La sfida della mente multiculturale: nuove forme di convivenza
Parte prima: La sfida della mente multiculturale
Premesse
Capitolo 1: La mente monoculturale
La domanda iniziale e centrale di questo libro è: “Che cos’è la cultura?”. Ognuno di noi può rispondere in modo diverso a questa domanda. Per esempio, qualcuno potrebbe dire che per capire cosa è cultura basta recarsi in un mercato rionale, in cui italiani, arabi, cinesi, africani, sudamericani o indiani vendono frutta, verdura, abbigliamento, pesce, ecc... Altri invece potrebbero rispondere che basta salire su certe linee di tram a Milano, Roma, Torino per rendersi conto che l’italiano è “quasi diventato una lingua straniera”. Oppure sul posto di lavoro, dove si incontrano persone di culture diverse. Sono tutte risposte valide e corrette, fondate sull’esperienza quotidiana.
La cultura infatti per prima cosa è esperienza. È un’esperienza invisibile, poiché nella maggior parte delle situazioni avviene in modo implicito e spesso inconsapevole. Solo la comparsa di eventi insoliti o atipici, spesso associati alla presenza di persone provenienti da altre culture, attiva in noi processi di riflessione e di approfondimento. Viviamo la nostra cultura come un’esperienza “trasparente”, perché, senza rendercene conto, la riteniamo “naturale”.
Tuttavia non basta “vivere” la cultura, ma occorre anche “capirla”. A questo livello, la domanda iniziale non è più tanto scontata. Per dare una definizione soddisfacente di cultura occorre prendere le distanze e guardarla da lontano, ma nessuno è in grado di “uscire fuori” dalla cultura in cui è immerso. Di conseguenza, tutte le definizioni di cultura sono parziali e limitate.
La cultura è un fiume in piena che va avanti e metro dopo metro si scava il percorso. Imprevisto e imprevedibile. Il suo e il nostro futuro rimane un’incognita eppure continuiamo a “governare” questo fiume: costruiamo argini, innalziamo dighe e sbarramenti, facciamo alleanze e coalizioni fra gruppi di culture.
La comparsa della cultura
La cultura non nasce dal nulla, poiché è prodotta, conservata, cambiata, incrementata o indebolita dagli esseri umani. Come le altre specie viventi, anche quella umana è andata incontro ad un'evoluzione biologica. Senza questo percorso, molto probabilmente saremmo ancora nella savana africana come decine di migliaia di anni fa. Questo percorso ha riguardato innanzitutto l’organismo: grazie a una serie di profondi cambiamenti biologici siamo giunti alla cultura come massima espressione dello sviluppo della nostra specie.
Principali premesse biologiche ed evoluzionistiche della cultura
- Bipedismo
- Stazione eretta
- Sviluppo di un apparato vocale sofisticato
- Aumento del quoziente di encefalizzazione (il rapporto delle dimensioni del cervello umano rispetto a quello di un primate non umano di pari peso): è importante per la gestione dei rapporti sociali
- Prematuranza neonatale: la crescita funzionale del cervello avviene dopo la nascita, in particolare per le aree corticali. Alla nascita il cervello del neonato è subcorticale. Il suo sviluppo funzionale quindi avviene per gran parte in ambiente extrauterino. Questo comporta un’enorme esposizione del neonato all’ambiente culturale in cui cresce e una dipendenza vitale e prolungata dalla madre, con la conseguente costituzione di forti legami di attaccamento. In questo modo il piccolo dell’uomo diventa progressivamente un soggetto culturale.
- L’avvento dell'agricoltura: favorisce un aumento della densità della popolazione, lo sviluppo di nuove competenze simboliche, tecnologiche e artistiche.
Che cos'è la cultura
La cultura come contingenza
Pur essendo contingente (accidentale), la cultura è una realtà imponente e vincolante. Nei suoi confronti ciascuno di noi ha tre posizioni fra loro diverse:
- Destinatario di un’influenza profonda da parte di una data cultura: quando siamo venuti al mondo ci siamo trovati immersi in un ambiente culturale che mediante determinate pratiche di accudimento ci ha consentito di crescere e di diventare adulti. Per certi aspetti siamo “prigionieri” della nostra cultura di appartenenza: ciascuno di noi trova ovvio il modo di vivere in cui vive. Tuttavia, se apriamo gli occhi verso altre culture ci accorgiamo che ci sono tantissimi altri modi di vivere, anche molto diversi dal nostro. Allo stesso modo, trovando “naturale” il nostro modo di esistere, tendiamo a diventare, spesso in maniera inconsapevole, dei “ripetitori” delle forme culturali che abbiamo assimilato a partire dalla nascita. Solo l’acquisizione di una mente multiculturale è in grado di spezzare questo vincolo.
