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Il bambino in classe: aspetti teorici e strumenti di valutazione

Capitolo 3: Benessere sociale e adattamento scolastico

Oltre al notevole contributo che esso fornisce allo sviluppo cognitivo del bambino, che apprende e impara, l’ambiente scolastico costituisce anche un contesto privilegiato per lo sviluppo sociale, comportamentale, emotivo e morale. Sperimentare insuccesso nell’adattamento a scuola può condurre ad un profondo disagio nel bambino, che potrebbe piano piano rifiutare la scuola, impegnarsi di meno nei vari compiti, provare malessere e instaurare cattive relazioni con i compagni. Vari studi longitudinali hanno inoltre dimostrato che il malessere e l’insuccesso scolastici sono legati a profondi disagi personali e comportamenti a rischio in età successive. Le relazioni sociali con i pari si sviluppano e si modificano con l’età, ma costituiscono sempre un importante settore per valutare il benessere di una persona.

Il bambino e i suoi coetanei a scuola: benessere sociale e apprendimento

La scuola è un’istituzione altamente significativa per i bambini, che vi trascorrono gran parte del loro tempo. È un sistema molto diverso dalla famiglia, perché molto più ampio, meno coinvolgente da un punto di vista affettivo e organizzato con regole proprie. A scuola inoltre i ruoli sono ben definiti e si perseguono obiettivi specifici. Spesso la maggior preoccupazione degli adulti (genitori, insegnanti) è l’andamento scolastico del bambino/ragazzo e non tanto se ha amici, quanti ne ha, cosa fa con loro. Tuttavia, l’aspetto “sociale” della scuola è importante tanto quanto quello relativo al rendimento.

La scuola è infatti anche un luogo particolarmente adatto a socializzare, ad apprendere e metter in atto interazioni di qualità con gli altri, a formare individui che sappiano comunicare, condividere e sviluppare una percezione positiva di sé. Con l’ingresso a scuola, il mondo sociale del bambino si amplia e fornisce nuove opportunità e richieste per la crescita. Il contatto prolungato e privilegiato che i bambini hanno con i coetanei permette loro di costruire relazioni orizzontali, cioè con persone che si trovano al loro stesso livello di potere sociale per quanto riguarda le conoscenze, i comportamenti e le capacità.

Al contrario delle relazioni verticali, che sono legami con persone adulte e quindi asimmetrici, che forniscono cura, protezione e conoscenza, le relazioni orizzontali (simmetriche e reciproche) permettono al bambino di apprendere l’inversione dei ruoli, la collaborazione, la cooperazione, la competizione, le regole sociali, i valori e le norme, la disciplina e il comportamento corretto. Quando il bambino instaura buone relazioni sociali con i coetanei, queste hanno anche un effetto positivo sul rendimento scolastico, su cui insegnanti e genitori si focalizzano.

Diverse ricerche mostrano come l’apprendimento sia tanto più proficuo quanto più i bambini collaborano e stanno bene con i loro compagni. Tali studi hanno ribaltato la classica idea che un bambino può apprendere solo da un adulto che ha maggiori conoscenze e capacità di impartire nozioni: il ruolo di “tutor” può essere svolto non solo dall’adulto ma anche da un compagno più grande o più competente.

Una forma ancora più interessante di apprendimento collaborativo è la “collaborazione cooperativa”, in cui i bambini hanno lo stesso livello di abilità e di ignoranza e quindi l’apprendimento avviene insieme ed è una scoperta comune. Ci sono delle condizioni da tenere presenti affinché la collaborazione cooperativa sia proficua:

  • I bambini devono avere un’età sufficiente per dialogare e discutere, per accettare e considerare le opinioni altrui.
  • I bambini devono avere un livello cognitivo simile (altrimenti sarebbe tutor – apprendista).
  • Non ci deve essere un bambino dominante e uno passivo.
  • La loro divergenza di idee riguardo al compito non deve condurre ad un conflitto troppo elevato e difficile da gestire.
  • I bambini devono avere affinità per comunicare e condividere e devono trovarsi a proprio agio con i compagni con cui lavorano, senza avere timore di loro e senza dominarli.

