ridotta alla tesi

classica di Malthus secondo cui la guerra, la fame e le pestilenze erano una forma di «controllo na-

turale» degli standard di vita. Le misure introdotte dall’amministrazione Roosevelt non erano in

contraddizione con i valori americani, ma erano state invece concepite per evitare la distruzione del

patrimonio industriale nazionale dovuta all’«anarchia del sistema competitivo».

Tugwell dedicò, per il resto della vita, tutti i suoi sforzi alla riflessione sul New Deal. Nei suoi

studî egli ridimensionò l’influenza delle idee di Keynes sulle politiche economiche di Roosevelt. Non

mancarono inoltre riflessioni sui «compromessi» che Roosevelt aveva accettato e sui possibili svi-

luppi che il New Deal avrebbe potuto prendere se tali compromessi non fossero avvenuti. Uno era

stato l’accettazione dei classici metodi del business nei preparativi della Seconda guerra mondiale;

un altro la decisione di rinunciare a Wallace quale candidato alla vicepresidenza per la nuova corsa

alla Casa Bianca. 48

Essere nelle condizioni d’affrontare la sfida nazifascista in politica estera era diventato l’obiettivo

di Roosevelt altamente prioritario. Il sacrificio di Wallace, forse, era stato un prezzo che valeva la

pena di pagare ma

Il progressismo in politica interna di Henry A. Wallace, vicepresidente nel 1941-44, si era in effetti

accompagnato all’idea di una cooperazione con la Russia sul piano internazionale. In quella stessa

prospettiva anche il presidente si convinse della possibilità di un’ampia intesa russo-americana. Wal-

lace partiva dalla premessa che l’America si trovava a metà tra due mondi: da un lato vi era il vecchio

capitalismo competitivo, dall’altra la necessità di una pianificazione «realistica ma anche idealistica».

Al successo della civiltà americana avevano contribuito la scienza e l’ingegneria, ora non bastavano

più, dato che venivano chiamate a plasmare un nuovo mondo ed una nuova civiltà. In tale prospet-

tiva il fallimento del governo nell’organizzare attivamente l’economia, e non il suo successo, avrebbe

di fatto accresciuto le possibilità da molti temute di un’affermazione domestica del fascismo o del

comunismo.

Le tesi di Wallace nasceva non solo dagli ideali progressisti e liberal di razionalizzazione e piani-

ficazione dell’economia, ma anche da elementi di critica della modernità capitalistica derivanti dal

comunitarismo americano radicato nel Midwest rurale. Da quel serbatoio d’idee, Wallace recuperò

l’orizzonte di un’«etica della cooperazione» e su tali basì costruì le proprie idee sulla debolezza della

società urbana industriale.

Nello scritto Cooperation: The Dominant Economic Idea of the Future (1943), emergeva una certa con-

vergenza della cultura rurale con quella di tipo vebleniano. Secondo l’autore, la cooperazione, ov-

vero la grande alternativa economica alla competizione, rappresentava l’unica vera ancora di sal-

vezza per la democrazia di fronte alle forme dittatoriali.

Wallace non respingeva in toto il sistema economico basato sulle corporations, ma il problema era

semmai che i direttori di esse erano ancora eccessivamente impregnati di mentalità individualistica

e competitiva. Alcune si erano dimostrate sensibili ai problemi dei lavoratori. Ciò che però ancora

mancava era il loro passaggio ad una mentalità collettiva.

In connessione con questa prospettiva di riforma del capitalismo statunitense, Wallace guardò

ottimisticamente all’evoluzione del sistema sovietico: i suoi leaders stavano diventando lentamente

democratici. L’America doveva prendere atto di questo scenario e per farlo doveva a sua volta giun-

gere a realizzare i grandi obiettivi prefigurati dal New Deal. In tal modo sarebbero state poste le

premesse di una convergenza e cooperazione internazionale con l’Unione Sovietica.

4. Liberalismo vecchio e nuovo

Per Thurman Arnold, viceministro della Giustizia nell’amministrazione Roosevelt, il capitalismo

era sostanzialmente una «mitologia» in base alla quale i capitalisti privati erano gli eroi ed il governo

Satana. Tale mitologia era però in via di sostituzione con una nuova, basata sul ruolo degli esperti e

dei funzionarî. L’artificialità di quella mitologia era ogni giorno più evidente e la necessità di un

nuovo tipo d’organizzazione sociale diveniva sempre più pressante.

La «guerra santa» tra bene e male era combattuta con molta energia dagli oppositori del «nuovo

liberalismo», tra i quali non mancava Herbert Hoover. Egli era convinto che si stesse delineando il

tradimento dei valori americani, nella direzione del fascismo o del socialismo. Gli schemi di economic

planning per irreggimentare la produzione agricola erano tipici dei despota romani; i piani nazionali

per sostituire il governo al business risalivano alle tesi di Marx.

In tale prospettiva il New Deal era dunque «antiamericano». La risposta ad esso doveva passare

attraverso la difesa costituzionale della libertà individuale. Secondo Hoover, il governo non doveva

distruggere, bensì promuovere la libertà in tutte le sue forme, dunque anche economica. La burocra-

zia degli esperti in realtà non avrebbe mai potuto sviluppare la «competenza del management». Alla

base del «nuovo liberalismo», Hoover vedeva l’illusione di poter instaurare l’«economia totalitaria»

e tutelate la «libertà personale» allo stesso tempo.

Analogamente a Hoover, anche il socialista Norman Thomas vide nel New Deal una forma poli-

tico-economica contraddittoria. Le riforme rooseveltiane andavano in prima battuta nella direzione

di un «capitalismo di Stato». Il New Deal non era dunque un regime favorevole realmente agli inte-

ressi delle masse lavoratrici, ma cercava piuttosto d’imbonirsele. Riformare o salvare il capitalismo

49

era un obiettivo destinato al fallimento. A questo punto s’apriva la strada all’affermazione del socia-

lismo, anche se non era un esito scontato; esisteva ancora la pericolosa alternativa del fascismo, che

avrebbe salvato il capitalismo stravolgendo nel contempo il contesto sociale e politico americano.

Intorno al New Deal, accanto al liberalismo «collettivista» e «planista» si profilarono altre cor-

renti, contrarie agli scenarî caratterizzati da forme di statalismo e dirigismo economico. Ad ispirare

queste posizioni era in particolare l’ex collaboratore del presidente Wilson, Louis Brandeis. Tra co-

loro che formularono proposte concrete in direzioni divergenti rispetto al planismo vi era inoltre

l’economista David Cushman Coyle. La disoccupazione, a suo parere, si poteva combattere solo re-

staurando il consumo di beni «superflui». Egli riteneva necessaria una politica di redistribuzione dei

redditi che favorisse la circolazione e la spesa di denaro. Forme di vera pianificazione ingegneristica

erano adatte solo ad affrontare singoli progetti, ma non erano applicabili a livello nazionale. Si do-

veva piuttosto puntare ad una policy planning, in linea con la tradizione hamiltoniana e già alla base

di passaggî fondamentali come l’acquisizione dei territorî dell’Ovest.

Il percorso di Walter Lippmann negli anni Trenta fu ancora più opposto al planismo liberal ri-

spetto a posizioni come quella di Coyle. Sebbene fosse stato un entusiasta sostenitore di Roosevelt

durante i suoi primi passi, Lippmann ne divenne presto oppositore. Di fronte all’ascesa dei regimi

totalitarî europei, egli sarebbe approdato a posizioni di difesa dell’ordine spontaneo del mercato

contro la pianificazione ed il controllo burocratico sulla società e sull’economia.

All’indomani del New Deal, Lippmann pubblicò il volume The Method of Freedom (1934), in cui

legittimò l’ascesa di una forma di capitalismo corporato e tecno-manageriale negli Stati Uniti e

guardò alla governance amministrativa come strumento fondamentale per le riforme e garantire la

pace ed il progresso sociale. Il suo intento era quello di dimostrare l’esistenza di una nuova versione

del «liberalismo», alternativa sia al laissez-faire, sia al collettivismo russo. Questa «terza via» era ap-

punto rappresentata dal New Deal, «collettivista» e «libero» al contempo.

La teoria economico-sociale messa in pratica da Roosevelt fu presentata da Lippmann come un

evento epocale: rappresentava infatti la soluzione alla crisi del vecchio modello del laissez-faire e

dell’estremismo illiberale del «collettivismo assoluto» dall’altro.

Già un anno dopo, però, Lippmann non si riconobbe più in quelle tesi e passò rapidamente su un

fronte diametralmente opposto. Questa svolta ebbe il proprio compimento nel libro The Good Society

(1937), dove accomunava dittatori di ogni sorta a politici liberali, in quanto tutti intendevano soste-

nere l’idea di un governo che, con i suoi strumenti di coercizioni, dovesse ordinare alla gente come

vivere.

Partito da posizioni sofo-tecnocratiche, Lippmann giunse ad un approdo di tipo liberale classico,

non dissimile dalle tesi dell’economista austriaco Friedrich August von Hayek, grande oppositore

del laburismo britannico, del keynesismo e dei progetti liberal di pianificazione economico-sociale.

La svolta di Lippmann non poté che provocare gli attacchi da parte di tutta la stampa liberal.

Lewis Mumford rimproverò all’autore d’aver ridotto il principio della libertà umana alle mere ope-

razione del libero mercato. Il giornalista Max Lerner osservò come l’odierno Lippmann ripudiasse

in toto il suo precedente pensiero.

Partendo dalla difesa del «vecchio liberalismo» di fronte al «nuovo», prese le mosse negli anni

Quaranta l’elaborazione di un «libertarismo», le cui basi furono gettate dagli economisti e filosofi

austriaci Ludwig von Mises ed il già citato von Hayek. Punto di partenza per Mises era la difesa

dell’«individualismo metodologico», in base al quale ad agire era sempre il singolo. L’autore negava

quindi l’esistenza di realtà collettive al di là degli individui da cui esse erano composte: in tale pro-

spettiva lo Stato era solo un «concetto astratto» nel cui nome agivano uomini concreti.

La complessità di diversi fattori – risorse materiali, forza-lavoro, beni-capitali – rendeva impossi-

bile un «calcolo» per individuare metodi e scelte. In questo contesto emergeva così la superiorità del

sistema capitalistico, dell’economia di mercato, della proprietà privata. Oltre all’economia di mer-

cato ed al socialismo non esistevano terze vie.

Contemporaneamente Hayek denunciava il pericolo per la libertà individuale rappresentato

dalla direzione dall’alto dell’economia, non solo nei regimi totalitarî ma anche nelle democrazie. Egli

spiegò che, essendo la conoscenza dispersa tra milioni di persone, non si poteva affidare ad una

singola mente la direzione dall’alto della società, per la quale sarebbero state necessarie molte più

conoscenze di quante ne potesse possedere anche «il più saggio dei governanti». La civiltà era frutto

dell’azione umana ma non di disegni intenzionali. 50

Individualismo e anticollettivismo ispirarono negli Stati Uniti, a partire dagli anni Quaranta e poi

per tutto il corso della Guerra fredda, la polemica sia contro il socialismo ed il comunismo, sia contro

il New Deal liberalism. In quella prospettiva la romanziera anticollettivista Ayn Rand, partendo dalla

polemica contro le realtà «astratte», volle riaffermare la priorità dell’individuo e del suo «sano egoi-

smo». Difesa la «cura di sé» quale dovere morale e agganciò tale apologia dell’individualismo al

significato originario del sistema americano.

Anche Albert J. Nock in una ferocia polemica antistatalista non poté che vedere nelle politiche

del New Deal un completo tradimento della tradizione individualistica americana. Nella sua opera

fondamentale, Our Enemy, the State (1935), egli spiegò come la causa delle storture della società ame-

ricana non fosse stato il capitalismo privato, bensì l’intervento statale. Il New Deal rappresentava lo

stadio più recente di questa involuzione del capitalismo dovuto allo statalismo.

L’opposizione al New Deal liberalism provocò anche reazioni di marca diversa, equidistanti dal

«vecchio» e dal «nuovo» liberalismo. Fu il caso del radicale d’ispirazione populista e neojefferso-

niana scrittore John Dos Passos, fino agli anni Venti oppositore della società «corporata» e

dell’espansione dell’«organizzazione». Negli anni Trenta condannò il liberalismo rooseveltiano, po-

nendolo sullo stesso piano del comunismo. Di lì discese pure, negli anni della Guerra fredda, l’esten-

sione della polemica dell’autore alla scienza ed alla tecnologia moderna, sostanzialmente distruttive

per la libertà umana.

Altra opposizione al liberalismo newdealista fu quella dei cosiddetti Southern Agrarians, scrittori

e poeti degli Stati del Sud che intendevano difendere i valori, la cultura ed il ruralismo della tradi-

zione sudista. Tra gli esponenti più importanti vi erano John Crowe Ransom ed Allen Tate. Di fronte

alla Depressione, gli Agrarians sperarono che il New Deal potesse accogliere le loro proposte e furono

persino disposti ad accettare qualche forma d’intervento federale in economia. Ransom e soci auspi-

cavano la divisione delle grandi corporations in unità più piccole: vedevano infatti nella moderna

società industriale e corporata l’avvento di uno «Stato prussianizzato». Seguendo le tracce dei distri-

butists britannici come G.K. Charleston e Hilaire Belloc, Tate, assieme al giornalista Herbert Agar,

propose l’inversione di rotta del processo di centralizzazione in uno di distribuzione, ovvero l’av-

vento di una nuova società basata sulla piccola proprietà diffusa.

Altre reazioni furono quelle ispirate invece al fondamentalismo protestante ed al nativismo, che

vedevano nel New Deal l’antitesi alla dottrina americana della libertà. Il prete cattolico Charles

Coughlin mise sullo stesso piano Roosevelt, i grandi banchieri, i funzionarî di Wall Street e gli intel-

lettuali di Harvard. Una linea diversa fu quella di Huey Long e del suo movimento Share Our

Wealth, che sfidò il New Deal proponendo un programma di tassazione dei redditi più elevati per

offrire un patrimonio minimo ad ogni famiglia e realizzare l’ideale della proprietà privata diffusa.

Tra tutte le varianti viste, fu comunque quella delineata da Mises e Hayek ad ottenere maggio

fortuna, ponendo le premesse di quel libertarism americano che avrebbe ispirato la presidenza Rea-

gan negli anni Ottanta.

Il movimento tecnocratico

1. Scott e Technocracy

All’inizio degli anni Trenta un gruppo newyorchese di studioso, diventato celebre col nome di

Technocracy, sollevò un dibattito su come si sarebbe dovuta riorganizzare la struttura economica

degli Stati Uniti.

Leader del movimento era Howard Scott. Già negli anni immediatamente precedenti alla Grande

guerra, egli aveva aderito alle visioni tipicamente progressiste dell’«ingegneria sociale». Punto di

partenza per lo sviluppo delle sue idee era stato il contatto con Veblen, da cui assorbì molti suoi temi,

a partire dalla visione della società come un’enorme e complessa operazione meccanica e dalla con-

trapposizione tra questo funzionamento del sistema sociale ed il mondo finanziario dell’epoca.

Giunse pertanto ad invocare una riorganizzazione industriale che si sarebbe dovuta poggiare sulla

razionalità tecnologica.

In seguito fondò la Technical Alliance, associazione che si poneva l’obiettivo di rilevare gli sprechi

del sistema industriale, studiare la produzione e la distribuzione e tentare di elaborare un nuovo

sistema coordinato. Le attività si esaurirono presto.

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I programmi dell’Alliance resero evidenti alcune linee di fondo del pensiero di Scott: l’ingegneria

era descritta come la «scienza della pianificazione e dell’uso delle risorse naturali per la soddisfa-

zione dei bisogni umani»; la soluzione dei problemi era concepita in chiave tecnica. Le teorie sociali

esistenti erano giudicate come strumenti inadeguati per comprendere i problemi dell’età industriale.

Per tale ragione Scott proponeva un nuovo tipo d’organizzazione sociale ed economica, intesa come

serie interconnessa di sistemi funzionali, che avrebbe eliminato lo spreco e l’inefficienza.

Di fronte alla Depressione, Scott riuscì a convincere Walter Rautenstrauch, docente d’ingegneria

industriale alla Columbia, della necessità di una riorganizzazione sociale sulla base delle idee dello

scientific management. Veniva riproposta la visione corporativa della società industriale.

Nel novembre del ’32 il periodico «The New Outlook» iniziò a pubblicare una serie di articoli sui

progetti tecnocratici di Scott. L’autore era un giovane giornalista dell’«Herald Tribune», Wayne Par-

rish. Egli spiegò che il problema della crisi non era affrontato da Scott nella prospettiva del cristia-

nesimo protestante fondamentalista, né dal punto di vista marxista. L’auspicio di Scott era invece

che si adottassero finalmente soluzioni «scientifiche» ai problemi economici.

Nella prospettiva di Technocracy la via d’uscita dalla crisi non passava attraverso il capitalismo,

né attraverso la politica ed il governo: la leva per risollevare il paese era rappresentata dalla tecno-

logia. Il nucleo dei problemi era costituito dal «sistema dei prezzi», di fronte al quale un gruppo

d’esperti stava elaborando un impianto metodologico alternativo, basato su un approccio scientifico

e su misurazioni oggettive.

Il punto di partenza era rappresentato dalla tesi secondo cui la civilizzazione umana si basava sul

consumo d’energia fisica, che era misurabile. Con questa premesse l’economia poteva essere affron-

tata su base ingegneristica, abbandonando il metro economico classico rappresentato dal denaro: il

«costo» dei beni prodotti sarebbe stato determinato dall’ammontare d’energia per produrlo e dalle

risorse materiali necessarie.

Le posizioni di Scott e dei new dealers non si limitavano alle proposte d’ingegneria industriale: la

loro preoccupazione includeva maggiormente il problema della disoccupazione, della povertà e del

fallimento della conduzione capitalistica dell’industria nel procurare a tutti i beni di prima necessità.

Il punto di partenza dell’impianto teorico di Technocracy era una concezione «materialistica»

della storia: il fattore fondamentale di ogni società era l’abilità nell’utilizzare le risorse energetiche

disponibili. L’energia era infatti l’elemento basilare dell’universo: Scott concludeva così che, per ri-

durre l’attività umana, naturale e meccanica ad una misurazione quantitativa, si dovesse giungere a

definire l’energia nel contesto sociale. In tal senso l’energia doveva essere considerata come la capa-

cità di compiere lavoro.

La portata di un cambiamento sociale poteva pertanto essere misurata in termini quantitativi. Il

problema alla base della Depressione era rappresentato per i tecnocrati dal fatto che tutte le misura-

zioni economiche erano state invece effettuate su base monetaria: ne era così discesa la regolazione

della produzione e delle distribuzione attraverso il sistema dei prezzi.

Lo slancio utopico dei tecnocrati si prefiggeva obiettivi molto radicali, che però non si accompa-

gnavano ad alcun affidamento nell’azione spontanea della classe operaia e delle masse. Business e

politica erano accusati d’essere la causa di tutti i mali, in quanto fattori che «interferivano» con l’ef-

ficienza tecnologica.

Le posizioni intransigenti di Scott lo portarono a separarsi da Rautenstrauch e da Frederick Ac-

kermann, altro importante portavoce del movimento. Nel 1933 Scott fondò la Technocracy Incorpo-

rated, avviando di fatto il movimento tecnocratico americano.

L’obiettivo prefigurato dalla Technocracy Inc. era «il controllo scientifico dell’evoluzione so-

ciale», che avrebbe dovuto sostituire il sistema economico vigente. L’unica via d’uscita era rappre-

sentata da un’organizzazione disciplinata che regolasse il flusso di beni e servizî. In Science versus

Caos (1933), Scott prefigurava all’uomo una scelta fondamentale: quella tra scienza e disordine.

Scott e soci non vedevano se stessi come utopisti, bensì come ingegneri e scienziati del tutto rea-

listi e guidati da una metodologia empirica. Essi erano ispirati dagli studî di Ivan Pavlov, medico

russo teorico del «riflesso incondizionato», e dalla psicologia sperimentale di John B. Watson, padre

statunitense del «comportamentismo». Il progetto dei tecnocrati di una società corporata non inten-

deva partire da concezioni astratte, bensì si presentava come un’organizzazione funzionale in cui

non era il singolo a prendere le decisioni sulla base della propria soggettività: il governo sarebbe

stato affidato alla scienza. Per tale ragione l’élite tecnocratica avrebbe esercitato un potere politico

arbitrario e coercitivo: il «funzionalismo» avrebbe sostituito la discrezionalità.

I tecnocrati erano affascinati dallo studio del comportamento dell’uomo e dei condizionamenti

ambientali che influivano su di esso. Le azioni umane potevano essere studiate a partire dagli effetti

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dovuti all’ambiente. Su queste basi si doveva elaborare il miglior sistema educativo in modo da «so-

cializzare» gli individui.

Technocracy Inc. continuò le sue attività e pubblico Technocracy Study Course (1934), compren-

dente 22 volumi. Nel ’35 fu poi lanciato «Technocracy», periodico ufficiale dell’organizzazione. Tra

i temi affrontati non mancò il confronto col fascismo ed il comunismo.

Uno dei temi più presenti sul finire degli anni Trenta fu la prospettiva di una guerra che avrebbe

potuto coinvolgere gli Stati Uniti. Le posizioni espresse furono nette: l’intervento americano in un

conflitto internazionale sarebbe stato semplicemente l’occasione di aiuti governativi alle grandi in-

dustrie. Nel giro di pochi mesi, la linea di «Technocracy» cambiò radicalmente: gli articoli di Scott

iniziarono a mettere in connessione la necessità di difendere gli Stati Uniti da possibili minacce

esterne, e poi la prospettiva di un evento bellico, con l’opportunità di un processo di trasformazione

sociale in senso tecnocratico.

Gli alti e bassi di Technocracy furono sempre dovuti all’enigmatica personalità di Scott. Parlando

dinnanzi alla Marina e all’Esercito statunitensi, egli indicò quelli che dovevano essere i presupposti

su cui costruire la nuova società e che in quella prospettiva ogni minoranza «razziale, religiosa o

economica» che l’avesse ostacolata avrebbe dovuto essere eliminata. Erano toni non adatti per tro-

vare eco nel New Deal rooseveltiano.

2. Loeb: dalla tecnocrazia al liberalismo

La principale organizzazione alternativa a Technocracy Inc. fu il Continental Committee on Tech-

nocracy (CCT) diretto dal Harold Loeb, che prometteva al popolo statunitense un ritorno all’abbon-

danza ed alla sicurezza economica senza spingersi tuttavia a conseguenze estreme come prospettate

da Scott. La proposta del CCT prevedeva la proprietà dei grandi mezzi di produzione e delle risorse

naturali da parte del popolo americano; l’amministrazione e la modernizzazione dell’economia da

parte di tecnici preparati in tutti i campi; l’organizzazione del paese come un grande «meccanismo

sociale» a cui ogni cittadino adulto avrebbe prestato servizio. Loeb sosteneva però che gli obiettivi

della tecnocrazia dovessero nel contempo esaltare la libertà e la creatività individuale. Una visione

meno rigida di quella di Scott – che minacciava l’assoggettamento dell’intera esistenza umana al

controllo scientifico – indusse quini Loeb ad accostarsi alle teorie economiche keynesiane quali mezzi

«tecnocratici» che non avrebbero comportato il sacrificio della libertà individuale.

