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Riassunto esame storia della scienza, prof. Monti per esame di storia della scienza dell'età moderna nascita della fisiologia e meccanicismo Appunti scolastici Premium

Sunto dettagliato delle lezioni di storia della scienza che vertevano sul meccanicismo e la nascita della fisiologia, argomenti trattati: von haller, malpighi, e tutti i meccanicisti dell'età moderna, Università degli Studi Piemonte Orientale Amedeo Avogadro - Unipmn. Scarica il file in PDF!

Esame di Storia della scienza moderna e contemporanea docente Prof. M. Monti

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quando arriva lo stimolo giusto proveniente dal cervello, il fluido esce dalle estremità e giunge nella

parte carnea, dove avviene una sorta di reazione esplosiva che causa il rigonfiamento e la

contrazione della parte carnea; il muscolo smette di contrarsi quando gli spiriti animali tornano nella

loro parte tendinea, tornando alla posizione iniziale. Torniamo quindi a un’idea di passività, perché

la fibra torna ad essere un contenitore passivo il cui movimento è determinato solo dal suo

contenuto, ovvero il liquido.

Una spiegazione che riprende l’idea della forza contrattile della fibra è sviluppata invece

dall’italiano Borelli, il quale riesce a fondere le teorie chimiche di Willis con la fisica

meccanicistica galileiana. Costui usa il termine malpighiano di machinulae come un’ipotesi di

lavoro: il muscolo è un aggregato di fibre, che sono costituite da sottili tubi cilindrici pieni di una

sostanza simile al midollo vegetale, con struttura porosa. Le fibre sono disposte parallelamente e

sono dotate di una, seppur minima, forza contrattile propria, da distinguere però dalla capacità di

contrazione vera e propria, che rimane per Borelli un qualcosa di esterno al muscolo stesso. La

contrazione avviene per rigonfiamento della fibra da parte di un composto dato da sangue e fluido

nervoso. A differenza di Willis, però, Borelli tenta di spiegare anche il modo in cui l’esplosione

provoca la contrazione: i corpuscoli che agiscono in questa fermentazione operano secondo le leggi

della meccanica e si insinuano con violenza nei pori di questa sostanza simile al midollo vegetale,

che riempie il tubo della fibra; in questo modo, la fibra si dilata senza che però venga a modificarsi

il suo volume. Il meccanismo è simile a quello per cui una fune bagnata diventa più grossa e più

resistente, senza però variare il suo volume. La capacità di contrarsi resiste fino all’esaurimento

della presenza di questo composto.

Giorgio Baglivi e i progressi dello iatromeccanicismo in campo fisiologico

Giorgio Baglivi (1688-1707), medico romano, realizza una svolta importante nello sviluppo dello

iatromeccanicismo perché riesce a mettere a punto la prima sistemazione organica, completa della

teoria della fibra: sulla teoria della fibra, questo autore costruisce un’anatomia, una fisiologia e una

medicina pratica, riuscendo a spiegare anche la patologia. Baglivi porta a compimento le tesi

iatromeccanicistiche sugli apparati muscolare e nervoso, fondando la nuova concezione

dell’elemento fisiologico. Questo medico riflette sulla lezione di Marcello Malpighi e sul suo

micro-meccanicismo, unendo ad essa la propria insoddisfazione per le lacune della medicina pratica

dell’epoca: l’interesse teorico si unisce a quello pratico. L’anatomia era avanzata, destrutturando gli

organi e analizzando le singole funzioni, ma dal punto di vista pratico non si erano raggiunti

risultati importanti. Baglivi lavora secondo la miglior tradizione malpighiana, conducendo

osservazioni sulle fibre più sottili di cui si compongono gli organi attraverso il microscopio e

applicando i principi dell’anatomia artificiosa e sottile: gli elementi strutturali di base non erano

studiate “al naturale”, ma venivano trattate con processi come la colorazione, l’essicazione, la

cottura e la congelazione.