Kutnick aggiunge che ciò che determina la buona riuscita di un lavoro insieme è la qualità delle relazioni tra i bambini. Sembra infatti che l’apprendimento migliori se le relazioni sono basate sulla sensibilità e sulle capacità di instaurare un’efficace comunicazione. Al contrario, se il bambino manca di fiducia nell’altro e non riesce a comunicare bene, allora anche lo sviluppo dei suoi processi cognitivi risentirà di questo disagio.

Amicizia e popolarità

I concetti di “amicizia” e “popolarità” sono spesso sinonimi di buon adattamento sociale. Sia l’amicizia che la popolarità si sviluppano maggiormente in un contesto scolastico e sono strettamente collegate al benessere e all’apprendimento. In genere i bambini che hanno meno amici sono anche quelli maggiormente rifiutati o ignorati dai compagni, mentre i bambini accettati dal gruppo dei pari sono anche quelli di cui tutti vorrebbero essere amici.

Tuttavia, nonostante l’alta correlazione tra i due costrutti, amicizia e popolarità non sono la stessa cosa: si possono avere amici e non essere molto popolari, così come è possibile che bambini molto popolari in realtà non abbiano molti amici. L’amicizia è un legame tra due persone, volontario, intimo, dinamico, fondato sulla cooperazione e sulla fiducia. Dare amicizie ed essere in grado di mantenerla richiede delle capacità emotive e sociocognitive (es. abilità di mettersi nei panni dell’altro), capacità comunicative, una buona teoria della mente per comprendere desideri, intenzioni e credenze dell’altro, abilità nella regolazione delle proprie emozioni e nella comprensione delle emozioni dell’altro, abilità di elaborare le informazioni sociali e di mettere in atto strategie per la risoluzione dei problemi.

La popolarità invece implica la visibilità nel gruppo, l’essere scelto dai propri compagni per giocare, studiare o passare del tempo insieme. Al contrario, i bambini rifiutati sono quelli che vengono nominati come coloro con cui nessuno vuole giocare o stare insieme. Se alcuni bambini sono più scelti di altri, significa che possiedono delle caratteristiche più attraenti. Tra queste caratteristiche troviamo:

  • Prosocialità
  • Abilità di comprendere le situazioni sociali e rispondere ad esse in modo congruente
  • Capacità comunicative e di regolazione delle emozioni
  • Capacità di leadership
  • Capacità di imporsi nel gruppo per una spiccata intelligenza o attrazione fisica o simpatia
  • Senso dell’umorismo
  • Alta autostima

Quindi, mentre la popolarità rimanda al grado in cui il bambino è preferito dai compagni, l’amicizia si riferisce all’abilità nello stabilire una relazione diadica reciproca con una persona in particolare. Il rifiuto da parte del gruppo unito alla mancanza di amici costituisce uno dei maggiori fattori di rischio che va ad influire sul benessere a scuola. L’amicizia è un fattore di protezione nei confronti dell’insuccesso scolastico ed è correlata con un elevato profitto ed alte capacità di apprendimento, che aumentano il benessere e l’adattamento del bambino.

Riprendendo il concetto di “apprendimento collaborativo”, la collaborazione è molto più proficua quando avviene tra amici, perché questi cooperano tra di loro molto più di quanto avvenga tra coetanei che non sono amici. Anche la popolarità è una condizione correlata al buon andamento scolastico. I bambini rifiutati dai propri compagni infatti hanno più problemi scolastici rispetto a quelli che non lo sono. Questo forse è dovuto al fatto che i bambini rifiutati hanno un’eccessiva preoccupazione di essere accettati dagli altri e quindi trascurano i compiti scolastici e hanno una ridotta motivazione a frequentare la scuola e questo li porta a privarsi di importanti opportunità per apprendere anche i contenuti formali. Oltre al rendimento scolastico, amicizia e popolarità influenzano anche il benessere socio-relazionale. Amicizia e popolarità sono infatti correlate positivamente con la prosocialità e negativamente con il bullismo, l’aggressività e la vittimizzazione.