Insieme a Felix Frazer ed a Charles Bonner, Loeb guidò il CCT in una direzione diversa da quella

dell’organizzazione di Scott. Di formazione progressista, Loeb credeva nelle potenzialità della razio-

nalizzazione economica. Come spiegò nel suo principale scritto, Life in Technocracy (1933), la meto-

dologia scientifica avrebbe sostituito l’oggettività alle considerazioni emotive. Solo una radicale ri-

strutturazione pianificata della società avrebbe potuto restituirle l’armonia e creare l’abbondanza.

La realizzazione del modo migliore di produrre e di distribuire si sarebbe rivelato come un puro

«problema ingegneristico». Mentre Scott vedeva nella metodologia tecnico-scientifica sia il mezzo

che il fine, Loeb riteneva che non si dovesse perdere di vista un orizzonte etico. In quest’ottica, la

tecnocrazia di Loeb era anche una moderna utopia che si richiamava alla tradizione platonica.

Nel 1934 il CCT diffuse il suo Plan of Plenty, che ridimensionava l’enfasi sul ruolo dei tecnici.

Secondo Loeb, il disegno complessivo era quello di una grande corporation che avrebbe dovuto con-

trollare le 92 industrie individuate come i principali impianti del paese. L’élite costituita dai rappre-

sentati di queste industrie avrebbe coordinato tutte le attività e sarebbe stata responsabile dinnanzi

al popolo.

Il Plan of Plenty fu presentato come soluzione alla Depressione e per assicurare l’abbondanza. Ciò

che si proponeva era una forma di cooperazione centralizzata e pianificata per tutti i beni fondamen-

tali. Il CCT abbandonava l’idea originaria di Scott incentrata sulla misurazione dell’energia e propo-

neva un sistema di razionalizzazione delle risorse fondamentali basandosi sul presupposto dell’ab-

bondanza, frutto del progresso tecnologico.

Loeb e gli altri esponenti del CCT ci tennero a precisare che il Plan of Plenty non potesse rientrare

nell’alveo del socialismo, dato che quest’ultimo mancava della necessaria attenzione al ruolo della

tecnologia e denunciava semplicemente un’ingiusta distribuzione della ricchezza. Punto di conver-

genza tra le parti era la necessità di una pianificazione economica quale fondamentale obiettivo so-

ciale.

Loeb era convinto che per una pianificazione efficace fossero necessarî dati empirici più precisi

sui bisogni del paese e sulla capacità delle industrie di soddisfarli. Nel 1935 il CCT fornì una visione

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sintetica dei risultati raccolti nella Chart of Plenty. La conclusione della ricerca era che l’America di-

sponeva di una struttura industriale tale da procurare al paese l’abbondanza economica; le risorse

esistenti ed il personale professionale erano in grado di produrre un alto standard di vita per tutto il

paese, dovevano solo essere organizzati nel modo più funzionale.

Il lavoro ricevette un’accoglienza entusiastica, giacché Loeb era riuscito a dimostrare che la «tec-

nocrazia» concepita da Scott non era necessaria: ci potevano essere altri mezzi per raggiungere gli

stessi obiettivi, in primis l’economia keynesiana. Con Loeb, la tecnocrazia sfumava e si trasformava

in strategia politico-economica liberal, nella quale si stemperavano le asperità degli ideali di Scott e

del suo gruppo originario.

3. L’immediata ricezione delle idee tecnocratiche

Il mondo liberal non poté non riconoscere la grande rilevanza del movimento tecnocratico. Alle

proposte di Scott e soci era pertanto riconosciuto il merito d’aver offerto all’America «un servizio

genuino». Ciò che non risultava del tutto accettabile del movimento tecnocratico all’intellettualità

liberal era la scarsa attenzione della politica in nome di un’«utopia tecnologica».

I critici democratici ritenevano che gli obiettivi razionali, scientifici e tecnologi dei tecnocrati po-

tessero essere raggiunti non sacrificando le istituzioni ed i valori esistenti, e dunque senza quella

trasformazione apocalittica implicita e talvolta esplicita nei progetti dei tecnocrati. In realtà, la mag-

gior parte degli intellettuali liberal confidava effettivamente nel potere degli esperti, ma rifiutava la

forma data a quelle idee dal gruppo di Scott.

In effetti, quasi tutti i riformatori liberal erano favorevolmente disposti di fronte ad una prospet-

tiva di potere degli «esperti», pur non giungendo per questo ad abbracciare in toto l’idea di un’élite

del potere costituita da ingegneri. Il sistema razionalizzato della tecnocrazia poteva risultare, portato

alle sue conseguenze più estreme, persino più meccanico ed impersonale della mano invisibile su

cui si basavano le idee del capitalismo. Ne discendeva così una concezione eccessivamente meccani-

cistica della politica. Mancava oltretutto un’attenta considerazione del social engineering, ridotto in

termini meccanici da parte dei seguaci di Scott. Archibald MacLeish osservò come nella prospettiva

tecnocratica in fin dei conti non era richiesto nulla all’uomo, se non di sottomettersi alle leggi della

fisica.

Il dibattito sulle idee tecnocratiche fu al centro pure di molti interventi da parte radical. Negli

ambienti del marxismo e del socialismo americano, influenzati dalle tesi vebleniane, si trattava infatti

di questioni considerate molto rilevanti. Tra questi protagonisti spiccava la figura di Max Eastman,

socialista libertario e grande ammiratore di Lenin dopo la Rivoluzione russa. Il capo bolscevico era

l’incarnazione dell’uomo di Stato idealizzato da Platone, un «filosofo-governante», esperto in varî

campi e privo di fissazioni dogmatiche.

Di fronte alle discussioni sulla tecnocrazia, Eastman, la cui concezione del socialismo si basava

proprio sulla fiducia nel ruolo degli «ingegneri» della rivoluzione, valutò in termini positivi il con-

cetto di «tecnocrazia», in quanto pienamente americana. L’obiettivo da porsi era quello di abolire il

capitalismo e di sostituirlo con un sistema basato sulla distribuzione razionale dei beni e sull’affida-

mento della gestione industriale nelle mani degli ingegneri. L’ideale della tecnocrazia era realizza-

bile attraverso l’alleanza tra l’«ala sinistra» dei tecnici, la classe operaia ed i contadini.

Un esponente radical come Eastman aspirava ad una versione «americanizzata», tecnocratica ed

antimetafisica del rivoluzionarismo socialista. In questo modo riteneva che si sarebbero potuti pre-

servare due obiettivi fondamentali come l’efficienza economica e la libertà individuale.

Democrazia scientifica

1. Sociologia e scienza politica a Chicago

Il primo dipartimento di Sociologia negli Stati Uniti fu fondato a Chicago nel 1892 e retto per

trent’anni da Albion Small. Nel 1900 sarebbe diventato docente dell’Università di Chicago anche

Charles Merriam. Dalla radicata convinzione di poter estendere le frontiere della scienza ad aree

tradizionalmente esterne ad essa, come la società e la politica, discese poi la rivoluzione «comporta-

mentista» nelle scienze sociali, elaborata primariamente a Chicago.

Tale orientamento ricevette una positiva accoglienza da parte dei suoi dirigenti politici: non a

caso Merriam ed il suo allievo Harold Lasswell ebbero esperienze dirette di policy making, nelle quali

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poterono vedere la loro «scienza politica» diventare «scienza applicata». Durante la Prima guerra

mondiale Merriam ebbe compiti di gestione della propaganda, mentre Lasswell, nel corso della Se-

conda, diresse uno dei centri per la «guerra psicologica». La stretta sinergia tra «comportamentismo»

e amministrazione democratica si sarebbe poi confermata all’inizio degli anni Sessanta con la presi-

denza Kennedy.

L’impianto teorico della sociologia e della scienza politica elaborato a Chicago s’inserì nella vi-

sione «realista» e «sofo-tecnocratica» della democrazia rappresentativa che connotò la cultura poli-

tica statunitense tra l’età progressista e quella del New Deal. Particolare influenza ebbero su di lei le

teorie antropologiche e sociologiche d’oltreoceano, come quelle di Gabriel Tarde sul concetto d’«imi-

tazione» e di Gustave Le Bon sui comportamenti irrazionali delle folle.

Analoga circolazione ebbero le idee di Robert Michels sulle oligarchie. Secondo il sociologo e

politologo italo-tedesco, queste nascevano delle esigenze delle «organizzazioni» e tale tendenza in-

vestiva anche i partiti politici di posizioni più avanzate.

Nel clima culturale dell’epoca ebbe successo il volume The Great Game of Politics (1924) del gior-

nalista e scrittore politico Frank Kent, molto ammirato da F.D. Roosevelt. Nel suo libro Kent descri-

veva gli elettori democratici come persone che in realtà sapevano poco o nulla degli affari pubblici e

che quindi lasciavano fatalmente il potere nelle mani delle macchine partitiche.

Dato questo quadro, la principale soluzione che indicava Merriam consisteva nell’innalzare il

livello di «scientificità» nelle operazioni di governo. La via d’uscita era rappresentata dal ricorso

all’«intelligenza organizzata» esercitata dagli esperti, grazie ai quali sarebbe stato finalmente possi-

bile applicare i metodi scientifici al management della società.

L’indirizzo metodologico seguito da Merriam e soci prendeva le mosse dalla convinzione che la

democrazia non tenesse sufficientemente conto dei comportamenti irrazionali. Gli scienziati politici

di Chicago fondarono i proprî lavori su una ridefinizione della democrazia non tanto come governo

«del popolo» quanto «per il popolo» da parte di élites illuminate. In questo quadro rientrava anche

il fondamentale obiettivo del comportamentismo: la «costruzione della cittadinanza» attraverso

l’educazione, i simboli ed i miti politici. Compito delle scienze sociali era dunque di studiare e con-

tribuire a plasmare i comportamenti dei gruppi sociali complessi nella direzione della coesione e

dell’efficienza sociale.

Prima della rivoluzione comportamentista, un grande apporto alle scienze sociali fu dato da

Small, il quale aveva studiato a Lipsia e Berlino. Egli aveva visto nell’esperienza europea un riferi-

mento culturale imprescindibile, dato che condivideva con la corrente intellettuale dei «cameralisti»

(studiosi tedeschi del XVII e XVIII secolo) l’idea della propensione dello studioso all’impegno nella

sfera sociale e politica.

A Chicago, assieme al filosofo George E. Vincent, Small pubblicò il primo libro di testo americano

di sociologia, An Introduction to the Study of Society (1894), in cui s’esaltava la funzione della sociologia

non solo come disciplina teorica d’insegnamento, ma anche come strumento per promuovere il pro-

gresso sociale.

Small prendeva le mosse da uno slittamento d’accento nella cultura politica americana dall’indi-

viduo al socius ed all’ambiente nel quale i diversi gruppi interagivano. Fondamentale riferimento fu

il filosofo George Herbert Mead. Partendo dai presupposti del pragmatismo, Mead contribuì a porre

le fondamenta per una psicologia sociale e comportamentista. Egli vedeva nell’individuo un pro-

dotto dell’interazione sociale ed intendeva «analizzare sperimentalmente quegli aspetti dell’indivi-

dualità che erano pertinenti alla sfera sociale».

Nella loro Introduction, Small e Vincent collegavano la possibilità di uno studio oggettivo della

società allo sviluppo del metodo oggettivo nelle altre scienze. Per loro, padre della sociologia era

Auguste Comte, che aveva messo in luce l’indispensabilità di essa per evitare il caos e costruire l’or-

dine sociale. Tramite gli influssi di Charles Fourier, Robert Owen ed il «socialismo sistematico» cul-

minato in Marx, il punto d’arrivo dello sviluppo del pensiero sociologico erano le tesi di Ward, an-

cora più di Spencer. Mentre per quest’ultimo la sociologia era soltanto descrittiva, per Ward era an-

che teleologica; ma anche perché l’evoluzione sociale era stata meramente ricondotta dal britannico

all’evoluzione in generale, mentre per l’americano essa era anche un «prodotto psichico», dipen-

dente cioè dall’intelligenza umana.

Gli autori presentavano due principali obiettivi delle scienze sociali: la sintesi di quanto si poteva

apprendere della società e la sua modificazione attraverso l’esercizio della volontà umana. Dopo

aver comparato la sociologia all’ingegneria, intendendo procedere ad un esame sistematico delle

strutture sociali, si soffermarono soprattutto sulla centralità dei «sistemi di regolazione»: come

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nell’azienda di era il manager coi suoi assistenti, così ogni organo o gruppo permanente aveva biso-

gno di un analogo sistema regolativo. Risultava ancora una volta evidente l’enfasi posta, sulla que-

stione del controllo sociale, declinata in chiave elitistica.

A questo punto l’opera arrivava ad un punto cruciale per il metodo poi adottato dalla scuola di

Chicago: la «psicologia sociale», ovvero lo studio di fenomeni risultanti da cognizioni, emozioni e

volizioni d’individui associati. Per la vita sociale era indispensabile la combinazioni delle volizioni

dei singoli individui, il cui prodotto sociale era diverso dalla volizione di ognuno di loro presa sin-

golarmente. Per questo era necessaria una «super-psicologia» che si occupasse della formazione

della conoscenza, dei sentimenti, delle volontà sociali e dei loro effetti sugli individui. Ma ciò non

era sufficiente, se non si prendevano in considerazione i fattori «inconsci»: la «ragione collettiva»

non poteva evitarli in presenza di condizioni sociali complesse che altrimenti avrebbero prodotto

anarchia. Stava pertanto muovendo i suoi primi passi una «ultra-psicologia», indispensabile per

ampî aspetti dell’attività sociale.

L’esito dello studio della società era di rendere consapevoli le possibilità del «controllo umano»

nella realizzazione e nella conservazione del benessere sociale.

In General Sociology (1905), Small s’impegnò a mostrare come fosse più adatta al contesto sociale

americano la nozione di «gruppi d’interesse», tratta dalla tesi del filosofo austriaco Gustav Ratzen-

hofer. Su quelle basi sarebbe stato concepito The Process of Government (1908) dell’allievo di Small

Arthur F. Bentley. L’idea di fondo era che la interest group theory potesse rappresentare la migliore

alternativa ad un’analisi di classe di tipo marxista: il motore della storia risiedeva nel conflitto tra i

gruppi d’interesse.

Compiti degli scienziati sociali, secondo Small, era di risolvere gli aspetti conflittuali nei rapporti

tra i gruppi sociali organizzati e di realizzare un’armonizzazione dei diversi interessi. In tale contesto

egli evidenziava la distinzione tra la prospettiva europea ed americana dello Stato: sul Vecchio con-

tinente era stato concepito in modo «mistico»; negli Stati Uniti invece esso aveva le potenzialità per

rivelarsi l’insieme delle procedure di governo messe in atto dai suoi funzionari nel rapporto diretto

con i cittadini.

Cruciale era inoltre il concetto di «funzione». Small sembrava riprendere la parabola di Saint-

Simon sui membri veramente indispensabili alla società: l’America avrebbe cessato d’essere se stessa

se le persone maggiormente «specializzate» avessero «smesso all’improvviso di fare la propria

parte». La società statunitense avrebbe così perso la propria armonia, finendo in balia della confu-

sione.

La società doveva essere considerata come un tutto composto di parti che operavano assieme per

raggiungere dei risultati. Small riprendeva le tesi del sociologo tedesco Albert Schäffle, che aveva

posto al centro della propria concezione della società l’idea di essa come «organizzazione per il la-

voro». Un passaggio ulteriore era stato quello compiuto da Ratzenhofer, che consisteva nel focaliz-

zare l’attenzione sull’associazione umana nelle sue diverse forme e con i loro differenti propositi.

Si trattava in altre parole di un’evoluzione da uno stadio di «lotta» ad uno di «cooperazione». Il

tipo di vita che la civilizzazione aveva sviluppato richiedeva persone dotate della più intensa capa-

cità di cooperazione.

Differenziazione e interdipendenza nell’organizzazione sociale facevano sì che ogni elemento

della popolazione svolgesse al meglio «il proprio compito all’interno del sistema complessivo»,

schema che ricopriva quello illustrato da Platone nella Repubblica. Nella visione di Small il funziona-

mento corretto di tale cooperazione necessitava di una funzione coordinativa al di sopra di esso.

Nella General Sociology, Small tornava poi alla centralità riconosciuta della psicologia. La sociolo-

gia aveva due casi generali da prendere in considerazione da un punto di vista psicologico: quello

delle valutazioni di massa adottate dagli individui e quello delle valutazioni individuali comunicate

alle masse. La sociologia realizzava una stretta connessione con il fine che dava senso alle attività

sociali.

Le scienze sociali avevano il compito di far emergere «il significato dell’esperienza umana». Con

queste basi, Small concepì due importanti lavori storici, dedicati rispettivamente ad Adam Smith ed

ai cameralisti. Nel primo, Adam Smith and Modern Sociology (1907), Small riconosceva nell’opera di

Smith The Wealth of Nations non solo un lavoro incentrato sull’economia politica, ma anche un’inda-

gine di carattere sociologico, in quanto le attività economiche erano state valorizzate per le loro rica-

dute sul piano dei consumi e del benessere.

Convergeva con questa «riabilitazione sociologica» di Smith lo studio dei cameralisti tedeschi,

cui Small dedicò The Cameralists. The Pioneers of German Social Polity (1909). Il problema scientifico

centrale per i cameralisti era costituito dalle «esigenze fiscali del principe» e dal benessere dello Stato.

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A differenza di Smith, essi non avevano avuto ambizioni filosofiche, bensì era stati «amministratori

teorici e pratici». I loro lavori contenevano in embrione tutto ciò che costituiva i fondamenti del si-

stema statale tedesco. Il cameralismo dimostrava le potenzialità del «management dell’intera società»

attraverso un sistema statale organizzato e correlato, un modello certamente da riprendere.

Questo carattere «costruttivo» era un tratto essenziale della scienza sociale. Nel volume The Mea-

ning of Social Science (1910) Small spiegava infine come alla «valutazione», a cui giungeva la scienza

sociale dopo esser passata attraverso la fase «descrittiva» e quella «analitica», fosse strettamente con-

nessa la «costruzione». In altre parole, un «processo scientifico» non era realmente completo se non

giungeva alla «prova dell’esperimento». Per questo motivo alla sociologia non bisognava solo attri-

buire uno scopo meramente pedagogico.

2. Merriam: democrazia, pianificazione e civic training

Charles Merriam prestò grande attenzione alla storia del pensiero politico e delle dottrine politi-

che. Agli inizî della sua carriera accademica, egli pubblicò History of the Theory of Sovereignity since

Rousseau (1900). Punto di partenza era la Politica di Aristotele, per arrivare, attraverso Bodin, Al-

thusius, Grozio, Hobbes e Kant, alle teorie ottocentesche della sovranità popolare e statale. Il contesto

tedesco successivo alla Rivoluzione francese si era rivelato decisivo, in quanto in Germani, di fronte

agli eccessi rivoluzionarî, la teoria del potere popolare era risultata inaccettabile, anche se sul ver-

sante opposto l’idea del governo personale era apparsa ormai del tutto insostenibile. La realtà degli

Stati tedeschi aveva reso necessaria una soluzione costituzionale soddisfacente per le esigenze d’ar-

monia e compromesso richiesto dalle condizioni politiche. In questo modo era stata elaborata la teo-

ria tedesca dello Stato come «organismo reale» o «persona» in senso giuridico.

Questa cultura politica tedesca esercitò una notevole influenza sulle scienze sociali statunitensi.

L’idea organica dello stato, prima con Schelling e poi con Hegel, si era vista attribuire universalità,

organicità e personalità. Un passo decisivo era stato poi compiuto dalla «scuola storica», per la quale

il popolo non poteva detenere il potere; doveva prima essere «organizzato nello Stato». Bluntschli

aveva così negato la pura sovranità del popolo, ma anche quella del solo monarca: la vera sovranità

risiedeva invece «nello Stato come persona».

Nel pensiero giuridico di Otto von Gierke, Merriam vedeva infine la sintesi tra la prospettiva

organicistica e quella sociale dell’individuo. Considerando gli sviluppi più recenti del concetto di

sovranità, così come quella del federalismo americano, Merriam riteneva che quella nozione si stesse

rivelando obsolescente: il potere sovrano, tradizionalmente nelle mani dei re, non era più preroga-

tiva di un individuo o gruppo, e neppur del governo, bensì risiedeva nell’organizzazione stessa dello

Stato. Era così la nozione di statualità, e non di sovranità, a rivelarsi centrale per la moderna scienza

politica.

In A History of American Political Theories (1903) e American Political Ideas (1920), Merriam riper-

corse l’intero sviluppo del pensiero politico americano. Un passaggio cruciale fu la comparsa del

«nazionalismo» e nel contempo dell’«internazionalismo». Di lì aveva preso le mosse il dibattito su

cosa fosse la democrazia, che si era dovuta confrontare con le trasformazioni corporative del big

business e l’estensione della sua leadership al mondo politico. Era emerso in quel contesto uno spirito

sociale – con T. Roosevelt, La Follette e Wilson – che aveva messo in ombra il tradizionale individua-

lismo.

L’itinerario della cultura politica americana approdava alle speranze di riforma riposte nelle

scienze sociali indicate da Croly, Lippmann ma anche da teorici di tendenze socialiste, come Morris

Hillquit ed Edward Bellamy. Grande rilevanza assumevano le dottrine della statualità di Burgess e

Wilson. Merriam passava ora in rassegna i progressi della scienza politica con William W. Wil-

loughby, l’indagine sulla pubblica amministrazione e la polemica contro gli abusi del sistema parti-

tico da parte di Frank J. Goodnow, la critica al governo democratico e dell’incompetenza degli elet-

tori formulata da Edwin L. Godkin. Giungeva infine al contributo del pragmatismo nel metter in

luce la centralità dell’educazione per l’«efficienza sociale».

Grazie all’influenza di Merriam, guadagnata durante le amministrazioni Wilson e Hoover, si af-

fermò in modo sistematico da parte del potere politico il ricorso alla «ricerca sociale» quale prere-

quisito per le scelte pubbliche. In tal modo, Merriam contribuì alla realizzazione dell’ideale liberal di

un national planning basato sulle competenze professionali degli scienziati sociali.

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Il dipartimento di Scienza politica diretto da Merriam a Chicago promosse nel corso degli anni

Venti numerose ricerche per analizzare «scientificamente» i fenomeni sociali e per progettare ri-

forme. Nei settori della salute, nelle applicazioni di tipo ingegneristico e nel sistema educativo, l’am-

ministrazione della città stava dimostrando di saper sviluppare tecniche scientifiche.

Merriam formulò la propria teoria politica in un’opera dal titolo New Aspects of Politics (1925),

nella quale espresse la stretta connessione realizzabile tra «scienza» e «democrazia». Il progetto di

Merriam – quello di controllare «l’evoluzione della società attraverso l’uso di metodi e concetti scien-

tifici» – consisteva pertanto nella fondazione di un’autentica «scienza della politica» e nella costitu-

zione di una «democrazia scientifica». Per questo motivo si rivolse alla psicologia, individuando in

essa la scienza grazie alla quale sarebbe stato possibile riconsiderare in modo disincantato il signifi-

cato della democrazia moderna: erano poste così le basi del comportamentismo nella scienza politica.