- Protagonista della cultura in cui vive: contribuiamo a costruire il percorso del fiume da cui siamo trasportati. Non è importante se siamo protagonisti grandi o piccoli, l’importante è la consapevolezza della nostra partecipazione attiva alla costruzione della direzione futura della cultura. Tuttavia, pur essendo protagonisti non siamo in grado di dirigere la cultura.
- Osservatore della cultura propria e altrui: in continuazione facciamo commenti su ciò che stiamo vivendo e sperimentando. In quanto spettatori (spesso involontari) di quello che altri protagonisti culturali mettono in scena, siamo indotti a fare le nostre valutazioni e a manifestare le nostre opinioni (pettegolezzo). È un modo indiretto per influenzare gli orientamenti della cultura di appartenenza.
Queste tre posizioni formano un tutt’uno ed è difficile separarle nella pratica quotidiana. Senza queste tre posizioni ci troveremmo disorientati e confusi, incapaci di decidere e di operare. Eppure la cultura è un caos contingente. In questo caos non c’è nessuna risposta definitiva.
Per certi aspetti la condizione di contingenza della cultura appare come una sventura, perché può essere origine di manifestazioni di incertezza mentale, cognitiva e affettiva, che ci disorienta. Dall’altra è una grande fortuna, perché non solo ci pone tutti in modo “democratico” sullo stesso piano, ma soprattutto perché è un grande incentivo alla scoperta, all’esplorazione, alla ricerca del nuovo, all’impegno di capire e spiegare. Abbiamo la convinzione di poter dare un significato alla cultura. È ciò che viene definito “distorsione dell’illusione interpretativa”.
Principali dimensioni della cultura
Grazie a questa illusione interpretativa attribuiamo a posteriori significati agli eventi e anticipiamo scenari futuri per comprendere i flussi culturali in corso. Nel compiere queste operazioni mentali facciamo ricorso ad alcuni parametri per analizzare l’habitat in cui ci troviamo. Questi parametri fanno riferimento a tre principali aspetti:
- Le interazioni fra gli esseri umani e l’ambiente: siamo in grado di vivere in tutte le condizioni climatiche, non tanto grazie alla nostra biologia, quanto piuttosto alla nostra capacità mentale di inventare strumenti in grado di “governare” l’ambiente. Diverse condizioni ambientali inoltre richiedono differenti competenze cognitive, una differente organizzazione sociale, l’elaborazione di particolari artefatti, il ricorso a sistemi diversi di accudimento della prole, un diverso orientamento spaziale.
- La condivisione di significati, pratiche, valori, ecc...: la condivisione, oltre a creare un senso di appartenenza, consente di identificare una certa cultura rispetto ad altre. Siccome le culture sono tante, attribuiamo un’etichetta a ciascuna di esse. Tuttavia, questa operazione può indurre a distorsioni mentali: identificando una cultura con un’etichetta linguistica c’è il rischio di intenderla come una realtà monolitica, omogenea al suo interno e separata all’esterno da tutte le altre culture. Inoltre c’è il problema dei confini: una cultura non può essere intesa come un’unità circoscritta e dai confini robusti. La cultura va intesa quindi come una variabile latente.
- La continuazione della cultura attraverso processi di trasmissione e di appropriazione: la cultura si trasmette nel tempo. Tuttavia non si tratta di una semplice replica o di una ripetizione automatica di forme culturali pregresse, ma piuttosto di un’evoluzione incessante. Barbara Rogoff la definisce appropriazione: il fuoco dell’attenzione non è su ciò che l’esperto è in grado di trasmettere, ma su ciò che il novizio è capace di acquisire ed adattare alla sua esistenza e ai cambiamenti dell’ambiente in cui vive.