La teoria di Baglivi appare in forma definitiva in una serie di saggi che vengono pubblicati nel

1704, all’interno dei suoi Opera Omnia: all’interno, viene delineata al sua teoria fibrillare. Il punto

centrale della sua teoria è che ogni struttura vivente si compone di fibre, le quali si distinguono in

due tipi fondamentali; questa differenziazione rappresenta il punto di rottura con il passato. Le fibre

si distinguono per origine, uso e struttura: da ciò deriviamo le fibrae carneae (muscolares /motrices)

e le fibrae membranaceae.

Tra i due sistemi viene quindi a crearsi una forte distinzione. In realtà, secondo Baglivi, anche la

fibra nervosa è dotata di una capacità propria di movimento: è anch’essa motore del fluido che

trasporta. A sostegno di questa teoria, andavano osservazioni che, seppur precedenti, venivano ora

sistemate in modo coerente: Baglivi non è il primo a compiere osservazioni sugli organi, ma è il

primo a teorizzare una multicentricità dell’organismo vivente; ogni parte del corpo ha in sé quello

che serve per rispondere in maniera ordinata agli stimoli. Alle fibre carnee appartiene una vis insita

che è attiva anche quando si deve escludere l’intervento del succo nervoso: la forza contrattile di

queste fibre dipende da un meccanismo specifico che termina nel momento in cui cessa l’afflusso di

sangue. Con Baglivi, abbiamo la rottura del modello unitario tramandato dalla tradizione:

sviluppando le intuizioni di Stenone, supera la dimensione descrittiva di quest’ultimo, parlando di

una capacità innata e intrinseca di contrazione della fibra carnea. Viene introdotto il termine di

“elasticità”, che ci permette una spiegazione meramente meccanica di questa vis insita della fibra:

non si tratta di un principio di carattere vitalistico, ma è spiegata intermini meramente meccanici.

Il sistema di Baglivi è di tipo solidista: la capacità di movimento è da attribuire alle fibre, che sono

solide. La sua intenzione era quella di riformare il meccanicismo e di migliorarlo, magari di

renderlo anche più efficace dal punto di vista della pratica. Lo studio non deve essere effettuato sui

liquidi, non è da essi che dipendono le malattie, bensì sui solidi, da cui dipende lo squilibrio, in

quanto dotati di movimento. Per spiegare l’azione delle particelle, dei fluidi sulla fibra, il medico

utilizza il modello della fune bagnata: i fluidi non sono altro che dei solidi diluiti da un solvente di

natura acquosa; la loro azione è unicamente quella di urto tra i corpi, fatto che fa perdere al fluido

nervoso qualsiasi connotazione di carattere vitalista.

La fibra è dotata di vis insita, il tomentum è lo stimolo che innesta lo stimolo. Riprendendo un

esperimento famoso di Stenone, Baglivi lega l’aorta di un cane, interrompendo l’afflusso di sangue

all’organismo: in questo modo, verifica l’immediata paralisi degli arti posteriori. Questa rappresenta

un’ulteriore spiegazione del fatto che non il fluido nervoso, ma il sangue è lo stimolo indispensabile

alla contrazione. Per spiegare come i corpuscoli di tomentum agiscono sulle fibre, Baglivi riprende

una spiegazione di tipo meccanico, riprendendo il modo di funzionare della carrucola. La carrucola

è una macchina semplice, un sistema di leve dotato di un fulcro fisso: ogni corpuscolo sanguineo

imprime al sangue un movimento circolare che viene moltiplicato per il numero delle fibre presenti

nel muscolo, producendo una forza enorme sulle estremità tendinee del muscolo che invece sono

immobili. Questa prima ipotesi analogica è valida, ma comunque insufficiente: i globuli non sono

fissi, ma sono essi stessi in movimento. Viene dunque proposta una seconda analogia, basata sul

modello della scytalae: i corpuscoli agiscono sulla fibra e, muovendosi essi stessi, provocano

irritazione e aumentandone la capacità di movimento. Baglivi osserva che la forma dei corpuscoli

sanguinei può determinare effetti diversi sulla fibra:

• Se sono perfettamente sferici e regolari, il movimento che ne conseguirà sarà esso stesso

regolare e calmo

• Se sono invece ovali e di dimensioni diverse, il movimento della fibra diventerà irregolare e

violento, più forte della fibra e dell’organo stesso

La forma dei corpuscoli sanguinei può essere modificata dagli spiriti animali: essi diventano capaci

di determinare gradi di intensità diversi nella contrazione dei muscoli; tuttavia, egli non spiega, né

può spiegare, come il fluido nervoso possa modificare la forma dei corpuscoli, e il ruolo del fluido

nervoso resta piuttosto ambiguo.

