Cap. 1 La cultura tra mediazione, costruzione e partecipazione
La cultura è il risultato più rilevante di tutta l’attività umana e la gradualità della sua evoluzione testimonia quanto essa possa essere una “realtà naturale”. Il suo concetto è difficile da definire in quanto essa si presenta a noi come realtà trasparente e non riusciamo a vederla fisicamente ma vediamo tutti gli altri fenomeni attraverso essa. Nelle prime definizioni formulate da Linton o Kluckholn essa appare quasi come una cornice esterna agli individui, mentre ora gli studiosi tendono a considerarla anche nella sua dimensione interna che assume nei soggetti. Oggi con la globalizzazione il concetto è diventato quanto mai attuale: mai come oggi i popoli e quindi le diverse culture erano entrati così in contatto.
Un breve excursus storico
La psicologia si occupa di cultura solo a partire dalla seconda metà del ‘900. Precedentemente questa era stata oggetto di studio principalmente da parte dell’antropologia.
| Autore | Concezione della cultura | Metodo/Orientamento |
|---|---|---|
| Societè des observateurs de l’homme | Oggetto da osservare, progetto che ebbe poca vital | Osservazione |
| Tylor | Insieme complesso che include conoscenze, credenze, arte, morale, diritto e tutte le capacità acquisite dall’uomo in quanto membro di una società. È ovunque, è un processo continuo cumulativo e può conservare residui di epoche precedenti. | Comparativo (evoluzionismo antropologico) |
| Frazer | Il pensiero si evolve dalla magia alla religione e dalla religione alla scienza. | Sulla scorta di Tylor |
| Morgan | Studia i legami parentali degli indiani d’America e la loro ripercussione sul tipo di legame che gli uni intrecciano con gli altri. | Studio antropologico di civiltà primitive |
| Boas | La cultura è la fonte delle differenze tra le persone (non i fattori razziali). Concezione particolarista della cultura (soprattutto considera la dimensione storica) ed è il primo a sostenere il relativismo culturale. | Metodo induttivo e intensivo sul campo |
| Malinowski | Porta il funzionalismo nell’antropologia grazie al metodo partecipativo che prevedeva di vivere un certo periodo con i nativi del posto (ricerche sui Kula con i loro scambi di collane di conchiglie che erano funzionali al mantenimento dei buoni rapporti tra le diverse comunità delle isole). | Osservazione partecipante, etnografia |
Anche se Tylor e Frazer avevano tenuto conto della dimensione psicologica per spiegare il pensiero magico, il primo a utilizzare concretamente la psicologia per interpretare la cultura è:
| Anno | Autore | Concezione della cultura | Metodo/orientamento |
|---|---|---|---|
| 1856-1939 | Freud | Come risultato derivante dal termine del conflitto edipico che definisce i ruoli tra uomini-donne. Studiò anche la psicologia delle masse, i disagi della civiltà e della religione. | Psicoanalitico |
La cultura dall’esterno e dall’interno
Per poter comprendere una cultura psicologicamente è necessario vederla da una doppia prospettiva esterna-interna quindi seguire sia un percorso etico che uno emico (distinzione formulata da Pike).
- Etico: deriva da fonetico e indica una differenza di suono tra due parole che non produce una differenza di significato (la N nasale o meno in Italia non cambia significato ai termini).
- Emico: deriva da fonemico e indica differenze di suono che indicano anche differenze di significato (come accade con molte parole inglesi o come accade con la R per i giapponesi che loro non differenziano fonemicamente dalla L).
Dal punto di vista etico, la cultura può essere studiata esternamente attraverso il metodo nomotetico, che va alla ricerca di assiomi generali che possano essere validi per tutte le culture, utilizzando procedimenti oggettivi o qualitativi. Ciò implica una concezione della cultura come funzione di mediazione, che influenza le manifestazioni locali di queste leggi universali. Dal punto di vista emico invece la cultura si studia dal suo interno attraverso il metodo idiografico che rispetta i significati locali e le diverse categorie che possono non essere comuni a tutte le altre culture. Si tiene maggiormente conto della comprensione particolare e del contesto storico.