Le diversità fra le culture
“Perché le culture sono così diverse?” “Perché ci sono così tante culture nel mondo?”. Da un lato, sarebbe bello parlare tutti la stessa lingua e condividere le stesse abitudini perché sarebbe un risparmio di risorse psicologiche e faciliterebbe molto gli apprendimenti, ma dall’altro sarebbe una monotonia totale, lo spazio dell’identità sarebbe molto ridotto e non avrebbe spazio la creatività. Le culture nascono, si sviluppano, arrivano al loro massimo, declinano in modo più o meno lento e poi muoiono. Da questa condizione deriva il paradosso della cultura: da un lato è un dispositivo molto potente per regolare le differenze (tendenza centripeta), dall’altro essa stessa genera e moltiplica le differenze (tendenza centrifuga).
La “via di mezzo”: né totalmente uguali né totalmente differenti
Da una piattaforma comune, costituita dagli “universali umani”, si dipartono migliaia e migliaia di culture, ciascuna delle quali segue il proprio percorso. Talvolta anche in modo opposto, talvolta in modo simile in modo da formare delle macroregioni culturali. La soluzione sta nel mezzo. Questo pone dei dubbi sul concetto di “natura umana” unica, universale, invariata, intesa come dotazione geneticamente ereditaria, regolata da leggi sistemiche, in grado di assumere in superficie forme diverse e contingenti a seconda delle varie culture. Non esiste la “natura umana” nella sua assolutezza, poiché non esiste la natura umana in astratto, indipendente dalla cultura. Esistono piuttosto tante “nature umane”, fra loro diverse.
L’inafferrabilità degli universali umani conduce a profonde diatribe. Da una parte c’è la posizione universalista, secondo cui gli esseri umani condividono la stessa “natura” oggettiva e le variazioni culturali sono superficiali. Questa condizione implica l’esistenza di programmi condivisi da tutti gli esseri umani, tra cui l’“organo del linguaggio” (Chomsky) e i programmi neuroaffettivi (Ekman). Dall’altra parte abbiamo la posizione culturalista, secondo cui gli esseri umani costituirebbero un “prodotto” della cultura, poiché sono intrinsecamente plasmati da essa. Entrambe le posizioni tuttavia rischiano di condurre a forme di determinismo: biologico nel primo caso e culturale nel secondo.
Le diversità culturali come relazioni
Le diversità culturali non costituiscono entità oggettive, inerenti in modo essenziale ad una certa cultura, bensì sono l’insieme delle differenze culturali che due o più gruppi (o persone) percepiscono e dichiarano esistere nel momento in cui entrano in una qualche forma di contatto. La diversità non è un’entità, ma una relazione (Anolli). Le differenze culturali non sono un limite ma costituiscono un grande vantaggio competitivo, poiché il confronto, lo scambio e la partecipazione sono possibili solo in quanto si è diversi. La cultura va intesa come “organizzazione delle diversità”: una comunità ha successo non quando i suoi componenti hanno la medesima visione del mondo, ma quando le loro differenze sono riconosciute e gestite attraverso la convivenza di diversi punti di vista.
La mente umana è culturalmente definita attraverso discorsi e mondi molteplici. La sua natura è dinamica (non statica), organismica (non meccanicistica), attiva (non passiva), dialogica e partecipativa (non individualistica).
L’accumulazione degli apprendimenti come origine delle diversità culturali
- Necessità e insufficienza delle informazioni genetiche: negli anni ’70 alcuni psicologi evoluzionistici avevano ipotizzato che le differenze culturali fossero da attribuire a come la selezione naturale interviene sui geni comportamentali in riferimento a uno specifico ambiente. Questo approccio tuttavia appare troppo limitato per spiegare le diversità fra le culture nel loro insieme.
- La combinazione dei geni riguarda il cervello per il 70% che, a sua volta, è influenzato dalla cultura e dall’ambiente. Tutte le informazioni genetiche non sono a sé stanti e isolate in un ambito separato, ma sono sempre situate in un ambiente. Quindi il livello genetico appare necessario ma non sufficiente per spiegare le differenze culturali. Non esiste una natura umana astratta e indipendente dalla cultura, poiché la cultura è il luogo indispensabile per colmare il divario fra le informazioni dei geni e ciò che dobbiamo sapere e fare per vivere. Quindi per capire le diversità fra le culture un apporto essenziale proviene dalla cultura stessa.
