LA VISIONE DALL’INTERNO
PARTE PRIMA: UNA FUNZIONE DEL CERVELLO E DELL’ARTE :
CAPITOLO 1: LA RICERCA DELL’ESSENZIALE DA PARTE DEL CERVELLO:
Secondo Zeki la funzione dell’arte e quella del nostro cervello visivo sono una sola, o almeno gli obiettivi
dell’arte costituiscono un’estensione delle funzioni del cervello.
Tutte le arti visive sono espressione del nostro cervello e quindi devono obbedire alle sue leggi,
nell’ideazione, nell’esecuzione o nella valutazione, e nessuna teoria estetica che non si basi in modo
sostanziale sull’attività del cervello potrà mai essere completa, né profonda.
Data la limitatezza delle nostre conoscenze sul funzionamento del cervello è difficile descrivere nei
particolari come e quando sorga l’esperienza estetica indotta da un’opera d’arte ed è ancora più difficile
descrivere le basi neurologiche dell’esperienza emotiva che essa risveglia.
Con Zeki nasce la neuroestetica (neurologia dell’estetica) per comprendere le basi biologiche dell’esperienza
estetica.
Zeki pone Shakespeare e Wagner fra i più grandi neurologi (involontari), in quanto “essi seppero sondare la
mente dell’uomo con le tecniche del linguaggio e della musica, e compresero, come forse nessun altro prima
e dopo di loro, che cosa commuove la mente umana”.
Anche la maggior parte dei pittori, anche se in senso diverso, può essere assimilata a dei neurologi.
Se infatti elaborando e rielaborando un quadro giungono ad ottenere l’effetto voluto, cioè l’effetto che piace a
loro (e piace al loro cervello) e questo piace anche ad altre persone, significa che essi hanno evidentemente
afferrato un fatto generale riguardante l’organizzazione neurale delle vie visive che suscitano piacere, senza
tuttavia conoscere dei dettagli su questa organizzazione e addirittura senza conoscere l’esistenza di queste
vie.
Quando circa 500 anni fa, Leonardo da Vinci osservò nel suo “Trattato della pittura” che, fra tutti i colori, i più
gradevoli sono quelli in opponenza cromatica, stava enunciando inconsapevolmente una verità fisiologica.
Solo una quarantina di anni fa si è infatti scoperto il principio della complementarietà secondo cui le cellule
eccitate dal rosso sono inibite dal verde, quelle eccitate dal giallo sono inibite dal blu e quelle eccitate dal
bianco sono inibite dal nero.
Nel 1771 Reynolds diceva che “la pittura è una scienza e si dovrebbe perseguirla come una ricerca
nell’ambito delle leggi della natura”. Zeki sostiene che più che leggi della natura si tratta di leggi del cervello,
che ci permettono di percepire il mondo come lo percepiamo e di ottenere piacere estetico.
L’artista può solo considerare quelle caratteristiche della natura che il suo cervello è attrezzato a vedere.
Quali sono le leggi del cervello visivo e come regolano la nostra percezione del mondo che vediamo?
Prima di rispondere a questa domanda dobbiamo chiederci quale sia la funzione del cervello visivo.
Esso ovviamente è necessario per vedere e noi abbiamo bisogno di vedere per acquisire una conoscenza
del nostro mondo. Anche se la vista non è l’unico senso attraverso cui possiamo ottenere questo risultato,
essa è certo il meccanismo più efficiente per arrivare a conoscere il mondo e inoltre per alcuni oggetti di
conoscenza, ad esempio le espressioni del volto o i colori di una superficie, essa è l’unico strumento a
nostra disposizione.
Questa definizione è forse l’unica in grado di gettare un ponte tra neurologia e arte, e più esattamente, tra
attività del cervello e arte visiva.
Il cervello è interessato solo alle proprietà costanti, immutabili, permanenti e specifiche degli oggetti e delle
superfici del mondo esterno, perché sono queste le proprietà che gli permettono di ordinare gli oggetti per
categorie.
Tuttavia l’informazione che gli arriva dal mondo esterno non è mai costante, ma in continua fluttuazione.
Vediamo infatti oggetti e superfici da distanze e angoli diversi e in differenti condizioni di luce.
La visione è dunque un processo attivo che richiede al cervello di non tener conto dei continui cambiamenti e
di astrarre da essi solo ciò che è necessario per la classificazione degli oggetti.
Questo comporta che il cervello svolga tre processi separati ma interdipendenti:
a) selezionare da un ampio ventaglio di informazioni sempre mutevoli soltanto quelle utili all’identificazione
delle proprietà costanti ed essenziali di oggetti e superfici.
b) eliminare ed escludere tutte le informazioni non rilevanti ai fini di questa conoscenza.
c) confrontare le informazioni selezionate con le registrazioni delle informazioni visive del passato,
identificando e classificando l’oggetto o la scena interessati.