Il razionalismo intorno al quale Merriam impostava la propria concezione della politica gli impe-

diva di considerare in termini «mistici» la leadership quale fattore centrale nella trasformazione degli

Stati. Ciononostante era assai evidente l’importanza che egli di fatto attribuiva al tema del rapporto

tra capi e masse nella moderna democrazia, riallacciandosi in questo all’attenzione prestata alla lea-

dership dalla tradizione progressista. Ora però l’aspirazione di fondo consisteva nell’affrontare la

questione «scientificamente». In Four American Party Leaders (1926), Merriam s’interrogava sul come

garantire la paese una guida affidabile e la sua conclusione era che ci si poteva concentrare sui me-

todi più intelligenti per istruire e preparare i futuri leaders da un lato ed il popolo nella sua capacità

di selezionarli dall’altro.

Proprio la civic education era stata al centro dei suoi interessi fin da quando si era occupato della

propaganda di guerra americana in Italia, convinto che le tecniche d’informazione e comunicazione

fossero massimamente importanti nella prospettiva della «formazione» dei cittadini. Il funziona-

mento del sistema democratico dipendeva dai mores della comunità e dunque dalla civic education,

alla cui realizzazione si doveva puntare ricorrendo a «tecniche scientifiche».

Nel 1923 Merriam fondò il Social Science Research Council (SSRC), avente l’obiettivo di diventare

la prima organizzazione di coordinamento internazionale per le scienze sociali. Le sue ricerche, frat-

tanto, si concentravano sempre più sul tema della relazione tra ideologia e formazione dell’opinione

pubblica. In tale prospettiva Merriam promosse gli Studies in the Making of Citizens (SMC), una

serie di monografie aventi per oggetto il civic training in diversi paesi. Obiettivo degli SMC era di

esaminare i metodi adoperati in otto date nazioni per trasmettere ai cittadini il senso di coesione e

l’amore nei confronti dello Stato.

Ma quali erano gli elementi essenziali alla base della coesione politica? In The Making of Citizens

(1931), Merriam osservò che spettava alle scienze sociali affrontare i comportamenti di gruppo ai

livelli più complessi ed era infine compito della politica operare conseguentemente per la coesione

patriottica intorno al governo. Doveva però essere chiara la presenza sullo sfondo di una pluralità

di fattori in grado di modificare il tipo di coesione.

Centrale era la nozione di Stato, intorno al quale le differenti forme sociali ed individuali dove-

vano trovare un equilibrio. Merriam ribadiva però la centralità dell’azione politica consapevole: gli

strumenti da soli non erano sufficienti, senza una «regola di condotta» ed una loro consapevole ar-

monizzazione.

Nella sua prospettiva il civic training diventava oggetto di studio «scientifico» e richiedeva le com-

petenze d’insegnanti e ricercatori. In assenza di tali competenze professionali, il processo di coesione

sarebbe stato lasciato in balia di varî gruppi di pressione e dei loro particolari interessi sociali. Il

risultato di un approccio scientifico al civic training prefigurava invece la formazione di un nuovo

cittadino, in grado d’accedere e partecipare al mondo politico con equipaggiamento adeguato.

Dopo l’ascesa di F.D. Roosevelt, il SSRC divenne il canale di comunicazione tra l’amministrazione

e gli scienziati sociali. A livello di teoria politica, Merriam approfondì la propria indagine sul potere

nel volume Political Power. Its Composition and Incidence (1934), incentrato su un’analisi «realista» del

ruolo del potere politico nei processi di controllo sociale, sulla sua ricezione «dal basso» e, infine, in

termini neomachiavelliani, sui requisiti necessarî per una buona conservazione del paese.

Nel contesto della crisi economica internazionale, Merriam rivolse la propria attenzione alla di-

fesa delle ragioni del social planning, ritenendolo fondamentale per la realizzazione di una «nuova

democrazia». Governo e mondo del business attraversavano una fase di grande convergenza nei pro-

blemi che dovevano affrontare: ripristinare l’onestà al proprio interno, realizzare una forte unità or-

ganizzativa di fronte al pericolo del caos, stabilire un’interconnessione fruttuosa con il progresso

scientifico e tecnologico. Dovevano soprattutto procedere nella direzione di una reciproca permea-

zione. 58

La riflessione su questi temi proseguì nell’opera The New Democracy and the New Dispotism (1939),

in cui la «nuova democrazia» era il sistema politico che meglio consentiva d’affidare ai competenti

l’elaborazione di una pianificazione sociale in vista della promozione della capacità umane e del

potenziamento della libertà e della personalità. Le teorie del scientific management erano frutto delle

moderne società democratiche. Considerazioni analoghe valevano per la leadership esecutiva.

Riprendendo l’immagine platonica dello Stato ideale, Merriam lo vedeva nascere dall’assemblag-

gio dei seguenti fattori: il governo, il business, la religione e la scienza. Il governo era custode della

giustizia e dell’ordine, il business lo era della produzione dei beni e la religione era la madre dell’idea-

lismo e degli impulsi al sacrificio. Come giungere ad un’integrazione di queste diverse fonti d’auto-

rità in tempi moderni? Riprendendo la funzione assegnata da Platone nella Repubblica alla giustizia,

secondo Merriam la più potente forza di riconciliazione dei diversi valori era costituita dalla scienza

e dalla tecnologia.

La differenza tra Stato platonico e quello teorizzato da Merriam stava dunque nel fatto che il

primo cercava di prevenire il cambiamento, garantendo così la stabilità nelle relazioni umane e po-

litiche, mentre il secondo lo vincolava alla ragione ed alla scienza, promuovendo l’innovazione.

3. Lasswell: la politica come manipolazione di simboli

Harold D. Lasswell delineò nei suoi scritti la mentalità e le aspirazioni tipiche del liberalismo

americano. Il suo programma scientifico si presentava, da un lato, come se fosse rivolto alla «cono-

scenza pura», ma al contempo si sarebbe sviluppato fino a tramutarsi in «conoscenza applicata alla

difesa della democrazia». Influente fu la formazione europea dell’autore, ma più rilevante fu l’inse-

gnamento del suo maestro Merriam. Come quest’ultimo, Lasswell concepì il proprio ruolo di stu-

dioso in stretta connessione con l’operatività del potere politico.

Nell’introduzione a Power and Society (1952), scritto assieme al filosofo del linguaggio Abraham

Kaplan, Lasswell chiarì di non intendere la politica nel senso d’«astrazioni metafisiche» lontane

dall’osservazione empirica e dalla possibilità del controllo. La politica doveva essere ora riconcet-

tualizzata seguendo un punto di vista «empirico», come quello adottato da Machiavelli nei Discorsi

e da Michels nella Sociologia del partito politico. Su queste basi Lasswell prospettava un ruolo «costrut-

tivo» per la teoria politica e s’impegnava nel connettere ricerca teorica e pratica sociale.

Partendo dalla critica all’ortodossia democratica di Lippmann, Lasswell oltrepassò il giudizio ne-

gativo sull’ignoranza e l’inadeguatezza del cittadino per la vita democratica e intese valorizzare del

pubblico i sentimenti attivi, la cui mobilitazione doveva diventare il compito pratico fondamentale

della scienza politica. Quest’ultima, assumendo funzione di public orientation, si configurò sempre

più chiaramente come una policy science for democracy. In Democracy through Public Opinion (1941),

Lasswell avvertiva l’urgenza d’indagare quale dovesse essere il corretto funzionamento dell’opi-

nione pubblica. La «regola della maggioranza» non era sufficiente per garantire la giustizia, requisito

essenziale della democrazia. Era così necessario impegnarsi a far sì che l’opinione pubblica fosse

orientata non ad innalzare i livelli di scontento, bensì a promuovere gli aggiustamenti necessarî alla

pratica sociale.

Erano quattro i principali quadri teorici di riferimento alla base della scienza politica lasswelliana:

un arsenale concettuale realista ed elitista; il ricorso agli strumenti conoscitivi ed operativi derivanti

dalla psicologia; la ricerca empirica; lo studio del linguaggio. Quest’ultimo divenne un connotato

essenziale della scienza politica lasswelliana, che dava grande importanza alla comunicazione poli-

tica.

Già negli anni Venti, Lasswell si concentrò sull’importanza dell’educazione e della propaganda

nel determinare il comportamento politico. In Propaganda Technique in the World War (1927) egli s’oc-

cupò degli effetti della propaganda sull’opinione pubblica. Lasswell non distingueva tra propaganda

e verità. Tutta la politica era a suo avviso costituita da propaganda. Compito dello Stato era però di

farne un uso positivo per la democrazia. L’obiettivo che si poneva l’autore era di porre le premesse

per un’esplicita teoria «scientifica» su come una propaganda internazionale di guerra potesse esser

condotta con successo.

Negli Stati democratici vi era sempre stato un certo pregiudizio contro il ricorso al potere mani-

polatorio della propaganda da parte del governo. La verità era che tutti i governi, anche in tempo di

pace, fossero in qualche misura impegnati in forme di propaganda. Nell’emergenza bellica era stata

semplicemente percepita in modo più forte. Era arrivato il tempo di studiare ed adoperare gli stru-

menti propagandistici in maniera consapevole e costruttiva.

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Un altro aspetto importante dell’apparato concettuale della nuova scienza politica fu poi presen-

tato da Lasswell nell’opera Psychopathology and Politics (1930), dove l’autore si concentrava sulla per-

sonalità dell’uomo politico, indagandone gli aspetti psicologici. Egli illustrò le variabili della perso-

nalità nel loro rapporto con le inclinazioni ideologiche derivate, a suo dire, da impulsi intimi ed

insoddisfatti nella sfera familiare.

Un contributo determinante nello sviluppo della scienza politica lasswelliana giunse dagli studi

incentrati sulla lezione degli elitisti italiani, Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Robert Michels, e più

in generale sulla concezione «realista» della politica come «scienza del potere». L’analisi politica do-

veva concentrarsi sui cambiamenti nella forma e nella composizione dei valori di riferimento della

società. Tali valori avevano una distribuzione piramidale, al cui vertice vi stava l’«élite», costituita da

coloro che ne godevano di più.

Lasswell riteneva che fosse in corso una rivoluzione mondiale, la cui via d’uscita era rappresen-

tata da un «ordine mondiale stabile», avente quale prerequisito un corpo universale di simboli e di

pratiche a sostegno di un’élite che si sarebbe dovuta imporre con metodi pacifici, ma che deteneva il

monopolio della coercizione.

L’impianto elitistico di Lasswell emerse ancor più in Politics. Who Gets What, When, How (1936), le

cui tesi di fondo erano esplicitamente ispirate ai teorici delle élites Mosca, Pareto e Michels. Lasswell

spiegava la politica come lotta tra le élites per fattori quali il reddito, il rispetto e la sicurezza. Tale

conflittualità presupponeva degli strumenti a loro disposizione, quali la manipolazione di simboli,

violenza e pratiche istituzionalizzate. La politica era così lo studio dell’«influenza» e degli «influenti»

e l’élite poteva anche esser definita come il gruppo dei più influenti di fronte ai molti, la massa.

L’analisi politica si doveva anche occupare delle caratteristiche possedute da coloro che otteneva

rispetto, sicurezza, reddito. Si trattava di volgere l’indagine alla possibile distribuzione delle «abi-

lità». Lasswell non mancava di soffermarsi su quelle ingegneristiche, facendo riferimento alle tesi di

Veblen quanto alla popolarità ottenuta da Technocracy. A suo parere tuttavia un altro tipo di spe-

cialismo aveva assunto una crescente centralità, quello «simbolico». Nella civiltà occidentale erano

state importanti le abilità dimostrate nell’uso della violenza (in età feudale), negli affari (al tempo

del consolidamento delle monarchie nazionali), ed infine nella «manipolazione di simboli».

Quest’ultima si stava rivelando cruciale in un’età di crisi internazionale.

Nelle ultime pagine del libro di Lasswell, egli spiegò che le trasformazioni in corso a livello mon-

diale andavano nella direzione di una «governamentalizzazione» della vita sociale. Era questa la

tendenza riscontrabile in diverse forme, dalla versione fascista in Italia e Germania a quella sovietica.

Si trattava di vedere con quali modalità essa si sarebbe potuta affermare negli Stati Uniti.

Alcuni anni dopo, Lasswell ritornò sul ruolo degli specialisti, affermandone l’indispensabile fun-

zione per il corretto orientamento dell’opinione pubblica verso il «pubblico interesse». Il risultato

del pensiero democratico dipendeva infatti dal «materiale» che aveva a disposizione, e dall’indagine

su chi avrebbe dovuto fornirglielo emergevano tre tipi di specialisti: quelli della «verità», quelli della

«chiarezza» e quelli dell’«interesse». Prima ancora la verità doveva essere chiarita dai «divulgatori»,

ovvero coloro che si rivolgevano agli studenti principianti.

Studiare le élites ed il potere significava occuparsi dell’uso manipolatorio di simboli, slogan e

parole chiave nella propaganda. Questo fu il perno attorno a cui ruotarono le tesi di Language of

Politics (1949), opera nella quale Lasswell delineò la centralità della content analysis per la scienza

politica: egli era convinto che fosse possibile adoperare i metodi della statistica per misurare il grado

d’intensità dell’adesione ai valori da parte d’individui e gruppi. Una nozione politologica cruciale

era così quella di «mito politico», intendendo con questa espressione quel corpo di credenze le quali,

indipendentemente dall’essere vere o false, erano accettate dalle masse e diventavano gli assunti

fondamentali degli affari politici.

Il nesso stretto tra il livello concettuale e metodologico e quello pratico-democratico fu al centro

del volume The Policy Sciences. Recent Developments in Scope and Method (1951), curato assieme a Da-

niel Lerner. Tra i presupposti vi era l’idea che lo scienziato politico dovesse impegnarsi a favore di

una precisa visione dell’uomo. Democrazia e scienza risultavano profondamente interconnesse nella

riflessione lasswelliana, sulla cui base sarebbe diventato possibile avviare l’unificazione democratica

globale.

Con questo tipo di concezioni si conciliarono perfettamente anche le ricerche di Lasswell incen-

trate sull’applicazione della psichiatria allo studio della politica. Al pari di uno psichiatra, lo scien-

ziato politico non aveva un obiettivo d’indottrinamento, bensì si poneva un compito «terapeutico»:

doveva far emergere ed analizzare i processi irrazionali alla base della politica ed attenuare il livello

di tensione e conflittualità a livello sociale. La realizzazione di questo programma dipendeva dai

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metodi, dalle tecniche di ricerca e dal tipo di preparazione e competenza che in futuro avrebbero

dovuto caratterizzare sia gli amministratori, sia gli scienziati sociali.

Nel discorso inaugurale per l’elezione a presidente dell’American Political Science Association,

Lasswell sottolineò il ruolo della scienza politica nell’assistere la democrazia a salvaguardare la «di-

gnità dell’uomo».

Su queste basi assegnava allo scienziato politico, grazie alla sua competenza ad ampio raggio di

problem-solving, una funzione cruciale nella moderna politica democratica. Le sue competenze lo

mettevano nelle condizioni di prendere parte a tutte le fasi del processo decisionale democratico:

quella di raccolta d’informazioni all’interno di commissioni o agenzie di pianificazione (intelligence),

quella di propaganda e di promozione di determinate politiche (promoting), quella tecnica di fissa-

zione legislativa delle nuove politiche (prescribing); quella d’invocazione dell’applicazione di norme,

codici o regolamenti (invoking); quella di concreta applicazione di determinate applicazioni (applica-

tion); quella d’indagine sul livello d’efficienza di un’azione pubblica (terminating). In tutte queste fasi

del processo decisionale, e a ogni livello, lo scienziato politico non poteva ormai che assumere un

ruolo cruciale.

Fascismo, comunismo e democrazia

1. Fascismo e new liberalism: comparazioni ed equazioni

Nel secondo dopoguerra, il New Deal fu presentato come una «rivoluzione democratica» che

aveva reso finalmente protagoniste del sistema politico ed economico statunitense le grandi masse

popolari. In realtà le politiche rooseveltiane si erano inserite in un più ampio contesto internazionale

d’impulsi e d’idee del tempo, nel quale rientravano non solo il laburismo britannico o la socialde-

mocrazia scandinava, ma anche aspetti del sistema economico-sociale sovietico ed alcuni temi e pro-

spettive dei fascismi europei.

Nessuna nazione occidentale nutrì ammirazione nei confronti dell’Italia fascista di Mussolini più

della democratica America. Negli anni Venti e Trenta le idee del fascismo guadagnarono una note-

vole popolarità: il fascismo fu presentato come un «esperimento», nel senso del pragmatismo: Char-

les Merriam, ad esempio, lo descrisse come un «striking experiment». Di questo esperimento colpirono

soprattutto le aspirazioni alla tecnocrazia ed al corporativismo. Quando, più tardi, molti intellettuali

liberals presero le distanze dal fascismo, non rinnegarono mai quelle coordinate ideologiche.

Nel fascismo essi rintracciarono alcuni loro grandi ideali, come quelli dell’«efficienza» e del ruolo

della leadership. Il giornalista Isaac F. Marcosson accostò positivamente Mussolini all’ex presidente

T. Roosevelt. Lo scrittore Will Rogers si spinse su quelle basi per giustificare la forma «dittatoriale»

di governo.

Fino agli anni Venti le scienze sociali approdarono all’esaltazione del fascismo. Gli ideali del fa-

scismo parvero infatti andare nella stessa direzione che molti social scientists americani stavano se-

guendo: l’idea che alla classica rappresentanza democratica si potesse/dovesse sostituire un tipo di

rappresentanza «funzionale» (legata cioè alle mansioni e competenze) sembrava incontrarsi perfet-

tamente con le principali linee di pensiero del sindacalismo fascista e del corporativismo italiano;

l’aspirazione ad un controllo politico-sociale su basi «scientifiche» pareva allo stesso modo conver-

gere con l’idea fascista dell’efficienza burocratica.

Nell’Italia fascista era diffusa tra i sostenitori del corporativismo l’idea che l’organizzazione eco-

nomico-burocratica italiana fosse «l’esempio più compiuto di una tendenza generale comune alle

società industriali avanzate» e che il New Deal confermasse questa tesi.

Numerose furono le prese di posizioni di Giuseppe Bottai a favore della centralità assunta dal

ruolo del «dirigente» e della «tecnica» nel nuovo sistema produttivo. Secondo uno dei massimi teo-

rici del fascismo, «politica, economia e tecnica», fino ad allora separate e distinte, diventavano ora,

nel regime fascista, «armonicamente unite, l’una nell’altra compiendosi». In un’epoca d’accresci-

mento dei bisogni per tutti, solo loro erano in grado di «moltiplicare i mezzi per soddisfarli». Per-

tanto nell’organizzazione della produzione agricola ed industriale era il momento che «il talento

ordinatore degli ingegneri» s’affermasse «sopra le disordinate e scoordinate esperienze degli specu-

latori».

Ugo Spirito contribuì a delineare in senso tecnocratico il corporativismo fascista. Egli non mancò

di rilevare la dissociazione nelle «società anonime» (le corporations) tra la figura dell’azionista-deten-

tore di capitale e quella del dirigente-tecnico, colui che di fatto gestiva la società. Alle spalle di tali

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considerazioni vi erano le tesi del filosofo ed economista tedesco filonazista Ferdinand Fried. Sulle

sue tracce, anche gli americani A. Berle e Gardiner C. Means spiegarono la separazione nella grande

società per azioni tra la «proprietà» e l’effettivo «controllo» e sottolinearono come quest’ultimo fosse

ormai nelle mani del management.

Le idee di Spirito s’inserivano in un ampio contesto di circolazione euroamericana d’idee. Il cor-

porativismo così teorizzato da Spirito era inteso come una trasformazione dell’azienda capitalistica

in corporazione, orientata all’efficienza nella produzione ed alla definitiva risoluzione delle conflit-

tualità sociali grazie ad un’organizzazione incentrata esclusivamente sulle «gerarchie tecniche» do-

vute alle «capacità».

Altro autore che si muoveva in questa direzione era Luigi Fontanelli, esponente del sindacalismo

fascista che aspirava ad una ristrutturazione tecnocratica dell’economia italiana. Dal vecchio tronco

del capitalismo si dipartivano due rami, uno «vivo e vitale», l’altro condannato all’appassimento.

Sul prima versante vi era il tecnico, sul secondo «il puro e semplice detentore di denaro». Questa

seconda figura sarebbe stata «inghiottita dallo Stato» con le forme di regolazione del credito e con-

trollo pubblico sull’economia.

Il fascismo riscosse un’ampia attenzione dall’altra parte dell’Atlantico. Un autore d’orientamento

conservatore ed «antimoderno» come Ralph Adams Cram, che guardò con nostalgia al Medioevo

europeo e nella stessa prospettiva giudicò favorevole alcuni aspetti del fascismo italiano, come l’esal-

tazione delle élites e la sostituzione della conflittualità sociale con l’unità corporativa.

Alcuni esponenti del mondo progressista e liberal si spinsero negli anni Trenta persino ad un certo

interesse nei confronti del nazismo. Fu questo il caso di W.E.B. DuBois, uno dei principali intellettuali

afroamericani della prima metà del Novecento, il quale, pur non condividendo l’antisemitismo hit-

leriano, vide nelle idee nazionalsocialiste un modello d’organizzazione economica. Accanto alle ten-

denze oppressive ed omicide, fascismo e nazismo possedevano effettivamente «una componente so-

ciale ed egualitaria», alla quale era strettamente connessa l’idea che quei regimi fossero in grado di

promettere l’instaurazione dello Stato efficiente.

Non di rado, la brutalità del regime nazista ebbe l’effetto di far preferire subito la valorizzazione

del modello italiano di fascismo. Ciò avvenne esplicitamente in un volume dello storico Michael T.

Florinsky, Fascism and National Socialism (1936). Nella costruzione del paradigma della brutalità fa-

scista, il caso italiano venne eclissato da quello tedesco: molti studiosi poterono così continuare a

descrivere positivamente il regime mussoliniano per tutti gli anni Trenta. Su queste basi non deve

stupire che alcuni sostenitori del New Deal non esitassero ad ammirare il fascismo. Tugwell definì

il regime mussoliniano come «il più efficiente macchinario sociale operativo». Soule si soffermò sulle

somiglianze tra fascismo e le sperimentazioni tecnico-economiche del New Deal, sottolineando però

il vantaggio goduto dall’America di non soffrire dei «guasti politici e sociali» dell’Italia mussoli-

niana.

Nella stessa prospettiva lo scrittore progressista Roger Shaw si spinse a descrivere il New Deal

come una serie di «mezzi fascisti per ottenere fini liberali». Lincoln Steffens, muckraker, non ammet-

teva alcuna contraddizione tra la sua ammirazione per l’Unione Sovietica e quella per l’Italia di Mus-

solini. Al legalismo, al costituzionalismo ed al parlamentarismo, i capi bolscevichi e quelli fascisti

avevano dimostrato di saper metter in atto un nuovo metodo politico «scientifico», definito «russo-

italiano». Del fascismo in particolare Steffens sottolineava la tecnica empirica di governo e l’efficacia

della leadership carismatica.

La Columbia University, una delle principali istituzioni universitarie di tendenza progressista,

ospitò la Casa Italiana, un’istituzione per lo studio della cultura italiana che non mancò di celebrare

l’ideologia fascista. Negli stessi anni il «New York Times» presentava positivamente il ruolo politico

del Duce così come avrebbe fatto per Stalin.

D’altro canto Mussolini mostrò d’apprezzare la cultura filosofica e politica progressista statuni-

tense. Egli annoverò William James tra i filosofi più influenti nella sua vita. Lo storico William Yan-

dell Elliott ricambiò l’apprezzamento del Duce definendolo come «profeta dell’era pragmatica in

politica».

