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Psicologia dell'arte

Capitolo I: La definizione di arte

Van Gogh: “L’arte è l’uomo aggiunto alla natura - natura, realtà, verità. Ma col significato, il concetto, il carattere che l’artista sa trarne, che libera ed interpreta.”

Wiki: “L’arte comprende ogni attività umana - svolta singolarmente o collettivamente - che porta a forme di creatività e di espressione estetica, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate o acquisite e norme comportamentali derivanti dallo studio dell’esperienza. Nell’accezione odierna è strettamente connessa alla capacità di trasmettere emozioni e ‘messaggi’ soggettivi. Nel significato più sublime, è l’espressione estetica dell’interiorità umana.

Sono state date differenti definizioni di arte nella storia, Platone per esempio la considerava ‘rappresentazione’, Wordsworth come un’emozione ricordata in momenti di tranquillità, e ancora Kant come un interattivo gioco di forme. È così possibile notare che l’arte non è suscettibile a definizioni, o almeno, non ad una definizione univoca, in quanto l’arte non ha essenza.

Tassonomia

Per creare una tassonomia si parte da macro aspetti della realtà, arrivando poi alla classificazione tramite l’individuazione di caratteristiche distintive. Ci sono 4 modi principali di classificare l’arte:

  • Classificazione classica (7 arti + altro);
  • Caratteristiche “materiali” dell’opera;
  • Modalità di fruizione;
  • Dinamicità o evoluzione temporale;

Classificazione classica

  • Pittura → Problema: Non comprende la grafica digitale;
  • Scultura → Problema: Non comprende la land art;
  • Architettura → Problema: Non comprende la land art;
  • Teatro → Problema: Non comprende la lirica;
  • Letteratura → Problema: Non comprende il testo teatrale ed il fumetto;
  • Musica → Problema: Non comprende lo spartito e la lirica;
  • Cinema → Problema: Non comprende la radio;

Il bello ed il brutto

“C’è una classe di oggetti che ha la proprietà di indurre in chi li osserva, o si intrattiene con essi, uno stato psicologico particolare, fatto di attrazione, ammirazione, piacere, emozione, curiosità, interesse, meraviglia, ecc. Questi sono oggetti artificiali costruiti per gli scopi più diversi, che vengono chiamati opere d’arte.” (Massironi).

Del bello

Le cose, gli oggetti, che inducono esperienze gradevoli, possono essere suddivise in due grandi classi: belle e buone. I prodotti dell’arte rientrano in una sola delle due categorie, ovvero quella che viene valutata lungo la dimensione bello-brutto.

Ciò che è importante di questa distinzione è che così finiamo per dividere le esperienze sensoriali in due tronconi, che galleggiano fra il brutto e il bello l’uno, ed il buono ed il cattivo l’altro. Ecco, l’arte rientra nel primo caso.

La logica in base alla quale il cattivo è opposto al buono è molto più rigida rispetto a quella che contrappone il bello al brutto. Nel primo caso i due termini si autoescludono, nel secondo caso solo in linea teorica ci troviamo di fronte alla stessa contraddizione inconciliabile, mentre nella pratica dell’arte il bello ed il brutto, intese come esperienze sensoriali, possono presentarsi insieme.

Inoltre, la funzione di un’opera d’arte, non esaurisce lo scopo per cui è stata concepita, nel senso che la sua funzione non è l’unico obiettivo per la quale quell’opera è stata creata. La disciplina filosofica che si occupa del bello dell’arte è l’estetica, termine introdotto da Baumgarten nella metà del ‘700 nella sua teoria della conoscenza sensibile, la quale si occupa sia della mera conoscenza sensibile, sia della teoria del bello. Essa parla di bello come assolutizzato, non definisce chi e che cosa sia bello, mentre il bello come aggettivo è l’incontro fra un’opera e un fruitore.

Del brutto

Mentre il bello è astratto e ha sede ovunque e da nessuna parte, ciò che è brutto ha sempre un nome ed un cognome, riferibili sia alla cosa che al giudice. Ciò che fa bella un’opera d’arte non è ciò che viene rappresentato, ma ciò che essa vuol rappresentare e soprattutto come lo rappresenta. Si potrebbe quindi pensare che un’opera è bella grazie alla sua esecuzione tecnica, ma non è così, infatti l’opera d’arte può essere tale indipendentemente dalla perfezione tecnica della sua esecuzione.