La visione è dunque un processo attivo e non passivo, come abbiamo per lungo tempo immaginato.
Anche il tipo di visione più elementare, come quella di un albero o di un quadrato o di una linea retta, è un
processo dinamico.
CAPITOLO 2: LA RICERCA DELL’ESSENZIALE IN ARTE:
La funzione principale del cervello visivo è quella di acquisire la conoscenza del mondo che ci circonda.
L’arte visiva è in larga misura il prodotto dell’attività del cervello visivo. Possiamo allora definire il suo
obiettivo in termini neurobiologici? Oppure dovremmo considerare tutta l’arte, non solo quella visiva, come il
prodotto dell’attività superiore della mente correlata alla corteccia visiva?
Molti considereranno la dimensione estetica come un attributo unico e specifico, una funzione superiore
della mente.
Artisti e critici d’arte hanno formulato le ipotesi più diverse in merito alla funzione psicologica o sociale
dell’arte, arrivando a farne uno specchio della società o addirittura ad attribuirle il compito di anticipare se
non determinare in essa dei cambiamenti.
Da un punto di vista neurobiologico, l’arte svolge una funzione assimilabile a quella del cervello visivo e nello
svolgere questa funzione essa obbedisce inevitabilmente alle sue stesse leggi.
Se un’opera d’arte è ben fatta siamo incapaci di trovare parole adeguate ad esprimerne la sua bellezza o la
sua forza espressiva: essa riesce a comunicare visivamente cose rispetto alle quali il linguaggio resta muto.
Come mai il linguaggio si rivela non atto a comunicare la bellezza?
Forse perché il sistema visivo, essendosi evoluto nell’arco di un tempo molto più lungo rispetto a quello del
linguaggio, è più efficiente.
Dal momento che un pittore esprime le sue speranze, i suoi desideri, la sua concezione dell’uomo o della
società con mezzi visivi, è al cervello visivo che si deve fare riferimento per determinare le possibili funzioni
dell’opera d’arte. Nell’affrontare il problema dell’arte visiva e dell’esperienza estetica in ottica neurobiologica
occorrerà quindi individuare una definizione delle funzioni dell’arte simile a quella con cui indichiamo la
funzione del cervello: rappresentare le caratteristiche costanti, durevoli, essenziali e stabili di oggetti,
superfici, volti, situazioni e così via, permettendoci in tal modo di acquisire conoscenza.
Come il cervello, anche l’artista deve essere selettivo e conferire alla sua opera solo attributi essenziali.
Gli artisti quindi sono come neurologi che, con tecniche loro specifiche e senza esserne consapevoli,
studiano il cervello e la sua organizzazione.
Essere paragonati a dei neurologi può essere per molti artisti ragione di sorpresa poiché la maggior parte di
loro ignora tutto sul cervello e rimane attaccata all’idea che noi vediamo con gli occhi piuttosto che con la
corteccia cerebrale.
Matisse ad esempio disse che: al di sotto di quella successione di istanti che costituisce l’esistenza
superficiale delle cose e degli esseri, e che di continuo li modifica e li trasforma, si può cercare un carattere
più vero ed essenziale, cui anche l’artista fa ricorso per dare una interpretazione più duratura della realtà”.
Matisse non poteva descrivere meglio (inconsapevolmente) l’attività svolta dal cervello: elaborare
informazioni in continuo cambiamento allo scopo di estrarne il nucleo fondamentale.
Un altro esempio è ciò che afferma Riviere e che potrebbe affermare un qualsiasi neurologo dovendo
definire le funzioni del cervello visivo: “il vero scopo della pittura è rappresentare gli oggetti come sono nella
realtà, non come li vediamo. Essa tende sempre a darci la loro essenza percettibile, la loro presenza, ed è
per questo che le sue immagini non assomigliano alla loro apparenza, di continuo mutevole”.
La funzione dell’arte consiste dunque nella ricerca di costanti, e in questo senso va considerata come
un’estensione della principale funzione svolta dal cervello: acquisire conoscenza in un mondo in continuo
mutamento.
CAPITOLO 3: L’ILLUSIONE DI “VEDERE CON GLI OCCHI”:
Il motivo per cui non è stata colta la somiglianza fra la funzione dell’arte e quella del cervello visivo, non è da
ricondurre a una mancanza di intuizione ma ad alcune idee erronee dell’anatomia. Tra queste l’idea che sulla
retina venga impressa un’immagine del mondo la quale, una volta trasferita alla corteccia visiva, viene da
questa ricevuta, decodificata e analizzata. L’immagine sarebbe poi interpretata in un’atra parte del cervello
sulla base di impressioni presenti e passate. Questa visione è sbagliata, perché concepisce la visione come
un processo per lo più passivo, e un processo passivo non può dar luogo a quella ricerca di costanti che
costituisce una delle funzioni primarie dell’arte.