Una delle modalità più diffuse negli Stati Uniti per caratterizzare il fascismo consistette nel giu-

dicarlo un «esperimento». Philip Marshall Brown sostenne che il radicamento del fascismo

nell’«esperienza» e la sua radica filosofica pragmatista erano i fattori fondamentali che differenzia-

vano tale teoria politica dal marxismo e da altre teorie politiche «aprioristiche». Fu questo il senso

delle riflessioni del sociologo italiano Corrado Gini, il quale, ospitato sul «Political Science Quar-

terly», volle spiegare ai lettori statunitensi le «basi scientifiche del fascismo».

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L’«esperimento» della politica fascista che colpì maggiormente gli studiosi statunitensi fu il cor-

porativismo, capace di superare le sterili contrapposizioni tra il capitale ed il lavoro e di conferire

efficienza produttiva. Il corporativismo italiano fu visto come un’alternativa allo status quo politico-

economico e come modello cui avrebbe dovuto ispirarsi la ricostruzione sociale americana. Negli

anni della Depressione, il sistema economico mussoliniano parve loro mostrare notevoli vantaggî in

termini di scientificità e d’efficienza. Lo studioso E. Pendleton Herring sostenne che l’Italia e gli Stati

Uniti occupassero per molti versi le due posizioni estreme: da una parte vi era lo «Stato organico»,

dall’altra un individualismo sfrenato ed anacronistico. La politica ideale doveva intraprendere una

via intermedia tra i due poli.

Il docente di scienza politica H. Arthur Steiner, pur esprimendo speranza che il fascismo potesse

trasformarsi in democrazia, riconobbe al regime il merito d’aver messo fine ad una crisi politico-

economica in un modo dal quale la democrazia aveva da imparare. Secondo Steiner, il fascismo rap-

presentava l’esempio di una riconciliazione tra la libertà individuale e la regolazione ed il controllo

degli affari sociali reso necessario dal fine del benessere generale.

L’economista William G. Welk mise invece esplicitamente in luce come la NRA americana fosse

per molti versi simile all’«esperimento sociale ed economico tentato in Italia», il quale non mancava

d’analogie, su un versante «apparentemente opposto», dal comunismo sovietico.

Da Norman L. Hill e Harold W. Stoke il programma corporativo mussoliniano fu accostato alla

NRA americana. In entrambi i casi si trattava di «schemi elaborati al fine di garantire la pace e la

giustizia economica e di fornire una pianificazione economica». Harold Lasswell e Renzo Sereno

notarono inoltre come il partito fascista italiano si stesse trasformando in una «vera burocrazia», che

reclutava al proprio interno un personale sempre più preparato. Sicuramente il personale di partito

delle origini si era distinto soprattutto per il frequente ricorso alle violenze, ma ora però esso era

totalmente assorbito nelle esigenze dell’amministrazione pubblica. In quest’ottica, la nozione di «dit-

tatura» aveva un ruolo marginale. Gli organismi legati al partito fascista venivano descritti come

«agenzie di diritto pubblico» ed il parlamento come un’agenzia «in declino».

Anche la capacità del regime fascista di plasmare e mobilitare le masse trovò riscontro nelle ana-

lisi della scienza politica statunitense. Significativo in tal senso fu il giudizio di Croly, che mise in

luce la valenza di «religione politica» che le idee tecnocratiche potevano assumere. La ricostruzione

della società suggerita dal fascismo ne era un ottimo esempio: non voleva essere infatti soltanto una

ricostruzione «tecnologica» ma anche «spirituale».

Uno degli esponenti più rappresentativi dell’amministrazione Roosevelt, il generale Hugh S.

Johnson, rese evidenti i fattori d’esplicita convergenza del New Deal con il fascismo nell’opera di

mobilitazione ed organizzazione del consenso. Johnson riteneva necessaria una sorta di «militariz-

zazione» della società americana attraverso gli strumenti statali della NRA. Nessuna sfera sociale

poteva tirarsi fuori di fronte alla «guerra» contro la Depressione.

Johnson fu il promotore della campagna propagandistica Blue Eagle, ritenuta decisiva per pla-

smare l’opinione pubblica e mobilitarla nella direzione auspicata dal New Deal. Il simbolo

dell’«aquila azzurra» doveva essere esposto dai produttori e dai commercianti che rispettavano gli

standard della NRA; gli acquirenti, per dovere patriottico, erano invitati a comperare solo nei negozî

che recavano il simbolo. Per promuovere la Blue Eagle, Johnson fece ricorso a parate militari non

dissimili da quelle nazifasciste.

Tra le principali indagini politologiche statunitensi sul fascismo italiano vi fu poi quella condotta

da Herbert W. Schneider, filosofo alla Columbia ed uno dei più importanti allievi di Dewey.

Nell’analisi sul fascismo, l’autore prendeva le mosse dal bisogno della gente comune di una guida

morale sicura. Schneider intendeva indagare la possibilità di una «scienza morale» che non fosse

semplicemente un nome adoperato dalla vecchia filosofia morale per mettersi a passo coi tempi. Una

vera scienza morale poteva essere concepita solo in senso sperimentale e consisteva nell’applicazione

del metodo scientifico sperimentale ad ambiti come la legislazione e la ricostruzione sociale. La

nuova scienza morale, in quanto «deliberativa», era strettamente connessa con la scienza sociale, che

era invece di tipo «riflessivo» e che aveva, cioè, il compito di formulare leggi generali. Compito della

scienza deliberativa era invece d’aver a che fare con i problemi legati alle attività umane.

Alla base di questa teoria doveva esserci il presupposto che l’uomo potesse essere «controllore»

della natura e non semplicemente «controllato» da essa. Oltre alla possibilità di controllo «sperimen-

tale», che, nell’ambito delle scienze sociali, proveniva dall’approccio storico, esisteva anche quello

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psicologico, che stava maturando una tecnica scientifica a partire dall’osservazione sperimentale ani-

male. Sotto questi profili, la scienza morale era per Schneider una scienza applicata, come l’ingegne-

ria lo era per la fisica.

Significativa per lo sviluppo della scienza morale era la moderna «legislazione sociale». Gli Stati

Uniti si erano incamminati su tale via: la creazione di numerosi «comitati d’esperti», la crescente

cooperazione tra «organizzazioni scientifiche» con gli organi legislativi ed amministrativi e la fon-

dazione dell’American Academy of Political Science erano tutte prove della crescita del «controllo

sociale scientifico».

Sulla base di questi studi, Schneider s’accostò allo studio del fascismo italiano e nel lavoro Making

the Fascist State (1928) prestò particolar attenzione alla teoria fascista dello Stato e dell’ordine econo-

mico, elaborata, tra gli altri, da Edmondo Rossoni e Sergio Panunzio ed incentrata sul corporativismo

e sull’incontro tra fascismo, nazionalismo e sindacalismo. I principî sottintesi al corporativismo fa-

scista erano cinque: il nesso inscindibile tra lavoro e cittadinanza sociale; l’unione armoniosa delle

forze nel lavoro quale base del benessere materiale, morale e spirituale umano; il coinvolgimento di

tutte le persone e la convergenza di tutti i loro sforzi in vista di questi fini; la concezione della nazione

come sintesi più alta delle professioni e delle classi; l’inserimento nell’organizzazione sindacale

all’interno di questo quadro, nella consapevolezza della superiorità del «Paese» e della «Società»

sulle classi.

Panunzio aveva visto ben poche differenze tra questa visione organizzativa e la teoria «organica»

della società delineata da Platone nella Repubblica. Significative per Schneider erano anche le posi-

zioni di Alfredo Rocco, che vedeva la storia umana divisa in periodi alternati d’organizzazione e

disintegrazione. Con la Rivoluzione francese, la borghesia aveva distrutto definitivamente l’ordine

corporativo medievale e spettava ora al fascismo costruire una nuova «società organica».

Elogiando il sindacalismo ed il corporativismo fascista per aver superato l’atomismo liberale,

Schneider era sicuro che le azioni illegali del fascismo avrebbero lasciato presto il campo all’«orga-

nizzazione economica dei produttori», cosicché allo «Stato fascista» si sarebbe sostituito lo «Stato

corporato».

Assieme a Shepard Clough, Schneider scrisse il volume Making Fascists (1929), che uscì nella serie

curata da Merriam dedicata ai metodi nazionali di civic training. Sindacalismo, corporativismo e rior-

ganizzazione economica erano particolarmente apprezzabili in ambito agricolo. Notevole impor-

tanza era stata inoltre riconosciuta all’educazione ed agli strumenti dell’informazione e della propa-

ganda, come l’iniziativa di grande impatto della «battaglia del grano».

Schneider e Clough si soffermarono sul grande cambiamento avvenuto sul piano della politica

economica con il licenziamento del ministro delle Finanze De Stefani, gradito agli industriali perché

incline ai dettami liberisti classici. A partire dal ’25 quell’indirizzo venne però ripudiato, suscitando

la diffidenza di molti esponenti della grande industria. Il regime fascista si prestava ora a metter in

atto le teorie dello Stato corporativo e del sindacalismo fascista, una forma di sindacalismo non più

a servizio dell’«anarchia» come quello precedente, bensì del «patriottismo nazionale». Nella propa-

ganda sindacalista la nozione di cittadinanza era strettamente connessa a quella di «produzione». In

questa direzione Schneider e Clough riecheggiavano temi vebleniani: da un lato, il sindacalismo

chiudeva ogni rapporto con forme distruttive come lo sciopero ed il sabotaggio; dall’altro, attaccava

la borghesia improduttiva ed ogni sorta d’investimento e profitto che non contribuivano al benessere

nazionale.

Quale prerequisito del nuovo ordine socio-economico, si sarebbe dovuta imporre una «mentalità

sindacalista». In quella stessa direzione si muoveva la trasformazione in senso corporativo del Par-

lamento, che voltava pagina rispetto al vecchio ordine liberale, per porne le basi di uno nuovo, in-

centrato sulla regolazione economico-sociale.

All’interno del volume non poteva poi mancare un’ampia parte dedicata al sistema d’educazione

fascista. I fascisti erano infatti consapevoli che la scuola era un fattore fondamentale per il successo

della propaganda. Sotto la direzione di Giovanni Gentile era stata dunque operata un’importante

riforma scolastica. L’educazione era stata concepita nei termini dell’attualismo filosofico gentiliano,

che gli studiosi americani non esitavano a presentare in termini non dissimili dalle teorie educative

derivate dal pragmatismo.

Un ruolo centrale nell’organizzazione fascista della società era poi quello che spettava alla buro-

crazia, l’«agente della propaganda». Il pubblico funzionario era posto sullo stesso piano di un mem-

bro dell’esercito: i suoi doveri professionali non erano distinguibili dai suoi «obblighi morali nei

confronti del paese». Obiettivo della burocrazia fascista dello Stato era di dare all’Italia quell’effi-

cienza di cui essa mancava. 64

Infine, Schneider e Clough giungevano ad uno degli aspetti cruciali per il civic training nell’Italia

fascista, vale a dire l’uso di simboli e della tradizione. Il fascismo era così riuscito ad imporsi come

una sorta di «religione» e si era pertanto dotato delle proprie tecniche da culto religioso. Utilizzava

uniformi, rituali, feste e celebrazioni; aveva istituito un proprio calendario; aveva costruito un’ideale

associazione con la tradizione imperiale romana; si era inoltre presentato come esito e completa-

mento del Risorgimento. Questi metodi di civic training sarebbero potuti risultare istruttivi anche per

altri casi: fu ciò che si verificò da lì a poco col New Deal.

L’analisi del civic training giunse poi ad un’ammirevole sintesi nel lavoro di Merriam The Making

of Citizens (1931), libro nel quale l’autore esaltava le potenzialità delle «tecniche scientifiche» per far

dell’«educazione civica» uno strumento di «controllo politico». Orbene, il fascismo doveva essere

considerato un caso nazionale di primo piano in questa marcia della civiltà verso l’obiettivo del «con-

trollo politico scientifico».

Lawrence Dennis affermò che fascismo e comunismo si erano dimostrati «religioni viventi», ca-

paci di muovere le masse. Fermo sostenitore di un «fascismo americano», Dennis capì che oramai il

capitalismo mancava d’impulsi spirituali e che non poteva essere salvato da forme di controllo sta-

tale e di pianificazione. Per questo motivo auspicò il passaggio ad una forma sociale incentrata

sull’«azione ingegneristica» di esperti nella pianificazione. Questa era la grande innovazione portata

dal fascismo e dal comunismo, che erano nelle loro realizzazioni pratiche molto più simili di quanto

si potesse pensare. Erano «progetti radicali per razionalizzare l’organizzazione sociale», proprio

come gli ingegneri avevano «razionalizzato l’organizzazione e la tecnologia della produzione». Que-

sta era anche la direzione intrapresa dal New Deal, che aveva introdotto negli Stati Uniti l’idea della

necessità di un forte Stato esecutivo, pur non realizzandola ancora sufficientemente.

Dennis anticipava la comparazione su basi «tecno-manageriali» tra fascismo, comunismo e New

Deal che sarebbe stata al centro del best-seller di James Burnham The Managerial Revolution (1941).

Secondo Dennis, però, la forma sociale preferibile era indubbiamente quella fascista. Il punto di par-

tenza era l’impianto tipico della teoria delle élites: il funzionamento di qualunque ordine sociale pre-

supponeva il dominio di una minoranza sulla maggioranza. Fascismo e comunismo erano accomu-

nati dall’aver imposto la dominazione di una burocrazia manageriale; il difetto del comunismo ri-

siedeva però nel suo mito politico di una rivoluzione proletaria che avrebbe reso gli operai padroni

di se stessi. Il fascismo era riuscito ugualmente ad avere forte presa sulle masse. I compiti manage-

riali erano funzioni specializzate che richiedevano una minoranza dirigente e non vi era ragione

d’illudere i lavoratori sulla possibilità di soddisfare da soli tali esigenze. Pertanto il comunismo s’ac-

compagnava ad un’«utopia millenaristica» non appropriata come «mito popolare», quanto lo era

invece il quadro schiettamente elitistico del fascismo.

2. Comunismo «tecno-manageriale»

Nelle discussioni statunitensi degli anni Venti e Trenta su pragmatismo e politica, era diventato

altrettanto frequente il riferimento all’Unione Sovietica come ad una sorta di «laboratorio» di ricerca

sociale. In questa direzione si erano orientate le riflessioni del radical Max Eastman nel delineare una

contrapposizione tra l’approccio ancora «teologico» di Marx alla rivoluzione sociale, dovuto alle in-

fluenze hegeliane, e quello veramente «sperimentale» di Lenin e del bolscevismo, nel quale egli ri-

conosceva una sorta di visione russa del pragmatismo.

Fino agli anni Trenta, buona parte della stampa liberal vide nel bolscevismo un modello speri-

mentale di trasformazione sociale e politica auspicabile, sia pure con le dovute differenze contestuali

e culturali, anche per gli Stati Uniti. Il caso estremo fu l’ammissione della necessità di andare oltre lo

stesso liberalismo, per indirizzare lo sviluppo strutturale del paese verso il socialismo, come sostenne

il radical Edmund Wilson ed il liberal Lincoln Steffens.

Ancora una volta, furono però gli scritti di Dewey ad esercitare la massima influenza sulla cultura

politica statunitense. Dewey espresse le proprie osservazioni sull’«esperimento» sovietico per poi

dare alle stampe il volume Impressions of Soviet Russia (1929). Grazie alla Rivoluzione russa, il duali-

smo di pensiero e azione – il più grande ostacolo al progresso sociale secondo il filosofo pragmatista

– era stato finalmente superato. I nuovi intellettuali sovietici, identificandosi completamente con il

nuovo ordine, avevano assunto un ruolo «costruttivo». A partire da queste premesse l’Unione So-

vietica stava tentando la «regolazione scientifica della crescita sociale».

Dewey guardò con attenzione all’opportunità di quell’opera di costruzione «dall’alto» dell’opi-

nione pubblica che egli da tempo promuoveva in patria. Il filosofo vedeva emergere la necessità della

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formazione della masse attraverso gli strumenti educativi e culturali a disposizione dello Stato, di-

fendendo il ruolo svolto dalla propaganda: in Russia, più che altrove, essa si era rivelata «strumento

di controllo» costante e scientifico. Il fine per cui essa veniva impiegata era «l’interesse universale

dell’umanità». L’arsenale concettuale progressista e liberal americano sulla «costruzione» dell’opi-

nione pubblica emergeva pienamente in queste riflessioni.

In questa direzione Dewey espresse il proprio entusiasmo per il ruolo assunto in Russia dalle

scuole pubbliche nella creazione di una nuova società. Ammirevole era la l’«organizzazione demo-

cratica» delle scuole, che consisteva nella capacità di preparare i futuri cittadini alla «partecipazione»

ai varî livelli istituzionali del sistema sociale. Emergeva così una sostanziale affinità con il classico

modello sofocratico platonico.

Nel 1930, in Individualism, Old and New Dewey aggiunse che, pur non riconoscendosi in alcun

modo sul piano intellettuale, morale o estetico nella filosofia di base della Rivoluzione bolscevica,

era tuttavia convinto che gli storici del futuro avrebbero dovuto ammirare l’inventiva della Russia

sovietica nel dirigere le risorse della tecnologia attraverso la pianificazione e l’organizzazione. Anche

negli Stati Uniti, mondo del lavoro e pubblici funzionarî avrebbero dovuto pianificare e regolare

l’attività industriale, sia pure in modalità coercitive. In una società che si stava rivelando «corporata»,

necessaria era una forma di «socialismo». Il «determinismo economico» non era una teoria ma un

fatto: la differenza era tra la ricerca del mero profitto privato e lo sviluppo economico socialmente

pianificato ed ordinato.

Sulla stessa linea di Dewey s’espresse pure il teorico dell’educazione George S. Counts, il cui

interesse per i metodi scolastici sovietici trovò ampia eco nel dibattito accademico statunitense.

Counts s’oppose alle forme «classiche» d’educazione del bambino come soggetto individuale, rite-

nendo che, piuttosto, la scuola dovesse essere il principale veicolo di socializzazione. Egli attribuì il

malfunzionamento del sistema statunitense dell’istruzione all’influenza che su di esso esercitava il

capitalismo come struttura sociale. Pur non ritenendosi marxista, Counts era un convinto sostenitore

del collettivismo.

Significative furono le riflessioni in ambito economico di altri intellettuali liberals degli anni

Trenta, tra cui Paul H. Douglas e Tugwell. Il primo redasse un report del suo soggiorno in Russia –

Russia After Ten Years (1927) – nel quale esaltò l’«ideale nazionale» e l’«unità morale» della Russia

dei Soviet. Tugwell fu a sua volta colpito dallo sperimentalismo bolscevico. Secondo Tugwell, non

si poteva descrivere l’ordine sociale costruito dai bolscevichi come un «esperimento comunista» o

come un «esperimento capitalista», ma era semplicemente un «esperimento che profanava altari»,

così come l’America aveva fatto violando quello del capitalismo.

L’aspetto centrale dell’esperimento russo era il riconoscimento dell’industria come condizione

essenziale della vita moderna, di fronte alla quale doveva essere sacrificato ogni altro valore. L’in-

dustria era concepita in termini nazionali e come sistema autosufficiente, che pertanto includeva

l’agricoltura e l’uso delle altre risorse naturali. Tutte le attività economiche erano sottoposte al piano

nazionale e controllate centralmente da «complesse organizzazioni» che agivano statisticamente

«per pianificare un futuro possibile». Significativa era l’ammirazione dei Russi per la tecnica indu-

striale americana: era in questa, e non nel business, che essi vedevano un’indispensabile fonte della

prosperità.

Un altro importante planner come Stuart Chase si concentrò sul ruolo del manager sovietico, il

quale non aveva sulla sua strada quegli ostacoli rappresentati invece negli Stati Uniti dalle pressioni

degli azionisti, interessati unicamente ai dividendi. Il manager sovietico aveva come unico referente

il governo, basava le sue scelte sui dati delle statistiche e si prefiggeva come solo traguardo quello di

realizzare il più possibile le promesse del comunismo.

Nel già citato volume A New Deal, Chase s’auspico «un drastico cambiamento» nel sistema eco-

nomico-sociale americano, in senso collettivistico e di restringimento dell’iniziativa privata. Incen-

trando la propria interpretazione del comunismo sulla base della razionalizzazione statalista e col-

lettivista, Chase sosteneva che Mussolini avesse contribuito a demolire il mito della free competition

tanto quanto Stalin. L’ipotesi della convergenza tra comunismo, fascismo e New Deal di Burnham

trovava dunque nelle riflessioni di Chase un’importante formulazione.

Dopo aver abiurato le simpatie per il fascismo, Chase e molti altri intellettuali americani esalta-

rono le virtù sovietiche in contrapposizione con le «detestabili società giapponese, italiana e tedesca»,

pur senza intaccare l’arsenale concettuale tecno-manageriale con cui si erano accostati in precedenza

favorevolmente tanto al comunismo quanto al fascismo.

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Il volume di Paul Douglas, The Coming of a New Party (1932), fu indicativo dell’atteggiamento nei

confronti del comunismo. Al centro dell’opera vi era la difesa delle ragioni dell’economia pianificata,

che avrebbe dovuto essere introdotta in America sotto la direzione di un nuovo partito. Principî e

tattiche erano ispirati al modello leninista, pur depurato al ricorso alla violenza. Punto di partenza

era l’obsolescenza del vecchio modello sociale americano, l’inattualità di uno sviluppo incentrato

sulla piccola impresa, gli effetti divisivi della «filosofia di vita» prettamente statunitense sulla com-

petizione per il denaro. L’autore invocava operai e contadini affinché le loro legittime esigenze ispi-

rassero un profondo cambiamento di sistema sociale e politico.

Operai e contadini dovevano diventare «cittadini consumatori», ma per farlo occorreva intro-

durre «ordine» ed «efficienza» nel sistema economico statunitense. La Russia rappresentava un mo-

dello. Il suo vantaggio era dato dalla pianificazione; pure il capitalismo l’aveva messa in pratica, ma

solo a livello di singola impresa e non di sistema economico complessivo. La Russia aveva inoltre

dimostrato di saper suscitare nei lavoratori «entusiasmo e devozione»: il compito degli Americani

era d’imparare dal programma russo evitando nel contempo le conseguenze severe della dittatura e

dell’assenza di democrazia. Un simile risultato sarebbe potuto pervenire solo dall’impegno ideolo-

gico ed organizzativo di un «partito nuovo».

Altrettanto significative furono le riflessioni di George Soule nel suo volume A Planned Society

(1932). Punto di partenza era nella perfettibilità sociale attraverso la scienza: l’esperimento russo ne

costituiva un’illuminante dimostrazione. Soule credeva in una forza inarrestabile verso la raziona-

lizzazione e l’organizzazione collettiva. Su tali basi riteneva che la leadership sociale dovesse spettare

ad una «minoranza responsabile». Questo elitismo trovava un modello concreto nella pratica sovie-

tica. Soule criticò altresì le dottrine marxiste comuniste «classiche» per la loro enfasi sbagliata sulla

spontaneità della rivoluzione popolare: un cambiamento sociale significativo poteva solo provenire

da una «minoranza intelligente».

Non meno rilevanti furono i diversi resoconti di viaggi nell’Unione Sovietica. Bruce Bliven de-

scrisse quest’ultima come «terra della speranza», giustificandone le spese militari per difendersi

dalle potenze capitaliste. Waldo Frank esaltò la letteratura sovietica e a proposito della libertà

d’espressione tentò di metterne in luce la scarsa utilità.

