Estratto del documento

Scienze sociali e progressismo

Università, economia corporata e stato

Negli Stati Uniti dell’ultimo Ottocento, la fine della Guerra civile innescò un impetuoso sviluppo economico, favorito dagli effetti della rivoluzione industriale. La rapida espansione urbana, il proliferare di ricchezze ed interessi, l’imporsi di monopolî e trusts furono i temi intorno a cui la teoria politica e le scienze sociali non poterono che concentrarsi. Erano le premesse del «progressismo», che avrebbe fortemente connotato la cultura politica statunitense dei primi due decennî del Novecento, impregnandola di un simbolismo incentrato sulle immagini della “scienza”, della tecnologia, dell’efficienza e del policy making da parte degli «esperti» e dei «colti».

Nell’ultimo quarto di secolo le innovazioni furono travolgenti non solo per la prima potenza mondiale, la Gran Bretagna, quanto per la Germania e gli USA. Furono questi i primi due paesi che sperimentarono il passaggio ad una nuova forma d’organizzazione della grande impresa, la corporation. Di lì discese una proliferazione di speculazioni teoriche sulla natura del capitalismo e sui suoi sviluppi: la corporation, con la sua complessa articolazione interna, nella quale la «proprietà» (spesso frammentata nelle mani di moltissimi azionisti) pareva aver perso il primato di fronte al potere di «controllo» esercitato dal board of directors e dai managers, suggerì a molti osservatori l’idea che il sistema economico ottocentesco fosse entrato in una fase di profondo mutamento.

Oltre alla centralità assunta dalla comunità intellettuale ed accademica di fronte ai problemi della modernità industriale ed oltre alle teorie sul superamento del capitalismo ottocentesco, un terzo fattore di rinnovamento culturale degli Stati Uniti derivò dalle conseguenze istituzionali della Guerra civile, nel corso della quale, per sconfiggere il Sud e preservare l’Unione, il Nord aveva dato corso ad un’espansione degli effettivi poteri del governo federale al di là dei precedenti «limiti costituzionali». Alla «nazionalizzazione» del paese dopo la vittoria del Nord, s’accompagnò un consolidamento di quel rinnovato ed ampliato ruolo delle istituzioni pubbliche. Venne inaugurato un nuovo modo di concepire il ruolo dell’amministrazione e dello Stato federale: in un paese fino ad allora preoccupato fondamentalmente a salvaguardare il principio di libertà individuale e d’impresa da ogni forma di potere superiore iniziò rapidamente a farsi strada una concezione «attivistica» del ruolo del governo. Obiettivi comuni divennero così la stabilità, la programmazione e l’armonica divisione dei compiti, concepiti come conseguenze di un processo razionale e controllato del cambiamento sociale, a sua volta reso possibile dall’ascesa di una nuova élite di «competenti» alle posizioni decisionali.

In tale contesto gli studiosi della politica e della società concepirono se stessi come una sorta di «avanguardia intellettuale» della grande trasformazione in corso. Non di rado i riformisti del primo Novecento ritennero opportuna una parziale evoluzione della «politica» in «amministrazione», con la sottrazione di notevoli poteri decisionali ai «rappresentanti del popolo» e la loro attribuzione ai «tecnici». L’articolata composizione delle corporations offriva in tale prospettiva un ottimo modello per le istituzioni politiche.

Pur conducendo le proprie battaglie in nome dei principî della democrazia americana, gli scrittori politici e gli scienziati sociali non delinearono un rinnovamento dal «basso». Essi appartenevano ad una media borghesia intellettuale che per molti versi intendeva giustificare a livello ideologico le proprie aspirazioni ad un maggior prestigio sociale. L’economista Irving Fisher pose la questione in termini molto espliciti: il mondo – a suo parere – era costituito da due «classi», quella colta e quella ignorante, ed era essenziale per il progresso che alla prima fosse consentito di governare sulla seconda.

Gli ultimi due decennî dell’Ottocento (la cosiddetta «età dorata») furono caratterizzati da ampî dibattiti sul reale senso da attribuire alla democrazia americana, e non di rado le élites intellettuali espressero le proprie riserve di fronte ad una democrazia che rischiava di rivelarsi come l’anticamera dell’anarchia. Questo in fondo era già lo spirito che aveva mosso il gruppo dei cosiddetti mugwumps ed i dibattiti sulla civil service reform di cui erano stati protagonisti. In quella stessa direzione le scienze politiche e sociali americane di fine XIX secolo si soffermarono sul ruolo centrale d’assegnare al potere statale.