Queste differenti prospettive si rispecchiano anche nelle scienze che vanno a distinguersi tra psicologia interculturale (cross cultural psychology) oppure psicologia culturale (che preferisce la prospettiva emica).
Psicologia interculturale
Rileva le differenze tra le diverse culture nei termini di credenze, concezioni, variabili psicologiche, ecologiche e biologiche per poi giungere a quelle somiglianze che testimoniano una natura umana comune intesa come dotazione geneticamente ereditata di proprietà specie-specifiche. Studia inoltre la relazione “causale” tra la cultura e il cambiamento, e quindi i possibili impatti di culture diverse sulla natura umana. Si utilizzano pertanto dei metodi oggettivi e quantitativi per poter giungere, attraverso l’esplorazione di queste dinamiche, a dei modelli culturali esplicativi più ampi. Questa scienza offre quindi diversi vantaggi grazie ai suoi confronti sistematici, ma il suo obiettivo finale, quello di giungere a delle leggi generali in grado di spiegare tutti i comportamenti, sembra troppo utopico.
Il suo considerare la cultura come variabile oggettiva, controllabile rende le sue teorie deboli e facilmente confutabili: infatti non esistono delle ricerche del tutto oggettive che non siano esse stesse influenzate da alcuna cultura. Inoltre, anche i confronti da essa raccolti vengono quantificati e categorizzati, ma non se ne spiegano i processi di origine, causa ed evoluzione che sono invece necessari per comprendere davvero un fatto culturale. Si va perciò incontro a delle possibili distorsioni:
- Distorsione di costrutto (costrutti o concetti che non coincidono nelle diverse culture)
- Distorsione di metodo (diverse comunità possono avere diversi stimoli e diversa familiarità con le risposte ai metodi sottoposti)
- Distorsione degli item (difficoltà di traduzione o significato degli oggetti d’indagine)
Universalismo
È la teoria che la psicologia interculturale assume implicitamente in quanto guidata dallo stesso input: tutti i soggetti hanno una stessa natura umana che si distingue poi superficialmente in maniera differente nelle diverse culture. In questo modo si rischia di confondere la cultura come una sovrastruttura rispetto alla natura, come realtà oggettiva che opera quasi separatamente alla natura umana che invece è identica e predefinita geneticamente. Si corre quindi il rischio di reificare la cultura (come invece sostiene Kroeber nella sua teoria ipostatica della cultura intesa come realtà superorganica dotata di esistenza propria). Questa impostazione è insostenibile perché, come sostiene Mead, non ci sono solo culture, ma persone in carne ed ossa che le danno vita.
Psicologia culturale
Adotta il punto di vista emico e il concetto chiave è unicità. Ogni cultura è un mondo a sé stante ed essa è totalmente fusa con il sistema mentale e comportamentale degli individui. Pertanto la cultura è dentro la persona e pertanto non ha senso studiarla decontestualizzandola. Essa fa riferimento alla teoria del relativismo culturale secondo cui le differenze tra le persone hanno origine a partire dalla cultura nella quale sono inserite e fa uso di metodi olistici, qualitativi, con la raccolta di protocollo quotidiani e attribuendo molto peso ai valori contestuali storici-economici e politici.
Grazie al metodo dell’etnografia, che si pone come metodo clinico, si cerca di cogliere il punto di vista del nativo e di rendere esplicito ciò che per il nativo è implicito. Pertanto l’etnografia non sarà mai una scienza definitiva e generale, ma sempre circostanziale. Il rischio di distorsione è comunque lo stesso poiché si rischia di prendere come modello delle situazioni avvenute in contesti diversi e inoltre si rischia di incorrere in delle etnografie opache, con la difficoltà di tradurre certe categorie in altre culture.
Il problema della traducibilità è molto sentito: spesso i modelli culturali non sono intellegibili in culture diverse e per garantire la loro compatibilità occorre far riferimento ad un sistema intermedio di categorie che consenta di compararle. Un altro problema è quello della conversione (intesa come capacità di adottare la prospettiva culturale di altri).