- L’accumulazione dell’apprendimento: le culture si differenziano tra loro a livello microscopico e a livello macroscopico. A livello microscopico perché le scelte e i comportamenti dei singoli individui influenzano, anche in modo discreto, la configurazione della cultura di appartenenza. A livello macroscopico perché la popolazione come insieme di individui portatori di differenze genetiche e psicologiche promuove i processi di differenziazione culturale per distinguersi dalle altre popolazioni, nonché per incrementare il livello di consenso al suo interno. A questo si lega il concetto di apprendimento sociale, ossia la capacità di imparare dagli altri attraverso l’imitazione, la condivisione e la partecipazione. Anche alcune specie di animali sono in grado di apprendere in gruppo, ma solo la nostra specie è in grado di ricorrere a un processo di accumulo degli apprendimenti. Solo gli umani infatti sono in grado di incrementare i vecchi apprendimenti con quelli nuovi attraverso un processo di sedimentazione e integrazione. La cultura produce cultura in continuazione nell’interazione con l’ambiente.
- Tomasello ha ipotizzato che alla base di questo processo di accumulazione degli apprendimenti ci sia un dispositivo definito effetto a dente di arresto (ratchet effect): una volta compiuto un certo apprendimento e raggiunto un certo artefatto, questo è soggetto solo a modifiche successive, dalle quali non si può più tornare indietro.
- La protocultura e l’origine della cultura: la cultura non compare all’improvviso ma è preceduta dalla protocultura. Questo lungo periodo è caratterizzato da manifestazioni che non possono ancora essere definite culturali, ma che implicano comunque una modificazione intenzionale dell’ambiente mediante la costruzione e l’utilizzo di strumenti artificiali.
- Sviluppo della cultura e imitazione: l'incremento cumulativo degli apprendimenti è il motore della differenziazione fra le culture ed è associato anche alla leva della deriva (drift), introdotta da Darwin per spiegare l’evoluzione della specie. In condizioni di relativo isolamento, ogni cultura va incontro a progressivi processi di divergenza rispetto ad altre culture. Questo è reso possibile anche grazie alla capacità umana di imitare. L’imitazione permette di adattarsi attivamente al proprio habitat.
- Diversità culturale come creatività: le diversità tra le culture non vanno intese come una minaccia ma come un’opportunità, perché costituiscono un potenziale arricchimento del nostro modo di vivere. Le diversità infatti ci pongono di fronte a modelli culturali alternativi di esistenza e indicano soluzioni che probabilmente non avremmo mai immaginato. Le numerose culture differenti presenti oggi sul nostro pianeta sono testimonianza di una grande creatività umana, intesa come capacità di trovare soluzioni innovative per la propria esistenza in funzione delle possibilità offerte dal proprio habitat. La creatività culturale non è qualcosa di scontato. Essa è caratterizzata da curiosità, dalla voglia di esplorare l’inesplorato, dall’esigenza di non accontentarsi dell’esistente e di non dare per definitive le soluzioni finora trovate.
- Coevoluzione fra biologia (gene) e cultura (apprendimento): gene e cultura sono entrambi necessari per spiegare la comparsa e l’evoluzione della cultura stessa. Tuttavia né i geni, né la cultura sono in grado di fornire da soli una risposta esauriente. Grazie alla coevoluzione fra biologia (gene) e cultura (apprendimento) la storia di un individuo e di un gruppo umano è guidata congiuntamente sia dalla selezione naturale sia dalla selezione culturale. Si tratta di un processo di co–costruzione fra gene e cultura. L’evoluzione culturale quindi è covarianza, connessa alle condizioni contingenti del contesto.
L'identità culturale
In passato l’identità culturale era definita facendo ricorso a due punti di vista:
- Esterno (punto di vista etico): l’identità culturale era definita come l’insieme di tratti e proprietà oggettivi, storicamente fondati, con confini precisi, giustificati dalla presenza di evidenti differenze. In questo ambito, l’identità culturale era trattata come se fosse una categoria monolitica e discreta, chiusa.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
-
Sunto di pedagogia interculturale della cooperazione, prof Agliati, Libro consigliato: La socializzazione emotiva n…
-
Riassunto esame Psicologia della cultura, prof. Realdon, libro consigliato La sfida della mente multiculturale e Ps…
-
Pedagogia Interculturale e della Cooperazione
-
Pedagogia Interculturale