L’aggressività è spesso collegata al rifiuto da parte dei compagni, perché i bambini non vogliono giocare o stare insieme con altri bambini aggressivi. Il rifiuto però innesca un circolo vizioso, perché impedisce ai bambini emarginati di apprendere utili abilità sociali e va, invece a rinforzare il loro comportamento aggressivo, cosa che condurrà ad un maggior rifiuto. Tuttavia anche il fare amicizia con coetanei aggressivi o antisociali ed essere popolari in un gruppo deviante possono portare a ripercussioni sul benessere del bambino/ragazzo e sul suo futuro. Un bambino aggressivo piace ad altri bambini aggressivi e diventerà sempre più aggressivo se i suoi amici sono aggressivi e apprezzano tale modalità comportamentale. Spesso gli amici con tendenze antisociali sono gli unici disposti ad accogliere un ragazzo già di per sé ai margini, rifiutato dai compagni o poco inserito nel contesto scolastico. Il legame che si viene a instaurare quindi non fa altro che contribuire all’ulteriore emarginazione e all’avvio di una carriera delinquenziale.

Cos'è la competenza sociale?

È quindi molto importante promuovere la “competenza sociale” nei bambini. Secondo una definizione nordamericana, la competenza sociale è legata al raggiungimento di obiettivi personali nelle interazioni sociali, mantenendo allo stesso tempo relazioni positive con gli altri significativi. Altri autori, specialmente in contesto italiano, hanno prediletto una definizione di competenza sociale non tanto basata sugli obiettivi quanto piuttosto sulle relazioni con gli altri, definendo la competenza sociale come “la capacità di instaurare una rete sociale sufficientemente ampia e differenziata, che includa sia i rapporti con gli adulti che quelli con i coetanei”.

Secondo Kutnick, la competenza sociale deriva da un buon clima nel gruppo dei pari, dal lavorare insieme, da un rapporto positivo con i coetanei e gli insegnanti. L’insegnante ha un ruolo fondamentale nel promuovere nei bambini un senso di sensibilità e fiducia in se stessi e nei compagni. Risulta quindi importante sottolineare l’importanza del contesto (sia culturale sia come ambiente di vita) nello sviluppo delle abilità sociali. Per quanto riguarda il contesto culturale, molte ricerche hanno tratteggiato differenze tra bambini occidentali (appartenenti a culture individualistiche) e orientali (appartenenti a culture collettivistiche).

Mentre in culture occidentali l’assertività (capacità di affermare se stesso e di raggiungere i propri obiettivi) è considerata un indicatore di competenza sociale, non è così nelle culture orientali, dove invece è la capacità di cooperare e di apportare benefici al gruppo che indica una buona competenza sociale. Per quanto riguarda l’ambiente di vita del bambino, la famiglia, la scuola e il gruppo dei pari costituiscono tutti contesti in cui sono necessarie diverse abilità sociali. Il modo in cui un bambino si relaziona ad un amico è diverso dal modo in cui si relaziona con il genitore o con l’insegnante.

Secondo questo approccio “contestuale”, i bambini devono comprendere la prospettiva degli altri e comportarsi di conseguenza: per essere competenti socialmente devono modulare il proprio comportamento sulla base delle aspettative e richieste delle persone che li circondano e dell’ambiente in cui si trovano e mettere in atto comportamenti ritenuti significativi e rilevanti all’interno di una rete sociale. Di Norcia afferma che la competenza sociale è “l’abilità nel saper applicare a diverse situazioni le capacità relazionali di cui si dispone e le regole o le strategie che si conoscono”. Appare dunque evidente l’importanza delle capacità e delle strategie che i bambini mettono in atto quando interagiscono con gli altri.

Il bambino socialmente competente

Quali sono queste capacità, queste regole e queste strategie che il bambino competente socialmente mette in atto durante l’interazione con gli altri?