Il brutto perciò non sta nemmeno in una cattiva esecuzione. Dove sta quindi il brutto? Si può dire che il brutto sia mobile, che sia variabile, in quanto gli unici a sapere con certezza che cosa sia il brutto sono i critici d’arte, e i critici d’arte cambiano e si succedono velocemente. Con ciò, si può anche definire che ciò che venne descritto come brutto in un’epoca, viene considerato bello in un’altra e così pare proprio che non esista brutto che non possa diventare bello.

Viene definito un dipinto un dipinto in cui la tecnica pittorica e/o l’abilità dell’esecutore cattivosono mediocri, oppure inadeguati al compito. Il bello ed il brutto sono quindi qualità estetiche che si possono raccogliere mediante vista e udito, mentre buono e cattivo sono sia qualità morali (determinate dall’individuo e dalla società), sia qualità materiali (la fattura), sia qualità edonistiche (poiché si possono percepire tramite tutti i sensi). Inoltre, non esiste brutto che non possa diventare bello.

Capitolo II: La psicologia e l'arte

Ogni psicologo che si è interessato di arte si appoggiava al suo bagaglio di convinzioni e teorie, così invece che affrontare la questione arte in maniera aperta e problematica, quasi tutti gli psicologi sono andati a ricercare nell’arte prove a conferma delle proprie ipotesi e convinzioni psicologiche, ed essendo l’arte un campo ampio e ricco, hanno tutti trovato qualcosa ritenendolo ciò che stavano cercando.

Il risultato è stato che l’arte ha fornito rassicurazioni alla psicologia, mentre la psicologia non ha contribuito che in modo trascurabile a spiegare l’arte. Il vero fallimento, però, risiede nel fatto che la psicologia dell’arte non è autonomamente riuscita a stabilire con chiarezza né il suo oggetto di studio, né il proprio metodo né i metodi con cui affrontarne l’oggetto.

Diversi settori della psicologia si sono interessati all’arte:

  • Psicologia clinica: Si è focalizzata sulla personalità dell’artista e le spinte motivazionali dell’atto creativo;
  • Psicologia generale: In particolare quella della percezione, si è interessata al tipo di rapporto che il fruitore intrattiene con l’opera (fruizione estetica);
  • Psicofisica: Si occupa della misura quantitativa del piacere estetico del fruitore, o del grado di bellezza di un’opera;
  • Neuropsicologia: Si occupa dei processi e dei meccanismi cerebrali che entrano in gioco nella valutazione di un’opera;
  • Psicologia dello sviluppo: Interessata all’espressività del disegno infantile e alle sue potenzialità diagnostiche ed educative;

In particolare, l’approccio psicoanalitico sostiene che le forme scelte o inventate dall’artista sono il risultato di una condensazione delle proprie nevrosi e pulsioni a livello inconscio. La creazione artistica diventa quindi una risposta dell’artista a drammi interiori inconsci e la sua opera è una forma di catarsi. Così tramite empatia il fruitore, guardando l’opera, soffre di drammi interiori simili. Così l’approccio psicoanalitico si è concentrato sulla forma come veicolo del contenuto.

Stile

La forma, intesa come oggettivizzazione, è ampiamente condizionata dallo stile dell’artista, che a sua volta è condizionato dallo stile della società in cui l’artista vive, nonché dal suo periodo storico. Lo stile è una caratteristica complessa, che contribuisce sia a modulare che a creare il contenuto, ovvero il significato dell’opera.

Surrealismo?

Le misure del bello

Policleto: Sostenne che la bellezza nascesse dall’esatta proporzione non degli elementi, ma di tutte le parti tra di loro. Realizzò il Doriforo, secondo il canone da lui derivato empiricamente misurando corpi e membra di persone reali: il canone potrebbe derivare dalle medie di quelle misurazioni. Per l’altezza ideale dell’uomo e le proporzioni tra le sue membra si usava come riferimento le dimensioni della testa ed i rapporti tra le parti del volto. Secondo Policleto l’altezza ideale è 8 volte la lunghezza della testa.