Storia e scienza politica

Il crescente prestigio della scienza si proiettò sullo studio della politica, della società, dell’economia e sull’elaborazione delle soluzioni ai problemi della modernità. Le modalità in cui ciò avvenne furono anch’esse largamente condizionate dall’influenza esercitata dalla cultura tedesca su quella statunitense. Ad attirare l’attenzione dei migliori studenti che andavano a compiere un percorso di studi in Germania non poterono che essere le differenze tra il Nuovo ed il Vecchio mondo: da un lato un diffuso «anti-intellettualismo» statunitense e dall’altro il valore riconosciuto alla cultura in quasi tutti gli strati sociali tedeschi.

In Germania l’entusiasmo filosofico per la scienza aveva generato l’aspirazione ad elaborare un impianto metodologico proprio per le cosiddette «scienze dello spirito» (Geisteswissenschaften): l’idea di fondo era che, così come le «scienza della natura» (Naturwissenschaften) avevano un oggetto d’osservazione ed un metodo, anche quelle dello spirito dovessero essere dotate di specificità; il campo d’osservazione era la storia, il metodo quello della ragione critica. La storia pertanto doveva essere studiata scientificamente. Diventando in tal modo possibile la ricerca empirica pure le Geisteswissenschaften, l’umanità sarebbe potuta pienamente entrare nell’«era della scienza».

Furono queste le basi poste dalla scuola tedesca, che ebbe tra i suoi massimi esponenti Johann Gustav Droysen. Nel suo testo-guida, tradotto in America col nome di Outline of the Principles of History (1858), egli spiegò come la ricerca storica avesse un oggetto ed un metodo diversi da quelli delle scienze naturali ma altrettanto fondati e rigorosi: lo storico non doveva perdersi in speculazioni, bensì indagare per comprendere: questa era la sua operazione conoscitiva fondamentale. Droysen fu inoltre autore di una monumentale Storia della politica prussiana (1855-1886) in 14 volumi, opera volta a mostrare come la storia prussiana avesse indicato l’unica strada percorribile verso l’unificazione della Germania (legittimando l’azione politica del cancelliere Bismarck).

Negli Stati Uniti Henry Adams introdusse nella sua università d’origine – l’ateneo di Harvard – i metodi appresi nel Vecchio mondo. Egli pubblicò in nove volumi una Storia degli Stati Uniti d’America (1891-1896), dedicati agli anni delle amministrazioni di Thomas Jefferson e di James Madison, durante le quali, a suo avviso, il paese era uscito dal senso d’inferiorità nei confronti dell’Europa. Successivamente Adams, nella sua prolusione La tendenza della storia, volle delineare l’ideale di una «storia scientifica» nel senso di una «scienza dell’uomo», diversa delle scienze della natura ed orientata alla ricerca delle leggi fondamentali della società.

L’insegnamento metodologico di Droysen fu poi ripreso alla lettera da Herbert Baxter Adams, che ebbe un ruolo di primissimo piano nel ricondurre lo studio della politica all’ambito delle «scienze sociali». Il metodo scientifico da adoperare in questo campo era quello insegnato dalla scuola storica tedesca. In tal modo affermava che la storia è «politica al passato» e la politica è «storia al presente». Furono queste le premesse per la nascita della moderna «scienza politica» negli Stati Uniti. Dalla Germania era giunta ancor prima dell’influenza dell’hegelismo. Dalla filosofia di Hegel pareva discendere un approccio «olistico» allo studio della politica così come a quello della società e dell’economia: le proprietà della «totalità» o del «sistema» non potevano essere spiegate a partire semplicemente dalle sue componenti.

In questa prospettiva le pretese di scientificità condussero inoltre ad una contaminazione con il linguaggio della biologia: lo Stato fu concepito come «organismo», non riconducibile alla somma delle sue componenti. Anche a tal punto gli insegnamenti della scuola europea si rivelarono preziosi. Fece breccia la polemica dei filosofi tedeschi contro le «astrazioni del diritto naturale» e l’adozione di un «approccio organicistico»: su tali base la teoria politica statunitense rigettò l’idea del «contratto» quale fondamento dello Stato. Veniva meno la concezione lockeana del «patto» all’origine dello Stato ed a protezione dei diritti naturali dell’individuo.

La scienza politica insegnata in Germania era nota come Machtlehre («dottrina del potere») e come Staatswissenschaft («scienza dello Stato»); vi contribuirono due grandi esponenti del positivismo giuridico tedesco dell’epoca, Paul Laband e Karl von Gerber, i quali teorizzavano il potere dello Stato come centro nevralgico del diritto pubblico, descrivendo il popolo come «insieme di soggetti dominati dallo Stato». Nell’ottica della vita nazionale, fondamentale era il ruolo affidato alla «razionalità tecnico-amministrativa» della burocrazia.