Scuola storico-culturale russa
Nasce con Vygotskij nel ’34 grazie ai suoi studi sul linguaggio che egli considera come sistema di mediazione culturale delle funzioni cognitive. In sostanza, attraverso il linguaggio possiamo rendere culturalmente comprensibili i nostri pensieri, desideri, aspirazioni. Ma il linguaggio stesso ha un’origine storica e convenzionale. Non solo questo strumento, ma anche tutti quelli che si mettono “fra” noi e qualcos’altro (il nostro lavoro, i nostri affetti) mediano tra il nostro pensiero e la nostra azione. Il pensiero non consiste solo in percorsi astratti, ma è mobilitato anche dai processi motori e sensoriali. Sulla stessa scia si muove Leontiev che studia le azioni per comprendere i meccanismi di funzionamento della mente. L’attività per lui è un’unità globale di riferimento che si manifesta attraverso le azioni che a loro volta sono articolate in operazioni automatiche. Grazie a queste capacità nasce la coscienza che è poi alla base della genesi della cultura secondo Leontiev.
Psicologie indigene
Anche queste basate sulla prospettiva emica, si sono sviluppate di risposta alle psicologie occidentali che volevano a tutti i costi trovare dei criteri universali. Fanno riferimento alla lontana Volkspsycologie di Wundt e ritengono che il linguaggio e i costumi del posto siano fondamentali per comprendere la cultura entro la quale sono inseriti. Pertanto come modello scientifico utilizzano quello transazionale, dove si dà spazio all’esperienza soggettiva, episodica, dove vengono considerati aspetti psichici quali desideri, motivazioni, aspettative etc. L’oggetto principale di tale studio sono pertanto le attività quotidiane e inoltre vengono tenute altamente in considerazione le correnti di pensiero religiose, filosofiche che caratterizzano quella data cultura. Le psicologie indigene prendono pertanto le distanze da quella che viene chiamata “indigenizzazione della psicologia” cioè da quel tentativo di accordare i sistemi religiosi, le filosofie rintracciate a dei precisi schemi psicologici delle teorie dominanti in occidente.
La cultura come sintesi tra esterno e interno
La distinzione tra emico e etico può essere fuorviante in quanto entrambe le prospettive sono legittime: da un lato infatti la cultura appare qualcosa che pervade le espressioni sociali e le istituzioni, dall’altro appare qualcosa di strettamente correlato alla mente, pertanto interna. Queste prospettive hanno poi degli importanti risvolti pratici e non solo (es. la psicologia interculturale rischia di far assumere un atteggiamento neocolonialista alla scienza occidentale).
Sebbene siano due punti di vista legittimi e percorribili ciascuno è incompleto e parziale perché privilegia sempre una visione monoculturale, qualsiasi essa sia, e dal momento che teoricamente è impossibile avere un punto di vista doppio emico-etico per l’autore è preferibile parlare di psicologia culturale come superamento di questa complessa dicotomia.
Il luogo della cultura è ovunque: essa è sia dentro le nostre menti che fuori. Ha pertanto una doppia natura come la comunicazione (anch’essa interna e esterna). In funzione di questa doppia natura possiamo considerare la cultura come “una prospettiva sulla realtà” pertanto assume il controllo delle concezioni nei confronti della realtà stessa.
Non può esistere una meta cultura perché non vi è soggetto che non sia già immerso in una cultura pertanto ogni visione della realtà è distorta da questa condizione. La visione è distorta sia per chi cerca di studiare le culture, sia per chi le apprende poiché ognuno di noi filtra le info che riceve proprio sulla base delle sue cognizioni culturali e cognitive. A causa di queste difficoltà le conoscenze acquisite su culture differenti possono essere validate solo attraverso il confronto intersoggettivo. Questo è il punto di vista del realismo critico (Parker e Porter) o realismo analitico (Altheide e Johnson) che si contrappone al realismo ingenuo (secondo cui la nostra mente è in grado di conoscere oggettivamente la realtà) e che sostiene che qualsiasi conoscenza, anche la realtà è costruita poiché sempre mediata dall’osservatore.