Vitruvio: Il viso umano si divide in 3 parti uguali, dal mento alle narici, dal naso fino al punto d’incontro fra le sopracciglia e da quest’ultime fino alla radice dei capelli. Il piede invece è la sesta parte dell’intera altezza dell’uomo.

Da Vinci: L’altezza è la misura del piede per 7.

Arnheim: Il disordine può venire presentato artisticamente unicamente per mezzo dell’ordine. Secondo Arnheim l’arte è diventata incomprensibile, richiedono un’interpretazione, a differenza del passato in cui l’arte forniva l’interpretazione della natura del mondo.

Accade che oggi viviamo in un mondo immerso in un proliferare di bellezza a livello di produzione e di promozione, che tuttavia, dopo il consumo, si trasforma in un mare di bruttezza. Così Arnheim sostiene che nonostante la cosa più difficile per un essere umano sia produrre un oggetto brutto, il mondo dell’arte odierno è permeato di bruttezza. L’artista ha così dovuto scegliere di venire meno ai processi percettivi automatici che lo portano a creare simmetria ed ordine, per poter creare opere “nuove”, così viene meno il contatto con l’osservatore ingenuo, causando la necessità di interpretazione.

Arnheim sostiene che l’opera d’arte deve far qualche cosa in più che essere se stessa, deve adempiere ad una funzione semantica, e nessuna asserzione è comprensibile se le relazioni tra i suoi elementi non formano un insieme organizzato. Con ciò intende dire che nonostante la suggestione e l’interesse suscitati dal caso, esso non è mai completamente casuale, i suoi elementi formeranno sempre un insieme organizzato.

Arnheim considera il piacere un epifenomeno che si accompagna all’arte ma che non ne costituisce lo scopo. → Epifenomeno: fenomeno secondario che segue un fenomeno primario senza apparente rapporto con esso.

Fechner

Fechner inventò l’estetica insieme a Wundt e Helmholtz sperimentale. Il suo contributo principale fu quello di fondare la Psicofisica, filone di ricerca psicologica che si occupa della misura quantitativa e accurata di variabili psicologiche, come l’intensità delle sensazioni, a partire dall’intensità degli stimoli fisici.

Alla fine della sua carriera Fechner prese come unico obiettivo quello di confutare il materialismo, ovvero la falsità del mondo fisico e la realtà unica di quello mentale. Per poter dimostrare ciò bisogna dimostrare che il corpo, la parte materiale, si può “sciogliere” nella mente. Così Fechner si convinse che se avesse trovato un’equazione matematica capace di esprimere la relazione biunivoca tra i mutamenti dell’energia del corpo ed i mutamenti dell’energia mentale, il dualismo sarebbe venuto meno.

Teorizzò così la formula S= K * Log (I) che però non andò a confutare il dualismo mente-corpo. S: Sensazione; I: intensità fisica dello stimolo; K: Costante di Weber, specifica per ogni continuum fisico. È la soglia differenziale, ovvero una quantità minima da aggiungere o sottrarre ad uno stimolo già attivo perché se ne percepisca il cambiamento.

Successivamente Fechner si dedicò allo studio del giudizio estetico con scopo non diverso da quello che lo portò a fondare la psicofisica: controllare le relazioni quantificabili a livello dello stimolo fisico e ricavarne delle valutazioni lungo una dimensione psicologica, che era la gradevolezza o preferenza estetica. Per questo motivo Arnheim la definì “estetica edonistica”.

I dati su cui venivano fatte le misurazioni erano forniti da osservatori che dovevano esprimere una preferenza fra rettangoli di forma diversa. Risultarono preferiti quelli con le lunghezze dei lati in rapporto vicino a quello della sezione aurea. Sezione aurea: parte di segmento media proporzionale fra l’intero segmento e la sua parte rimanente. Usò 3 metodi di indagine:

  • Metodo della scelta: Scegli tra i 10 rettangoli il più piacevole;
  • Metodo della produzione: Disegna un rettangolo in modo tale che risulti piacevole;
  • Misurazione di artefatti umani: Determina le proporzioni espresse maggiormente nelle opere d’arte;

L’opinione attuale degli studiosi è che le persone preferiscano rapporti di sezione aurea non più di quanto prediligano altri tipi di proporzioni. Arnheim sostiene che le imposizioni del metodo scientifico avevano costretto l’estetica sperimentale nei panni stretti di un’estetica edonista, così facendo non spiegano perché preferiamo i rapporti aurei e non spiegano abbastanza cosa accade quando osserviamo un oggetto estetico.