Anche per gli studiosi americani il termine Staatswissenschaft cominciò ad indicare la nuova disciplina della scienza politica, caratterizzata da sistematicità e metodologia rigorosa, basata sulla comparazione e l’analisi dei dati. In contrasto coi precedenti indirizzi filosofico-morali, essa prometteva di scoprire le leggi dello sviluppo della politica così come avveniva nell’ambito delle scienze naturali. In questo modo, sull’insegnamento tedesco, la scienza politica americana mise le proprie radici. Uno dei più popolari libri dell’epoca, Politics (1883) di William Crane e Bernard Moses, spiegava che la scienza politica si divideva in due rami: la «politica analitica», ovvero la «politica come scienza», il cui oggetto era lo sviluppo e la struttura dello Stato quale «organismo per la concentrazione e la distribuzione del potere politico»; la «politica pratica», ovvero la «politica come arte», che si occupava di motivi e dunque di cosa lo Stato dovesse fare.

Al successo dell’importazione del modello tedesco in America contribuì John W. Burgess. Convinto che la Staatswissenschaft avrebbe potuto contribuire positivamente allo sviluppo della scienza politica americana, pur trovando l’opposizione di alcuni colleghi professori, i suoi progetti furono accolti alla Columbia di New York. Burgess dedicò il suo capolavoro Political Science and Comparative Law (1890) alla memoria del maestro Droysen. Una delle premesse alla concezione della scienza politica elaborate da Burgess era che l’obiettivo della storia fosse di giustificare la teoria del governo. Presentò lo Stato come il prodotto della progressiva rivelazione della ragione nella storia e la sua categoria basilare, quella della «sovranità», unica garanzia per la libertà individuale. Su tali basi assegnò alla scienza politica il compito di plasmare la legislazione e le istituzioni nella direzione del progresso sociale.

Burgess descriveva la sua nazione come «unica ed esclusiva sovrana»: un «tutto» superiore ad ogni sua parte e dotato di suoi «organi»: il parallelismo con la biologia era rivelante. Da questo discese anche un’impronta razziale nella «scienza dello Stato». In tal senso un punto di riferimento erano le idee del giurista svizzero Bluntschli. Quest’ultimo aveva teorizzato l’innata superiorità dei popoli «ariani». Burgess partì dallo stesso presupposto, riconoscendo nei «teutoni», nei «greci» e nei «latini» i tre rami della razza ariana e vedendo negli indiani americani, negli africani e negli asiatici popoli incapaci di concepire istituzioni ed ideali politici moderni. Lo «Stato nazionale» era creazione del «genio teutonico» (cui gli USA appartenevano). Alla tradizione greca risaliva l’idea dell’autonomia locale, mentre a quella latina la tendenza imperiale romana all’universalità.

Su consiglio di Burgess, Nicholas Murray Butler studiò in Germania. Scrisse in seguito True and False Democracy (1907), dove spiegò che, se la parola democrazia era antica, la sua forma reale moderna era molto recente: non poteva esservi democrazia senza «opinione pubblica». Questa era però il più grande problema della democrazia: gli stessi individui che costituivano il popolo (people) erano potenzialmente anche folla (mob), a cui si rivolgeva il demagogo, mentre al popolo doveva rivolgersi il vero statista. L’ideale di Butler era di adattare al moderno Stato democratico il modello platonico, realizzando un popolo di filosofi-governanti. Se questo era l’orizzonte utopico, l’esigenza degli USA, in vista di un’educazione dell’opinione pubblica, era rappresentata dall’ascesa di una «vera aristocrazia», incentrata sull’intelletto e sul servizio. La democrazia era impensabile senza il contributo decisivo di un’élite reclutata sulla base del talento e delle capacità. Un pilastro dell’educazione del buon cittadino americano avrebbe così dovuto essere lo Stato come «compimento» della vita dell’individuo.

Si spinse in questa direzione anche il rettore di Harvard, A. Lawrence Lowell con il lavoro Public Opinion and Popular Government (1913). Lowell concettualizzò una nuova burocrazia composta da persone competenti e retribuite, alle quali sarebbe stata affidata la gestione «tecnica» delle attività di un governo. Al popolo l’autore assegnava il compito d’indicare in generale la via che il governo avrebbe dovuto percorrere, ma quello di condurre effettivamente le politiche pubbliche sarebbe spettato agli «esperti».