  • Attuare comportamenti prosociali: comportamenti atti a promuovere il benessere nell’altro, ad aiutarlo, a stargli vicino, a condividere pensieri e oggetti. A volte la prosocialità viene addirittura confusa con la competenza sociale. Un prerequisito del comportamento prosociale è l’empatia, ossia la capacità di comprendere lo stato emotivo dell’altro, di rispondere in modo appropriato e di provare gli stessi sentimenti dell’altro.
  • Avere una sviluppata teoria della mente: capacità di mettersi nei panni dell’altro, di comprendere le emozioni dell’altro, le credenze, i desideri, le intenzioni e i pensieri.
  • Possedere abilità nel regolare le proprie emozioni: cercando di inibire quelle negative ed esprimendo quelle legate al contesto e alle aspettative sociali.
  • Saper collaborare e cooperare: non si impone sui compagni ma li rispetta, attende il proprio turno, non è prepotente, contribuisce con nuove idee e con la propria attività al mantenimento di una relazione in età scolare.
  • Saper comunicare: saper condividere informazioni e sentimenti in maniera efficace per raggiungere l’obiettivo e in modo competente, in modo tale da essere compreso e ricevere risposte pertinenti. Ciò implica anche la capacità di saper ascoltare l’altro. Buone capacità relazionali e comunicative fanno sì che il bambino riesca ad introdursi in un gruppo e ad avviare un’interazione sociale che lo porti ad essere ben accolto.
  • Comprensione delle conseguenze di un’azione sociale: la portano avanti solo se pensano che questa produca effetti positivi, oppure la inibiscono se pensano che porti a conseguenze negative. Tuttavia, per parlare di competenza sociale non basta che i bambini comprendano le conseguenze delle proprie azioni, ma è necessario che si comportino secondo le norme condivise del gruppo e i valori morali. Ad esempio, la capacità di provare senso di colpa e vergogna è strettamente legata al comportamento prosociale e a un buon adattamento in classe.
  • Mette in atto strategie di problem solving: in una situazione provocatoria o ambigua mette in atto strategie di problem solving efficaci, amichevoli e assertive, orientate al mantenimento della relazione.

In conclusione possiamo dire che la competenza sociale è la capacità del bambino di relazionarsi con gli altri (adulti e coetanei) in base alle richieste e al tipo di contesto e in modo tale che questa interazione risulti positiva, piacevole e proficua e porti benessere a tutti i partner coinvolti.

Come si misura il benessere sociale

Per valutare il benessere sociale risulta spesso più semplice misurare il suo opposto, il “malessere”. Sono disponibili molti strumenti di valutazione, che si servono di informatori diversi, per la misura dei vari indicatori della competenza, o di rischio per il benessere sociale. In genere questi strumenti misurano le relazioni tra pari, che sono comunemente considerate un buon indicatore dello sviluppo emotivo e sociale. La scelta di uno strumento rispetto a un altro dipende dagli obiettivi della ricerca, dal tipo e dall’età del campione, dalle risorse che si hanno a disposizione.

Le autovalutazioni (self report)

Le autovalutazioni consistono in questionari, domande o interviste, cui i bambini devono rispondere riguardo se stessi. In genere chiedere ai bambini di se stessi può essere un metodo efficace se si intende valutare la percezione individuale che ogni bambino ha nei confronti del proprio ruolo nel gruppo. Le autovalutazioni sono quindi particolarmente utili per indagare:

  • I vissuti personali
  • Le emozioni
  • Le motivazioni interiori
  • La percezione delle relazioni
  • Diversi ambiti della vita dei bambini (casa, scuola, tempo libero, ecc.)

Le autovalutazioni hanno diversi vantaggi:

  • Il bambino è sicuramente il miglior informatore di se stesso.
  • Le autovalutazioni garantiscono l’anonimato dei soggetti e questi si sentono quindi liberi di poter dire qualsiasi cosa senza timore che il loro nome venga comunicato.
  • I self report sono relativamente semplici da somministrare e i dati che si raccolgono sono facili da analizzare.

Le autovalutazioni presentano anche degli svantaggi:

  • Le valutazioni riportate dai bambini sono a rischio di desiderabilità sociale. I bambini quindi tendono a dare la migliore impressione di se stessi, trascurando i reali comportamenti. Sarebbe quindi utile non far apparire una particolare alternativa come più accettabile o attraente di un’altra.
  • Bisogna somministrare le autovalutazioni con cautela ai bambini piccoli perché questi possono avere difficoltà cognitive per comprendere le domande, riflettere sui propri comportamenti e vissuti e valutare determinati comportamenti di cui hanno un concetto diverso da quello dello sperimentatore. Di contro, gli adolescenti potrebbero mostrare riluttanza nel parlare di sé.

Le nomine o le valutazioni dei pari (peer report)

Si tratta di un metodo con cui i bambini sono chiamati a dare giudizi sui loro compagni. Nel caso delle nomine, viene chiesto loro di nominare quei compagni che assumono un determinato comportamento. Nel caso delle valutazioni, viene fornita ai bambini una griglia con i nomi di tutti i loro compagni (o solo alcuni) e, per ognuno...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ali7877 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'educazione e dei processi di apprendimento e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Camodeca Marina.
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