Inoltre ci sono 2 punti che rendono poco attendibili l’estetica sperimentale:

  • Limite metodologico: Sono stati raccolti solo casi positivi di conferma e non sono state effettuate delle controprove. Inoltre non si è verificato se esistono opere di basso valore estetico che rispettano la sezione aurea;
  • Instabilità del gusto e delle preferenze estetiche: Kermode classifica le opere in base al destino di successo: 1) Opere che vengono apprezzate sin da subito e che conservano il grado di apprezzamento nel tempo; 2) Opere apprezzate sin da subito ma poi abbandonate; 3) Opere apprezzate sin da subito, poi dimenticate e poi rivalutate in modo definitivo; 4) Opere minimamente apprezzate al loro apparire e che poi assumono una rilevanza molto vasta (tipo Van Gogh);

Recentemente Hoge effettuò due esperimenti:

  • Due gruppi di soggetti, un gruppo doveva disegnare rettangoli in base alla bellezza, nell’altro la bellezza non viene menzionata → Risultati: Istruzione influenza le proporzioni dei rettangoli disegnati;
  • I soggetti devono scegliere i rettangoli in base alla preferenza → Vengono scelti principalmente quelli disegnati facendo riferimento alla bellezza;

In entrambi gli esperimenti non è emersa alcuna preferenza per la sezione aurea.

Estetica sperimentale dopo Fechner

Lo studio della misura delle preferenze estetiche viene seguita nell’ultimo secolo da un numero ristretto di persone.

Birkhoff: Propone un approccio matematico all’estetica, sostenendo che il valore estetico sia determinato dal rapporto tra l’ordine e la complessità dell’oggetto artistico. Ovvero M=O/C, dove M è il grado di piacere estetico suscitato, O il grado di ordine e C il grado di complessità. Birkhoff sostiene che per valutare su piano estetico un’opera d’arte bisogna considerare 3 fattori psicologici:

  • Sforzo: Compiuto dall’osservatore per cogliere la struttura dell’oggetto artistico. È direttamente proporzionale alla complessità dell’opera;
  • Percezione dell’ordine: Inerente alla struttura dell’oggetto ed alle sue componenti elementari;
  • Sensazione di piacere che l’oggetto provoca;

Eysenk: Corresse la formula di Birkhoff facendo passare la complessità da dividendo a moltiplicatore, perciò la formula divenne M= O*C;

Berlyne: Usa una tecnica sperimentale basata sulle risposte fisiologiche. Sostiene che tutto ciò che è nuovo e complesso aumenta la vigilanza del soggetto. Ciò è rilevabile tramite modificazioni fisiologiche specifiche. Il potenziale di attivazione di uno stimolo dipende quindi dalla sua complessità e quest’ultima dipende da ambiguità (elevato livello di incertezza che lasciano aperta l’interpretazione), complessità (numero di elementi in gioco) e novità inattesa (ciò che è inatteso). Constatò inoltre che la relazione fra l’attivazione fisiologica e la preferenza estetica possono essere rappresentati da una U rovesciata, definendo così che attivazioni troppo alte o troppo basse hanno effetti negativi sulla preferenza estetica.

Boselie e Leeuwenberg: Sostengono che un oggetto produrrà un’impressione di bellezza quando è cognitivamente rappresentato come portatore di due qualità fra loro incompatibili. La sensazione di sorpresa si creerà solo quando le qualità incompatibili sono rappresentate in modo chiaro e non ambiguo.

Così riscrivono la formula di Birkhoff-Eysenk:

M= Um(Ue)*(Cm, e)

  • M: Grado di bellezza;
  • Um: Grado di non ambiguità dei mezzi;
  • Ue: Grado di non ambiguità degli effetti;
  • Cm, e: Livello di contrasto fra fini e mezzi;

Tramite questa formula viene calcolato il grado di bellezza di 37 poligoni di Birkhoff.

Freud: l'arte e la psicanalisi

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/01 Psicologia generale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher seris di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dell'arte e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano - Bicocca o del prof Zavagno Daniele.
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