Il progetto di Baglivi era quello di costruire un blocco neomeccanicista dove tutto si svolgesse in

maniera abbastanza coerente, con risvolti pratici. In realtà, una volta compiuto il passaggio dalla

teoria alla cura dei malati, qualcosa si incrina: il medico deve accontentarsi di aver compiuto un

discorso fondato su analogie e per estrapolazione ragionevole di quanto visto in laboratorio.

L’escamotage che viene applicato è quello di collocare le fibrille più sottili al di là dell’osservabile,

seppur tenendo presente che il lavoro analogico debba avvenire rispettando le leggi meccaniche.

L’innovazione più importante introdotta da Baglivi è la rottura del sistema unitario a favore di una

distinzione tra diversi sistemi di fibre. Il suo sistema crolla però nel momento in cui si passa alla

pratica dello studio degli organi: di fatto, ci si deve accontentare di avanzare ipotesi di carattere

analogico, anche per quanto riguarda la struttura delle fibrille. Un altro problema della sua teoria è

legato al fatto che, nella pratica, i due sistemi non sono così distinti come teorizzato dall’autore: il

sistema nervoso rimane in ogni caso il centro primordiale di regolazione del movimento di tutti gli

organi del corpo.

Con gli autori successivi, sfumerà la distinzione tra i due sistemi di fibre, a favore della preminenza

del sistema nervoso. Von Haller e la nascita della fisiologia moderna

Gli studi di Baglivi verranno portati a compimento dal fisiologo tedesco Von Haller: allievo di

Boarhave, si dimostrò molto critico nei confronti della disciplina del suo tempo. La cattedra a

Gottinga diventa per lui l’occasione di dare una svolta in ambito fisiologico: l’università gli mette a

disposizione un centro di ricerca innovativo, un giardino botanico e un teatro anatomico, il tutto con

la collaborazione dei suoi studenti e attuando un metodo rigorosamente sperimentale. I suoi stessi

saggi non sono scritti a livello puramente teorico, ma sono supportati e basati dalle sue

sperimentazioni. Proprio per questi motivi, Von Haller viene considerato come il fondatore della

fisiologia moderna.

In questi anni a Gottinga, lo studioso, combinando il metodo della dissezione e della vivisezione,

compie studi su una quantità di materiale sperimentale altissimo; oltre a questo, lavora anche

usando diversi tipi di stimolazione (meccanica, chimica, elettrica e interventi chirurgici) per

verificare se queste provocano diversi tipi di reazioni. Le sue teorie, in breve, si costruiscono

principalmente sull’esperienza.

Haller iniziò a parlare di irritabilità e di sensibilità nelle note che pubblica a corredo della raccolta

di lezione del suo maestro Boarhave, le Istitutiones medicae del 1739; successivamente, ne parlerà

anche nel manuale che esso stesso redigerà per i suoi allievi. La sua teoria completa compare sono

nel 1752, in De partibus corporis humani sensilibus et irritabilibus, ovvero Sulle parti irritabili e

sensibili del corpo umano. La scelta retorica del titolo riflette una scelta epistemologica: aderendo

al meccanicismo, Haller sostiene che i risultati condotti sugli animali possano essere applicati

legittimamente anche all’uomo. Questo titolo, tuttavia, suscitò parecchie polemiche, legate al fatto

che proprio al fatto che quanto ottenuto dalle ricerche svolte sugli animali non era veritiero circa

l’uomo; se all’inizio Haller resistette alle critiche, alla fine, alla pubblicazione della versione

francese dell’opera, modificò il titolo dell’opera, sostituendo le parole “dei corpi animali” a “del

corpo umano”. Se nella prima pubblicazione Haller presentava solo i risultati dei suoi saggi, nella

seconda, invece, egli cercherà di ampliarlo con appunti, resoconti, esperienze proprie, degli allievi e

anche dei suoi avversari. Il suo scopo era quello di dare alle sue tesi un forte apparato sperimentale

capace di mettere a tacere il più possibile le critiche che gli venivano mosse; Haller scelse non di

mostrare solo i risultati vincenti, ma mettendo in mostra tutte le ricerche da lui condotte.