Non mancò di visitare la Russia nemmeno il filosofo ebreo-americano Horace Kallen, allievo di

Santayana, ammiratore di William James e teorico del «pluralismo culturale»: di fronte all’ampia

varietà di gruppi immigrati che da sempre aveva caratterizzato la convivenza la società statunitense,

Kallen riteneva possibile la convivenza delle diverse culture sulla base dell’impianto politico plura-

listico tipicamente americano. Dopo aver osservato il modo in cui, in Russia, era stato affrontato il

problema delle minoranze etniche, Kallen giunse alla conclusione che era stata realizzata una tra-

sformazione completa all’epoca degli zar: la Russia era così diventata un laboratorio sociale di plu-

ralismo culturale. Lo dimostrava la posizione degli Ebrei, che da perseguitati ora costituivano un

pilastro della società sovietica grazie alle loro conoscenze e competenze, messe a servizio del bene

pubblico.

I resoconti più numerosi furono quelli preparati per «The Nation» da un altro ebreo-americano,

Louis Fischer. Egli esaltò i risultati ottenuti dal sistema sovietico in termini di lotta contro la povertà.

Tuttavia, a solo un mese dall’uscita dell’articolo, Fischer dovette ammettere malfunzionamenti e ne-

gligenze da parte dell’élite amministrativa, ma accompagnò a queste osservazioni una piena fiducia

nel successo del Piano quinquennale. Dopo il ’45, Fischer avrebbe definitivamente abbandonato

qualsiasi posizione filostalinista ed ammise che si era sbagliato nel vedere la soluzione al grande ed

universale problema del potere nell’Unione Sovietica.

Malcolm Cowley e Joshua Kunitz sostennero che in URSS fossero nati «un nuovo mondo, una

nuova società senza classi, una nuova psicologia collettivista»: le sofferenze del momento era sem-

plicemente i doloro del parto. L’esaltazione della pianificazione come tratto identitario forte

dell’esperimento sovietico si confermava uno degli elementi più ricorrenti nei resoconti, caratteriz-

zando anche molti dei reports degli ingegneri che in Russia erano andati a lavorare.

Negli anni Trenta le posizioni di questo tenore continuarono ad essere ribadite dalla stampa libe-

ral. L’analista economico Eliot Janeway osservò come, lungi dal divaricarsi, le economie capitalista,

comunista e fascista sembrassero andare nella medesima direzione, sia pure in gradi diversi. Non a

caso il libro di James Burnham, The Managerial Revolution (1941), venne accolto con grande interesse

67

dalla stampa liberal, pur non mancando certo le critiche per il tono «neutrale» con cui l’autore aveva

incluso nella sua analisi il nazismo.

Burnham, docente di filosofia proveniente da una militanza trozkista, lesse sicuramente, oltre alla

denuncia antiburocratica del sistema politico sovietico contenuta in The Revolution Betrayed di Troc-

kij, diversi testi statunitensi che teorizzavano la trasformazione in senso tecno-burocratico del capi-

talismo maturo, come ad esempio The Folklore of Capitalism di Thurman D. Arnold. Il dibattito sulla

tecnocrazia si era chiuso a metà degli anni Trenta, ma i suoi temi erano assai più radicati nell’ideo-

logia progressista americana di quanto potesse apparire dalla fortuna del solo movimento di Ho-

ward Scott. Nel ’41 Burnham proclamò che il «managerialismo» (termine preferito a «tecnocrazia»)

stava trionfando in tutto il mondo. Egli riprese il «determinismo tecnologico» di Veblen e Scott, rin-

forzandolo con un approccio deterministico derivato dai suoi trascorsi marxisti, affermando che la

tecnologia moderna stava rapidamente producendo una nuova e rivoluzionaria struttura sociale,

caratterizzata da un cambiamento radicale nelle istituzioni economiche e politiche più importanti,

in paralleli mutamenti negli istituti culturali e nelle opinioni predominanti ed infine un cambiamento

nel gruppo di uomini che occupava le posizioni più alte della società.

Il mondo capitalistico apparteneva ormai al passato. Le ipotesi di «permanenza del capitalismo»

erano confutate dai fatti: dalla disoccupazione di massa, dalle crisi ricorrenti, dal debito pubblico e

dai debiti privati fuori controllo, dalla crisi agraria permanente, dallo sfruttamento sempre meno

«efficiente» delle nazioni arretrate da parte delle grandi potenze, dalle sempre minor presa delle

«ideologie borghesi».

La principale alternativa della permanenza del capitalismo era considerata la teoria della rivolu-

zione proletaria socialista. Ma nuovamente vi erano i fatti a confutare tale ipotesi. In Russia non vi

erano segnali d’avanzamento verso il socialismo: si era formata una nuova stratificazione sociale,

non vi era «democrazia» e si era affermato un nazionalismo persino più gretto di quello zarista. La

realtà sociale russa era più complessa di quanto risultasse dagli schemi marxisti – vi erano infatti

anche contadini, impiegati e burocrati – ed i mutamenti della tecnica industriale richiedevano una

preparazione inaccessibile ai semplici lavoratori. Infine, era altresì evidente il declino dell’ideologia

marxista, ancora figlia della metafisica ottocentesca.

Burnham presentava a questo punto i principî fondamentali della teoria delle élites: oggetto fon-

damentale della scienza politica era la «lotta fra gruppi organizzati di uomini per la conquista del

potere sociale». Ogni società era dunque caratterizzata da un gruppo dotato di potere, che poteva

essere definito come «classe dominante o dirigente»: irrealistico era dunque l’orizzonte marxista di

una «società senza classi». Rifacendosi al lavoro di Berle e Means, Burnham portò alle estreme con-

seguenze il loro ragionamento, sostenendo che una «proprietà» senza potere di «controllo» non era

nemmeno più definibile proprietà.

Il mutamento avvenuto all’interno delle corporations era significativo di una tendenza generale

che era di fatto un «processo mondiale». I managers, nuova classe dominante, avrebbero esercitato il

proprio potere «indirettamente, attraverso il loro controllo dello Stato». Managers erano non più i

«lavoratori altamente specializzati» di Veblen, bensì «ingegneri amministrativi» e gli alti funzionarî

del governo tutti coloro che avevano assunto poteri di «gestione» grazie alla specializzazione delle

«funzioni». L’economia in una società manageriale avrebbe risolto i problemi del capitalismo.

Su tali basi, Burnham era convinto che si dovesse guardare anche al totalitarismo con oggettività.

I regimi «totalitarî» risultavano innanzitutto «manageriali», perché incentrati sulla fusione di politica

ed economia e sul ruolo decisionale da parte di burocrazie. Il managerialismo non poteva essere

semplicemente contrapposto alla democrazia: in primo luogo perché le dittature totalitarie intende-

vano presentarsi come «governi della maggioranza» ed in secondo luogo perché, se per democrazia

si voleva intendere un regime rispettoso delle minoranze, tale evoluzione non era di per sé incom-

patibile col managerialismo.

L’aspetto cruciale del sistema manageriale era la ricerca dell’«efficienza». Da questo punto di vi-

sta il managerialismo non poteva che puntare alla formazione di un unico Stato mondiale per realiz-

zare la massima efficienza. Sul piano del reale potere globale, le relazioni internazionali si sarebbero

certamente basate sul protagonismo di alcuni «Superstati» e Burnham prevedeva che in futuro, a

spartirsi il mondo, sarebbero stati Giappone, Germania e Stati Uniti. Burnham non godeva di grande

fiducia nell’Unione Sovietica, in quanto ancora troppo arretrata sul piano industriale. Al presente

però erano tre le vie percorse verso il managerialismo, e la prima era proprio quella russa. La Rivo-

luzione russa non era dunque mai stata una rivoluzione socialista, nel senso marxiano, bensì una

rivoluzione manageriale. 68

Nonostante la Russia fosse lo Stato che dal punto di vista strutturale si era «spinto più avanti sulla

strada dell’ordine manageriale», la sua situazione era «subordinata all’eredità di un’economia arre-

trata», ereditata dal precedente regime. Ben diversa era la situazione di due altre forme di manage-

rialismo, meno mature in quella trasformazione ma con un retroterra economico-culturale più so-

lido. Uno era la società manageriale tedesca, accelerata nel suo processo di sviluppo dalla guerra ma

rallentata dalla «morte lenta» dei vecchî capitalisti; l’altra era quella statunitense, nella quale il New

Deal era interpretato da Burnham come espressione della grande trasformazione manageriale.

Nel 1943 Burnham diede alle stampe The Machiavellians. Defenders of Freedom, nel quale presentò

il pensiero politico di Machiavelli e dei suoi eredi novecenteschi Gaetano Mosca, Georges Sorel, Ro-

bert Michels e Vilfredo Pareto, che avevano studiato «scientificamente» la politica. Era la stessa vi-

sione della politica delineata da Lasswell, ma divulgata da Burnham ben al di là delle mura accade-

miche.

Burnham comunque non aderì mai agli ideali della prospettiva tecnocratica, pur intravedendo in

essa una tendenza ineluttabile della modernità. Il managerialismo apparve nei suoi scritti come prin-

cipale minaccia alla libertà. Nel volume Congress and the American Tradition (1959), Burnham si rial-

lacciò al tronco teorico del conservatorismo, e, similmente a Lippmann o Hayek, denunciò le «illu-

sioni della scienza» in politica e la perversione delle dottrine politiche liberal. Questi erano i presup-

posti del «gigantesco Stato manageriale», diretto da poteri esecutivi senza freni e da apparati buro-

cratici permanenti, sia esso uno Stato totalitario o progressista-liberal.

Durante il corso della Seconda guerra mondiale, buona parte dell’intelligentsia americana aveva

continuato a schierarsi a favore dell’alleato russo, anche se in realtà non era mancata una fase di

disamoramento, coincidente con il patto nazi-sovietico di non aggressione. Sulla «New Republic», il

patto era stato giustificato sulle basi di ragioni di Realpolitik: la Russia aveva voluto garantirsi una

fase isolazionistica, con Stalin che aveva così preferito servire gli interessi del proprio paese piuttosto

che attenersi ad una presunta moralità internazionale che di fatto era inesistente. L’occupazione so-

vietica della Polonia e l’aggressione alla Finlandia non poterono che suscitare tuttavia una grande

delusione: fu inevitabile a questo punto parlare di «imperialismo comunista» e di «follia criminale»

di Stalin.

Questi ultimi giudizî non andarono comunque del tutto ad intaccare il senso delle precedenti

considerazioni positive sul sistema economico sovietico orientate in senso planista e tecnocratico.

Dopo la svolta bellica tedesca contro l’URSS, l’aggressione giapponese a Pearl Harbor ed il conse-

guente intervento statunitense nel conflitto, i commenti filosovietici da parte della stampa liberal po-

tere riprendere. L’ex fellow traveller Max Eastman, convertitosi ad un rigoroso anticomunismo, os-

servò che «scoprire delle virtù nel regime tirannico di Stalin» era diventata negli Stati Uniti «una

delle principali preoccupazioni di molti intellettuali e funzionarî pubblici». In quell’ottica il modello

di modernizzazione post-capitalistica realizzato dall’organizzazione sociale ed economica comuni-

sta, nella direzione di un «capitalismo modificato», e le contemporanee trasformazioni innescate dal

New Deal nel sistema americano parevano profilare la «convergenza» che era già stata al centro di

molte riflessioni statunitensi, tra cui le analisi di Burnham sull’avvento della società manageriale.

Capitalismo, socialismo e democrazia

1. Il futuro della democrazia tra pianificazione e burocrazia

Nella seconda metà degli anni Quaranta proseguì l’espansione delle responsabilità dello Stato

derivante dal New Deal rooseveltiano. Il modello dei poteri pubblici continuò inoltre a ricevere una

significativa impronta dal lavoro delle commissioni e dai varî livelli di governo. L’integrazione di

pubblico e privato divenne uno dei connotati essenziali della struttura politica e sociale del paese. In

questo contesto la cultura liberal continuò ad elaborare teorie incentrate su forme di elitismo sofo-

tecnocratico e manageriale.

Tra i testi di filosofia politica e scienza politica più fortunati vi fu il capolavoro di Joseph A.

Schumpeter Capitalism, Socialism and Democracy (1942). L’economista e sociologo austriaco, docente

a Harvard, spiegò che la definizione della democrazia come «governo del popolo» poneva il pro-

blema di come potesse concretamente il popolo governare. Solo in comunità ristrette si sarebbe po-

tuta infatti concepire una reale partecipazione di tutti i membri del popolo all’opera legislativa ed

amministrativa. Altrimenti era necessario rinunciare all’idea di un governo del popolo» e sostituirla

«

piuttosto con quella di un «governo approvato dal popolo».

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Restava quale possibile soluzione dell’enigma democratico la moderna nozione di «rappresen-

tanza»: la democrazia consisteva in tal senso nella delega dei poteri del popolo ad un «parlamento

rappresentativo».

La nozione stessa di «volontà degli elettori» alla base della democrazia rappresentativa presup-

poneva un’immagine della persona umana che aveva ormai perso terreno, almeno da quando gli

studiosi avevano cominciato a concentrarsi sulla componente extrarazionale ed irrazionale della con-

dotta umana. La determinatezza e la razionalità del pensiero e dell’azione risultavano quindi tutt’al-

tro che garantite.

A questo punto, Schumpeter proponeva un’alternativa nozione a quella tradizionale di «demo-

crazia», e cioè quella dal carattere meramente «procedurale»: «il metodo democratico è lo strumento

istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere

di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare».

L’obiettivo dell’autore era in realtà d’esaminare un processo ritenuto ineluttabile: la graduale so-

stituzione del vecchio capitalismo occidentale con un socialismo inteso sostanzialmente in senso tec-

nocratico. In riferimento al declino della figura dell’imprenditore, Schumpeter, influenzato dalle teo-

rie di Weber sulle dinamiche di realizzazione tipiche della modernità, era convinto che la figura

dell’imprenditore fosse destinata a lasciare il posto a uomini di tipo diverso, emersi dalla nuova

economia dei trusts e delle corporations. Esito del processo di «trustificazione» dell’industria era il

passaggio dalla figura dell’imprenditore a quella del manager stipendiato, il cui lavoro si basava su

metodi impersonale e specialistici.

Nel sistema che era destinato a succedere al capitalismo, parlamenti e governi sarebbero stati

incaricati d’occuparsi di problemi ancora riservati in qualche modo alla sfera della «politica». Per

tutti gli altri affari si sarebbe invece rivelata necessaria una «burocrazia dotata delle capacità e

dell’esperienza indispensabili». Questa trasformazione di tipo «socialista» doveva avvenire con la

consapevolezza che «una direzione efficace dell’economia» significava «dittatura non del ma sopra

il proletariato nel posto di lavoro».

Contemporanea al successo delle analisi di Schumpeter fu anche la circolazione delle teorie di

Karl Mannheim su una «pianificazione democratica». Le opere del sociologo ungherese naturaliz-

zato tedesco partivano dal presupposto che la scelta di fronte a cui si trovava la politica moderna

non fosse realmente tra laissez-faire e pianificazione, ma tra una forma «cattiva» di pianificazione ed

una «buona». Mannheim esaltava così le possibilità di conoscenza riservate ad un sottile strato so-

ciale, quello dell’intelligentsia, la quale godeva di superiori capacità di autocontrollo e d’autonomia

dalla propria posizione sociale ed era pertanto in grado di produrre elaborazioni concettuali che non

sarebbero potute pervenire da altri ceti e classi sociali.

In Freedom, Power and Democratic Planning (1951), Mannheim spiegò che le forme conosciute di

pianificazione erano quelle del nazifascismo e del comunismo; mentre la prima era contraria all’idea

dello sviluppo umano ed ai poteri creativi dell’uomo, la seconda dimostrava d’esagerare nella spe-

ranza che mancava al fascismo, e dunque di tendere eccessivamente ad eliminare tutto ciò che la

precedeva. Per queste ragioni l’autore auspicava che una nuova pianificazione prendesse le mosse

da forze politiche di «centro». L’obiettivo doveva consistere nel coordinamento dei mezzi di con-

trollo sociale e nell’estensione dell’organizzazione burocratica e razionale a nuove sfere di vita, com-

pito assegnato all’élite intellettuale.

In prospettiva «antidemocratica» fu orientata pure l’opera di Carl J. Friedrich. Egli fu autore as-

sieme a Zbigniew Brzezinski del volume Totalitarian Dictatorship and Autocracy (1956), la più celebre

analisi della scienza politica sul totalitarismo, incentrata sull’idea che esso fosse un regime basato

essenzialmente sulla tecnologia moderna, sulla legittimazione di massa, sul monopartitismo e sul

terrore.

Uno dei capisaldi della teoria di Friedrich era la profonda diffidenza verso ogni forma di «demo-

crazia diretta», di plebiscitarismo e d’iniziativa politica apparentemente dal «basso». Il suo connubio

con i mezzi tecnologici moderni era infatti annoverato tra i presupposti della dittatura totalitaria. In

tale prospettiva egli spiegò che la «volontà generale» esaltata da Rousseau, se estrapolata dal conte-

sto della «piccola comunità», lasciava «aperta la porta ad un’ romantica, intuitiva e

interpretazione

persino dittatoriale o tirannica».

Friedrich era stato allievo dell’economista e sociologo Alfred Weber, il quale, affrontando in con-

tinuità con gli studi del fratello Max il tema dello sviluppo del capitalismo, della modernizzazione e

della crescita degli apparati, aveva screditato la possibilità di un’azione politica ponderata da parte

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delle masse, intrappolate dal perseguimento dei loro interessi privati. In quanto intrappolato nei

processi di massificazione, l’«uomo medio» non poteva dunque essere il «soggetto» della democra-

zia, bensì solo l’«oggetto». Weber si era poi soffermato sulla possibilità di plasmare l’opinione pub-

blica, al fine di far sì che il governo ed i corpi amministrativi dello Stato fossero in grado di svolgere

le proprie funzioni senza un eccessivo influsso dell’«irrazionale» opinione popolare.

Centrale nella lezione weberiana era l’«autorità oggettivata dello Stato», ovvero un burocratismo

liberato da destabilizzanti influenze popolari. In questa prospettiva neppure il governo avrebbe do-

vuto essere preponderante di fronte all’autorità degli «ufficî» nell’esercizio del potere esecutivo.

Friedrich, all’indomani della vittoria alleata nella Seconda guerra mondiale, ricevette l’incarico

dal governo americano di prendere parte alla rifondazione politica della Germania. Nel ’47 fu con-

sigliere del Congresso americano per il Piano Marshall. Fu considerato a livello internazionale uno

dei massimi esperti di costituzionalismo e federalismo e sarebbe poi stato celebrato come uno dei

padri spirituali dell’integrazione europea. In realtà le sue tesi continuarono per molti versi ad esser

ispirate dall’opposizione alle forme d’appello diretto al popolo.

Di fronte al problema della sicurezza internazionale, Friedrich dedicò un’opera, Constitutional

Reason of State (1957), al tema della ragion di Stato, richiamando la tradizione teorico-politica degli

arcana imperii, i «segreti del governo», conoscenze inaccessibili al cittadino comune. Riconobbe in

questa impostazione le premesse del cameralismo e poi dell’applicazione delle scienze sociali ai pro-

blemi di policy. Ma queste erano altresì le basi dei movimenti totalitarî. Sul versante opposto vi era

invece la pretesa, a suo avviso eccessiva, di giudizî razionali da parte dell’uomo comune. La solu-

zione prospettata dall’autore era quella che vincolava la ragion di Stato, e dunque l’azione di mino-

ranze illuminate per la difesa e la sicurezza, all’ordine costituzionale.

Nell’opera Man and His Government (1963) si ripresentarono poi i classici temi moschiani, pare-

tiani e lasswelliani. Friedrich spiegò la funzione delle ideologie, dei miti politici e dei simboli. Volle

inoltre correggere l’elitismo sulla base di una visione pluralista della democrazia statunitense. Ri-

prendendo la tesi classica weberiana della tendenza alla burocratizzazione, egli la vide in atto nella

sfera politica così come nella Chiesa, nell’università ed in ogni altro settore della vita sociale. Le

democrazie costituzionali erano però caratterizzate dalla presenza «di un certo numero di burocrazie

in competizione le une con le altre». Su tali basi non si poteva dunque affermare che in questo tipo

di regimi politici vi fosse semplicemente «un’élite governante»: essa, connotata da coesione ed esprit

de corps, era tipica piuttosto delle dittature totalitarie.

Era in ultima analisi il pluralismo delle burocrazie la migliore garanzia del sistema «democratico

costituzionale» di fronte alla dittatura totalitaria.

Oltre ad accogliere le influenze straniere di Schumpeter, Mannheim e Friedrich, la teoria politica

liberal statunitense fu rielaborata e rilanciata dal volume di Arthur M. Schlesinger The Vital Center

(1949). Il testo s’inserì in una fase di grande dibattito all’interno del liberalismo americano: Henry

Wallace aveva ispirato l’organizzazione dei Progressive Citizens of America (PCA, 1946), la quale

rappresentava l’anima della sinistra progressista del New Deal. L’anno successivo fu invece la volta

degli American for Democratic Action (ADA, fondata da Schlesinger e da Reinhold Niebuhr), che

riunirono personalità come la vedova del presidente Roosevelt, Eleanor, e colui che sarebbe diven-

tato l’economista di riferimento negli anni di Kennedy, John Kenneth Galbraith.

Entrambe le associazioni si presentavano come eredi della linea rooseveltiana, ma gli esponenti

dell’ADA rimproveravano alla PCA di continuare a credere nella percorribilità di una linea di con-

vergenza con l’Unione Sovietica. Tra Schlesinger e Niebuhr emerse poi una sostanziale differenza di

sviluppi per il liberalismo statunitense: mentre il primo infatti, con la sua teoria del vital center, in-

tendeva recuperare l’arsenale concettuale liberal, il secondo gettò le basi per una svolta conservatrice.

Negli anni Quaranta e Cinquanta, Niebuhr, ispirato dal senso d’urgenza della battaglia antico-

munista, s’avvicinò infine alla tradizione filosofico-politica del conservatorismo. Richiamandosi ad

Edmund Burke, egli contrappose così alla pretesa di costruzione delle comunità politiche a partire

dalla mente e dalla volontà dell’uomo l’idea di una loro crescita «organica», come prodotto della

storia. Criticando parimente individualismo e collettivismo, Niebuhr attaccò severamente la «civi-

lizzazione democratica» poiché essa credeva ingenuamente nella possibilità di raggiungere una fa-

cile risoluzione tra idealismo borghese e proletario attraverso una qualche forma di organizzazione

sociale armonica.

Niebuhr fu dunque tra gli ispiratori della rinascita del conservatorismo statunitense di Guerra

fredda. All’American liberalism, coniugato ad un intransigente anticomunismo, rimasero invece an-

71

corate le tesi di Schlesinger in The Vital Center. L’analisi ivi condotta aveva come presupposto il fal-

limento delle predizioni marxiane: gli ardori rivoluzionarî erano stati spenti dai trionfi dell’industria

e dall’indirizzo politico inaugurato da T. Roosevelt e proseguito da F.D. Roosevelt, creatori della

«società mista».