Negli scritti di scienziati, artisti e critici ci sono quindi molti riferimenti all’occhio che vede o all’idea di
dipingere con gli occhi e anche alla distinzione tra gli artisti che “dipingono con gli occhi” e quelli che usano
anche il cervello.
Per esempio del primo gruppo fanno parte Courbet e Monet, mentre del secondo Cezanne.
In realtà non è sorprendente che proprio gli occhi siano stati considerati l’organo della “vista”, anziché il
cervello visivo o l’azione congiunta di entrambi.
L’occhio è una struttura anatomica importante ed è evidente che in sua assenza la visione è impossibile.
L’anatomia dell’occhio era nota molto prima che gli scienziati sospettassero l’esistenza nel cervello di aree
speciali deputate alla visione. Essa inoltre ha una somiglianza con la macchina fotografica: al pari di questa
l’occhio è una camera oscura, fornita di una lente per la messa a fuoco su uno strato fotosensibile, la retina,
sicchè un danno a questo strato lo rende insensibile alla luce e quindi porta a cecità, proprio come una
pellicola danneggiata non è più sensibile e risulta inutile per la fotografia.
Solo in tempi recenti ci si è resi conto che la funzione della retina costituisce solo uno stadio iniziale di un
elaboratissimo meccanismo che include anche la funzione di aree superiori del cervello.
La retina agisce come filtro essenziale dei segnali visivi e registra le variazioni di intensità della luce che
esistono tra una zona nel nostro campo visivo e quella adiacente; quindi trasmette queste variazioni alla
corteccia cerebrale.
Tuttavia la maggior parte dei meccanismi che permettono di scartare le informazioni superflue e selezionare
solo quelle necessarie alla rappresentazione dei caratteri permanenti ed essenziali degli oggetti è assegnata
alla corteccia cerebrale.
La teoria della “visione tramite l’occhio” fu alla base dei lavori di molti neuropatologi che portarono alla
scoperta di tre fatti:
1) localizzazione cerebrale della visione: Henschen e i successivi ricercatori mostrarono che la retina
dell’occhio è connessa con una zona specifica della corteccia cerebrale e non con l’intera corteccia.
Questa parte del cervello fu chiamata dapprima retina corticale, poi corteccia sensorio – visiva e infine
corteccia visiva primaria (V1). Solo in tempi recenti i neurologi hanno scoperto che soltanto una determinata
parte del cervello è deputata alla visione. In realtà oggi sappiamo che esistono numerose aree visive al di
fuori di V1 nella corteccia che la circonda e cioè V2, V3, V4, V5, ecc…
Tranne V1 e V2, che distribuiscono i segnali alle altre aree visive in modo selettivo, le diverse zone sono
specializzate nell’elaborazione e nella percezione delle caratteristiche della scena visiva.
2) punti adiacenti nella retina sono collegati a punti adiacenti nell’area V1, e grazie a questa connessione
“punto per punto” viene ricostruita in V1 una mappa della retina. La corteccia non ha semplicemente la
funzione di analizzare l’”impressione” visiva sulla retina: alla zona centrale della retina, la fovea, che ha la più
alta densità di recettori e ci consente di fissare gli oggetti e di studiarne i dettagli, è assegnata una quantità
sproporzionatamente grande di corteccia. Al contrario la parte periferica della retina è sottodimensionata in
rapporto alla sua estensione sulla retina stessa. Si tratta quindi di una mappa che mette in evidenza una
parte specifica del campo visivo.
Localizzata nella parte posteriore del cervello, l’area V1 riceve dalla retina la stragrande maggioranza delle
fibre da essa provenienti e destinate alla corteccia, il che indusse i fisiologi a credere che noi “vediamo” con
l’area V1.
3) quando V1 è danneggiata ne deriva cecità totale. Tuttavia cecità totale non significa necessariamente
cecità dell’intero campo visivo: l’ampiezza e la posizione della zona di cecità sono determinate dall’ampiezza
e dalla posizione della lesione.
Tutto questo contribuì a sostenere l’idea di un’analisi corticale passiva dell’immagine visiva “impressa” sulla
retina.
Intorno all’area V1 c’era una notevole quantità di corteccia che veniva definita vagamente corteccia
“associativa”, ma che ora sappiamo consistere in quella molteplicità di aree visive specializzate.
Questa idea ha origine in Platone e Aristotele, secondo cui per capire e interpretare l’immagine visiva si
dovevano confrontare le “impressioni” visive ricevute al momento con quelle accumulate in precedenza.
Secondo i primi neurologi la cort
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