L’irritabilità e la sensibilità sono due facoltà peculiari per le quali alcune parti del corpo vivente

reagiscono alla stimolazione con la contrazione (parti irritabili), mentre altre rispondono con

manifestazioni di dolore più o meno evidenti (parti sensibili).

• Le parti irritabili, ovvero i muscoli, rispondono con la contrazione

• Le parti sensibili, ovvero i tessuti innervati, rispondono con il dolore

Una conclusione di particolare effetto derivante dalla sua sperimentazione fu che neppure

l’infiammazione può determinare, può produrre dolore dove non ci sono nervi, o dove il

collegamento con il centro nervoso è stato interrotto: interrompendo il flusso nervoso tra un arto e il

midollo spinale, vediamo come l’arto rimanga insensibile a qualsiasi stimolazione esterna. Per

contro, i tessuti nervosi, se irritati, inducono nell’animale manifestazioni più o meno evidenti di

dolore, ma stanno assolutamente immobili. Mentre Baglivi parlava di nervi con movimento

oscillatorio, Haller dimostra al contrario che questi sono immobili: questo comporta una netta

distinzione tra parti irritabili e parti sensibili. Quello a cui mirava questo autore non era una mera

catalogazione delle parti del corpo, ma cercava di riformare radicalmente lo iatromeccanicismo, che

lo rendesse compatibili con le acquisizioni più recenti della fisiologia. La nuova impostazione

meccanicistica di Haller è stata definita “meccanicismo speciale”: da un lato è ancora legato

all’idea che le funzioni dipendano dalla struttura dell’organo (eredità del meccanicismo); dall’altro

lato, è speciale in quanto riconosce che esistono tipi di fibre diverse con forze intrinseche diverse (la

vis irritabilis e la vis sensibilis) e con intrecci diversi. Haller esclude che le funzioni siano

deducibili geometricamente dalla combinazione degli atomi strutturali di base, escludendo che la

fisiologia sia riducibile a geometria, ma ribadisce il carattere non intelligente, non creativo delle

forze corporee. Se la fisiologia fosse una scienza riconducibile alla matematica, potremmo trovare

delle proporzioni e delle leggi precise che legano lo stimolo alla risposta: purtroppo, dice Haller,

questa operazione non è realizzabile. Pur variando l’intensità dello stimolo, o la vastità della zona

stimolata, di fatto non si riescono a trovare dei rapporti di proporzionalità precisi. Questo fatto ha

un effetto euristicamente positivo in quanto induce a migliorare e incrementare la sperimentazione,

tanto dei sostenitori di Haller quanto sugli avversari, che, per contrastarlo, sono indotti a passare

anni in laboratorio.

Haller, nel suo percorso, constata l’esistenza di un altro problema, non legato alla base

sperimentale: la difficoltà principale era riferire davvero l’irritabilità e la sensibilità ai veri elementi

strutturali di base. Se la funzione è effetto della causa, allora effetti diversi richiedono strutture

anatomiche diverse: tuttavia Haller, sperimentando si rende conto che esse sono tutte ugualmente

riconducibili a terra – parte solida – e glutine – parte liquida. Tanto i nervi quanto i muscoli sono

composti da entrambe queste sostanze, ma che sono però capaci di risposte diverse. Haller di fatto

non supera questo ostacolo, ma lo evita facendo appello al fatto che le fibre nervose e le fibre

muscolare sono in realtà costruite da fibrille invisibili, al di là della visibilità. Haller dunque postula

la loro esistenza: proprio perché sono inattingibili sperimentalmente, sono in grado di reggere tutta

la teoria. La fibrilla è l’elemento costituente, non conseguibile razionalmente, ma da postulare

necessariamente.