La società moderna era stata creata dalla tecnologia; da esso era disceso l’imperativo dell’orga-

nizzazione, che però aveva prodotto nell’uomo «impotenza e paura». Di qui discendeva uno dei

capisaldi del vital center: la necessità di prender atto della condizione dell’individuo in seguito all’av-

vento della società industriale, caratterizzata dal «venir meno della dimensione comunitaria» e

dall’«allentamento dei rapporti personali». In tal contesto il totalitarismo «polverizzava» la struttura

sociale ed il caso più significativo era quello della Russia sovietica: la Rivoluzione bolscevica non

aveva di fatto liberato i lavoratori dalle loro catene, ma aveva piuttosto diviso la nuova società in

una massa amorfa e nei suoi dominatori, uno strato burocratico in controllo sia del governo, sia della

produzione.

Per questi motivi Schlesinger non poteva immaginare cooperazione tra Stati Uniti ed Unione So-

vietica. La risposta al comunismo – minaccia per la libertà occidentale – non era tuttavia rappresen-

tata dal dominio capitalistico, bensì da un «gradualismo» a cui la classe capitalistica non aveva la

forza né la volontà d’opporsi.

In tale prospettiva Schlesinger ricostruiva rapidamente la storia della trasformazione novecente-

sca dello Stato americano, a partire dalla «socializzazione della democrazia» inaugurata da T. Roo-

sevelt e sostenuta da Croly e Lippmann. T. Roosevelt aveva posto le basi della «pianificazione eco-

nomica centrale» e del welfare state. Il New Deal era stato poi la sintesi del New Nationalism roose-

veltiano e della New Freedom wilsoniana ed aveva completato «l’esorcismo dell’inibizione jefferso-

niana nei confronti del governo forte».

Il vital center schlesingeriano si poneva quale obiettivo fondamentale il recupero dell’arsenale

concettuale liberal sganciandolo dall’«abbraccio mortale» con l’URSS. Riemergeva così la prospettiva

sofo-tecnocratica: la leadership di una società improntata ai valori del vital center spettava al politician-

manager-intellectual type, in un contesto gradualista e di società mista pubblica-privata.

2. Tecnologia democratica

Schlesinger fu uno dei principali rappresentanti, negli anni della Guerra fredda, dell’interpreta-

zione «consensualistica» ed «eccezionalista» della storia americana nella versione liberal: a suo avviso

il New Deal era stato portatore di una rivoluzione democratica incentrata sullo spirito pragmatista

e sperimentale, contrapposto ai modelli politici europei. Passata la contestazione iniziale, la forma

culturale e sociale emersa dall’età rooseveltiana era destinata a rivelarsi una base comune e condi-

visa.

Lo storico Daniel J. Boorstin rappresentò per molti versi la controparte conservatrice di quello

stesso consensualismo ed eccezionalismo. Adottando la tipica prospettiva anti-intellettualistica sta-

tunitense, Boorstin esaltò la cultura «pragmatica», «sperimentale» e «non-ideologica» come caratte-

ristica peculiare del paese. La «capacità d’adattamento» era stata la vera forza dell’America.

La sua opera di maggior notorietà, The Genius of American Politics (1953), rappresentò solo un

momento di un più lungo percorso. Al centro dell’attenzione dell’autore vi era l’itinerario culturale,

sociale e politico che, prendendo le mosse dal distacco dalla mentalità teologica, utopistica e visio-

naria del Vecchio mondo da parte dei coloni americani, giungeva all’esaltazione del «genio tecnolo-

gico» statunitense novecentesco. Boorstin si sforzò d’illustrare il nesso che collegava lo spirito ame-

ricano della frontiera ed il progresso scientifico-tecnologico. La tecnologia era la vera forza che gui-

dava e plasmava l’esperienza americana.

Sarebbe stato sciocco definire l’identità americana attraverso una serie fissa di «valori». I puritani

erano giunti nel Nuovo mondo con un preciso bagaglio di valori, ma nel tempo li avevano sensibil-

mente modificati sulla base delle loro esperienze ed esigenze. Il primo puritanesimo, divenuto un-

philosophical, era stato destinato al declino non perché sconfitto, ma al contrario, in un certo senso,

perché di successo: aveva ottenuto uno spettacolare successo che aveva spinto i puritani a credere

nelle loro energie e nelle loro realizzazioni e ad abbandonare l’insicurezza e l’incertezza che aveva

caratterizzato originariamente la loro disperata dipendenza da Dio.

Descritto in questi termini, il puritanesimo risultava più interessato all’organizzazione ed all’ef-

ficienza che all’escatologia. «De-spiritualizzando» il puritanesimo, Boorstin semplificò la lettura

della sua transizione verso una forma di precorrimento del pragmatismo statunitense.

72

L’equipaggiamento intellettuale dei primi puritani era stato fondamentalmente europeo, ma di

fronte all’ambiente nuovo americano aveva subito una radicale trasformazione, che permise loro di

«disintegrare la precedente filosofia» e di dare fiducia alla possibilità di controllare e confrontarsi

con l’esperienza, liberandoli da ogni dogmatismo. Nella contrapposizione tra mentalità pragmatica

ed antiteoretica americana e quella ideologica europea, Boorstin perdeva però di vista aspetti rile-

vanti della storia statunitense come l’innamoramento di molti americani negli anni tra le due guerre

per l’«esperimento pragmatico» di Mussolini in Italia e per l’eccitante «avventura scientifica» di Le-

nin e Stalin in Russia.

Boorstin si soffermò anche sulla Rivoluzione americana, che non era stato affatto lo specchio di

uno scontro ideologico, bensì il riflesso delle discussioni di uomini pratici su questioni concrete.

Le interpretazioni più comuni della Rivoluzione andavano in due direzioni, caratterizzate en-

trambe dalla tendenza a minimizzare il significato del dibattito costituzionale. Una prima direzione

era quella popolarizzata da Carl Becker, allievo di Frederick Jackson Turner, secondo cui gradual-

mente i coloni erano saliti «sulla scala dell’astrazione», come parevano mostrare le riflessioni incen-

trate sulla nozione di «diritto naturale». Secondo Boorstin, le fonti su cui si basava Becker erano però

più inglesi e francesi che americane. La seconda linea prendeva in considerazione il punto di vista

dello sviluppo economico e riconduceva la Rivoluzione nell’alveo dello sviluppo del capitalismo

moderno. In tale prospettiva Louis M. Hacker aveva sostenuto che la guerra tra coloni e madrepatria

non era avvenuta attorno a concetti politici altisonanti, bensì aveva avuto quale oggetto del conten-

dere zucchero, vino, tè e simili. Anche questa riduzione non convinceva Boorstin, perché altrimenti

i veri propositi dei rivoluzionarî sarebbero stati nascosti in archivî finanziarî.

A leggere attentamente la Dichiarazione d’Indipendenza, essa risultava come un documento di

«relazioni imperiali legali», basato sull’intenzione di rimanere coerenti con il costituzionalismo bri-

tannico.

Boorstin approfondì la questione nel volume The Republic of Technology (1978). Guardando ad una

serie di eventi che avevano portato alla creazione degli Stati Uniti d’America, si doveva osservare

innanzitutto lo scarso interesse dimostrato dai protagonisti americani nei confronti dell’ideologia e

la grande attenzione riservata invece alla «tecnologia della politica». Il miglior esempio dello spirito

sperimentale dei Padri era stata proprio l’elaborazione del sistema federale, agli antipodi rispetto

alle astrazioni assolutizzanti europee sulla sovranità.

La Costituzione americana non era stata annunciata in nome di qualche divinità o di un re per

diritto divino, ma in nome di «We the People».

La spirito sperimentale aveva reso possibile politicamente la nazione americana. Esso aveva tro-

vato espressione nella politica e poi analogamente, con la tecnologia, nella vita quotidiana. Così come

il federalismo aveva consentito d’esplorare nuove possibilità per il governo, la tecnologia avrebbe

poi aperto campi prima inimmaginabili per l’esperienza comune.

Anche la Guerra civile doveva essere considerata come una questione di tipo pragmatico e speri-

mentale: era stata combattuta non su basi astratte, bensì nel quadro dello schema governativo statu-

nitense. Aveva inoltre dimostrato una meravigliosa prova della tendenza americana a sostituire la

«teoria politica» con la «sociologia». Essa era nata ben prima di Sumner, Ward e Veblen: The Science

of Society (1851) di Stephen Pearl Andrews aveva anticipato tutti quegli autori. E nel Sud uno stu-

dioso come George Frederick Holmes, oltre ad essere un difensore della schiavitù, si era guadagnato

la fama di sociologo. Andrews aveva a sua volta dimostrato come la nuova sociologia non fosse

affatto solo «di parte», proponendo a Holmes di collaborare e neutralizzando così le differenze di

fazione. La sociologia era diventata in tal modo un fattore culturale accomunante l’intera nazione.

La Guerra civile era stata una lotta «all’interno del sistema federale»; aveva riguardato aspetti

tecnici del governo americano e non la natura dei governi in generale. Da queste caratteristiche di-

scendeva una differenza essenziale della storia americana rispetto a quella europea.

La teoria sociale statunitense era stata pertanto solo un’esperienza in continua evoluzione, che

aveva riempito uno «scheletro» ben delineato fin dall’inizio.

Quando Charles Beard aveva mostrato come i membri della Convenzione costituzionale avessero

avuto interessi finanziarî nella realizzazione del governo federale, il suo testo aveva destato scandalo

negli ambienti accademici. E quando, negli anni Trenta, i comunisti avevano tentato di reinterpretare

il passato americano affermando che la Rivoluzione non era stata meramente una ribellione colo-

niale, bensì un conflitto di classe, e su queste basi avevano attaccato la dottrina della revisione giu-

diziaria, si erano riferiti al volume di Louis Boudin Government by Judiciary (1932), che aveva tentato

di dimostrare come i Padri fondatori non avessero mai inteso assegnare alla Corte suprema il potere

di dichiarare delle leggi federali incostituzionali. 73

La storia degli Stati Uniti era dunque una storia d’unità e coerenza sconosciute all’Europa. Il tratto

essenziale della visione dell’America era in ultima analisi l’apertura al cambiamento ed alle novità

su basi empiriche e non puramente astratte o filosofiche. Gli Americani, con questo loro spirito prag-

matico, avevano forgiato un nuovo modo per far convivere gli uomini, non basato tanto su fedi e

credenze quanto sulle esperienze comuni.

Su tali basi Boorstin s’oppose ai presupposti teorici dei movimenti giovanili degli anni Sessanta,

caratterizzati dalla ricerca della «sensazione» piuttosto che da quella dell’«esperienza».

Thomas Jefferson aveva considerato se stesso come cittadino della «Repubblica delle Lettere»,

comunità mondiale formata da persone selezionate accomunate dalla conoscenza. A questa si era

poi contrapposta una «Repubblica della Tecnologia», molto più nelle corde americane, in quanto

comunità basata sulla condivisione dell’«esperienza».

La «Repubblica della Tecnologia» era nata grazi alla Rivoluzione industriale ed allo sviluppo

della produzione di massa. Il suo risultato più evidente era la tendenza all’uniformità. L’avanza-

mento della tecnologia aveva portato ad un assottigliamento delle differenze nazionali.

Ciò che era maggiormente significativo non era tanto un qualche cambiamento in particolare,

quanto il drammatico fenomeno del cambiamento stesso. La storia americana, più di qualsiasi altra,

era segnata dai cambiamenti. Gruppi come lo Student Power o il Black Power ricercavano ora l’im-

mediatezza della «sensazione», ma la vera scoperta – o invenzione – della storia dell’umanità era

stata l’idea di «storia», intesa, al contrario della sensazione, come progresso ed accumulazione

d’esperienza. Aveva «liberato l’umanità dalla monotonia ciclica della natura» ed aveva rappresen-

tato un passo sostanziale dell’uomo verso il controllo del mondo e verso la scienza.

In tale prospettiva, l’America era diventata «terra di conquista dello spazio e del tempo», società

con grattacieli, arte cinematografica e «numeri». Su tali basi si erano qui sviluppate le scienze sociali.

In America, una «nazione d’immigrati», la sociologia era così diventata una «scienza delle mino-

ranze», consentendo a queste di diventare consapevoli delle proprie tradizioni, dei proprî problemi,

dei proprî bisogni e delle proprie opportunità. La «maggioranza» aveva potuto così scoprire d’esser

composta da una miriade di minoranze.

In tale visione dell’America come emblema di una modernità tecnocratica ma anche «antisofo-

cratica», Boorstin intendeva porre tuttavia un limite al potere degli esperti. Il maggior pericolo che

correva la nazione, nell’epoca dominata dalla tecnologia, consisteva nella tentazione di considerare

il mondo futuro «prevedibile» e dunque privo di novità. Fortunatamente il XX secolo aveva prodotto

anche nuove fonti dello «spirito esplosivo» americano: vi era una «stampa esplorativa», dai muckra-

kers del primo Novecento agli interrogative reporters al tempo dello scandalo Watergate; vi era un

«Congresso esplorativo» verso i «continenti oscuri della vita nazionale». Ma vi era soprattutto

l’uomo comune, non esperto, principale antidoto contro gli eccessi tecnocratici.

Da storico, Boorstin aveva voluto mostrare l’irrilevanza delle «teorie» nella storia americana, ma,

da filosofo, aveva in tal modo proposto una propria «idea» di America. In tal modo, nelle sue opere,

quasi in modo inintenzionale, Boorstin aveva formulato una «filosofia della storia» americana basata

sull’idea dell’«assenza di idee» e sulla centralità della tecnologia e dello spirito sperimentale nella

storia del suo paese.

3. Neocorporativismo

Anche nel secondo dopoguerra le ipotesi di governo «corporativo» della società e dell’economia

e non di rado di «convergenza» tra modello sovietico e statunitense trovarono conferma nel mondo

intellettuale liberal ed ispirarono teorie riconducibili in vario modo nell’alveo del cosiddetto «neo-

corporativismo». Ad anticiparle fu, negli anni Trenta, Peter F. Drucker, che si procurò fama mondiale

come principale teorico del business management.

Il punto di partenza del pensiero di Drucker era che l’idea che il liberalismo ottocentesco dovesse

essere profondamente ripensato per adattarlo alla società industriale del XX secolo, dominata dalle

corporations. Si era così esteso smisuratamente il potere dei managers.

La corporation era quindi un’istituzione economica che svolgeva altresì una fondamentale fun-

zione politico-sociale. Era pertanto necessario che il governo rispettasse l’autonomia della corporation

come istituzione. Da questo punto di vista il classico principio liberale della separazione tra sfera

economica e sfera governativa sarebbe stato conservato. Al nuovo potere «corporato» spettava però

il compito di regolare il funzionamento dell’economia sulla base delle esigenze della società. La cor-

poration era così chiamata ad assumere una funzione «pubblica».

74

Una nozione centrale introdotta da Drucker era quella di «armonia». Le differenti funzioni

dell’impresa dovevano essere considerate come componenti interdipendenti di un tutto, e cioè chia-

mate ad agire armonicamente. Il sistema ottocentesco del laissez-faire aveva fallito proprio perché

presupponeva un’armonia «automatica», mentre essa doveva essere «costruita», conformando alle

esigenze della società i programmi della corporation.

In quella stessa direzione si mossero le analisi di Adolf A. Berle, ex membro del brain trust roose-

veltiano. Il suo lavoro assieme a Gardiner Means, The Modern Corporation and Private Property, costituì

un battistrada per molte successive riflessioni sulle trasformazioni socio-economiche prodotte dalle

corporations. Berle estese tale prospettiva al piano della filosofia politica, elaborando una «teoria del

potere» nell’opera Power (1969). Il potere era un’esperienza universale radicata nella natura umana.

Esso poteva essere concepito come la capacità di mobilitare le risorse di un gruppo o della società

per determinati obiettivi.

Un nesso essenziale che Berle metteva in luce era quello tra potere ed istituzioni: il potere poteva

essere esercitato solo attraverso esse, che inoltre lo limitavano e controllavano. La forma di potere

emersa dalla «rivoluzione manageriale» del XX secolo era il corporate power, dal quale Berle distin-

gueva una dimensione «interna» (l’esercizio del potere sugli individui nell’ambito della corporation)

ed una «esterna», avente per oggetto l’impatto delle decisioni della corporation sulla società. La cor-

poration finiva in tal modo per determinare più di ogni altro soggetto sociale lo sviluppo economico

del paese.

Il sistema delle moderne corporations non aveva alcuna analogia con il modello capitalistico clas-

sico della competizione tra migliaia di piccoli produttori. Le vaste operazioni corporate non pote-

vano peraltro essere correttamente definite «private», se non nel senso che non erano «statali».

In America un’espressione quale «economia pianificata» era sempre risultata minacciosa. Berle

riteneva però venuto il momento di rivalutare la «capacità di pianificare, unita al potere di rendere

effettivo il piano», se l’obiettivo era l’interesse della comunità.

Si trattava inoltre di una sfida giuridica di grande complessità. Anche chi intendeva ignorare la

personalità fittizia della corporation, non poteva negare che essa fosse composta da persone naturali

e che potesse assumere il compito di tutelare i loro diritti. Essa era caratterizzata da regole che pote-

vano avere gli effetti di una vera e propria legislazione, con ricadute non solo sulla vita degli impie-

gati ma anche su quella dei consumatori.

Prendendo ad esempio la General Electric Company, l’autore mostrava non solo come la grande

corporation desse contributi essenziali al progresso tecnico-scientifico nazionale, ma come essa fosse

altresì un prezioso collaboratore del governo federale. Pur operando normalmente sul piano del di-

ritto privato, essa si rivelava quasi «una creatura dello Stato» dato che era sottoposta alla regolamen-

tazione statale ed operava in settori-chiave di pubblica utilità. Si era così configurata una conver-

genza tra «burocrazie pubbliche e private» nel pianificare e plasmare l’economia nazionale.

Infine Berle esaltava il ruolo delle corporations nel riplasmare pure lo scenario internazionale, sic-

come esse tendevano ad instaurare relazioni in altri paesi. Questa proiezione oltre confine era co-

struttiva, perché andava nella direzione della cooperazione economica mondiale.

La corporation era il risultato di una graduale separazione tra proprietà e controllo avvenuta in

quattro fasi. Nella prima, il controllo maggioritario della corporation era stato nelle mani di un indi-

viduo o di un gruppo d’azionisti. Con la dispersione delle azioni, nella seconda fase, il controllo era

stato esercitato da un individuo o gruppo detentore di una minoranza rilevante d’azioni e dotato di

legami col corporate management. La terza fase era poi quella in cui il potere del management diventava

assoluto. Nella quarta ed ultima fase, con l’acquisto di quote azionarie rilevanti da parte di compa-

gnie d’assicurazioni, fondi comuni d’investimento, ecc., si avviava infine l’apparente ritorno del po-

tere nelle mani di una «proprietà», ma si trattava tuttavia di un suo spostamento dal corporate mana-

gement ad un altro management, costituito da amministratori e fiduciarî rappresentativi del mondo

bancario- industriale.

Il potere economico non risiedeva solo nelle corporations, bensì anche nello Stato: l’avvento del

corporate capitalism aveva di fatto dato vita ad una «repubblica economica» nella quale le funzioni

dello Stato erano diventate essenziali per la stabilità ed il successo delle corporations.

Proprio la presenza dello Stato rappresentava una forma di «limitazione» del potere. Tale limita-

zione derivava dall’organizzazione «pluralista» che caratterizzava comunque la società americana.

Infine, nell’esercizio del potere, il management non poteva evitare una «responsabilità morale» del

comando. Così delineata, la «repubblica economica» intendeva fornire una giustificazione «liberale»

del potere corporato. Berle non poneva tuttavia particolare enfasi sulla nozione di partecipazione

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popolare. Al contrario di James Madison, che aveva adoperato l’idea dell’equilibrio tra i differenti

poteri per evitare il potere della «maggioranza» e per prevenire abusi, Berle finì per adoperare lo

stesso concetto come «surrogato» del controllo democratico.

Su tesi non distanti da quelle di Berle vertevano le opere di Philip Selznick. Nei suoi scritti egli

volle andare oltre i limiti delle teorie «formali» dell’organizzazione: nel comportamento organizza-

tivo dovevano essere compresi anche fattori non razionali. Dal punto di vista sociale l’organizza-

zione era un’«istituzione», termine che rendeva meglio l’idea che si trattasse di un «prodotto naturale

dei bisogni e delle pressioni sociali».

Selznick spiegò che, nonostante uno dei bisogni maggiormente avvertiti dai membri fosse quello

di non sentirsi manipolati, in realtà la leadership doveva essere in grado di produrre un’alchimia tra

«spontaneità» e «manipolazione».

In una prospettiva non dissimile si orientarono pure le riflessioni di Paul Harbrecht. In Toward

the Paraproprietal State (1959), l’autore partiva dalla tesi che la società statunitense fosse andata ormai

«oltre la proprietà». Non mancavano parallelismi col sistema sovietico, ma Harbrecht metteva so-

prattutto in luce le analogie con la struttura della società feudale. Il dominio feudale si era infatti

caratterizzato come «istituzione sociale»; analogamente la moderna corporation era diretta da una

classe manageriale il cui principale interesse risiedeva nell’esistenza e nel governo della stessa cor-

poration, e non direttamente nel profitto.

Cos’era dunque la paraproprietal society? Secondo Harbrecht il superamento del sistema proprie-

tario non andava nella direzione del socialismo e neppure si poteva parlare propriamente di capita-

lismo. Il connotato di fondo della paraproprietal society era l’attenuazione di ogni diretta «connes-

sione» tra uomini e cose, e questa era la prospettiva nella quale la funzione della proprietà non era

più dominante.

La fortuna delle idee neocorporative fu poi alimentata dalle iniziative del Center for the Study of

Democratic Institutions di Santa Barbara, California, emanazione del Fund for the Republic, istitu-

zione culturale liberal sorta a sua volta grazie al finanziamento della Ford Foundation. Annoverando

personalità come Rexford Tugwell e Bertrand de Jouvenel, esse furono significative dell’orizzonte

culturale verso cui s’orientarono gli studî promossi dall’ente. Alle prospettive planiste, tecnomana-

geriali e corporative s’aggiunsero ambiziosi progetti d’integrazione globale. Walter Millis, conte-

stando l’idea dell’inevitabilità delle guerre, propose lo smantellamento degli apparati militari ed una

loro riconversione. Questo processo si sarebbe accompagnato ad una crescita dei poteri burocratici

ed amministrativi.

Sarebbero poi tornate ad agganciarsi all’impianto concettuale sofo-tecnocratico anche le tesi eco-

logiste. Nel volume collettivo Ecocide and Thoughts Toward Survival (1971), veniva evidenziato il prin-

cipale problema della scienza e della tecnologia americane, ovvero di non rispondere realmente ai

«bisogni della società». La proposta nel volume consisteva nella creazione di un «gruppo di scien-

ziati» avente quale prima caratteristica il fatto d’esser «indipendente dal governo e dall’industria».

Essi avrebbero dovuto interagire con gli attivisti e con i gruppi di pressione del paese e su queste

basi sarebbero stati nelle condizioni di comprendere realmente «i bisogni essenziali della società».

Esponente neocorporativista di spicco del Center for the Study of Democratic Institutions fu Scott

Buchanan. Imprescindibile punto di riferimento filosofico era per lui rappresentato da Platone, dal

quale riprese l’idea che i maggiori pericoli per una buona politica derivassero da un lato dai finti

sapienti e dall’altro dalla volontà di potenza di un demos senza freni. Di fronte a queste due possibili

forme di tirannide, Platone aveva avviato la ricerca ed in parte la scoperta della «scienza razionale»

come «base per ordinare le arti, inclusa quella del governo».