Economia

Anche in questo settore, fondamentale fu la lezione tedesca. L’idea di fondo era nuovamente rappresentata da un approccio «scientifico». Secondo la nuova generazione di studiosi l’economia non poteva essere ridotta a leggi astratte ed immutabili, com’erano quelle degli economisti classici. Il pensiero economico di fine Ottocento ed inizio Novecento si presentava dunque come «anti-formalistico».

A giungere in soccorso delle scienze sociali statunitensi fu ancora il mondo dell’università tedesca e delle sue teorie, in particolare quelle di Gustav Schmoller, esponente di spicco della «scienza dell’economia nazionale». Questa era un «organismo sociale» la cui «vita» trascendeva quella dei singoli individui, dei gruppi d’interesse e delle singole generazioni, bensì abbracciava l’intero popolo in tutto il corso della sua esistenza storica. Al pari di quanto gli scienziati politici ed i giuristi tedeschi affermavano circo lo Stato ed il diritto, gli economisti sostenevano che ogni nazione dovesse essere considerata dotata di un proprio sistema economico, unico per natura e sviluppo.

Nonostante la polemica dell’applicazione della matematica all’economia, la statistica rappresentò per molti studiosi tedeschi una rilevante eccezione. Adolph Wagner la considerata utile strumento per studiare la vita degli Stati in termini quantitativi. Al di là delle differenze, tutti gli economisti tedeschi erano accomunati dalla convinzione che il loro ruolo dovesse essere pubblico, con una particolare funzione di vocazione. Con questa premessa nacque il Verein für Sozialpolitik (1872), associazione i cui membri ritenevano che il Verein potesse assumere autorevolezza e prestigio tali da dare efficacia pratica alle loro prescrizioni, tutte riguardanti le modalità con cui riconfigurare l’economia in modo nuovo. Dagli economisti classici furono definiti «socialisti della cattedra», mentre i socialdemocratici li criticavano in quanto non sufficientemente radicali nella loro critica al capitalismo. Non poche volte i Kathedersozialisten videro nella legislazione sociale di Bismarck un ottimo punto di partenza.

Anche gli scienziati sociali americani elaborarono proposte convergenti nell’ottica della regolamentazione economica e dell’interventismo statale. Si trattava d’individuare una teoria economica più adatta al carattere nazionale americano rispetto alla classica nozione britannica del laissez-faire. Pertanto le scienze sociali statunitensi puntavano a delineare la visione di un paese più diversificato nei suoi indirizzi (organizzazione, aspetto sociale, servizî, ecc.) rispetto ad una società fondata sull’accumulazione della proprietà privata. Molti furono coloro che accusarono d’«anarchia» l’individualismo capitalistico, giudicandolo responsabile del caos della modernità e del declino dei valori repubblicani americani delle origini.

Tra gli economisti americani uno dei principali innovatori fu Henry Carter Adams, il quale si impegnò in una revisione delle teorie economiche classiche per adattarle alla realtà statunitense.

Anteprima
Vedrai una selezione di 21 pagine su 98
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 1 Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 2
Anteprima di 21 pagg. su 98.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 6
Anteprima di 21 pagg. su 98.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 11
Anteprima di 21 pagg. su 98.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 16
Anteprima di 21 pagg. su 98.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 21
Anteprima di 21 pagg. su 98.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 26
Anteprima di 21 pagg. su 98.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 31
Anteprima di 21 pagg. su 98.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 36
Anteprima di 21 pagg. su 98.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 41
Anteprima di 21 pagg. su 98.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 46
Anteprima di 21 pagg. su 98.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 51
Anteprima di 21 pagg. su 98.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 56
Anteprima di 21 pagg. su 98.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 61
Anteprima di 21 pagg. su 98.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 66
Anteprima di 21 pagg. su 98.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 71
Anteprima di 21 pagg. su 98.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 76
Anteprima di 21 pagg. su 98.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 81
Anteprima di 21 pagg. su 98.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 86
Anteprima di 21 pagg. su 98.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 91
Anteprima di 21 pagg. su 98.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Riassunto esame storia delle dottrine politiche, prof. Borgognone, libro consigliato "Tecnocrati del progresso" di G. Borgognone Pag. 96
1 su 98
D/illustrazione/soddisfatti o rimborsati
Acquista con carta o PayPal
Scarica i documenti tutte le volte che vuoi
Dettagli
SSD
Scienze politiche e sociali SPS/02 Storia delle dottrine politiche

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Giacometallo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia delle dottrine politiche e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Borgognone Giovanni.
Appunti correlati Invia appunti e guadagna

Domande e risposte

Hai bisogno di aiuto?
Chiedi alla community