Halle stabilisce una eterogeneità chiara tra le scienze della vita e le matematiche: l’analogia si ferma

al fatto che come la linea è l’elemento costitutivo dei corpi geometrici, così la fibrilla è l’elemento

costitutivo dei corpi viventi; sono elementi strutturali di basi, con caratteristiche peculiari, non

ulteriormente scomponibili, con caratteristiche omologhe agli organi che costituiscono, ma

l’analogia non è valida oltre. Proprio per questo problema teorico dato dalla necessità di postulare

l’esistenza delle fibrille, la riforma halleriana del meccanicismo apriva la via a possibilità e sviluppi

impensabili rispetto alle linee generali del meccanicismo classico:

• Una prima problematica era quella legata al luogo della sensibilità: Haller non riesce a

offrire per la struttura e per l’attività della fibra nervosa nient’altro che analogie e argomenti

probabili.

• Nel caso del nervo, non esiste propriamente nulla di paragonabile alla contrazione che si

verifica nelle parti irritabili, perché non c’è nulla di visibile: l’effetto del dolore non porta ad

alcuna modificazione del nervo, che rimane immobile. Lo stimolo portato al nervo non

provoca nessun comportamento palese, visibile: questa situazione non è facilmente

comprensibile in una prospettiva meccanicista tradizionale.

• La fibra nervosa non è capace di movimento, eppure ne trasmette l’ordine.

• Un altro problema è legato al fluido nerveo, che non è visibile: per spiegarlo, dunque, è

necessario ricorrere a un’analogia. Questo deve essere un liquido materiale che però non ha

nessuna delle caratteristiche della materia: deve correre attraverso i canali nervosi ma non

deve in nessun modo rendersi esso stesso sensibile. Esso deve trasmettere informazioni

sensibili senza modificarle e senza esserne modificato.

La sensazione non si compie a livello delle fibre, ma si compie nel centro dei sistema: la cosa è

dimostrata sperimentalmente dal fatto che, interrompendo il collegamento del flusso nervoso tra

centro e periferia, si instaura un’insensibilità progressiva. In più, non esiste sensibilità di cui non si

abbia coscienza, non esistono sensazioni rese inavvertite dell’abitudine, non esistono movimenti

che possono diventare automatici: il centro celebrale recepisce tutto, al punto che diviene talmente

importante da ritenere che vi si sarebbe potuta insediare persino un’anima. Irritabilità e sensibilità

restano forze materiali: quello che colpisce la corporeità non si traduce in una menomazione

dell’anima, e l’anima non sa avere alcuna incidenza sulla fisiologia del corpo.

Il corpo, per quanto riguarda le funzioni indipendenti dalla volontà, può fare a meno dell’anima: il

nostro intelletto non può gestire coscientemente tutte le funzioni del corpo. Questa convinzione si

accentua nei suoi successori. Haller scrisse in una lettera del 1754:

“Io non credo nelle anime. Anche le piante fanno tutto da sole, senza il bisogno dell’anima.

Dunque, anche il funzionamento del corpo umano può essere spiegato senza far ricorso a

un’intelligenza”.

L’irritabilità, la vis irritabilis, è una forza insita alle fibre, ma Haller rifiutò di definirla come una

vis viva: l’autore era infatti avverso a una qualsiasi impostazione di carattere vitalistico. La vis

irritabilis è insita alla materia, ma non è una vis viva, e questa posizione è supportata

dall’osservazione: infatti, è una capacità che resta alla fibra anche dopo la morte. Successivamente,

lo scienziato sostenne che questa forza fosse intrinseca, ma associata, data alla materia sin dalla

creazione: essa è molto forte, la vediamo negli atti macroscopici, ma è celata. Il limite della teoria di