Nella medesima prospettiva, Buchanan riprese le tesi di John Calhoun, una delle menti più bril-

lanti del Sud schiavista di metà Ottocento. Questi aveva avvertito dei gravi pericoli che sarebbero

derivati da un «potere trasmesso attraverso una maggioranza numerica incontrollata», non meno

gravi di quelli derivanti dal potere di un dittatore. La via d’uscita dal dilemma delle due tirannidi

era da ricercarsi nell’organizzazione di una struttura le cui parti costituissero poteri solo parzial-

mente sovrani. Il federalismo, da questo punto di vista, era la geniale invenzione montesquiviana ed

americana che risolveva il problema del governo per una cittadinanza estesa e complessa.

Buchanan applicò poi questa spiegazione al significato della corporation, di cui ricostruì la genea-

logia, mettendo in luce come quell’idea avesse avuto la sua più potente estensione simbolica nella

discussione teologica sulla natura della Chiesa. Cristo era alla testa della corporation, seguito dalla

schiera dei prelati e dei laici a costituire «gli arti, gli organi ed i membri del corpo». La crisi dell’unità

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politica romana aveva poi ispirato la concezione agostiniana della separazione tra la «città di Dio» e

la «città dell’uomo». L’uscita dal principio teocratico dal mondo poteva essere considerato il mo-

mento d’avvio della scienza politica, la quale aveva dovuto impostare su altre basi il problema

dell’autorità, formulando così la teoria della sovranità. Si era però persa di vista l’idea originaria del

«corpo politico».

La corporation era dunque innalzata a fondamento della politica. La business corporation costituiva

solo una delle molteplici varianti che la struttura corporata poteva assumere, accanto alla Chiesa,

alla scuola, ecc. La corporation era dunque nella sua essenza una straordinaria costruzione artificiale

per servire i propositi umani. In tal senso Buchanan riteneva particolarmente rilevante il caso della

TVA rooseveltiana, che serviva un fine pubblico. In generale l’identità di public utility delle corpora-

tions suggeriva uno sviluppo inevitabile nella teoria corporativa: la tendenziale sovrapposizione di

business management ed amministrazione governativa a livello d’operazioni, direzione e membership.

Queste stesse prospettive furono applicate non di rado agli studî internazionali. Anche di fronte

alla Spagna di Franco, al Portogallo di Salazar, all’Argentina di Peron ed al Brasile di Vargas com-

parvero chiavi di lettura «neocorporativistiche» nella scienza politica americana. Di frequente furono

così attenuate le origini fasciste del franchismo spagnolo, così come il peronismo divenne un regime

corporativo progressista. All’interno del franchismo, Charles Anderson intravide lo spostamento del

centro di gravità degli affari economici dall’autorità politica alle banche. Howard J. Wiarda giunse

invece a suggerire il corporativismo iberico e sudamericano come una lezione da cui gli Statunitensi

avrebbero potuto imparare qualcosa. La dittatura di Salazar venne definita un «esperimento» di tipo

corporativo.

4. Industria, università, élite manageriale

Uno dei principali esponenti del rilancio dei temi neocorporativi e tecnocratici liberal fu Clark

Kerr, economista e rettore dell’Università della California. Assieme a E. Wight Bakke curò il volume

Unions, Management and the Public (1948), una raccolta di testi politico-economici sulle organizzazioni

e sulle relazioni sindacali. Le connessioni tra conoscenza, sviluppo sociale ed industriale e stabilità

politica esercitarono una certa influenza su altre coeve riflessioni di scienziati sociali, come Daniel

Bell, i coniugi Webb e John R. Commons. Il limite di queste interpretazioni era tuttavia rappresen-

tato, secondo Kerr, da una comprensione ancora non matura della trasformazione del capitalismo

occidentale in corso nel XX secolo. Al capitalismo «puro» era subentrata la nuova complessità

dell’«industrializzazione».

In tale prospettiva Kerr propose una teoria della neutralizzazione del conflitto sociale. Nelle re-

lazioni industriali era diventata più che mai necessaria una «mediazione tattica», avente l’obiettivo

di trasformare una situazione di conflitto in un risultato armonico accettabile da ambo le parti. La

figura centrale risultava così quella del «mediatore»: una figura d’«esperto» a cui spettava il compito

di «ridurre l’irrazionalità» ed «esplorare le soluzioni».

Nel volume Industrialism and Industrial Man (1962), Kerr prendeva poi le mosse dalla considera-

zione che ormai tutto il mondo fosse coinvolto in un inarrestabile processo d’«industrializzazione

totale». Obiettivo del libro era quello d’illustrare tale processo e di metterne in risalto la prospettiva

tecnocratica liberal. La tesi generale alla base del lavoro era che questo processo comportava «una

rete complessa di regole». Per tale ragione occorreva riflettere sulle funzioni del management, tenendo

però anche conto del mondo comunista. L’Est era composto da molti aspetti diversi, così come

l’Ovest, ma era ormai percepibile un declino dei valori ideologici: l’industrializzazione imponeva

ovunque quesiti di carattere squisitamente tecnico. In tale prospettiva i modelli nazionali si rivela-

vano anch’essi meno significativi: era necessario piuttosto un modello universale d’organizzazione

che prendesse atto di quelle trasformazioni industriali in corso a livello globale.

Tecnologia e specializzazione erano rese possibili dalle «large scale organizations», la più impor-

tante delle quali era certamente la «macchina nazionale governativa».

La società a tecnologia avanzata richiedeva infatti «un numero sempre più ampio d’attività per il

governo», da cui derivava una rete sempre più complessa di rapporti tra managers e managed.

Un altro elemento di convergenza era poi rappresentato da una nuova forma di «consenso», ba-

sato su quel corpo d’idee, credenze e valori che consentivano alla nuova società industriale di «fun-

zionare». Ne discendeva l’alto valore assegnato alle conoscenze scientifiche e tecniche.

Uno dei temi fondamentali era rappresentato dalle élites: l’industrialismo s’accompagnava infatti

ad una loro fondamentale trasformazione. Quelle ora adatte dovevano dimostrarsi dinamiche, ca-

paci d’estendere le nuove tecnologie e d’esercitare una grande influenza sulla società.

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Al vertice di questa minoranza attiva e dotata di prestigio vi erano quelle degli organization buil-

ders, ovvero di coloro cui spettava la costruzione e la gestione dell’organizzazione stessa.

Infine, Kerr giungeva a delineare la convergenza dei diversi tipi d’industrializzazione verso un

«industrialismo pluralistico». Il nuovo tipo di società risultante avrebbe consentito di conciliare la

libertà individuale al controllo organizzativo.

Il risultato di questa gigantesca trasformazione sarebbe stato la scomparsa delle differenze ideo-

logiche e culturali in favore di un «realismo» che avrebbe imposto di prendere in considerazione

solo le ipotesi «funzionanti». A livello di trasformazione delle élites, nel contempo, si sarebbero af-

fermate una «benevolente burocrazia politica» ed una «benevolente oligarchia economica». Sarebbe

invece entrata in declino la «vita parlamentare», dato che le vecchie questioni politiche sarebbero

state significative solo se riconducibili al piano tecnico.

Kerr applicò poi la medesima prospettiva ad una riflessione sulle trasformazioni avvenute e

quelle resesi necessarie nel mondo dell’università, con il volume The Uses of the University (1963), che

sarebbe poi diventato uno dei principali bersagli polemici delle contestazioni studentesche califor-

niane del ’64. Per l’intelligentsia liberal non poteva che risultare di grande importanza esplorare come

nuovo campo d’indagine il mondo della higher education.

Il punto di partenza di Kerr, il cui tema fu anticipato un anno prima dallo psicologo Stanford

Nevitt Sanford, era che l’idea che il modello universitario statunitense fosse diventato qualcosa di

molto diverso rispetto alle istituzioni accademiche dall’altra parte dell’Atlantico. Quella americana

era un’università di tipo nuovo: non propriamente «privata» ma neppure veramente «pubblica». Il

mondo universitario e quello sociale, politico ed economico erano giunti ad una sorta di fusione.

Partendo dai modelli ottocenteschi, cui subentrarono quelli tedeschi, s’arrivò agli anni Trenta alla

creazione dei dipartimenti, in cui il filosofo era anche diventato ricercatore. La «university» era di-

ventata «multiversity», grazie a grande disponibilità di fondi ed il coinvolgimento nella vita sociale.

La multiversity era costituita da molte comunità: degli studenti, degli umanisti, degli scienziati

sociali, degli scienziati, del personale non accademico, degli amministratori.

L’amministrazione costituiva un punto di riflessione per Kerr. Se nel Medioevo non era affatto

necessaria, ora l’amministrazione era diventata necessaria giacché l’università era diventata un’isti-

tuzione sempre più complessa. Al suo vertice si collocava il rettore, che doveva essere contempora-

neamente un saggio amministratore, affidabile collega, carismatico oratore ed astuto commerciante

con le fondazioni e le agenzie federali.

Secondo Robert Maynard Hutchins il rettore doveva essere essenzialmente un leader; Harold W.

Dodds l’aveva invece presentato come «educatore»; Frederick Rudolph Morrill come «iniziatore»;

secondo John D. Millett il compito principale del rettore doveva essere nell’ottenere consenso; per

Henry M. Wriston egli doveva essere un «persuasore».

L’epoca dei «monarchi» era comunque finita: per Kerr non aveva più ragione d’esistere un rettore

eccessivamente autocratico. Così come nella società, anche nel mondo accademico erano ora richieste

figure «esperte» e manageriali. Il tale prospettiva, il rettore dell’università doveva essere leader, ge-

store del potere, funzionario, uomo di cultura e soprattutto «mediatore» tra le parti.

La prospettiva della multiversity – o «Città dell’Intelletto» – era peculiare dell’America: Francia e

Russia, ad esempio, non avevano ancora reso così centrali nella vita sociale le proprie istituzioni

accademiche e mantenevano in una condizione di segregazione i proprî centri di ricerca. Le trasfor-

mazioni dovute all’esigenza dell’educazione di massa, secondo Kerr, inoltre non doveva affatto com-

portare la rinuncia alla formazione di alto livello: l’accesso più ampio all’università poteva anzi es-

sere utile per individuare talenti da trasferire nel settore dell’élite.

Non dissimili furono le idee espresse dal rettore della Cornell University e scienziato politico

James A. Perkins, erede della tradizione di William James e John Dewey, proseguita poi nell’età del

New Deal. Nel volume The University in Transition (1965) egli presentò l’università moderna come

erede della tradizione greca in base alla quale conoscenza e verità possono esser scoperte dalla ra-

gione umana. L’applicazione di questa conoscenza poteva portare ad un miglioramento della condi-

zione umana. La «trinità» della missione universitaria risiedeva nell’insegnamento, nella ricerca e

nell’estensione pratica.

Tutta la produzione di Kerr s’imperniava attorno agli ideali sofo-tecnocratici. In The Future of

Industrial Societies (1983), egli riprese la teoria della convergenza, partendo dalla considerazione ge-

nerale della progressiva diminuzione delle differenze ambientali in tutte le società umane causata

dapprima dall’agricoltura sedentaria e dal commercio, poi dal processo d’industrializzazione. Su tali

basi Herbert Marcuse aveva avanzato la propria ipotesi estrema secondo cui dall’industrializzazione

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sarebbe derivata un’omologazione dell’organizzazione sociale a livello globale, il cui risultato sa-

rebbe stato il dominio della conformità e dell’«uomo ad una dimensione».

Le nuove frontiere della tecnopolitica

1. «Nuova frontiera» e «Grande società»

Nel contesto della Guerra fredda gli Stati Uniti si presentarono come modello di modernità al

cospetto del mondo. Una modernità derivante, sul piano economico, dall’esperienza del New Deal

e dunque dalla trasformazione del capitalismo nella direzione di una cooperazione e permeazione

tra governo e business. In effetti il management pubblico-privato dell’economia proseguì negli anni

Cinquanta, anche sotto la presidenza Eisenhower, che si fece affiancare da un consigliere economico

e rivitalizzò il Council of Economic Advisers istituito da Truman nel ’46.

Negli anni Sessanta le presidenze democratiche di John F. Kennedy e di Lyndon B. Johnson, pro-

ponendosi il rilancio di politiche riformiste, consolidarono ulteriormente le aspirazioni ad un ruolo

positivo dello Stato ed alla razionalizzazione della società e dell’economia da parte di managers e

scienziati sociali. Alla trionfo della prospettiva liberal sarebbe però seguita la sua crisi più profonda,

contrassegnata da un lato dalle polemiche della nascente Nuova Sinistra e dalle istanze di democra-

zia «dal basso», dall’altro dal successo della crociata anti-liberal di marca conservatrice.

Nel frattempo dalla scienza politica erano giunti nuovi contributi alla legittimazione dell’élite

tecno-manageriale. In tale prospettiva «la teoria della decisione», elaborata da Herbert Simon, prese

le mosse dall’idea che l’individuo razionale fosse il frutto dell’«organizzazione» e dell’«istituziona-

lizzazione». La ragione per la quale gli individui s’organizzavano era di rendere possibile le decisioni

complesse.

Su queste basi le scienze sociali continuarono ad individuare quali oggetti di studio il ruolo del

potere esecutivo, degli staff, delle burocrazie e la loro centralità. Henry A. Kissinger esaltò il ruolo

degli «esperti sereni ed imperturbabili», applicando questo paradigma alla direzione delle politica

estera (in quanto segretario di Stato nelle amministrazioni repubblicane Nixon e Ford). Nella ge-

stione statunitense delle relazioni internazionali erano sempre prevalse le fobie e l’irragionevolezza:

di fronte alla sfide poste dall’introduzione delle armi atomiche si rivelava sempre più pressante la

necessità d’affidare compiti così delicati a chi era dotato delle corrette categorie e degli schemi co-

gnitivi provenienti da un approccio «scientifico» alle relazioni internazionali ed alla strategia.

Riscosse notevole successo Presidential Power (1960) di Richard Neustadt. Il volume si presentava

come una versione aggiornata del Principe di Machiavelli. Obiettivo dell’autore era indagare «il po-

tere personale e la politica: cosa è, come lo si ottiene, come conservarlo e come utilizzarlo». La tesi di

fondo era che se il presidente non avesse imparato ad utilizzare efficacemente il proprio potere,

avrebbe certamente finito per sprecarlo e anche per perderlo.

Il presidente non aveva infatti alcuna garanzia del fatto che il potere a lui assegnato fosse com-

misurato alle sue responsabilità: i poteri presidenziali formali non si traducevano direttamente in un

potere effettivo. Era dunque necessario che il presidente s’assicurasse di rivolgersi agli uomini giusti.

A rafforzare queste esigenze vi erano le esigenze poste dalla Guerra fredda: la sicurezza nazionale

gravava sulle spalle del presidente.

Victor A. Thompson in un’opera come Modern Organization (1961) ritornava sul tema weberiano

dell’espansione della burocrazia quale fenomeno indispensabile della modernità. In Bureaucracy and

Innovation (1969), prendendo atto del fatto che la burocrazia avesse scarsa propensione all’innova-

zione, egli propose una serie di correttivi per alterare la struttura burocratica e renderla più dina-

mica.

Ritornò sulla scena anche il vecchio planista George Soule, che in una nuova opera, Planning

U.S.A. (1967), ripropose la contrapposizione tra liberalismo conservatore e filosofie marxiste da un

lato, accomunate dalla credenza in un «uomo economico» guidato essenzialmente dal desiderio di

guadagno materiale, e dall’altro una visione dell’uomo incentrata invece sulla disposizione alla pia-

nificazione ed all’organizzazione. Soule collegò poi esplicitamente la centralità dell’organizzazione

nel progresso umano alla necessità di una «minoranza dirigente».

La ripresa dell’arsenale concettuale liberal trovò poi piena espressione nelle opere di alcuni grandi

economisti, come Walter Heller e John Kenneth Galbraith. Essi erano convinti che l’avanzamento

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della scienza economica fosse tale da permettere di realizzare finalmente il sogno dell’età progressi-

sta e di quella rooseveltiana: armonizzare pienamente gli interessi dei grandi gruppi economici con

l’interesse nazionale.

Nell’amministrazione Kennedy furono altresì reclutati diversi esponenti della Rand Corporation,

sulla base della convinzione generale che i più importanti problemi nazionali da affrontare fossero

«tecnicamente complessi» e non implicassero questioni «ideologiche». Il segretario alla Difesa Robert

S. McNamara, al contrario di quanti erano convinti che le società libere e democratiche soffrissero di

un eccesso di managerialismo, sostenne che la verità era dal lato opposto: le decisioni vitali non

potevano che essere prese «dall’alto». Lo staff di McNamara divenne un perfetto campo di speri-

mentazione delle teorie sofo-tecnocratiche concepite alla Rand, a partire dall’applicazione dei metodi

di systems analysis.

Il più noto teorico della systems analysis, Hermann Kahn, fu consulente alla Difesa alla fine della

Guerra del Vietnam. Alla base delle teorie elaborate dalla Rand e sostenute da Kahn vi era la con-

vinzione che la soluzione ai problemi della civiltà tecnologica potesse derivare solo da una tecnica

basata sull’isolamento di un problema e dall’esclusione di ogni dato non immediatamente rilevante

e che su quella base la systems analysis potesse contribuire al processo decisionale fornendo stime

quantitative su praticabilità e costi d’ogni alternativa nelle scelte da compiere.

Bruce L.R. Smith sosteneva che gli Stati Uniti non potessero permettersi di continuare a fare affi-

damento sulla mera «saggezza» nel prendere decisioni cruciali per la sicurezza mondiale. La systems

analysis era pertanto necessaria per aiutare il decisore politico nei valutari i costi e le conseguenze

delle possibili azioni. Nel 1967, tuttavia, Clay Thomas Whitehead dovette ammettere che c’era ancora

un gran numero di «questioni irrisolte» e che quella metodologia era per il momento più «arte» che

vera e propria «teoria».

Non mancarono, in effetti, coloro che da quelle esperienze «tecno-manageriali» uscirono delusi.

Fu il caso di William A. Niskanen, il quale contrappose ai poteri dell’expertise le virtù dello small

government: non vi era nulla «inerente alla natura degli ufficî e delle istituzioni politiche» che potesse

guidare i pubblici ufficiali «a conoscere, andare a cercare e perseguire l’interesse pubblico».

Una prospettiva critica fu assunta pure da Robert Boguslaw. In The New Utopians (1965) egli pre-

sentò gli «ingegneri sociali» come elaboratori di dati e progettisti di sistemi, come «nuovi utopisti»,

i quali prendevano le mosse «da un’accettazione totale della situazione tecnologica». L’«analisi fun-

zionale dei sistemi» aveva una lunga storia, a partire dalla Repubblica di Platone e dalla «divisione

del lavoro» ivi prospettata. Il problema di fondo era tuttavia rappresentato dalla grande differenza

tra gli «ideatori dei sistemi classici» (Thomas More, Francis Bacon o Charles Fourier) e le loro con-

troparti più recenti: era infatti scomparsa l’«aspirazione umanitaria» ed il valore preponderante ri-

siedeva solo nell’«efficienza».

In linea di massima l’ottimismo sofocratico kennediano fu salutato dagli intellettuali liberal degli

anni Sessanta come il definitivo trionfo delle loro tesi. Burnham, diventato cold warrior conservatore,

guardò all’amministrazione democratica con una certa ammirazione. McNamara, frattanto, aveva

impresso una svolta razionalizzatrice al Pentagono, dimostrandosi un perfetto esponente della

«nuova classe manageriale».

Contemporaneamente Kennedy riprese pure certi aspetti delle teorie del corporate liberalism. Il

presidente non mancò di chiarire fin da subito la sua visione del rapporto tra business e governo:

lungi dall’essere «nemici naturali» doveva essere «alleati necessarî». Tutte le economie dinamiche

producevano una disoccupazione per ragioni tecnologiche; ciò che la situazione richiedeva non era

un netto cambiamento del sistema dell’economia corporata, bensì l’intervento pubblico.

La presidenza Kennedy, fin dall’inizio, riprese dalla tradizione del Progressivism e dall’American

liberalism i toni populistico-nazionalistici. Il presidente non esitò infatti a promuovere la propria lea-

dership puntando sul carisma. Il culto kennediano della personalità si trasformò pienamente poi nel

culto del governo, di chiaro stampo liberal. Il presidente Johnson elaborò comunque quale propria

parola d’ordine a livello nazionale l’idea della Great Society: l’America doveva diventare una società

che mettesse fine alla povertà ed alle ingiustizie, avendo di mira il «bene nazionale».

Richard N. Goodwin, che Johnson aveva ereditato da Kennedy come speechwriter, affermò che era

compito del governo superare le resistenze dei cittadini di fronte all’azione burocratico-statale.

L’obiettivo doveva essere dunque spingere il popolo americano a sostenere le azioni governative.

Nuovamente, alla fiducia nel governo corrispondeva una nella propaganda. Le risorse per metter

80

fine alla povertà risiedevano nelle battaglie contro il razzismo, contro la mancanza di formazione

scolastica e contro la mancanza di «specializzazioni».

In quel clima culturale significativa fu la perdurante popolarità della psicologia comportamenti-

sta. Il principale esponente americano del comportamentismo nel secondo dopoguerra fu Burrhus

F. Skinner, il quale aveva diffuso l’ideale di un governo degli esperti basato su una «tecnologia del

comportamento umano». Skinner riformulò più volte le tesi del comportamentismo, rimarcando le

loro conseguenze sofo-tecnocratiche sul piano politico. Nell’ottica di Skinner, la «libertà» era una

nozione non necessaria per la felicità, ma anzi era convinto che l’impegno ideologico nei confronti

della libertà fosse stato una delle principali cause della miseria umana.

Il nuovo entusiasmo degli anni Sessanta per la tecnopolitica trovò pure espressione nell’opera del

teologo Harvey Cox The Secular City (1965). Punto di partenza della sua riflessione era la teologia

radicale del «Dio è morto». Su quella base, nella «Città secolare» l’uomo si doveva ormai prendere

«la responsabilità di dirigere le tumultuose energie del suo tempo». Liberatosi dalla tutela religiosa

e metafisica, l’uomo doveva spostare la sua attenzione da «altri mondi» verso questo: la politica, di

conseguenza, avrebbe dovuto assumersi il compito precedentemente svolto dalla teologia, ovvero

quello di dare unità e significato alla vita umana.

Cox riteneva possibile questa trasformazione della politica grazia all’avvento dell’era tecnologica,

che a suo avviso rendeva obsolete le vecchie istituzioni e spostava il centro del potere dalla proprietà

privata alle competenze tecnico-intellettuali. Su queste basi egli auspicava una nuova rivoluzione

teorica, che adattasse la politica ai tempi nuovi. Il risultato politico era presentato col neologismo

technopolis: i suoi due dirigenti fondamentali dovevano essere la «profanità» (fuori dal tempo) ed il

«pragmatismo». L’uomo profano doveva sentirsi impegnato a dedicare tutto se stesso al «qui ed

ora». L’uomo «pragmatico» era un «moderno asceta», devoto ad una disciplina nel prendere le de-

cisioni.

2. Modernità tecnomanageriale e teoria della modernizzazione

A rendere popolare l’ideologia liberal statunitense negli anni Sessanta contribuirono notevol-

mente le opere di John Kenneth Galbraith, il quale introdusse il termine «tecnostruttura» riferendosi

agli ingegneri, tecnici, amministratori e managers, nei quali riconobbe il nucleo operativo reale della

decisione economica. Evidente era la matrice vebleniana sulla sua opera.