L’incommensurabilità delle culture non significa però che le diverse categorie ad esse sottese non possano essere comparate (con tutti difetti che comunque ogni traduzione comporta, essendo essa sempre approssimativa sul piano semantico). Vi sono infatti delle categorie legate a bisogni e funzioni psichiche universali che possono essere accomunate e generalizzate (cibarsi, sessualità, bisogno di socialità, di potere). Ma dall’altro canto, se c’è un universale deve necessariamente esistere anche il particolare ed infatti le categorie culturali generali rimandano continuamente a quelle singolari e viceversa. L’aspetto che media tra l’universalità e la particolarità è la regolarità riferita a tutte le pratiche culturali in generale.
Essa è data dalla presenza di format culturali (=sequenze strutturate di scambi interattivi per uno scopo preciso, nella condivisione di procedure e regole, nonché nella partecipazione dei significati di quanto sta avvenendo by Anolli). Questi aspetti culturali condivisi danno vita alla regolarità che riguardano i processi culturali sia interni che esterni e rimandano a delle condizioni di default di una certa cultura che tutti si aspettano. Vale qui il principio dell’“assumere per garantito” in base al quale i soggetti danno un significato specifico ad una situazione in base a ciò che si aspettano da quella situazione.
Da questa prospettiva i fenomeni culturali si configurano come qualcosa in continua evoluzione, confronto e negoziazione. Questo è il percorso che si consiglia per poter costruire dei ponti semantici di connessione nella comprensione di una cultura diversa.
La cultura come mediazione
Mediazione perché essa ci consente di attingere a degli schemi interpretativi coerenti che ci consentono di convivere con gli altri e raggiungere gli scopi desiderati. Tutti gli esseri umani infatti nascono in un ambiente e contesto già definito dai loro predecessori e la capacità di trasferire questo ambiente già trasformato è collegata agli artefatti che da sempre l’uomo utilizza per plasmare il suo ambiente.
Gli artefatti culturali
Sono convenzioni e pratiche sociali che si trovano sia all’interno della mente che all’esterno. Giocano un ruolo essenziale per dare forma all’azione ma non la determinano in modo automatico. Sono dei mezzi per raggiungere ai propri scopi che l’attività umana ha costruito e di cui si serve, ma dai quali purtroppo dipende. Nel momento in cui il rapporto tra un soggetto e l’ambiente viene mediato da uno o più artefatti esso è reso “culturale”, o mediato come dicono i tedeschi con Gegenstande. Loro distinguono gli oggetti naturali in Objekt proprio per il loro non essere costruiti dall’uomo.
Wartofsky e Cole distinguono 3 tipi di artefatti:
- Primari (mezzi e dispositivi che si utilizzano quotidianamente per fare e comunicare come martello, cellulare -> cultura materiale)
- Secondari (rappresentazioni mentali degli artefatti primari come modelli cognitivi come norme o credenze -> cultura ideale)
- Terziari (servono a costruire il mondo dell’immaginazione per cui qualsiasi strumento o dispositivo artistico creativo -> cultura espressiva)
Cultura come azione mediata
Può essere definita così proprio in forza del rimando continuo tra gli strumenti di mediazione che utilizziamo e i soggetti che li utilizzano (by Wertsch). Ad esempio, lo sviluppo in materiali diversi dell’asta per il salto con l’asta ha permesso a nuove persone nuovi record e quindi nuovi ricordi storici. Il progresso tecnologico si basa proprio su questo: è l’uomo a cambiare la cultura/storia ma allo stesso tempo questa poi modifica la sua di vita (es. trasformazione del linguaggio con gli sms). Inoltre ogni artefatto che viene introdotto apre nuove infinite possibilità a volte, altre può mettere in evidenza dei limiti o creare nuove dipendenze. La cultura come mediazione appare universale e trasversale poiché riveste tutti gli ambiti della vita umana.
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