Haller è quello di spiegare il come ma non il perché dell’irritabilità, non individuando le cause

nascoste; di fatto, ne deriva un sistema pieno di criticità, in particolar modo legato all’incognita

argomentativa delle fibrille, in quanto la fonte del movimento è inconoscibile. Haller cercò di

accostarsi a Newton per legittimare la propria posizione: l’irritabilità è quella facoltà che resta dopo

la morte, anche se non sappiamo quale sia la causa. Tuttavia, se per Newton la forza di gravità è

inconoscibile ma perfettamente coerente con il comportamento dei gravi e spiegabile

matematicamente, Haller, al contrario, non conosce la fibrilla, non è in grado di quantificarla e

spiegarla materialmente, né tantomeno riesce a trovare una corretta proporzione tra stimolo e

risposta, tra forze e reazioni. Lo scienziato, per sopperire a queste mancanze, sostiene che queste

siano presenti anche in altri settori, come quello della chimica: la polvere da sparo, per esempio,

provoca effetti devastanti, per i quali non sembra esserci proporzione. In più, bisogna dar conto dei

movimenti volontari, e, per spiegarli, Haller introduce tre forze specifiche legate ai tessuti

muscolari:

• La vis irritabilis

• La forza elastica, comune a muscoli e membrane, che sopravvivono alla morte

• La forza nervosa, veicolo del moto volontario. Gli organi possono essere stimolati

all’irritazione anche da questo tipo di forza, e, in questo caso, il movimento è proprio dei

muscoli volontari.

Questa forza nervosa può essere indotta anche in parti separate dal centro celebrale: stimolando la

terminazione nervosa periferica, noi otteniamo una contrazione. Questo risultato è molto

importante, perché si tratta di un decentramento di funzione fondamentale; tuttavia, questo è

difficilmente inquadrabile con il sistema di Haller.

Mentre Baglivi aveva “mischiato” i due sistemi, Haller invece aveva distinto nettamente i due

movimenti; quest’ultimo aveva tentato di distinguere i tessuti più o meno ricettivi, ma senza

riuscirci, distinguendo tra muscoli volontari e non, attraverso una distinzione di carattere

matematico.

Le reazioni e le critiche alle teorie halleriane

La pubblicazione delle teorie di Haller portò a una serie di reazioni diverse: la difficoltà stava

essenzialmente nello scontro tra ciò che si può spiegare e ciò che deve essere solo postulato, ovvero

la fibrilla; inoltre, si doveva accettare il fatto che l’irritabilità fosse propria solo delle fibre

muscolari.

Le ambiguità di questo tipo furono riscontrate anche nei successori di Haller, in particolar modo in

Auguste Tissot, che tradusse le opere del maestro in francese: costui costruì una tavola delle parti

del corpo irritabili e sensibili, ma, a differenza di Haller, finì per trasformare l’irritabilità in un

principio vitale.

Il dibattito fu molto attivo in particolar modo a Bologna, centro di ricerca in cui si diede il via a una

serie di verifiche sperimentali. Cardani e Fontana si occuparono di stimolazioni del muscolo

cardiaco, verificando il fatto che la sua forza e il suo ritmo sono indipendenti dal cervello; inoltre,

fecero uso della stimolazione elettrica. Tanto i sostenitori quanto gli avversari, tuttavia, non

mancarono di accusarsi reciprocamente di imperizia sperimentale: il valore della teoria halleriana è

legato agli impulsi sperimentali e alla ricerca di nuovi metodi da adottare durante gli esperimenti, i

quali, sino a quel momento, avevano dato risultanti contrastanti, ora a favore di uno, ora a favore

dell’altro. Per esempio, tradizionalmente, i tendini erano stati considerati letali se stimolati; Haller

invece sostenne che questi sono sensibili, criticando gli antihalleriani di:

• Non aver saputo stimolare solo il tendine

• Non aver aspettato la quiete dell’animale dopo la stimolazione

Gli avversari di Haller gli mossero una serie di accuse simili:

• Avendo assuefatto l’animale al dolore, alzando la sua soglia di dolore

In generale, una prima serie di obiezioni riguardarono il cattivo metodo.