In The New Industrial State (1967) Galbraith prese le mosse da quello che pareva essere il più

grande cambiamento economico del XX secolo: «l’applicazione di una tecnologia sempre più com-

plessa ed elaborata alla produzione di cose». Ciò aveva dato luogo alla specializzazione, che a sua

volta richiedeva un’adeguata organizzazione. Su tali basi giungeva ad affermare che l’America era

diventata una «società pianificata». Ora tutti gli aspetti basilari del sistema economico non potevano

derivare dalla fatale imprevedibilità del mercato, ma richiedevano pianificazione.

Messa in luce la centralità della pianificazione e dell’organizzazione, Galbraith s’interrogò su chi

dovesse principalmente «pianificare». Questo compito risiedeva in quelle classi che, nel corso della

storia, avevano detenuto il potere (proprietarî terrieri e capitalisti). Ora il compito era passato nelle

mani della «tecnostruttura», un gruppo variegato che egli intendeva estendere a tutti coloro che con-

tribuivano «con cognizioni specialistiche, talento o esperienza alle decisioni di gruppo». La grande

impresa, nella sua maturità, era retta da questa «tecnostruttura». L’autore riprendeva così le teorie

della «convergenza» ampiamente diffuse tra i liberals. Anche nei paesi socialisti, il potere era dete-

nuto non tanto dal partito, dal proletariato, bensì dalla tecnostruttura.

Era ora evidente che «l’insistenza sulla subordinazione della grande impresa contemporanea al

mercato» creava «gravi problemi all’economia, scienza per altri versi rispettabile». I membri della

tecnostruttura cercheranno ora «di adattare gli atteggiamenti e gli scopi del pubblico a quelli dei

membri della sua tecnostruttura»: l’individuo quale consumatore era di fatto subordinato ai fini della

tecnostruttura.

Oltre alla crescita, alla stabilità nel rapporto tra prezzi e salarî ed all’avanzamento dell’istruzione,

si rivelavano importanti i settori della ricerca e dello sviluppo. Accanto agli scienziati ed agli inge-

gneri s’affiancava così un corpo di docenti e ricercatori.

Allo sviluppo della specializzazione e della competenza provvedeva perlopiù il settore pubblico

dell’economia. Da iniziative di cui lo Stato era responsabile o da università e istituti di ricerca finan-

ziati dallo Stato provenivano «in gran parte le innovazioni scientifiche e tecniche».

81

In tale quadro era evidente la coincidenza di obiettivi tra tecnostruttura e Stato: quest’ultimo era

interessato alla stabilità economica, alla sua espansione, alla pubblica istruzione, al progresso tec-

nico-scientifico ed alla difesa della nazione; analogamente la tecnostruttura aveva bisogno della sta-

bilità della domanda per la programmazione industriale, auspicava investimenti governativi in ri-

cerca e sviluppo e traeva vantaggio dalle spese pubbliche di carattere tecnico o militare. Stato e tec-

nostruttura vivevano così in una sorta di «simbiosi burocratica».

Pluralismo e libertà sarebbero state garantite dall’alta educazione accademica dell’élite della tec-

nostruttura, composta da persone intellettualmente raffinate, non certo disposte a ridurre la propria

esistenza a mero servizio reso ad un’azienda. Pertanto il nuovo sistema industriale dava vita ad una

comunità che avrebbe respinto ogni «pretesa di monopolizzare i fini sociali».

Il paradigma tecnomanageriale investiva anche il campo più generale delle relazioni internazio-

nali e gli studî di politica mondiale, influenzati da Merriam e dai suoi allievi. Galbraith concepiva

così una politica – metropolitana e mondiale – organizzata in assenza di sovranità ma concepita co-

munque sulla base della direzione della scienza e dell’expertise.

In chiara opposizione con l’impianto appena visto vi era un diverso tipo d’approccio «realista»,

incentrato non sulla scienza ma sulla «politica di potenza» quale fattore essenziale per comprendere

le relazioni internazionali. In quella prospettiva si rivelò fondamentale l’opera di Hans J. Morgen-

thau Scientific Man Versus Power Politics (1946). Tuttavia il paradigma dominante negli USA degli

anni Cinquanta e Sessanta fu quello della modernità coltiva dall’intellighenzia liberal, e dunque il

grande progetto di un mondo costituito da Stati scientifici, tecnologici e di welfare.

La nozione di modernità sottesa alla visione internazionale statunitense si basava su alcun capi-

saldi ricorrenti: un industrialismo programmato dallo Stato e la fiducia nel razionalismo, nella

scienza e nell’expertise quali guide delle istituzioni democratiche. In tale prospettiva l’orizzonte

ideale dello sviluppo dei nuovi Stati indipendenti dell’Africa e dell’Asia in seguito alla decolonizza-

zione, così come nelle nazioni latinoamericane, era rappresentato da una versione astratta di ciò che

i liberal auspicavano per il loro paese. Essi ritenevano che nelle regioni post-coloniali dovessero esse

promosse trasformazioni che andassero nella stessa direzione di quella percorsa dagli Stati Uniti.

Le teorie della «modernizzazione», elaborate da studiosi come Gabriel Almond, Bert F. Hoselitz,

Myron Weiner, Daniel Lerner, Lucian Pye, Davide Apter e Karl Deutsch erano un’estensione

dell’idea liberal di «razionalizzazione» della società a livello globale.

Almond si era occupato dello studio della propaganda nemica negli anni della Seconda guerra

mondiale. Egli piegò come nella comparazione tra sistemi politici si dovessero prendere in esame le

funzioni svolte dai diversi «gruppi d’interesse». La sua preferenza andava per quelli «istituzionali»

ed «associazionali», poiché basati sull’organizzazione.

In un prospettiva non dissimile, Hoselitz sottolineò il ruolo decisivo dei fattori organizzativi nelle

economie «avanzate», soffermandosi sull’articolazione di «ruoli funzionali altamente specifici». Wei-

ner, concentrandosi sull’India e sull’Asia, si domandò se la «partecipazione politica» fosse compati-

bile con la crescita economica e l’integrazione nazionale nelle aree in via di sviluppo.

Nel lavoro di Lerner The Passing of Traditional Society (1958) tornava in primo piano il tema dei

simboli politici. Lerner analizzava il processo di modernizzazione relativo al Medio Oriente, dove

l’élite tradizionale stava scomparendo. A sostituirla avrebbero potuto essere l’esercito, la burocrazia,

i grandi proprietarî, i nuovi capitalisti, l’intellighenzia secolare, il proletariato urbano. Il problema

di fondo per tutti gli aspiranti era però di produrre un simbolismo convincente sul «bene pubblico»,

condizione fondamentale per ottenere consenso. In un contesto di transizione erano soprattutto gli

intellettuali «modernisti» a poter svolgere una funzione cruciale, chiarificando la «nuova via».

Pye spiegò invece quale «elemento centrale del processo di sviluppo» la «creazione di una buro-

crazia efficiente», indispensabile per la diffusione della razionalità. Questo elemento doveva essere

comunque affiancato da fattori come l’educazione dei cittadini e la partecipazione popolare.

Secondo Apter, lo sviluppo aveva diversi indicatori, tra i quali «un aumento del reddito pro-

capite, il numero di funzionali statali e la proliferazione dei ruoli strumentali specializzati». Le preoc-

cupazioni più importanti erano rappresentate dai «problemi del processo decisionale burocratico,

della dimensione organizzativa ottimale e della utilizzazione efficiente delle risorse». Su queste basi

egli spiegava la modernizzazione come «un caso speciale di sviluppo definito dall’industrializza-

zione». Il «sistema ottimale» per garantire il mantenimento del sistema industrializzato non si do-

veva intendere più quello democratico, bensì quello di trattare «questo problema del controllo nel

modo più efficace». 82

Analogamente Deutsch nel suo lavoro Nationalism and Its Alternatives (1969) pose una serie di

interrogativi riguardanti lo scenario globale: quali erano le potenzialità d’azione degli Stati nazione?

Che tipo di federazione poteva essere realizzata? Gli strumenti per rispondere a queste domande

erano «la teoria da un lato e i dati dall’altro», ovvero gli strumenti adoperati dagli scienziati sociali.

Delineando un quadro ottimistico di crescita e sviluppo delle conoscenze, Deutsch concludeva affer-

mando che la direzione verso cui il mondo s’avviava avrebbe portato, alla fine del secolo, ad un’ul-

teriore crescita delle capacità intellettuali.

Complementare all’esaltazione della technical expertise era pure un risoluto «antipopulismo» da

parte dei teorici della modernizzazione: essi ritenevano necessaria l’«imposizione» delle norme eco-

nomiche, sociali e culturali dell’élite più avanzata alle masse. L’unico approccio efficace ai problemi

dei paesi post-coloniali era quello «scientifico», «esperto», «amministrativo» e «strumentale». Un

ruolo cruciale spettava dunque allo Stato, ma sullo sfondo si faceva affidamento ad un demos docile,

subordinato ai «managers responsabili». Al colonialismo sarebbe così subentrata la tecnocrazia.

Di fronte al proliferare internazionale di repubbliche e democrazie, i teorici della modernizza-

zione non esitarono a sminuire l’importanza della partecipazione politica nella loro concezione del

funzionamento legittimo della democrazia. Testo fondativo per loro fu Capitalism, Socialism and De-

mocracy di Schumpeter. Almond riprese il punto di vista della teoria delle élites precisando che in

tutte le società la funzione specifica di prendere le decisioni spettava a «poche persone». Ma Almond

era anche convinto che il dibattito sulla politica estera statunitense si dovesse rivolgere «di fronte al

pubblico».

Di fronte alle numerose voci critiche della cosiddetta «società di massa» a fine anni Cinquanta,

dai filosofi e sociologhi immigrati tedeschi Theodor Adorno e Leo Löwenthal all’ex trotzkista ed

anarco-libertario statunitense Dwight Macdonald, il sociologo Edward Shils rifiutò la riduzione della

cultura di massa a forma di distrazione ed indebolimento delle classi subalterne di fronte allo sfrut-

tamento capitalistico e a standardizzazione imposta dalla «industria culturale». A suo avviso la cul-

tura di massa assolveva invece ad una funzione specifica come mezzo non coercitivo per occupare

le masse evitando eccessive interferenze alle élites ed agli intellettuali.

Le teorie della modernizzazione era poi concepite in un contesto anticomunista ma nel contempo

condividevano con il comunismo alcuni aspetti della struttura intellettuale del leninismo, quali la

fiducia in un’élite tecnicamente preparata e l’idea di una necessaria espansione dei poteri statali. Per

i teorici liberals, USA ed URSS erano società «moderne», ma Shils riteneva che un fattore di maggior

avanzamento degli Stati Uniti rispetto al sistema sovietico era rappresentato dall’autonomia della

«comunità scientifica».

All’ascesa delle teorie della modernizzazione s’accompagnò il successo dell’espressione «fine

dell’ideologia», la quale intendeva segnare il trionfo della società americana nel dopoguerra. La «fine

dell’ideologia» sanciva la vittoria dell’expertise e delle nuove élites della competenza. La usò per

primo Shils nel ’55, che a sua volta l’aveva sentita pronunciare da Raymond Aron. Vi era ormai un

ampio consenso sul welfare state democratico come unica forma decente per organizzare la società e

tale situazione poteva aprire le porte all’inizio di un’era post-ideologica.

Su quelle stesse basi il sociologo Seymour Martin Lipset riteneva che gli intellettuali si distanzias-

sero ormai assai poco sullo spettro delle posizioni ideologiche. Nella prospettiva della teoria della

modernizzazione, il punto finale dello sviluppo storico era rappresentato dalla visione «idealizzata»

degli Stati Uniti, «eccezionali» nella prospettiva della consensus history perché, come diceva Boorstin,

mancanti di «filosofia politica» ed incentrati piuttosto sulla ricerca tecnico-scientifica.

Dall’ambizione liberal-internazionalista d’esportare il modello statunitense discendeva la rifles-

sione sui paesi «sottosviluppati». I teorici statunitensi rimproveravano agli intellettuali del Terzo

Mondo il loro essere ancora prigionieri delle ideologie, dalle quali poi discendevano comportamenti

politici irresponsabili. La retorica post-coloniale antioccidentale era funzionale al tentativo di supe-

rare i sentimenti d’inferiorità nazionale. Se dunque l’ideologia era sempre più anacronistica nell’af-

fluent society statunitense, aveva ancora una sua funzione in alcune parti del mondo per lo sviluppo

di libere istituzioni politiche ed economiche. Vi era dunque una sorta di «stadio ideologico» che

doveva ancora giungere a piena maturazione.

Le teorie della modernizzazione avevano quali proprî modelli «operativi» le politiche liberal

messe in atto negli Stati Uniti a partire dal New Deal. In particolare frequenti furono i richiami alla

TVA. Non mancò chi propose un’iniziativa simile anche per la regione del bacino danubiano. La

TVA era chiaramente intesa come una grande pianificazione elaborata da esperti per realizzare la

83

«volontà del popolo». Allo stesso modo la European Recovery Program fu talvolta descritto come

una «European TVA».

Questo tipo di visione dello sviluppo economico fu al centro delle opere di Walt Whitman Ro-

stow, economista che più di chiunque altro riuscì ad esercitare una tale influenza da determinare le

scelte di politica estera delle amministrazioni Kennedy e Johnson. In The Stages of Economic Growth

(1960), Rostow teorizzò il passaggio attraverso cinque stadî di sviluppo: la società tradizionale, la

fase preliminare per il decollo, il decollo, la maturità ed infine il periodo del «grande consumo di

massa». L’ultimo stadio era il prodotto di un «diffuso perfezionamento tecnologico». In questa pro-

spettiva era necessario che le persone incominciassero «ad essere stimate nella società non per la loro

appartenenza ad un clan o classe […] ma per la loro individuale capacità d’assolvere certe determi-

nate funzioni, sempre più specializzate».

In tale prospettiva, il modello di sviluppo economico sovietico nel periodo 1929-56 – anno della

morte di Stalin – era nelle sue grandi linee «simile a quello dell’Europa occidentale e degli Stati

Uniti», ovviamente al di là delle dovute differenze. Nello stadio di «post-maturità» sarebbe stato

possibile il perseguimento di potenza esterna, oppure l’uso delle risorse nella direzione dello Stato

del benessere e dell’espansione del livello di consumi. Compito dell’America era di persuadere i

Russi ad accettare le conseguenze della pace e dell’epoca del grande consumo, mostrando per il loro

paese «un’interessante e vitale alternativa sia alla corsa agli armamenti che alla resa incondizionata».

Nel volume scritto in collaborazione con Alfred Levin, The Dynamics of Soviet Society (1952), Ro-

stow si era soffermato sulle alternative che l’Unione Sovietica aveva di fronte a sé. Un fattore cruciale

era rappresentato dall’ascesa di una burocrazia opposta alla vecchia generazione che aveva preso

parte dalla Rivoluzione ed al periodo formativo nel quale il Partito come istituzione viva era stato il

centro del potere. Specializzazione e criterio d’efficienza parevano ora porre le premesse per un con-

flitto tra una «prospettiva tecnocratica» ed un sistema basato sull’esercizio di potere erratico, arbi-

trario ed irrazionale.

Per favorire l’evoluzione russa verso la fase del grande consumo di massa era inoltre indispensa-

bile dimostrare che le «nazioni sottosviluppate» potevano giungere con successo al decollo «resi-

stendo alle blandizie ed alle tentazioni del comunismo». Centrale in questo progetto era il ruolo delle

«élites intellettuali non comuniste di queste società di transizione».

In The United States in the World Arena (1960), Rostow sottolineò ulteriormente il ruolo fondamen-

tale spettante allo «specialista», che nella tradizione americana era sempre stato incoraggiato a «ri-

manere entro i confini della propria disciplina». Ora invece si rivelava indispensabile la capacità di

giungere ad una «sintesi intellettuale», ovvero di «unificare il sapere» in modo tale da renderlo fa-

cilmente utilizzabile «nella formulazione politica del paese». Altro fattore importantissimo era l’evo-

luzione della burocrazia e dell’amministrazione, così come il progressivo crescere della specializza-

zione. All’interno delle unità amministrative si doveva pertanto ridare il senso della responsabilità

individuale. Secondo questo punto di vista, Rostow intendeva riconciliare la modernità tecno-buro-

cratica al valore dell’individualismo. In tale ottica concepiva la leadership politica. Il leader era conce-

pito come uno specialista e come un innovatore, che percepiva i problemi ed organizzava «soluzioni

tecniche per ciascuno di essi».

La società funzionale e post-logica

3.

A partire dal secondo dopoguerra l’egemonia sulla teoria sociologica statunitense precedente-

mente esercitata dagli studiosi di Chicago fu contesta alla scuola di Harvard diretta da Talcott Par-

sons. L’approccio «funzionalista», di cui egli divenne il principale esponente, pareva proiettato sulla

società americana; secondo alcuni critici si trattava quasi di una costruzione e legittimazione «ideo-

logica» di essa, incentrata sull’integrazione dell’ordine sociale e non sui conflitti, interpretati come

«disfunzioni». In Inghilterra, Parsons aveva conosciuto Leonard T. Hobhouse, dal cui indirizzo libe-

ralsocialista riprese la polemica contro l’individualismo filosofico e contro la concezione individua-

listica della proprietà privata. Era stato questo il senso degli insegnamenti che aveva tratto dall’eco-

nomista Harold J. Laski. Spunti della dottrina funzionalista erano provenuti dall’antropologo Broni-

slaw Malinowski.

In The Structure of Social Action (1937) egli presentò l’approccio «struttural-funzionalista». A suo

avviso tutte le società svolgevano alcune funzioni fondamentali senza le quali nessuna di esse sa-

rebbe stata in grado di sopravvivere. 84

Il sistema sociale era considerato alla stessa stregua di ogni «sistema vivente». La società era

quindi in continuo movimento. Su queste basi era necessario individuare quali fattori garantissero

l’ordine sociale. Lo scopo della scienza sociale era di scongiurare i conflitti sociali.

Parsons sottolineava la funzione politica delle scienze sociali. Egli riteneva che dopo la rivolu-

zione industriale fosse ormai necessaria una dell’istruzione: razionalità e scienza avrebbero così ali-

mentato l’ethos della società moderna. La «competenza», derivante dall’educazione, costituiva il

perno dell’organizzazione sociale. Inoltre, essa aveva modificato anche le gerarchie nelle imprese

private, finendo per soppiantare l’autoritarismo politico e lo sfruttamento capitalistico.

Al centro della teoria parsoniana del mutamento sociale vi era l’idea durkheimiana della divi-

sione del lavoro. In The Social System (1951) spiegò la struttura del sistema sociale come una «rete di

relazioni» caratterizzate dallo «status-ruolo» dei sistemi sociali.

Particolarmente rilevante nel processo di modernizzazione sociale era rappresentato dall’«istitu-

zionalizzazione dell’indagine scientifica». Il progresso della conoscenza empirica era stato possibile

solo attraverso una «specializzazione dei ruoli». Si sviluppava così a livello sociale un’«interruzione

nella comunicazione»: «lo scienziato dipende inevitabilmente dai “profani” sia per il sostegno di cui

ha bisogno sia per la fornitura delle risorse. Ma il profano non è tecnicamente competente a giudicare

nei particolari ciò che fa lo scienziato, e la sua accettazione si fonda sull’“autorità”». Da ciò derivava

il rischio della «monopolizzazione della conoscenza», una possibilità di «disfunzione» cui Parsons

contrapponeva l’inserimento della scienza in un «sistema istituzionalizzato»: lo status in una facoltà

universitaria conferiva allo scienziato un ruolo chiaramente istituzionalizzato. Per altro verso l’uni-

versità, grazie al suo prestigio, serviva pure a proteggere la libertà dello scienziato «di svolgere la

propria funzione di fronte a forze presenti nella società» che tendevano altrimenti ad interferire con

essa.

Nel volume Economy and Society (1956), scritto assieme a Neil J. Smelser, Parsons volle approfon-

dire l’«integrazione della teoria economica e sociale», soffermandosi soprattutto su una trasforma-

zione strutturale dell’economia americana. Il mutamento di questione – sintetizzabile nella tesi «se-

parazione delle funzioni di proprietà e controllo» – si era verificato negli ultimi cinquant’anni.

Questo cambiamento della struttura aziendale si era accompagnato «a mutamenti nel sistema di

stratificazione della società». I gruppi al vertice non avevano però saputo consolidare la loro posi-

zione in modo da costituire la classe dominante della società. Il dirigente era dunque diventato «la

figura chiave nella struttura economica» ed il risultato era un’élite americana «meno rigidamente

strutturata» ed una società «costituita da molti sottosistemi interrelati».

Il problema centrale dell’opera era di mostrare come i mutamenti strutturali in economia fossero

affrontabili in termini sociologici. Il successo nell’ambito delle scienze sociali statunitense nell’età

della Guerra fredda può essere certamente ricondotta all’impegno nell’arginare il marxismo. La re-

plica a Marx passava in una lettura «ottimistica» di Weber: la modernizzazione sociale era descritta

nei termini di una progressiva e positiva «razionalizzazione», ovvero differenziazione strutturale.

Parsons inoltre riteneva che la classica nozione di «sovranità statale» fosse ormai obsoleta. Il «po-

tere» era la capacità da parte di un sistema sociale di mobilitare risorse per ottenere fini collettivi. Il

potere era dunque la prova dell’esistenza dell’ordine e dell’organizzazione. Queste erano le nuove

basi sulle quali per la prima volta nella storia si doveva prender atto dell’esistenza di una comunità

politica mondiale.

Parsons non intendeva allinearsi alla tesi della «fine dell’ideologia», avanzata, tra gli altri, da Da-

niel Bell: l’ideologia rimaneva, secondo Parsons, un fattore essenziale in un sistema sociale com-

plesso; aveva una funzione positiva quale «meccanismo educativo». Società occidentale e comuni-

smo condividevano il processo d’industrializzazione, ma differivano nel concepire il modo in cui

organizzare il sistema di controllo produttivo e la distribuzione delle risorse. La progressiva neutra-

lizzazione e istituzionalizzazione del potere stava sviluppando una tendenza all’universalismo, gra-

zie alle quali le relazioni internazionali sarebbero diventate sempre meno dipendenti dal comporta-

mento degli Stati, sia dalle divergenze ideologiche.

L’influenza parsoniana finì col consolidare uno sviluppo delle vecchie scienze sociali che preten-

deva d’essere in rapporto di totale alterità rispetto altri approcci «ideologici». In quella direzione si

mossero pure autorevoli politologi, come Robert A. Dahl e David Easton, convinti che la scienza

politica fosse oramai destinata a basarsi su metodi empirici e quantitativi. Inoltre Dahl, con la sua

interpretazione «prescrittiva» della democrazia statunitense come «poliarchia», e Easton, con il suo

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di storia delle dottrine politiche, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Giovanni Borgognone: "Tecnocrati del progresso", di Giovanni Borgognone. Gli argomenti trattati sono i seguenti: storia del pensiero politico americano, dal XIX secolo ai giorni nostri. Il New Deal:le radici ideologiche e la sua eredità.

Progressismo, liberalismo, planismo, eugenetica progressista, rapporti col fascismo e comunismo, la repubblica sofo-tecnocratica e manageriale. Il ruolo-chiave degli "esperti" e dei "tecnici". Elitismo. Utilitarismo e pragmatismo.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giacometallo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle dottrine politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Borgognone Giovanni.

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