Una seconda serie di obiezioni alla teoria halleriana furono legate alle implicazioni metafisiche,

teoriche e teologiche del sistema: poiché l’autore sosteneva che il corpo potesse fare a meno

dell’anima per funzionare, di fatto aveva implicazioni ateistiche. La Metrie fu tra i primi a schierarsi

a favore della tesi dell’irritabilità halleriana, ma polemizzò contro la religiosità di Haller, per lui

stridente rispetto al sistema fibrillare caratterizzato da implicazioni ateistiche. A queste accuse,

Haller rispose che il compito dello scienziato doveva essere quello di spiegare la verità, e non di

piegare la scienza a possibili implicazioni di carattere teologico.

Infine, un terzo tipo di problemi era legato agli esperimenti sugli animali, i cui risultati erano

considerati validi anche per gli uomini: per Haller, questa operazione era legittima e necessaria,

senza la quale non sarebbe stato possibile fondare sperimentalmente né la fisiologia, né le altre

discipline mediche.

Haller ebbe vari oppositori, tra cui A. de Haen, il quale riteneva che la teoria dell’irritabilità non

fosse utile per la medicina pratica. Sono dopo un po’, Haller ammise che questa critica era vera, ma

di fatto la sua tavola della distinzione tra muscoli irritabili e muscoli sensibili ebbe effetti molto

positivi sulla chirurgia. Tra Haller e i chirurghi si venne a creare una sorta di circolarità positiva: il

primo definì i muscoli irritabili e non irritabili, mentre i secondi fornirono allo scienziato le prove

sul corpo umano a sostegno del suo sistema.

In sintesi, possiamo affermare che la teoria di Haller nasce come una reazione allo

iatromeccanicismo, volto a migliorarlo e a renderlo inattaccabile; invece, essa produsse non poche

difficoltà.

• La fibrilla in qualità di assioma, che, per sua stessa definizione, non era visibile

• Il riconoscimento del muscolo di tre forze:

• La vis irritabilis

• La vis elastica

• La vis nervea

• Quest’ultima, dà spiegazione del movimento volontario, ma susciterà negli epigoni di Haller

non pochi problemi. Essa è attiva sia quando abbiamo una perfetta connessione tra muscolo

e centro celebrale, sia in termini di frattura e dissociazione: in quest’ultimo caso, con

un’adeguata stimolazione, il muscolo si contrae lo stesso.

• L’impossibilità di tradurre la teoria in una legge esprimibile in termini matematici; non si

riesce a stabilire una proporzione tra stimolo e reazione. Haller cercò per tutta la vita di

produrre questa legge e, agli avversari che lo accusarono di non riuscire in questo tentativo,

lo scienziato rispose rivendicando il fatto che non è compito dello scienziato indicare le

cause segrete dei fenomeni, il quale deve solo dimostrare sperimentalmente come essi

funzionano.

Alla teoria, vennero mosse una serie di obiezioni:

• Sul metodo usato – riguardo a questo punto, tanto Haller quanto i suoi avversari si

accusarono reciprocamente di imperizia sperimentale.

• Contestazioni di natura ideologica – la teoria halleriana favorisce concezioni di carattere

materialistico e tendenzialmente atee.

• Arbitrarietà della generalizzazione dei risultati conseguiti da sperimentazioni fatte sugli

animali all’uomo. Storia della Scienza – Analisi dei testi

De usu partium - Galeno

Galeno, insieme a Ippocrate, è considerato uno dei più grandi medici dell’antichità. Vissuto nel II

secolo d.C., ha un’impostazione finalistica della medicina, sorretta però da una competenza

anatomica eccezionale per l’epoca. Galeno svolse il ruolo di medico dei gladiatori nella Roma

imperiale: in questo modo, da un lato ebbe la possibilità di vedere di persona parti del corpo

notevolmente ferite, dall’altro poté sperimentare su di loro delle nuove procedure.

Galeno scrisse De usu partium, L’utilità delle parti. L’opera è divisa in capoversi numerati.

IV. Galeno si sta occupando del canale alimentare e degli organi che fanno parte del sistema

digerente. In queste poche righe, ricorre la parola “adatto”: gli organi sono costruiti, adatti per

svolgere una determinata funzione. [impostazione finalistica] Anche la forma, ma anche il posto in

cui l’organo è collocato risponde a una esigenza di opportuna finalità. Galeno parla dei prodotti di

scarto della digestione, ovvero la bile e il residuo atrabiliare: il primo, più leggero, è stato messo

sopra, mentre il secondo, più pesante e denso, al di sotto. La natura opera in maniera

provvidenziale, mettendo le cose al loro posto: la vescica (colecisti) che deve accogliere il liquido

più leggero è stata messa in alto, mentre la milza, che si occupa del residuo denso e fangoso, è stata

messa in basso. Le parole del medico ricordano molto la dottrina aristotelica, per la quale i corpi

pesanti tendono al basso, mentre gli altri puntano verso l’alto; in più, notiamo che non vi è alcun

tentativo di quantificazione, né relativo al peso, né rispetto alla lunghezza dei canali.

Tradizionalmente, si riteneva che il fegato fosse l’organo in cui aveva sede la produzione del

sangue: l’animale di nutre, gli alimenti percorrono il canale alimentare ove vengono depurati dai

residui nocivi; il nutrimento “puro” viene poi preparato per diventare sangue. Oltre ad essere

filtrato, il nutrimento viene “cotto”: la cotio è un processo analogo alla fermentazione, che viene

innescata dalla temperatura interna del corpo. Questa cottura trasforma il nutrimento, separando il

materiale di scarto: da qui, deriva il sangue, che viene continuamente prodotto il quanto, una volta

raggiunte le varie parti del corpo, viene da esse consumato. La concezione di un sistema circolatorio

non più aperto ma chiuso si avrà solo con Harvey e con la scoperta dei capillari da parte di

Malpighi.

VI. Il sangue che scorre nelle vene ha ancora in sé del materiale di scarto, di natura liquida e sottile,

di cui ci si deve liberare. I reni attirano a sé questo residuo e, con altri canali, se ne liberano: tutto è

quindi disposto in maniera provvidenziale. Il processo di purificazione del sangue implica la

partecipazione di vari organi: l’ultimo tra questi sono i reni, che liberano il sangue dall’ultimo

residuo, il più rado e acquoso. Tutto è spiegato come se fosse in vista di qualcosa: il sangue venoso

si libera del residuo acquoso perché verrà trasportato per vie larghe (i vasi e i canali), senza contare

il fatto che, dopo aver subito l’azione del fegato e l’azione violenta del calore del cuore, è divenuto

più scorrevole. Questa spiegazione di quanto avviene nel corpo umano è molto simile alla

spiegazione di senso comune.

VII. Galeno aggiunge qui la nozione di “facoltà naturale”: lo stomaco possiede tutta una serie di

facoltà, di forze. La medicina galenica spiega il perché gli organi sono costruiti in quel modo e

agiscono perché posseggono una certa facoltà di agire: se è la funzione a determinare la struttura, è

inevitabili che la causa debba essere qualcosa di misterioso. La battaglia contro le facoltà sarà una

battaglia durissima che i meccanicisti dovranno combattere, e questo perché le forze nascoste sono

sostenute da una lunga tradizione di pensiero medico: è normale spiegare che il cuore batte perché

dotato della facoltà naturale di battere; la vis pulsifica non è qualcosa che si può spiegare.

Galeno passa alla descrizione dello stomaco, insistendo sulla provvidenzialità della sua forma e

della sua collocazione; nella descrizione, ci sono riferimenti alla strutture geometriche, come cerchi

e sfere, mentre in altri punti il medico parlerà di organi che si muovono come macchine,

introducendo quindi analogie di carattere meccanico. Questo ci dà la misura della differenza tra

identità e analogia. Nella prospettiva meccanicistica, il cuore non è “come” una pompa idraulica,

ma a quest’organo possiamo sostituire una pompa idraulica se vogliamo spiegarne il

funzionamento: è questo il salto compiuto dal meccanicismo rispetto al passato. Anche in Galeno ci

sono indicazioni, riferimenti a figure geometriche, ma il tutto resta estraneo a tentativi di ma

tematizzazione dei movimenti del corpo.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in filosofia
SSD:

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giuliasiviero di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della scienza moderna e contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Piemonte Orientale Amedeo Avogadro - Unipmn o del prof Monti Maria Teresa.

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